giovedì 21 settembre 2017

VERI E FALSI AMICI DELLA TRADIZIONE




L'autore è illustre compositore e musicologo, esperto di liturgia, direttore della rivista internazionale "Altare Dei" edita a Macao e Hong Kong, Un brano della sua "Missa Summorum Pontificum" può essere ascoltato qui. Di lui Settimo Cielo ha pubblicato lo scorso marzo una drammatica "dichiarazione" sulla situazione attuale della musica sacra.





di Aurelio Porfiri (21-09-2017)

A metà settembre si è svolto a Roma il pellegrinaggio dei fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano per celebrare la loro fedeltà alla Chiesa – una, santa, cattolica, apostolica e romana – e per ricordare il decimo anniversario del motu proprio "Summorum Pontificum" con cui si concedeva un uso più ampio del Messale precedente al Vaticano II.

Per questa occasione mi è stata commissionata una messa, che ho chiamato "Missa Summorum Pontificum" che è stata eseguita nella Basilica di San Pietro il 16 settembre, durante il solenne pontificale celebrato dall'arcivescovo Guido Pozzo.

Questa mia Messa comprendeva le parti del "proprium" e quelle dell'"ordinarium". Ho tentato di innovare nella tradizione, "nova et vetera", tenendo il gregoriano e la polifonia come modello ma componendo musica che risuoni nel 2017, non come una reliquia del passato. Ho pensato prima al rito e poi alla musica, cercando di capire come la mia musica avrebbe servito al meglio quel momento rituale. Ho cercato di fare in modo che i miei brani non appesantissero il rito e che prevedessero dove possibile l'intervento dei fedeli, perché sarebbe un errore lasciare alla riforma postconciliare il primato sulla partecipazione, quando esso fu richiamato anche da tutti i documenti precedenti al Concilio. Certamente quell'idea di partecipazione non significava partecipare alla banalizzazione, alla mediocrità, al cattivo gusto. Purtroppo questo è diventato nella nostra realtà.

Nel pellegrinaggio ho incontrato veri amici della Tradizione. Tanti, una maggioranza che ha riconosciuto come valido lo sforzo fatto nel cercare di mostrare come la Tradizione non è soprattutto guardare al passato, ma guardare all'origine e proiettarci nel futuro. La forma straordinaria è sempre giovane quando si veste di coraggio, non si fa impressionare dalla minoranza (perché è una minoranza, ma rumorosa) che ha paura di ogni cambiamento.

Si può essere d'accordo o meno sul mio stile, questo è legittimo. Ma non si può o si deve pensare che la forma straordinaria sia il culto del passato. Il cattolico (non il tradizionalista, come ha detto correttamente il cardinale Sarah) guarda a Gesù che viene e senza la Tradizione cade nell'abbraccio dello spirito mondano, anche nella liturgia.

Mi è capitato, quest'anno e l'anno precedente, di avere interessanti conversazioni con alte personalità ecclesiastiche del mondo anglosassone, in visita a Roma per il pellegrinaggio. Quando mi rinfacciavano il livello mediocre della musica che si ascolta nelle chiese italiane, cercavo di controbattere che l'influenza cattiva è venuta anche dalle loro parti. Ma che il livello sia mediocre, non bisogna che ce lo vengano a dire da fuori. Il nuovo per se stesso ci porta nel baratro in cui siamo.

Ma io ho tentato di andare per un altro sentiero, il "nova et vetera". Ciò che importa, è che la forma straordinaria non deve divenire il frigorifero dove conservare le cose per non farle ammuffire, ma la serra dove nascono nuovi fiori accanto ai vecchi.

In questo pellegrinaggio ho visto tante persone innamorate della Chiesa, della sua Tradizione, dei suoi riti. Giovani e meno giovani, da ogni angolo del mondo. E questa gente non ha paura del nuovo, non sono quelli che papa Francesco ha detto essere "rigidi". No, sono persone di oggi che non vogliono perdere la bellezza della liturgia, ma vogliono perdersi nella bellezza della liturgia. Io sono con loro.

Ma certamente c'è una parte di questo mondo che viene ben rappresentata dalla definizione di papa Francesco. Sono coloro che vorrebbero vivere nel passato o farlo rivivere come se oggi fossimo nel XVI secolo o giù di lì. Non hanno i volti sereni dei pellegrini che ho visto, ma coltivano rancori e li sfogano nell'ombra. Vorrei veramente aiutarli da fratello in Cristo e dire loro che in ogni secolo la Chiesa è stata all'avanguardia dell'eccellenza artistica perché ha dato campo a nuove creazioni.

Nuove creazioni non basate sul vuoto o su estetiche contrarie od opposte a quella cattolica, ma che prendevano a modello la grande Tradizione, che ben si misuravano con i modelli dei maestri precedenti e con questi modelli ben servivano il culto di Dio.

Io ho fatto del mio meglio. Ho seguito l'insegnamento dei papi, a cominciare da san Pio X. Almeno credo di aver contribuito a violare una sorta di "tabù" che è antitetico a quello che la Chiesa cattolica è sempre stata, una madre sempre feconda di bellezza e non, come forse pensano alcuni, una vecchia e inacidita signora che non esce mai di casa perché sola e impotente.














fonte: Settimo Cielo 







mercoledì 20 settembre 2017

SABATO 7 OTTOBRE: PELLEGRINAGGIO DEI GRUPPI DI MESSA ANTICA DELLA TOSCANA AL SANTUARIO DI MONTENERO






20 settembre 2017

X Pellegrinaggio al Santuario di Montenero, sabato 7 ottobre 2017: programma definitivo e informazioni

SABATO 7 OTTOBRE: PELLEGRINAGGIO DEI GRUPPI DI MESSA ANTICA DELLA TOSCANA AL SANTUARIO DELLA PATRONA DELLA NOSTRA REGIONE


Possiamo finalmente dare il programma definitivo del pellegrinaggio organizzato dal Coordinamento toscano al Santuario della Beata Vergine di Montenero (Livorno). Vi preghiamo di prender nota di alcune variazioni sugli orari, che potranno esser gradite in particolar modo a quanti provengono da lontano, che avranno più tempo a disposizione per poter partecipare anche alla tradizionale salita verso il Santuario, durante la quale i pellegrini recitano il Santo Rosario e intonano canti alla Vergine Maria.


Qui sotto il programma del pellegrinaggio, che si terrà sabato 7 ottobre 2017:


Ore 10,00 - Ritrovo dei pellegrini in Piazza delle Carrozze (Montenero Basso).

Ore 10,30 - Processione in salita al Santuario con recita del Santo Rosario.

Ore 11,30 - Santa Messa Pontificale in rito romano antico celebrata da S.Ecc.za Mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Santa Maria in Astana, con servizio liturgico a cura dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote. Si ricorda che grazie al decreto della Penitenzieria Apostolica del 18/9/2017, prot. 986/17 a firma di S. Em. il Cardinale Prefetto Mauro Piacenza, i fedeli potranno lucrare l'indulgenza plenaria, alle solite condizioni (confessione, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del S. Padre).







Il libretto della celebrazione, con testo integrale e traduzione a fronte, sarà distribuito ai fedeli già in piazza delle Carrozze oppure potrà esser trovato presso il Santuario.

Dopo la S. Messa, sarà possibile fermarsi a pranzo. Il Coordinamento offre la possibilità di pranzare presso un ristorante con menu fisso (pasto completo) a prezzo di 18 euro (più un piccolo obolo di uno-due euro per offrire il pranzo ai sacerdoti presenti). Si chiede a tutti i fedeli di prenotare al più presto per assicurarsi il posto e comunque non oltre il giorno 2 ottobre, scrivendo al Coordinamento oppure ai singoli gruppi (più in basso troverete tutti i contatti).


Invitiamo tutti coloro che volessero trattenersi a contattarci inviando una e-mail al Coordinamento (coordinamentotoscano@hotmail.it) o telefonando al numero 329/0538893. Chiunque non volesse fermarsi a pranzo, ma restare per la conferenza, potrà consumare un pasto al sacco o in altro luogo.



Ore 15.30 - Conferenza dal titolo: Il significato straordinario del messaggio di Fatima, presso la Sala San Gualberto del Santuario di Montenero . Relatore: S.Ecc.za Mons. Athanasius Schneider.




Si tengano inoltre presenti queste informazioni per raggiungere il Santuario.


Quanti giungeranno a Livorno con il treno, potranno sempre chiedere un passaggio al Coordinamento, ma tengano comunque presenti le seguenti informazioni. Dalla stazione centrale di Livorno è possibile arrivare a p.zza delle Carrozze (Montenero), dove parte la processione in salita al Santuario, con l'autobus di linea LAM ROSSA, che parte con cadenza molto regolare, all'incirca ogni 7-10 minuti. Gli orari sono comunque scaricabili su questo sito: http://www.livorno.cttnord.it/Orario_Invernale_Generale_In_Vigore_Da_Venerdi_15_Settembre/P/539


Si tenga conto che la salita, nonostante le pendenze, non è affatto lunga (meno di un km) ed è ben percorribile a piedi da chiunque, eccettuate persone malate o debilitate. Coloro che non saranno in grado di affrontare la salita, potranno comunque proseguire, con il medesimo biglietto dell'autobus, con la funicolare, che li condurrà direttamente davanti al Santuario.


Per quanti arriveranno in automobile, si tengano presenti queste indicazioni di massima per giungere in P.zza delle Carrozze (per il parcheggio, si consiglia di arrivare direttamente al Santuario, nei pressi del quale è possibile posteggiare l'auto gratuitamente, senza limiti di tempo):




1) Da Grosseto: Prendere la superstrada variante Aurelia (SS 1) in direzione Livorno. Dopo Castiglioncello, la superstrada finisce. Si prosegue con la strada statale, attraversando l'abitato di Quercianella. Prima del paese di Antignano, si svolta a destra, riprendendo la superstrada in direzione Livorno. Si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire dritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


2) Da Massa-Pisa: Prendere l'autostrada A12 in direzione Livorno. Si esce a Livorno e si prosegue sulla superstrada variante Aurelia in direzione Roma-Grosseto. Dopo qualche chilometro si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire diritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


3) Da Firenze: Prendere la superstrada Firenze-Pisa-Livorno. Uscire a Livorno (fare attenzione a non proseguire verso il porto) e proseguire sulla superstrada variante Aurelia in direzione Roma-Grosseto. Dopo qualche chilometro si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire dritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


4) Da Lucca-Pistoia-Prato: Prendere l'autostrada A11 in direzione Pisa-Mare. All'uscita di Pisa Nord, immettersi sull'A12 in direzione Livorno, e proseguire come indicato al n. 2.


Coloro che, provenendo da città toscane, non avendo a disposizione autovettura, preferissero un passaggio in automobile, potranno rivolgersi, oltre che direttamente al Coordinamento, anche ai gruppi più vicini al proprio luogo di residenza.




Li elenchiamo qui sotto, con il recapito di posta elettronica:

Bientina e zona di San Miniato (Pisa): Coetus Joseph Ratzinger coetusjr@gmail.com

Cecina: Comitato cecinese Pro multis: orobieteam@virgilio.it

Firenze: Confraternita di San Francesco Poverino: dante.pastorelli@virgilio.it

Livorno e dintorni: Associazione Cristo Re: cristore.livorno@hotmail.it

Lucca: Comitato lucchese Lucio III Papa: comitatolucchese@gmail.com

Pisa: Comitato pisano San Pio V: comitatopisanosanpiov@gmail.com

Pistoia: Associazione Madonna dell'Umiltà: associazionemadonnaumilta@gmail.com

Arezzo, Siena e Grosseto: scrivere a coordinamentotoscano@hotmail.it











https://coordinamentotoscano.blogspot.it/2017/09/x-pellegrinaggio-al-santuario-di.html





Il card. Muller: «Solo la Chiesa può dare speranza alla società»




Il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede ospite della giornata del Timone a Staggia senese: «Compito primario della Chiesa, di fronte alla società e in ogni ambito è quello di ampliare gli orizzonti dell’umano, allargando in continuazione i confini della sua razionalità».

Pubblichiamo ampi stralci della lezione magistrale tenuta dal cardinale Gerhard Müller sabato 16 settembre 2017 alla festa de Il Timone a Staggia Senese (SI).






di Gerhard L. card. Muller

(…) Senza la percezione di un significato oggettivo ed originario per tutto ciò che lo circonda, e di un significato ultimo della realtà tutta, la vita stessa viene percepita dall’uomo come priva di punti cardinali di riferimento, finendo così per perdere la speranza di trovare una solida base al suo esistere, di una roccia sicura su cui costruire il suo mondo e ad a cui appoggiare tutte le relazioni che egli intreccia. Ed un senso di smarrimento e di solitudine inizierebbero ad accompagnare la sua esistenza.

Dio stesso è il Significato, il Logos ultimo di tutto ciò che viviamo, in cui ci muoviamo e in cui esistiamo, come ci ricorda San Paolo (cf. At 17, 28). Perciò Egli, ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: perché potesse liberamente relazionarsi con lui. Ed ha voluto la ragione umana come il sigillo eminente di questa affinità relazionata, che si esprime anzitutto come esigenza di significato pregnante.

Dal Significato ultimo e positivo di tutto, una certezza ragionevole e affidabile

(…) Senza la certezza che tutto è imbastito e intrecciato di solidi e originari significati e che alla sorgente di tutto vi è un Bene inesauribile, basterebbero infatti le contraddizioni del vivere, l’esperienza dolorosa del male fisico e morale, fino a quella della morte, a incrinare e minare le basi della nostra speranza, della fiducia con cui guardiamo al futuro e costruiamo la nostra vita. Senza la certezza di un solido e positivo significato ultimo che a tutto soggiace, è quasi impossibile avere una ragionevole e robusta speranza.

Al massimo, ci rimarrebbe come possibilità o la faticosa ybris del tentativo – in verità prometeico e titanico – di essere noi coloro che conferiscono un significato al mondo: e questo mi sembra essere la strada imbroccata dall’uomo occidentale nella modernità, con tutti gli esiti riguardo alla speranza che sono sotto i nostri occhi. Vi è infatti chi, non a torto, ha definito questo uomo nello stesso tempo “sazio e disperato”.

Oppure, l’altra possibilità sarebbe il lasciarsi vivere in balìa delle circostanze. Qui vi è chi ha apostrofato l’uomo contemporaneo come “gaio e rassegnato”: un uomo che rimane, di fatto, indifferente alla sorte dei suoi fratelli uomini, preoccupato al massimo di stabilire e conservare relazioni “politicamente corrette”.

Richiamare tutto ciò mi sembra un primo ed importante contributo che la fede cristiana può e deve dare alla società odierna, grazie alla chiarezza sull’uomo e sul mondo che le provengono dalla Rivelazione che ha ricevuto in dono.

Riconoscendo un significato originario per ogni singolo essere che esiste e un Significato ultimo e positivo di tutto, l’uomo può sperare in un modo a lui consono, cioè in modo ragionevole e affidabile. Senza di ciò, è invece costretto inevitabilmente a ridurre la speranza a qualcosa di precario, che esce dalle sue sole mani, o di frammentario, che trova provvisoriamente qua e là mentre vive, accontentandosi di un desco momentaneo e di soddisfazioni non piene e non durature.

In primo luogo, ed in modo umile ma nello stesso tempo sincero e colmo di parresia, la Chiesa è chiamata a far presente quanto lei stessa riconosce necessario perché l’uomo possa sperare davvero. (…)

La Chiesa, Mater et Magistra

(…) Perciò la Chiesa può aiutare l’uomo solo quando è insieme ed inseparabilmente Mater et Magistra: verrebbe meno alla sua identità e missione se fosse l’una cosa senza l’altra, se non fosse ferma nel giudizio morale – non sugli uomini, nel cui cuore evidentemente può vedere solo Dio, ma sugli atti da loro compiuti! – e nello stesso tempo se non fosse anche una testimone misericordiosa – questo sì, con ciascun nostro fratello e sorella, cui siamo accomunati da una fragilità che non cessa di ferire la carne di noi tutti – che non si stanca di accompagnare con amore verso la verità e il bene. Sarebbe un errore imperdonabile per la Chiesa, venir meno in uno di questi due compiti che Le sono coessenziali.

Tutto ciò ci aiuta a comprendere perché la Chiesa, mentre ha il compito di testimoniare con umiltà e parresia quella vita nuova e positiva che la rende credibile agli uomini, e di cui l’ha dotata il suo Signore Risorto, ha anche quello di “annunciare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana”(Codice di Diritto Canonico, can. 747, § 2).

Ecco perché il Magistero e la Maternità della Chiesa si estendono anche a quei significati originari inscritti indelebilmente nella natura umana e che sono dote preziosa da riconoscere, accogliere, valorizzare e purificare, perché l’uomo corrisponda sempre più alla sua peculiare ed originale dignità. Si tratta di quei significati costitutivi che la tradizione, dagli autori classici fino all’epoca moderna, chiama legge morale “creaturale” o “naturale”. (…)

Il Significato Originario è venuto incontro all’uomo

(…) La speranza cristiana, con tutte le implicazioni che ne derivano e di cui abbiamo parlato finora, nasce anzitutto dall’annuncio e dall’esperienza vissuta che il Destino e l’Origine della vita non sono rimasti ad attenderci all’inizio e alla fine del tempo, ma ci sono venuti incontro, si sono fatti compagni alla nostra vita, sono entrati nella storia: con un nome ed un cognome, un volto ed un cuore pulsante. Questo volto si è fatto carico di tutto ciò che riguarda la nostra vita, nel bene e nel male: in Lui trova un eco ogni nostra aspettativa e gioia, come ogni angoscia e tristezza!

Anzi, Egli ha lasciato che il male si scagliasse su di Lui e lo annientasse, per creare un argine al male nella vita dell’uomo, e perché nulla potesse più separarci dalla vita buona, dalla vita pienamente umana che Lui è venuto a portarci. Ha dato e ridona, oggi stesso, la sua vita per me, perché se la mia libertà lo vuole, nulla possa più separarmi dal Bene, senza ombra di male, che Lui è. Tutto ciò, perché la mia vita, afferrandosi a Lui, possa non scivolare più nel nulla!

La sua Persona e la sua Opera, per realizzare tutto questo, sono divenute una possibilità contemporanea all’uomo di ogni tempo e luogo. Tutto ciò Egli ha compiuto, ed ancora oggi compie, nel suo continuo passaggio e far passare dalla morte alla vita, mediante la sua Pasqua. Egli si chiama Gesù Cristo.

Ancora oggi possiamo rapportarci a Lui, entrare in rapporto vitale con Lui, grazie ai suoi Amici e Testimoni, grazie alla Chiesa e a tutto ciò che la Chiesa ci insegna e ci dona di buono e di vero. Egli è il Vivente ed è Lui la nostra speranza!

Questa speranza è il deposito prezioso, dato “una volta per tutte” – come dice il Nuovo testamento nella lettera agli Ebrei (cf. 7, 27) – che la Chiesa, dagli Apostoli in poi custodisce, tramanda e di generazione in generazione, vive e comprende sempre più. In Lui vi è tutto ciò che la Chiesa “perpetua e trasmette a tutte le generazioni”, “tutto ciò che essa è e tutto ciò che essa crede” (Dei verbum, n. 8).

Questo è l’autentico tesoro che la Chiesa porta nascosto fra le sue povere membra, e che lascia intravedere anche attraverso le sue innumerevoli ferite. Questa è “la perla preziosa” di cui parla il Vangelo (cf. Mt 13, 46): è la ricchezza che la Chiesa ha da offrire al mondo.

Sperare è ampliare gli orizzonti dell’umano

Solo se l’uomo accetta di allargare la sua razionalità oltre la vista corta del momento, dei beni materiali e dell’immanenza, verso il mondo dei significati originari ed indelebili che lo costituiscono, fino al Significato Originario e Ultimo in cui Ragione e Amore coincidono, egli riesce ad ampliare anche gli orizzonti della sua umanità; ed a costruire società in cui la scienza, il diritto, la politica e l’economia non si rivolgono contro di lui bensì a vantaggio reale del bene di ciascun uomo e di tutti gli uomini. Solo così egli può uscire da quell’antinomia che altrimenti finirebbe per contrapporre sempre il bene della singola persona e quello “comune”.

In fondo, potremmo dire che compito primario della Chiesa, di fronte alla società e in ogni ambito, oltre a quello di sovvenire con sollecitudine i bisogni e le ferite dell’uomo, proprio per prevenire quei bisogni e quelle ferite – aperte in continuazione da sistemi organizzati non a favore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – è quello di ampliare gli orizzonti dell’umano, allargando in continuazione i confini della sua razionalità.

La presenza dello stesso Signore Risorto nella sua Chiesa è un continuo invito ad allargare gli orizzonti, verso una meta che sta sempre “più in là”, che trascende ogni confine e limite umano, verso quei traguardi che Lui, come Signore della Storia, tiene aperti agli uomini di buona volontà.

Questo è uno dei principali contributi che la Chiesa è chiamata ad offrire all’uomo e alla società di ogni tempo, che essa offre alla speranza stessa dell’uomo e senza di cui ogni opera sociale della Chiesa, pur meritoria, sarebbe solo un rincorrere situazioni e stare al seguito di agende dettate da altri. Essa, cioè, sarebbe sempre in ritardo rispetto al kairos da cui la chiama il Signore del tempo e della storia.

“Per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia” (C. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù): per sperare occorre esser consapevoli di aver ricevuto un grande dono. La Chiesa sa che, non per suo merito, è depositaria del Dono con cui è chiamata ad allargare in continuazione i suoi confini e quelli dell’uomo di ogni tempo e luogo. Un Dono fatto di Razionalità ed Amore, di Verità e di Misericordia, che ha lo scopo di servire l’uomo, cioè di aiutarlo a guardare al presente con fiducia costruttiva e al futuro con una speranza ragionevole e affidabile. Questo è il positivo contributo della Chiesa alle nostre società, a quello splendido e faticoso “mestiere” che è il nostro con-vivere umano.

*Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede



(fonte: lanuovabq.it)










Famiglia, attacco all'eredità di Giovanni Paolo II






di Riccardo Cascioli  (20-09-2017)

«Con il presente Motu proprio istituisco il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, che, legato alla Pontificia Università Lateranense, succede, sostituendolo, al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia (…) il quale pertanto, viene a cessare». L’articolo 1 del Motu Proprio Summa Familiae Cura, pubblicato ieri, sancisce così un altro atto di rottura con il Magistero di san Giovanni Paolo II che l’Istituto aveva creato nel 1982 con la Costituzione apostolica Magnum Matrimonii Sacramentum. Significativamente il documento porta la data dell’8 settembre, due giorni dopo la morte del cardinale Carlo Caffarra che, su incarico di Giovanni Paolo II, l’Istituto per gli Studi su matrimonio e Famiglia aveva fondato.

Sebbene nel Motu Proprio papa Francesco si ricolleghi alla «lungimirante intuizione di san Giovanni Paolo II», è evidente il segnale di forte discontinuità con il passato, anche se poi – va precisato – quello sancito ieri è ancora un passaggio, visto che la vera battaglia si giocherà ora sugli statuti dell’Istituto Teologico, che decideranno eventuali cambiamenti nella struttura dei corsi, nelle materie insegnate e nei docenti. Fino ad allora la vita dell’istituto dovrebbe continuare con gli stessi docenti e gli stessi corsi svolti finora, secondo quanto afferma il Motu Proprio e secondo quanto assicurato da monsignor Vincenzo Paglia, Gran Cancelliere dell’Istituto, nell’assemblea in cui ha presentato in anteprima il documento al corpo docente. Nessuno però si fa troppe illusioni, la determinazione a cambiare indirizzo politico costituirà una forma di pressione sugli attuali docenti, in massima parte “figli” di Giovanni Paolo II e del cardinale Caffarra, a cui si cercherà di affiancare qualche altro nuovo docente almeno fino alla battaglia decisiva.

Quanto ai contenuti è evidente che l'esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia è diventata il paradigma di ogni intervento, con la sua accentuazione pastorale e il costante riferimento ai segni dei tempi con non meglio precisate «richieste e appelli dello Spirito» che «risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia». E mentre la Amoris Laetitia è fondamento del nuovo corso, sparisce dall’atto costitutivo del nuovo istituto qualsiasi riferimento all’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, che era stata invece indicata come risposta adeguata ai tempi attuali da san Giovanni Paolo II.

Del resto la retorica sui tempi che sono cambiati e le sfide nuove che necessitano di «un approccio analitico e diversificato» per cui non è più possibile proporre «pratiche della pastorale e della missione che riflettono forme e modelli del passato», non reggono alla prova della realtà. Rileggendo la Magnum Matrimonii Sacramentum che aveva creato l’Istituto per Matrimonio e Famiglia – e più in generale ripercorrendo il magistero di Giovanni Paolo II - è evidente che le situazioni di disagio e il disfacimento della famiglia erano ben presenti e dibattute anche 30 anni fa.

Ciò che davvero fa la differenza è il giudizio sul mondo e sul compito della Chiesa. San Giovanni Paolo II aveva una chiara coscienza di un attacco in corso alla famiglia che assume i contorni dello scontro apocalittico. «La grandezza e la sapienza di Dio – diceva nel 1997 – si manifestano nelle Sue opere. Tuttavia, oggi sembra che i nemici di Dio, più che attaccare frontalmente l’Autore del creato, preferiscano colpirLo nelle sue opere. L’uomo è il culmine, il vertice delle Sue opere visibili. (…) Tra le verità oscurate nel cuore dell’uomo (…) sono particolarmente colpite tutte quelle che riguardano la famiglia. Attorno alla famiglia e alla vita si svolge oggi la lotta fondamentale della dignità dell’uomo». In tutto il magistero di Giovanni Paolo II è evidente il riconoscere la centralità della famiglia per il bene dell’uomo, famiglia sottoposta a violenti attacchi dalle «forze delle tenebre» che ne offuscano la verità causando quella devastazione sociale che ben conosciamo.

Di questa centralità della battaglia intorno alla famiglia e all’uomo si perde invece qualsiasi riferimento nella pastorale oggi proposta. Rimane la consapevolezza che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa», ma è una affermazione estranea a qualsiasi clima di conflittualità. Non c’è più un “mondo” ostile che vuole la distruzione della famiglia, ma tanti feriti, anche se non si sa bene da chi e perché.

Ben diversa si presenta dunque anche la missione della Chiesa. Per Giovanni Paolo II la creazione dell’Istituto per studi su Matrimonio e famiglia faceva parte di quel dovere fondamentale della Chiesa «di dichiarare a tutti il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia, di cui è tenuta ad assicurare il pieno vigore e la promozione umana e cristiana». Davanti all’attacco del mondo Giovanni Paolo II voleva formare un piccolo corpo speciale che approfondisse in modo scientifico «la verità su matrimonio e famiglia» così che «laici, religiosi e sacerdoti possano ricevere in materia una formazione scientifica sia filosofica-teologica, sia nelle scienze umane, in maniera che il loro ministero pastorale ed ecclesiale venga svolto in modo più adatto ed efficace per il bene del Popolo di Dio».

Oggi tutto diventa più sfumato, si parla di complessità e di «luci e ombre», l’affermazione della verità su matrimonio e famiglia viene considerata “divisiva”, creatrice di muri, per cui si preferisce allargare il discorso. Lo ha detto monsignor Paglia a Vatican Insider: «il Papa allarga la prospettiva» perché «ha ben compreso il compito storico della famiglia, sia nella Chiesa che nella società. E la famiglia non è un ideale astratto, ma una realtà maggioritaria della società, che deve riscoprire la sua vocazione nella storia». Dietro alla cortina fumogena di frasi a effetto, è chiara la questione: la verità su matrimonio e famiglia è un ideale astratto, bisogna mettersi in cammino con tanti altri alla riscoperta di ciò che può andare bene a tutti. È questo pensiero che spiega, ad esempio, come mai le nuove nomine nella Pontificia Accademia per la Vita includano personaggi favorevoli all’aborto o che fanno ricerca sugli embrioni, e spiega anche quale indirizzo si voglia dare al nuovo Istituto teologico per le Scienze su Matrimonio e Famiglia.

Sì, Giovanni Paolo II è stato fatto santo, ma si cerca di distruggere tutte le sue opere.


















fonte: La nuova Bussola Quotidiana 





martedì 19 settembre 2017

SUMMORUM PONTIFICUM. UNA “NUOVA” MESSA VETUS ORDO A SAN PIETRO. MOLTI GIOVANI, UN SEGNO DI VITALITÀ.





MARCO TOSATTI

Si è svolto a Roma, dal 14 al 17 settembre, l’annuale pellegrinaggio dei fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano, la cosiddetta “messa tridentina”. Uno dei momenti topici di questo evento, nel decennale del Motu Proprio Summorum Pontificum emanato da Benedetto XVI, è stata la Messa nella Basilica di San Pietro in Vaticano, messa celebrata da S.E Mons. Pozzo, che ha presieduto il sacro rito in sostituzione del Cardinal Carlo Caffarra, scomparso pochi giorni prima.

La Messa ha visto la partecipazione di migliaia di fedeli, tanti giovani. Probabilmente per la prima volta dopo decenni è stata commissionata al Mº Aurelio Porfiri una nuova Messa, eseguita in quella occasione, chiamata propriamente “Missa Summorum Pontificum”, in cui si prevedevano anche interventi dei fedeli nel canto di alcune parti.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi, o preferenze. Personalmente chi scrive trova che la messa secondo il vetus ordo esprime in maniera maestosa la sacralità profonda del sacrificio che si consuma sull’altare; e questo è qualche cosa che non sempre, per non dire troppo spesso, si perde nel modo in cui molti sacerdoti celebrano nella messa di Paolo VI. Che, se celebrata in maniera degna, è certamente bellissima e sacrale; ma forse permette delle “libertà” che la messa antica non concede. C’è da chiedersi perché in tutto il mondo molti giovani siano attratti da questo rito antico; probabilmente perché ha una sua bellezza evidente, e la bellezza è uno strumento di comunicazione profondo. Il fatto che sia stata creata una “nuova” messa per accompagnare la messa vecchia è una risposta e un segnale di vitalità al di là di polemiche stantie. Fermo restando che non si vede – e questo da un punto di vista laico e libertario – perché sia necessario fare difficoltà a fedeli e sacerdoti che desiderano partecipare al sacrificio eucaristico nel modo in cui si è svolto per secoli e secoli.

Abbiamo raccolto un parere da una persona che assisteva alla cerimonia, e lo partecipiamo con voi: “Ecco la Tradizione in cammino, la Tradizione che smentisce coloro che vedono solo rigidità nei fedeli legati a questa forma. Pur nel rispetto assoluto del rito e dei testi si può osare, facendo in modo che la Chiesa sia sempre madre anche della cultura, non del culturame. Moltissimi fedeli e sacerdoti hanno mostrato apprezzamento per la vitalità mostrata in questa occasione. Come al solito, qualcuno ha “abbaiato contro”, mai come in questa occasione sono apparsi latrati al vento”.







http://www.marcotosatti.com/2017/09/19/summorum-pontificum-una-nuova-messa-vetus-ordo-a-san-pietro-molti-giovani-un-segno-di-vitalita/








lunedì 18 settembre 2017

Mons. Antonio Livi: Combatto contro una Chiesa ideologica

Mons. Antonio Livi





di Fabrizio Cannone (“La Verità”, 16-09-2017)

Antonio Livi, nato a Prato nel 1938 è sicuramente uno dei decani della teologia cattolica contemporanea. Le sue numerose pubblicazioni vertono essenzialmente sulla verità logica, tema che è al centro del dibattito contemporaneo (neopositivismo logico, ermeneutica, razionalismo critico). L’appassionato impegno filosofico di Livi spiega perché questo pensatore ormai ottuagenario non sia mai stato un accademico intento a guardare con distacco alle vicende della società di oggi. Oltre all’insegnamento di storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Università statale di Perugia e di filosofia della conoscenza presso l’Università Lateranense di Roma (che è chiamata «l’università del Papa»), Livi ha fondato la casa editrice Leonardo da Vinci, dirige battagliere riviste come Sensus communis e di critica teologica come Fides Catholica e anima cenacoli culturali capaci di intervenire nel dibattito sui valori civili e religiosi da salvaguardare in politica.

In ogni aspetto di questa sua attività, intesa come intervento nella società, Livi si è sempre servito della sua riconosciuta competenza scientifica come logico. A questo riguardo, il testo fondamentale è Filosofia del senso comune (2010), tradotto in francese, in inglese e in spagnolo, cui si aggiunge recentemente Le leggi del pensiero (2016). Applicando poi questa sua dottrina ai problemi dell’ermeneutica teologica con Vera e falsa teologia(2017), Livi è diventato un punto di riferimento nella denuncia di quella teologia filoluterana che caratterizza il riformismo post conciliare.


Professor Livi, vuole descriverci in sintesi il suo percorso di studi?
Sono stato discepolo del grande filosofo francese Étienne Gilson, del quale ho tradotto e commentato Il realismo, metodo della filosofia. Egli mi ha fatto comprendere che la verità di qualsiasi tesi filosofica dipende dal suo coerente collegamento con il vero punto di partenza della riflessione filosofica che è l’esistenza reale degli enti. Il rifiuto del realismo ha reso la speculazione filosofica suggestiva ma priva di fondamento, sfociando inevitabilmente nell’ateismo e nel nichilismo.


Tra le sue tante attività di docenza, di ricerca e di apostolato quale considera la più importante per i nostri tempi?
Considero importante per i tempi in cui viviamo aiutare tutti coloro che hanno veramente a cuore la verità dell’esistenza a usare rettamente la ragione, a possedere gli strumenti logici dell’autentico discernimento. I miei lavori scientifici possono e debbono servire a tutti per saper discernere le verità assolute, metafisiche e morali, da quelle relative, fisiche, biologiche, psicologiche, sociologiche, economiche, politiche. Mentre le verità assolute sono sempre presenti alla coscienza di tutti e forniscono l’unica base possibile per un dialogo costruttivo tra le culture, le verità relative dipendono dalle contingenze storiche e da interessi di parte, sicché non possono mai essere universalmente condivise. Quando si pretende di imporre come assolute le verità relative, come fanno i fautori del pensiero unico al servizio del nuovo ordine mondiale, non c’è più vero dialogo tra le diverse istanze democratiche ma solo propaganda e colonialismo culturale. In rapporto alla fede cristiana, io combatto tutti i fondamentalismi, che sono sempre un uso pragmatico della verità rivelata, pretendendo di poter dedurre da verità religiose assolute, quelle che sono garantite dalla parola di Dio, certe conseguenze politiche che in realtà rispondono solo alle proprie opinioni ideologiche. Come filosofo e come credente mi ribello a questo vizio di imporre le proprie idee in nome di Dio. Il peccato contro lo Spirito Santo non si commette solo quando si nega una verità esplicitamente rivelata da Dio, ma anche quando si etichettano come “Vangelo” le proprie ipotesi umane, la propria visione delle questioni socio-politiche.


Ma allora quali sono i principi logici che Lei vuole riproporre per evitare oggi lo scientismo, il fanatismo ideologico, il fondamentalismo religioso?
Il rispetto di quello che i filosofi analitici americani hanno chiamato epistemic justification, la giustificazione epistemica. Ciò significa, in pratica, che ogni discorso che pretenda di essere recepito in pubblico come verità deve esibire le proprie credenziali logiche e non affidarsi soltanto agli strumenti della persuasione retorica o allo sbandieramento della propria o altrui autorità in materia».


È vero che i principali esponenti della teologia contemporanea sono affetti da relativismo dogmatico ed etico e da un pericoloso antropocentrismo?
Lo confermo. Io sostengo questa mia tesi, non per partito preso o per invidia del successo di altri, ma proprio perché questi altri hanno costruito e imposto nella Chiesa un’ideologia fondata su un intrico di sofismi e sulla pretesa autorità teologica di pensatori luterani dell’Ottocento, come Georg Hegel e Friedrich Schelling, o del Novecento, come Paul Tillich, Rudolf Bultmann, Karl Barth. I miei studi di storia della filosofia e della teologia mi hanno consentito di dimostrare che “il re è nudo”. In questo caso il re è il teologo gesuita Karl Rahner, il cui antropocentrismo è non solo pericoloso ma è deleterio per la fede cattolica. Rahner tenta di giustificare la “svolta antropologica della teologia” fingendo prima di rifarsi a san Tommaso d’Aquino e poi rifacendosi pedissequamente a Hegel e a Martin Heidegger. Questa inadeguata giustificazione della sua nuova teologia, basata solo sull’autorità di pensatori che nella Chiesa cattolica non dovrebbero avere autorità dogmatica, si riflette poi sull’ingiustificata autorità dogmatica che Rahner ha esercitato e continua a esercitare sui teologi cattolici e anche sui vescovi di tutto il mondo.















domenica 17 settembre 2017

SORPRESA, AI GIOVANI PIACE LA LITURGIA ANTICA








di Andrea Acali - Set 16, 2017

Pensare che il motu proprio “Summorum pontificum” sia stata una concessione ai tradizionalisti, in particolare per superare la dolosa frattura con i lefebvriani, sarebbe riduttivo e insufficiente. Lo ha detto mons. Guido Pozzo, segretario della Commissione Ecclesia Dei, nel suo intervento al V convegno organizzato all’Angelicum sul documento di Benedetto XVI entrato in vigore esattamente dieci anni fa con cui si stabiliscono le regole per la celebrazione della Messa con la liturgia antica. Un appuntamento di grande rilievo al quale hanno partecipato, tra gli altri, il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede cardinale Muller, il cardinale Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, l’ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi. Erano presenti anche il cardinale Burke e l’ex nunzio negli Stati Uniti mons. Carlo Viganò.


Antidoto all’arbitraria creatività
Chi pensa che il convegno fosse un raduno di “conservatori” e oppositori alla linea di Papa Francesco è totalmente fuori strada. Proprio per quello che ha spiegato monsignor Pozzo, che ha tracciato un bilancio “sostanzialmente positivo” dei dieci anni trascorsi: “Gli antichi libri liturgici non sono stati aboliti dal Concilio” ha ricordato l’arcivescovo, aggiungendo che lo scopo è in qualche modo far convivere le due forme rispettandone la specificità: “Nella Chiesa c’è sempre stata molteplicità di riti e varianti nel rito romano”. In particolare, ha sottolineato che “l’atteggiamento mentale e spirituale” di quanti celebrano e partecipano alla liturgia preconciliare “non è quello di chi è rivolto al passato”, di nostalgici melanconici, ma di chi vuole “ancorare l’animo a ciò che è perenne”, al patrimonio sempre attuale di quella liturgia, soprattutto dopo quelle derive postconciliari che pretendevano una rottura della continuità della tradizione. Così l’antico rito può essere “l’antidoto contro l’arbitraria creatività” che porta a “minimizzare il carattere sacrificale dell’Eucarestia” e “non va interpretato come una minaccia all’unità della Chiesa”. Non si tratta, pertanto, di “mettere in competizione” i due modi di celebrare ma quello più antico può rappresentare “una barriera al secolarismo, all’umanesimo sociologico e anticristiano. Non è un passo indietro ma guarda al futuro della Chiesa”.



L’intervento di mons. Pozzo. I numeri
Mons. Pozzo ha anche fornito qualche numero: nel 2007 in Francia c’erano 104 celebrazioni domenicali con il “vetus ordo”, oggi ce ne sono 221, che diventano 430 con quelle della Fraternità S. Pio X; in Germania si è passati da 35 a 54, in Gran Bretagna da 18 a 40, in Italia da 30 a 56, negli Stati Uniti da 230 a 480. Sorprendente, poi, l’accoglienza positiva che l’antico rito ha avuto in Estremo Oriente e nell’Europa orientale. Una crescita evidente pur di fronte alle difficoltà rappresentate dalla scarsità di sacerdoti disponibili come pure da pregiudizi ideologici o pastorali. Ed è sorprendente come tanti giovani, sia tra i fedeli che tra i seminaristi, apprezzino sempre di più il rito “tradizionale”, con un fiorire di vocazioni negli istituti sottoposti alla giurisdizione della “Ecclesia Dei” (le Fraternità di S. Pietro e S. Vincenzo Ferrer, i Servi di Gesù e Maria, gli istituti di Cristo Re e del Buon Pastore, i Figli del SS. Redentore).



L’intervento di Muller
Il cardinale Muller, calorosamente applaudito dal numeroso pubblico presente, ha ribadito che la religione cattolica non è un sistema teoretico che poi trova la sua applicazione pratica nella liturgia ma al contrario quest’ultima è “elemento centrale costitutivo dell’agire della Chiesa” perché in essa “agisce Cristo” e dunque, come ha ricordato il Concilio, è “fonte e culmine, fonte autentica, cioè norma per l’autocomprensione della Chiesa”. Il cardinale ha anche ricordato che “non è un costrutto dei primi cristiani ma gli elementi costitutivi (liturgia della parola, eucaristica) vengono dagli apostoli”. L’importanza della liturgia, secondo il porporato, risiede nel fatto che “lì avviene l’unione con Cristo, l’indirizzamento della volontà umana alla sua sequela, la speranza nella manifestazione di vita con Lui”. Muller ha anche citato Benedetto XVI: “Il primo volume della sua opera omnia (curata proprio dal cardinale, ndr) è dedicato alla liturgia”. E in essa “si decide il futuro della Chiesa” perché “è culto divino”.



Fedeli al contenuto
A margine del suo intervento, il cardinale ha ribadito che “dobbiamo essere fedeli al contenuto” perché “Dio non deve essere ridotto al nostro orizzonte ma Lui allarga l’orizzonte umano al mistero”. Ed ha fatto un esempio concreto: “Quando devo soffrire, capisco meglio il senso della sofferenza di Gesù per me, legare la propria esperienza della vita con la vita, la morte e la resurrezione di Gesù. Meditando la parola come Maria, uno entra di più nel mistero”. Sul piano pratico, riferendosi alle traduzioni dei libri liturgici, Muller ha sottolineato come la stessa lingua sia parlata in Paesi diversi con sfumature e termini differenti, pertanto “non può essere una singola conferenza episcopale a decidere. Serve una collaborazione delle conferenze episcopali di una stessa lingua. Ma anche in questo caso quello che importa è la fedeltà al contenuto della rivelazione, non sminuire l’efficienza della fede cattolica con alcune parole ‘leggere’ che nascondono che la fede è una sfida e non solo una terapia che approva tutto ciò che io penso”.


E’ stata un po’ la deriva postconciliare che ha portato allo svilimento di questi contenuti?
“Sì – ha risposto a In Terris il cardinale – C’è stata una certa ‘orizzontalizzazione’, sull’influsso della teologia liberale che ha ridotto il cristianesimo a cultura, lingua… Nel contesto del giubileo della riforma protestante si sottolinea sempre che Lutero ha introdotto il tedesco moderno ma questo non può essere la sostanza del cristianesimo. E’ un effetto collaterale, buono o cattivo, dipende, ma l’importante è la trascendenza che non è in contrasto con l’immanenza. Gesù come Figlio di Dio è divenuto Uomo, in lui c’è l’unità tra la dimensione verticale e quella orizzontale. Non vogliamo entrare nell’immanentismo o nel trascendentalismo ideale, come una filosofia hegheliana; il cristianesimo non è solo un’idea, è una persona, Gesù Cristo ma un uomo che è la persona del Logos della Trinità”.


La stupisce che tanti giovani siano attratti dal vecchio rito?
“Penso che tanti cercano la dimensione del mistero. Non la liturgia come tale ma alcuni hanno introdotto un certo ‘azionismo’: dobbiamo preparare la Messa, e preparano i canti, iniziative per bambini, un po’ superficiali, esteriori… Invece dobbiamo cercare la sostanza dell’incontro con Gesù, l’unione con Lui come segno della speranza, senso della mia vita, identità dell’uomo. Noi abbiamo l’unità tra la persona e la comunione, l’immediato contatto con Dio e anche la mediazione per la Chiesa. Abbiamo una ‘sintesi tranquillizzante’, grazie allo Spirito Santo: sia Papa Benedetto che Papa Francesco sempre parlano dello Spirito Santo come principio dell’armonia. Tutti questi elementi (il Papa, i sacerdoti, i fedeli, la parola, i sacramenti) non sono principi contrastanti, dialettici, che lottano uno contro l’altro”.


Evidente il contrasto con il protestantesimo.
“Certamente, non c’è quella parola esclusiva: sola scrittura… è principio normativo ma in unione con la tradizione viva; sola grazia… tutto dipende dalla grazia ma essa ci dà un’opzione per una vera cooperazione umana; i carismi dei fedeli… non sono in contrasto con il sacramento dell’ordine in virtù del quale uno viene ordinato a rappresentare Gesù come capo della Chiesa; ragione e fede non sono in contrasto ma sono unite, la fede ha una dimensione logica in sé perché è la fede rivelata del Logos. Perciò la ragione non viene da fuori: dimensione materiale e dimensione ideale fanno parte integrale della nostra concezione della realtà”.

Una celebrazione con il rito antico. Dettagli d’amore
Nel suo intervento, il cardinale Sarah ha ricordato la necessità di curare la liturgia come dimostrazione di amore a Dio: “Come ogni marito e moglie sanno, in ogni rapporto d’amore i più piccoli dettagli sono molto importanti, perché è in essi, e attraverso di essi, che l’amore si esprime e si vive giorno dopo giorno. Le ‘piccole cose’ nella vita matrimoniale esprimono e proteggono le realtà più grandi, tanto che il matrimonio inizia a rompersi quando questi dettagli vengono meno. Così anche nella liturgia: quando i suoi piccoli rituali diventano routine e non esprimono le realtà del mio cuore e della mia anima, quando non mi prendo più cura dei dettagli, allora vi è il grande pericolo che il mio amore a Dio si raffreddi”. Il prefetto del Culto divino ha poi messo in guardia da una malintesa inculturazione, soprattutto in Africa, Asia e America latina, che riduce la celebrazione eucaristica a una sorta di “manifestazione folkloristica”. Il cardinale ha rimarcato anche la fioritura di vocazioni nei gruppi che seguono il rito antico che, per quanto destinati a rimanere una piccola percentuale in seno alla Chiesa, hanno pari dignità: “non siete tradizionalisti, siete cattolici al pari mio e del Papa. Voi non siete di seconda classe o membri particolari della Chiesa Cattolica a motivo del vostro culto e delle vostre pratiche spirituali, che sono state quelle di innumerevoli santi. Siete chiamati da Dio, come tutti i battezzati, a prendere il vostro posto nella vita e nella missione della Chiesa nel mondo di oggi”.












http://www.interris.it/




sabato 16 settembre 2017

Le parole di Pietro




di  Aldo Maria Valli  (16-09-2017)

Le numerose e sempre vivaci reazioni a quanto Francesco dice durante le conferenze stampa sui voli di rientro dai viaggi apostolici internazionali (l’ultimo, quello dalla Colombia), spingono ad alcune riflessioni sul modo di comunicare del papa e sulla portata delle sue opinioni personali. Indagine che si lega da un lato alla questione del rilievo assunto dalla figura papale nella sfera pubblica, dall’altro a un’analisi degli autentici compiti del successore di Pietro.

Per secoli il vicario di Cristo sulla terra ha vissuto nella riservatezza, ha parlato poco e pochi erano al corrente di ciò che diceva, tanto che si poteva benissimo essere cattolici senza neppure conoscere il suo nome. Anche quando aveva un peso politico decisivo, il suo modo di esprimersi era codificato e avveniva attraverso documenti ufficiali. L’uso delle lingue correnti al posto del latino e, ancor di più, la diffusione dei mezzi di comunicazione sociale (il primo radiomessaggio di Pio XI è del febbraio 1931) hanno modificato completamente il quadro, facendo del papa una figura di rilievo mondiale, spesso al centro delle cronache. Contemporaneamente, in modo inversamente proporzionale, la sua reale capacità di incidenza è diminuita (ai tempi di Giovanni Paolo II la battuta era «applaudono il cantante ma non la canzone»), ma sta di fatto che il papa, di sua iniziativa o perché sollecitato, ha allargato enormemente la sfera di intervento, e da alcuni decenni, specie a partire dal Concilio Vaticano II, non si occupa più soltanto di fede, dottrina, morale e governo della Chiesa, ma veramente di ogni questione riguardante la vita dei singoli e della società. Con il pontificato di Francesco, poi, si è accentuata la tendenza a intervenire mediante modalità comunicative, come la conferenza stampa e l’intervista, che si prestano non soltanto ad allargare il campo degli argomenti, ma anche a sollecitare l’opinione personale del papa.

Parlare di tutto?

Ora è evidente che quando parla un po’ di tutto, e specialmente se lo fa durante interviste o conferenze stampa, senza un testo preparato in precedenza e meditato, il papa, come qualunque altro uomo, può benissimo essere superficiale o cadere in errore. Per l’osservatore avveduto, poco male. Chi conosce le prerogative e i compiti del papa sa che quando non è espresso «ex cathedra», o per lo meno non attraverso documenti ufficiali, elaborati con particolare cura, il pensiero papale, perfino se si occupa di fede e vita religiosa, vale come opinione personale. Il problema è che il «media system», pur imbevuto di laicismo, al cospetto di un papa come Francesco, il cui pensiero sotto molti aspetti si dimostra in linea con quello dominante, per proprio tornaconto diventa così clericale da «sacralizzare» ogni espressione papale. Così, anche quando si tratta di una semplice opinione personale, e anche quando l’uomo-papa dimostra di non essere sufficientemente preparato sulla specifica questione, «l’ha detto il papa» diventa una sorta di sigillo veritativo.

Un po’ di buon senso

Come rimettere, almeno un po’, le cose a posto? Non sono un teologo e non mi avventuro (a proposito di competenza) in un campo non mio. Osservo soltanto che, forse, si potrebbe applicare semplicemente il buon senso. Per esempio, intervenire solo su questioni che sono state studiate e approfondite, lasciando perdere le altre e riconoscendo che in proposito non si ha nulla da dire. Si fornirebbe così, oltretutto, un esempio di serietà e umiltà in un mondo che soffre a causa della verbosità dilagante e della pretesa di intervenire sempre e comunque, anche quando non si sa letteralmente di che cosa si sta parlando. Credo che se un’autorità come il papa, di fronte a una domanda rispetto alla quale sente di non essere preparato, rispondesse «non so», non ne risulterebbe sminuito. Anzi, darebbe un contributo di onestà e integrità superiore a quello che può dare avventurandosi in risposte che spesso ottengono soltanto il risultato di accrescere il tasso, già molto elevato, di confusione.

Un questione di prudenza

Il discorso sulla comunicazione papale si lega a questo punto a quello dei reali compiti del successore di Pietro, che oggi rischiano di essere persi di vista. In proposito mi sembra il caso di riflettere su alcune parole che Benedetto XVI pronunciò in un’udienza del mercoledì (catechesi del 7 giugno 2006) dedicata a «Pietro, la roccia su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa».

Sottolineato che il mandato di Gesù nei confronti di Pietro arriva solo dopo che l’apostolo ha fatto la sua confessione di fede (un aspetto che non andrebbe mai trascurato), Benedetto XVI osserva che le prerogative di Pietro già in quel momento sono fissate in modo chiaro: «Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l’edificio della Chiesa; egli avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto; infine, egli potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. È sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro».

«È sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro». Questa consapevolezza, di per sé, dovrebbe spingere Pietro a esprimersi esclusivamente sui temi collegati ai suoi compiti istituzionali (ripetiamo: essere il fondamento roccioso, amministrare l’uso delle chiavi del Regno, legare e sciogliere), evitando di occuparsi d’altro e di mettere in primo piano le opinioni personali. Si tratta di esercitare la virtù della prudenza. Che non vuol dire paura, autocensura o fuga. Significa avere coscienza del fatto che tu, Pietro, sei il custode di un tesoro grande, che va ben al di là della tua persona, e non ti è dunque consentita una banalizzazione del tuo ruolo.

Ascoltiamo ancora Benedetto XVI: «Il fatto, poi, che diversi dei testi chiave riferiti a Pietro possano essere ricondotti al contesto dell’Ultima Cena, in cui Cristo conferisce a Pietro il ministero di confermare i fratelli (cfr Lc22,31 s.), mostra come la Chiesa che nasce dal memoriale pasquale celebrato nell’Eucaristia abbia nel ministero affidato a Pietro uno dei suoi elementi costitutivi».

Sono puntualizzazioni da non considerare scontate. Primo: il ministero di Pietro è uno degli elementi costitutivi della Chiesa, ma non certo il solo. Secondo: la missione affidata a Pietro è confermare i fratelli nella fede.

Annota poi Benedetto XVI: «Questa contestualizzazione del Primato di Pietro nell’Ultima Cena, nel momento istitutivo dell’Eucaristia, Pasqua del Signore, indica anche il senso ultimo di questo Primato: Pietro, per tutti i tempi, dev’essere il custode della comunione con Cristo; deve guidare alla comunione con Cristo; deve preoccuparsi che la rete non si rompa e possa così perdurare la comunione universale. Solo insieme possiamo essere con Cristo, che è il Signore di tutti. Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno».

Dopo di che papa Ratzinger chiede di pregare perché «il Primato di Pietro, affidato a povere persone umane, possa sempre essere esercitato in questo senso originario voluto dal Signore».

Il papa? Un custode

Custode della fede e custode della comunione con Cristo e con i fratelli. La «povera persona umana» che diventa papa sa di non essere altro. E le sue scelte devono essere conseguenti. Anche nel modo di comunicare. Può il compito della custodia sposarsi con l’interventismo, con il protagonismo, con la tendenza a parlare di tutto manifestando le proprie opinioni personali? Certamente no.

L’esempio di Giuseppe

A proposito del concetto di custodia, papa Francesco pronunciò parole molto belle nell’omelia per la messa di inizio pontificato (19 marzo 2013), quando, prendendo spunto dalla figura di Giuseppe, custode di Maria e di Gesù, disse: «Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende […]. Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio […] e Giuseppe è “custode” perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui, cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo!».

Sappiamo quanto papa Francesco sia devoto a san Giuseppe e crediamo che ispirarsi a lui, come figura di custode, sia un ottimo proposito, anche per quanto riguarda la sfera della comunicazione.

La comunione infranta

Infine, con un aggancio alla realtà ecclesiale che stiamo vivendo, qualche considerazione sulla comunione che Pietro è chiamato a garantire.

Come forse sapete, un autorevole filosofo cattolico, Josef Seifert, amico di san Giovanni Paolo II e già membro della Pontificia accademia per la vita, è stato allontanato dalla sede spagnola dell’Accademia internazionale di filosofia, da lui stesso fondata, per aver espresso valutazioni critiche nei confronti di «Amoris laetitia» e in particolare sul paragrafo 303 del capitolo ottavo, dove, secondo Seifert, il papa arriva a sostenere che, a rigor di logica, Dio può chiedere, in talune circostanze, ogni tipo di azione cattiva, come l’adulterio, contraddicendo i suoi stessi comandamenti.

La decisione di allontanare il filosofo è stata presa dall’arcivescovo di Granada, Francisco Javier Martínez Fernández, secondo il quale Seifert «danneggia la comunione della Chiesa, confonde la fede dei fedeli e suscita sfiducia nel successore di Pietro, il che, alla fine, non serve alla verità della fede, ma agli interessi del mondo».

Mi permetto di osservare che non le lucide e rispettose valutazioni del professor Seifert (le quali avrebbero bisogno di essere discusse, non punite), ma proprio provvedimenti come quelli dell’arcivescovo spagnolo danneggiano veramente la comunione della Chiesa. E sarebbe stupendo se da Santa Marta arrivasse un segnale in senso contrario, nel nome di quella «parresia» sempre invocata.

Ma sulla questione della comunione, in relazione al caso Seifert, c’è un’altra riflessione da fare. Se n’è incaricato il professor Claudio Pierantoni, docente di filosofia all’Universidad de Chile, che in un recente saggio intitolato « Josef Seifert, Pure Logic, anche the Biginning of the Official Persecution of Orthodoxy within the Church» (http://www.aemaet.de/index.php/aemaet/article/view/46) a un certo punto scrive: «Innanzitutto, per affermare che qualcuno “danneggia la comunione della Chiesa” in qualche materia, si deve in precedenza supporre che una qualche comunione, riguardo al soggetto che stiamo discutendo, esista effettivamente nella Chiesa. Ora, quale vescovo, quale sacerdote, quale persona istruita e informata nella Chiesa cattolica oggi non sa che non esiste un soggetto attualmente più controverso e più impelagato in una così terribile confusione come questo? In quale altra materia, chiedo, “la fede dei fedeli” è più confusa dalle più contrastanti voci in conseguenza della pubblicazione di “Amoris laetitia”?».

Prosegue Pierantoni: «Qualcuno potrebbe obiettare che la confusione già esisteva prima di AL: sì, ma l’enorme problema con AL è che le correnti di pensiero relativistiche e di “etica della situazione”, che i tre papi precedenti avevano tentato di arginare, sono ora entrate surrettiziamente nelle pagine di un documento ufficiale del papa. Si è arrivati al punto che uno dei più importanti e lucidi difensori del precedente magistero durante più di tre decenni, personalmente sostenuto e incoraggiato nella sua attività filosofica da san Giovanni Paolo II come uno dei suoi alleati più preziosi nella difesa della dottrina morale infallibile della Chiesa, Josef Seifert, è ora licenziato e trattato come un nemico della comunione della stessa Chiesa».

Conseguenze disastrose

«Altrettanto ingiustificato e ingenuo, credo, è l’affermare che Seifert “semina sfiducia verso il successore di Pietro”. L’arcivescovo Martínez sembra ignaro di ciò che è altrettanto evidente di quanto abbiamo detto prima: includendo in un documento ufficiale affermazioni che contraddicono punti essenziali del precedente magistero e della dottrina millenaria della Chiesa, papa Francesco ha direttamente rivolto su di sé la profonda diffidenza di un numero immenso di fedeli cattolici. La conseguenza disastrosa è che questa sfiducia finisce col colpire, nella mente di molti, il papato stesso».

«E qual è la vera causa di questa diffidenza? Può davvero essere il forte e costante impegno di Josef Seifert di opporsi all’errore dell’etica della situazione, un impegno a cui ha dedicato quasi tutta la sua vita e quella dell’istituzione che ha fondato, in servizio fedele alla Chiesa e alla Parola di Dio? O non sarà piuttosto il fatto che a questo stesso errore, contrario a tutta la tradizione cristiana (una tradizione di recente riaffermata in un’enciclica tanto solenne e importante come “Veritatis splendor”) è stato ora consentito di insinuarsi in un documento papale?».

Penso che quando il professor Pierantoni parla della comunione infranta da alcune delle tesi sostenute in «Amoris laetitia» e della «disastrosa conseguenza» della sfiducia nei confronti del papato metta il dito in due piaghe dolorose, meritevoli di essere affrontate a viso aperto (anche pensando a chi dovrà esercitare il ministero petrino dopo Francesco) e non di essere nascoste mediante la reticenza, l’ambiguità e il ricorso alla stroncatura e alla censura.

Aldo Maria Valli











venerdì 15 settembre 2017

SARAH AI GRUPPI STABILI "Non siete tradizionalisti, ma cattolici. Uscite dal ghetto"




di Andrea Zambrano (15/09/2017)

“Non siete tradizionalisti, siete cattolici al pari mio e del Papa”. Le parole del cardinal Robert Sarah, Prefetto del culto Divino arrivano scandite quasi al termine della relazione tenuta dal porporato nel corso del Convegno a dieci anni dal Summorum Pontificum di Benedetto XVI. E sembrano porre fine a una lunga traversata nel deserto compiuta dai gruppi stabili e dai tanti monaci e religiosi (all’Angelicum di Roma ieri erano soprattutto francesi e italiani) che in questi anni hanno sperimentato i benefici della forma straordinaria del rito romano.

E' la cosiddetta messa in latino o messa tridentina. Un clichè linguistico buono per tenere a bada e inquadrare un fenomeno nato in sordina, ma che oggi è cresciuto a tal punto che il termine tradizionalista sta stretto e per certi versi è ingeneroso dato che la maggior parte dei fedeli che hanno questa sensibilità sono giovani e nostalgici di nulla. A dare piena cittadinanza alla forma straordinaria del rito romano è arrivato anche l’attuale prefetto della disciplina dei Sacramenti che ha colto l’occasione nel corso della lectio magistralis di ieri per chiarire anche alcune sue espressioni che avevano scatenato i sospetti di alcuni guardiani della rivoluzione: l’orientamento in primis e la Riforma della Riforma secondariamente.

Non prima di ricordare che il motu proprio è stato “un segno di riconciliazione nella Chiesa che ha portato molto frutto e che in questo senso è stato fatto anche da Papa Francesco”. Partendo da Ratzinger il cardinale ha ricordato che «la dimenticanza di Dio è il pericolo più incalzante del nostro tempo». “Se la Chiesa di oggi è meno zelante ed efficace nel portare le persone a Cristo – ha detto alla platea dell’Angelicum -, una delle cause può essere la nostra mancata partecipazione alla Sacra Liturgia in modo autentico ed efficace. E ciò forse è dovuto a sua volta ad una mancanza di una adeguata formazione liturgica – di cui è preoccupato anche il nostro Santo Padre, Francesco, quando dice che “una liturgia che fosse staccata dal culto spirituale rischierebbe di svuotarsi”.

Per Sarah “questo può essere anche dovuto al fatto che molto spesso la liturgia, così come viene celebrata, non è celebrata fedelmente e pienamente come la intende la Chiesa, ma depauperandoci o deprivandoci di quel pieno incontro con Cristo nella Chiesa, che è un diritto di ogni battezzato”. Tanto che “molte liturgie sono davvero nient’altro che “antropocentriche”, “un teatro, un divertimento mondano, con tanti rumori, danze e movimenti corporali che assomigliano alle nostre manifestazioni folkloriche”. Invece, la liturgia è il momento di un incontro personale e di intimità con Dio e qui il cardinale ha ammonito Africa, Asia e America Latina a riflettere “sulla loro ambizione umana di inculturare la liturgia, in modo da evitare la superficialità, il folklore e l’autocelebrazione culturale”.

Ma che cosa c’entra questo con la messa in forma tridentina? C’entra perché nel cosiddetto usus antiquior questi rischi vengono notevolmente depotenziati. Come quello di perdere un orientamento liturgico che, lungi dall’essere una questione formale, rappresenta invece un dettaglio fondamentale per parlare con Dio. Dettaglio. Sarah lo ribadisce, ricordando di averne già parlato e di come negli ultimi anni il tornare a “volgersi ad Deum o ad orientem durante la liturgia Eucaristica, sia gestualità quasi universalmente assunta nelle celebrazioni dell’usus antiquior”.

Ma anche la pratica dell’orientamento “è perfettamente appropriata – e io insisto – e pastoralmente vantaggiosa, nella forma più moderna del rito Romano”. Il cardinale è consapevole che questo potrebbe causargli l’accusa di essere attento ai dettagli: “Sì, - ha proseguito - perché come ogni marito e moglie sanno, in ogni rapporto d’amore i più piccoli dettagli sono molto importanti, perché è in essi, e attraverso di essi, che l’amore si esprime e si vive giorno dopo giorno. Le ‘piccole cose’ nella vita matrimoniale esprimono e proteggono le realtà più grandi, tanto che il matrimonio inizia a rompersi quando questi dettagli vengono meno. Così anche nella liturgia: quando i suoi piccoli rituali diventano routine e non sono più atti di culto che esprimono le realtà del mio cuore e della mia anima, quando non mi prendo più cura dei dettagli, allora vi è il grande pericolo che il mio amore a Dio Onnipotente si raffreddi”.

Stesso argomento per il silenzio, il solo che “può edificare ciò che sosterrà la sacra celebrazione perché il rumore uccide la liturgia, assassina la preghiera, ci strappa e ci esilia lontano da Dio”. Si arriva così nel cuore della solenne celebrazione della Santa Messa nell’usus antiquior che “è un ottimo paradigma di questo, poiché, con i suoi livelli di ricco contenuto e i diversi punti di collegamento con l’azione di Cristo, ci permette di raggiungere tale silenzio. Tutto ciò è certamente un tesoro con il quale possono essere arricchite alcune celebrazioni dell’usus recentior, a volte purtroppo orizzontali e rumorose”.

Le riflessioni di Sarah però hanno come protagonista la messa in generale e non soltanto quella in forma straordinaria. Infatti il cardinale ha invitato a “non pregare il breviario con il proprio telefonino o il proprio ipad” perché “non è dignitoso, desacralizza la preghiera. Questo apparecchio non è uno strumento consacrato e riservato a Dio”. Ma anche scattare fotografie durante la Sacra Liturgia da parte di presbiteri.

Sui gruppi stabili Sarah ha espresso tutta la sua gratitudine testimoniando “la sincerità e la devozione di questi giovani uomini e donne, sacerdoti e laici e delle buone vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa che sono nate in comunità che celebrano l’usus antiquior”. E’ la miglior risposta a chi ritiene l’uso della messa tridentina ad un uso passatista o nostalgico: “A coloro che nutrono dei dubbi al riguardo io direi: visitate queste comunità e cercate di conoscerle, specialmente i giovani che vi fanno parte. Aprite i vostri cuori e le vostre menti a questi nostri giovani fratelli e sorelle, e guardate il bene che fanno. Non sono nostalgici né amareggiati né oppressi dalle lotte ecclesiastiche dei recenti decenni; essi sono pieni della gioia di vivere la vita di Cristo in mezzo alle sfide del mondo moderno”. Un appello esteso anche “ai miei fratelli vescovi: questi fedeli, queste comunità hanno una grande necessità di cura paterna. Non dobbiamo lasciare che le nostre preferenze personali oppure le incomprensioni del passato tengano lontani i fedeli che aderiscono alla forma straordinaria del Rito Romano”.

Perché – è il senso delle parole di Sarah - l’usus antiquior dovrebbe essere considerato come una parte normale della vita della Chiesa del ventunesimo secolo. “Statisticamente esso può ben rappresentare e rimanere una piccola parte della vita della Chiesa, come prevedeva Papa Benedetto XVI, ma non per questo è una via inferiore e di “seconda classe”. Non ci dovrebbe essere concorrenza tra la forma ordinaria e quella straordinaria dell’unico Rito Romano: la celebrazione di tutte e due le forme dovrebbe essere un elemento naturale della vita della Chiesa nei nostri giorni”
Infine una parola “paterna” a tutti coloro che sono associati alla forma più antica del Rito Romano. “Alcuni, quando non addirittura voi stessi, vi chiamano “tradizionalisti”. Per favore, non lo fate più. Voi non siete rinchiusi in una scatola su un ripiano di una libreria o in un museo di curiosità. Voi non siete tradizionalisti: voi siete cattolici del Rito Romano come me e come il Santo Padre. Voi non siete di seconda classe o membri particolari della Chiesa Cattolica a motivo del vostro culto e delle vostre pratiche spirituali, che sono state quelle di innumerevoli santi. Voi siete chiamati da Dio, come tutti i battezzati, a prendere il vostro posto nella vita e nella missione della Chiesa nel mondo di oggi, al quale anche voi siete inviati”.

E ancora: “Se voi non avete lasciato ancora le catene del “ghetto tradizionalista”per favore fatelo oggi. Dio Onnipotente vi chiama a fare questo. Nessuno vi ruberà l’usus antiquior, ma molti saranno beneficati, in questa vita e nella futura, dalla vostra fedele testimonianza cristiana che avrà tanto da offrire, considerando la profonda formazione nella fede che gli antichi riti, e l’ambiente spirituale e dottrinale ad essi connessi, vi hanno dato perché "non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa". Questa è la vostra vera vocazione, la missione alla quale vi chiama la Providenza divina nel suscitare , in tempo opportuno il Motu Proprio Summorum Pontificum”.








http://h2.lanuovabq.it/it/non-siete-tradizionalisti-ma-cattolici-uscite-dal-ghetto






giovedì 14 settembre 2017

Denuncia contro i vescovi belgi.






di Christophe Buffin de Chosal (13-09-2017)

Un gruppo di cattolici belgi aveva inviato una denuncia al cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, che è stata poi reindirizzata al cardinale Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, a causa dell’improvviso dimissionamento dello stesso cardinale Müller.

La denuncia riguarda il cardinale Josef De Kesel, arcivescovo di Malines-Bruxelles, e i vescovi francofoni del Belgio per aver, collettivamente, preso le distanze dal professor Stéphane Mercier, licenziato dall’Università Cattolica di Lovanio per aver definito l’aborto un omicidio. Invece di sostenere il coraggioso docente che ha solo ricordato la morale della Chiesa all’interno di un’istituzione cattolica, i vescovi belgi lo hanno abbandonato al linciaggio mediatico, affermando che la sua posizione era “grottesca”.

Ad una domanda circa il licenziamento, la portavoce dell’Università Cattolica di Lovanio, Tania Van Hemelryck, ha pubblicamente sconfessato il professor Mercier, spiegando che «sono degli argomenti assolutamente inaccettabili visto che UCL difende il diritto fondamentale all’aborto» che è uno dei suoi «valori» (RTL e RTBF, 21 marzo 2017).

Il cardinale Jozef De Kesel (nella foto a lato) e i vescovi belgi francofoni non hanno reagito a questa presa di posizione, ancora più scandalosa per il fatto che emana da un’università cattolica, e hanno ignorato tutte le richieste pervenute dagli ambienti cattolici di cogliere l’occasione per ribadire la loro adesione all’insegnamento morale della Chiesa sull’aborto.

Gli autori della denuncia accusano quindi il cardinale Josef De Kesel e i vescovi francofoni del Belgio: 1) di non aderire alla morale cattolica poiché si rifiutano di qualificare l’aborto come un crimine, 2) di aver commesso una grave ingiustizia lasciando che fosse sanzionato un professore fedele all’insegnamento della Chiesa, e 3) di aver recato scandalo per non aver ammonito l’Università Cattolica di Lovanio sulla questione dell’aborto.

Vista la mancata risposta dei vescovi, i firmatari della denuncia chiedono di avviare un’indagine per verificare le accuse e procedere con le adeguate sanzioni, vale a dire una pubblica ritrattazione da parte del cardinale Josef De Kesel e dei vescovi francofoni e le loro dimissioni collettive.

Gli autori della denuncia giustamente sottolineano che «il Belgio è all’avanguardia nella legislazione permissiva sulla morale della famiglia e sul rispetto della vita. Il divorzio colpisce una famiglia su tre e, a Bruxelles, una famiglia su due. Il concubinato e l’adulterio sono situazioni ormai banali. La pratica religiosa è notevolmente diminuita e l’età media dei pochi parrocchiani è di circa 65 anni. I vescovi si sono concentrati su un progetto di desacralizzazione e di vendite di chiese – spesso contro la volontà dei loro parrocchiani. I seminari si svuotano. I conventi vengono venduti. Non si può che constatare che questa situazione, già tragica sotto il cardinale Danneels, è diventata disperata dopo l’avvento del cardinale De Kesel». «I nostri vescovi – continuano gli autori – sembrano oggi più interessati a gestire la bancarotta e la liquidazione della Chiesa del Belgio che a lavorare per una nuova evangelizzazione. Infangati dagli scandali di pedofilia, cercano soprattutto di essere ben visti adottando posizioni progressiste in chiara rottura con la dottrina della Chiesa. La loro fede e la loro morale sono più che dubbiose. D’altra parte invece, la loro sottomissione al potere politico, al “dogma” del “politicamente corretto”, ai “valori umanistici” e, infine, la loro collaborazione attiva ad un’apostasia generale, sono così evidenti che Roma potrà presto deplorare la scomparsa del cattolicesimo in Belgio e la persecuzione degli ultimi fedeli».

Più che una denuncia, è una richiesta di aiuto. Sarà ascoltata?





(fonte: corrispondenzaromana.it)







mercoledì 13 settembre 2017

Psicologia e cattolicesimo: la soluzione è antropologica






di Roberto Marchesini (13/09/2017)


Quando ho letto lo slogan rimbalzare da una testata all'altra mi è venuto da ridere.

«Il papa sdogana la psicoanalisi» (in tempi cristiani si sarebbe scritto «battezza», o «benedice»).

Ovviamente Francesco non ha fatto nulla di simile. Ha semplicemente dichiarato: «Per sei mesi sono andato a casa sua [di una psicoanalista ebrea] una volta alla settimana per chiarire alcune cose». Tutto qui. Una breve consultazione, non sappiamo né il perché né con quale esito.

Tanto per dire: papa Benedetto suonava il pianoforte, strumento bandito dalle chiese; eppure nessuno si è mai sognato di scrivere «Il papa sdogana il pianoforte». Sarebbe stata una solenne sciocchezza.

Invece accade anche questo, durante questo pontificato. I commenti, poi non sono da meno: la Chiesa avrebbe «sempre osteggiato con tutti i mezzi, anche “illegali”, la psicoanalisi, avvertita come pericolosa concorrente, come “colpevole” di aver infranto il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime».

Finalmente «Francesco non soltanto ha “sdoganato” la psicoanalisi ma l’ha elevata a “compagna” dell’anima umana». Niente di meno.

Ma vediamolo, l'atteggiamento della Chiesa nei confronti della psicoanalisi. Cosa hanno detto i predecessori di Francesco a proposito della psicoanalisi?

Parlando il 14 settembre 1952 ai partecipanti al Primo Congresso Internazionale di Istopatologia del Sistema Nervoso, Pio XII aveva affermato:

«Per liberarsi da pulsioni, inibizioni, e complessi psichici, l'uomo non è libero di eccitare in se stesso, per scopi terapeutici, tutti e singoli quegli appetiti della sfera sessuale che s'agitano o si son agitati nel suo essere, e sommuovono i loro impuri flutti nel suo inconscio o nel suo subconscio. Non può farne l'oggetto delle sue rappresentazioni o dei suoi desideri pienamente consci, con tutte le scosse e le ripercussioni che sono conseguenza di un tale modo di procedere. Per l'uomo e per il cristiano esiste una legge d'integrità e di purità, di stima personale, la quale proibisce d'immergersi così completamente nel mondo delle rappresentazioni e delle tendenze sessuali. L'interesse medico e psicoterapeutico del paziente trova qui un limite morale. Non è provato, anzi è inesatto, che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte integrante indispensabile di ogni psicoterapia seria e degna di tal nome; che l'aver trascurato nei tempi passati questo metodo abbia causato gravi danni psichici, errori nella dottrina e nella pratica dell'educazione, nella psicoterapia e anche e non meno nella pastorale; che sia urgente riempire questa lacuna e iniziare tutti coloro che si occupano di questioni psichiche alle idee direttrici e perfino, se occorre, all'applicazione pratica di questa tecnica della sessualità».

Nell’aprile dello stesso anno sul Bollettino del Clero romano fu pubblicata una dichiarazione che qualificava come «peccato mortale » ogni pratica della psicoanalisi.

In occasione del Sinodo Romano del 1960, Giovanni XXIII fece inserire un articolo (n. 239) che metteva in guardia nei confronti di un abbandono incondizionato del paziente nelle mani dello psicoanalista; e nel 1961 volle che il Sant’Uffizio emettesse un Monitum per condannare l’opinione secondo la quale la psicoanalisi sarebbe necessaria per ricevere gli ordini sacri, o per lo meno come esame attitudinale per i candidati al sacerdozio; questo documento, inoltre, esprimeva il divieto a chierici e religiosi di praticare la psicoanalisi, e ai seminaristi di ricorrervi (se non con il permesso dell’Ordinario e per gravi motivi).

Anche Paolo VI criticò la psicoanalisi diverse volte; in particolare rimproverava a questa dottrina di essere una «psicologia dal basso». Questo pontefice ha indicato più volte le sublimi vette che l’animo umano può raggiungere mediante l’ascesi, contrapponendole al «torbido fondo» che, secondo la psicoanalisi, costituirebbe la vera natura umana, da assecondare e liberare.

Giovanni Paolo II ha toccato in più occasioni il tema dell’incompatibilità tra antropologia cattolica e psicoanalisi. In particolare, nell’udienza generale del 29 ottobre 1980, il Santo Padre si riferisce a Freud come ad un «maestro del sospetto», che accusa implacabilmente il cuore dell’uomo di «concupiscenza della carne».

Questa chiarissima posizione può essere dettata solo dal desiderio di conservare «il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime»? O c'è un motivo più profondo e serio?

Rudolf Allers, l'unico cattolico ammesso alla presenza di Freud, l'ha scritto con chiarezza: ciò che differenza una psicologia dall'altra è l'antropologia sulla quale essa di fonda.

L'antropologia cattolica è nota: è quella aristotelico-tomista.

L'uomo è un essere razionale, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. La sua facoltà più elevata, quella che lo rende simile al Creatore, è la ragione. Essa ha il compito di discernere il bene e il male. Le passioni sono al servizio della ragione, come nel mito platonico della biga alata: hanno il compito di condurre l'uomo verso il bene e lontano dal male.

E la psicoanalisi?

Per questa disciplina il nucleo fondante l'uomo non è la ragione, bensì l'inconscio, ossia le passioni (che Freud chiama «pulsioni» perché convinto che il loro fondamento sia biologico).

L'istanza morale (cioè la ragione) nella psicoanalisi è il Super-io: «il veicolo della tradizione, di tutti i giudizi di valore imperituri che per questa via si sono trasmessi di generazione in generazione» (Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere vol XI, Boringhieri, Torino 1979, pag. 179). Bene. Anzi no, perché il Super-io è considerato da Freud un «tiranno» «crudele».

Abbiamo quindi, nella psicoanalisi, un perfetto rovesciamento dell'antropologia cattolica.

Non solo. Quali sono le passioni originarie che costituiscono il fondamento antropologico freudiano? Le pulsioni sessuali (eros) e omicide (thanatos). Le stesse passioni originarie che, secondo Nietzsche, potremmo liberare se eliminassimo la metafisica (cioè la ragione di Tommaso, il Super-io di Freud): stupro e omicidio.

Dunque la diffidenza della Chiesa nei confronti della psicoanalisi qualche fondato motivo (a parte la conservazione di immaginari monopoli) ce l'ha. E pure con ragione, se consideriamo cosa accadde quando i chierici avvicinarono la psicoanalisi (mi riferisco all'abate Lamercier e a don Eugen Drewermann, dei quali non possiamo occuparci per ragioni di spazio).

Certo, non è mancato chi abbia tentato di «sdoganare» davvero la psicoanalisi cercando «ciò che unisce e non ciò che divide».

Penso a Leonardo Ancona; penso a chi ha tentato di «battezzare» Jung perché «rispetto a Freud è aperto alla spiritualità» (peccato che sia una spiritualità gnostica e demoniaca); penso a chi va a recuperare pseudo-sconosciuti psicoanalisti «ostili alle religioni organizzate ma non alla fede».

Siamo ben lungi da una sintonia tra cattolicesimo e psicoanalisi, nonostante tutti gli sforzi.

Non mancano nemmeno i cattolici psicoanalisti; ne conosco e stimo diversi. Ottimi professionisti, ma costretti a scindersi tra le due appartenenze.

La soluzione è quella di costruire una psicologia partendo dal fondamento antropologico artistotelico-tomista. Gli esempi – autorevoli, anche se sconosciuti ai più – non mancano: Rudolf Allers sopra a tutti; e poi Terruwe e Baars, Magda Arnold... Autori ai quali, coraggiosamente quanto meritoriamente, l'editore D'Ettoris sta cercando di dare una voce con una apposita collana.

Niente sdoganamenti, dunque, niente scorciatoie; studio e duro lavoro. Solo in questo modo si avrà una piena e fruttuosa collaborazione tra psicologia e cattolicesimo.











fonte: La nuova Bussola Quotidiana 




martedì 12 settembre 2017

L’ARTE DI DIO. UN LIBRO DRAMMATICO, DA FAR STUDIARE NELLE SCUOLE E NELLE UNIVERSITÀ. E NEI SEMINARI…




MARCO TOSATTI (12/09/2017)

Chi scrive ha appena finito di leggere un libro drammatico, che consiglierei come testo nelle scuole per la storia dell’arte, e, soprattutto, nelle università e negli istituti superiori che si occupano di architettura, arti figurative e musica. E perché no? Anche agli studenti di storia e lettere, tanto per colmare degli abissi di ignoranza e sottovalutazione voluta da una cultura soi-disant “illunminista” che ha un problema con la cristianità. Non è riuscita a rimuoverla del tutto, complici anche i cristiani, e allora cerca di metterci una coperta sopra, far finta che non ci sia stata e che la nostra cultura, quella vera, e la nostra storia, anche attuale, ne siano impregnate; compresi loro che fanno finta di essere nuovi.

Ecco, in questo lunghissimo incipit vi ho detto praticamente tutto. Il libro, opera corposa, densa e stimolante di Cristina Siccardi, si chiama: “L’arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee”. È edito da Cantagalli (455 pagine, 29 €). In esso l’autrice vuole, e ci riesce, secondo chi scrive, a rispondere negativamente a due questioni, poste da Hegel e Nietsche. La prima riguarda l’arte: è morta davvero? Certo la tentazione di rispondere di sì è forte, osservando quello che ci viene propinato come tale. La secondo questione riguardava la morte di Dio; e anche su questo direi che i fatti smentiscono il folle filosofo.

Il problema su cui verte tutta l’opera è proprio questo: come e perché è necessario che il connubio fra l’uno e l’altro, fra l’Arte e Dio, che ci ha dato un’infinità di cose meravigliose, apprezzate anche da coloro che di Dio non pare vogliano saperne, torni a funzionare, e a creare di nuovo.

Non sarà, non è facile. Anche perché, come spiega bene il libro, perché per raggiungere questo obiettivo altissimo si devono dare due condizioni: la qualità artistica del soggetto, e la fede. La mancanza della stessa, e della pratica, ha conseguenze fattuali gigantesche e nefaste. Lo vediamo ahimè quasi ogni giorno, quando passiamo davanti a chiese costruite magari da nomi sfavillanti dell’Arte Contemporanea che a tutto servono fuorché a pregare, a elevare l’anima verso qualche cosa che va oltre, a trasportarci in un mondo diverso; come invece facevano le chiese costruite da chi crede. Chiese che inoltre – e questo non è un problema di fede, ma di qualità professionale – che si segnalano per la loro bruttezza e squallore.

Gli assassini, in questo thriller che ha per vittime il Bello e la Religiosità , sono parecchi, ma due in particolare: l’Arte Contemporanea (AC), e la sudditanza culturale della Chiesa alla stessa. Per incapacità, o trascuratezza, nel preparare i sacerdoti in seminario al gusto del bello e della dignità del bello legato al Divino. I seminaristi diventano sacerdoti, parroci, vescovi e possono felicemente così cadere ignari nella rete dell’Arte Contemporanea. Di cui Cristina Siccardi da questa definizione: “Si definisce arte contemporanea quella dell’attuale civiltà occidentale, che ha perso i connotati cristiani, vagando senza cognizione del passati e senza strategie per il futuro e, dunque, senza punti di appoggio”. La committenza ecclesiastica subisce l’AC più di quanto si senta ispirata da logiche di fede. E la torta è servita.

Il libro è un’opera veramente importante, ricca di contributi – impossibile citarli tutti – focalizzati su temi specifici, dalla liturgia al latino, al feticismo all’architettura religiosa (di cui parla Vittorio Sgarbi), alla neo-iconoclastia, alla musica (Riccardo Muti e Domenico Bartolucci) e alle chiese-magazzino (Paolucci).

Insomma, come è stato detto all’inizio, un’opera fondamentale per capire; per capire anche perché costruire roba sciatta per ragioni pauperistiche è un tradimento: se la vita quotidiana è piena di mediocrità e fatica, una chiesa dovrebbe aiutarci, tutti, poveri e non, a “consolarci” tramite la bellezza, a gettare un raggio di luce nelle nostre nebbie di ogni giorno.







http://www.marcotosatti.com/