lunedì 21 agosto 2017

Perché i giovani e i bambini amano la Tradizione e i vecchi no? Ve lo diciamo noi





20 AGOSTO 2017


Un amico ci ha riferito questo episodio. Nulla di originale, anzi quante ne volete di episodi del genere. Ma è un episodio significativo. Andando a fare una visita ad un noto santuario mariano della sua città, si è trovato al momento dell’uscita di una Messa. Ha visto tre sacerdoti avviarsi all’altare (si trattava di una concelebrazione). I tre, sommati a ritroso i loro anni, sarebbero arrivati all’epoca precedente la Rivoluzione francese.

Due sacerdoti molto anziani, che si trascinavano a fatica, si sono posti ai lati dell’altare (evidentemente non avevano più la possibilità di celebrare da soli) quello più giovane (si fa per dire, comunque ottantenne) si è invece posto al centro per farsi carico della celebrazione. L’amico ci ha riferito che vedendo questa scena gli è uscito spontaneo fare tra sé questa considerazione: Ecco la primavera della Chiesa!

Lo disse già Paolo VI: il Concilio doveva rappresentare la primavera, e invece è arrivato un freddissimo inverno. Roba da ghiacciare tutto: entusiasmo, vocazioni, devozioni…e chi più ne ha più ne metta.

Il bello è che quando ci si iniziò ad accorgere che le cose non stavano andando come dovevano, coloro che storcevano il naso venivano immediatamente zittiti con l’espressione: è inutile essere nostalgici, prima c’era la quantità ma non la qualità… Roba da “ultime parole famose”: adesso non c’è né la quantità né la qualità. Basterebbe pensare agli scandali che colpiscono spesso gli ambienti sacerdotali.

Eppure, malgrado questo quadro, i giovani danno speranza. In Francia -per esempio- a soffrire di meno della crisi vocazionali sono le congregazioni che hanno scelto la Liturgia tradizionale.

Insomma, giovani iniziano ad affezionarsi alla Tradizione. Attenzione! Noi del C3S non amiamo la definizione “tradizionalisti”, perché ambigua e lo abbiamo già spiegato con questo articolo (clicca qui), amiamo solo la definizione di “cattolici”. Piuttosto possiamo definirci “Cattolici della Tradizione”, perché il cattolico in quanto tale non può non essere della Tradizione.

La Tradizione sapete cos’è? E’ la Verità… punto! E la Verità non muta.

La Verità, proprio per ché non muta, rimane sempre giovane.

Sono le mode ad invecchiare. Le mode, infatti, nel momento in cui compaiono, già sono vecchie perché suppongono che il tempo sia l’unico criterio; e se è il tempo l’unico criterio, è evidente che dopo un po’ tutto passa e tutto non è più alla moda.

La Tradizione no. La Tradizione è nell’Eterno. E l’Eterno è sempre giovane. Anzi: bambino!

Come dice il grande Chesterton: Dio è bambino perché non si annoia mai di ciò che si ripete. Il vecchio si annoia. Il bambino no. E ogni volta che il sole sorge e tramonta, Dio si stupisce di ciò che si ripresenta al suo “sguardo”…e si rinnova.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza



Il Cammino dei Tre Sentieri








http://itresentieri.it/perche-i-giovani-e-i-bambini-amano-la-tradizione-e-i-vecchi-no-ve-lo-diciamo-noi/






martedì 15 agosto 2017

Don Elia. Con l’autorità della Signora



don Elia (12 agosto 2017)



… et in Ierusalem potestas mea (Sir 24, 15).

La tradizione liturgica d’Oriente e d’Occidente utilizza nelle feste mariane i passi dell’Antico Testamento in cui parla la Sapienza di Dio personificata. La lettura cristiana di quei testi ispirati li riferisce in prima istanza al Verbo, la Persona divina in cui sussiste la Sapienza creatrice del Padre. Anche l’interpretazione mariana, tuttavia, deve essere molto antica, dato che è comune ai due grandi “polmoni” della Chiesa; potrebbe risalire persino all’epoca apostolica o subapostolica. Non c’è per questo contraddizione, dato che la Sacra Scrittura può essere compresa a partire da varie prospettive; tra Madre e Figlio, oltretutto, c’è una tale unione e affinità che quanto appartiene all’uno per natura è proprio anche dell’altra per partecipazione. Nonostante l’ultima riforma della liturgia romana abbia completamente espunto quei testi sapienziali dalle feste della Madonna, dunque, è più che lecito – se non doveroso – cercare di conservare e comprendere una primitiva intuizione che potrebbe provenire dal più intimo di Gesù e Maria, l’apostolo che, rappresentando tutti noi, La ricevette come madre sul Calvario.


La difficoltà maggiore che sembra opporsi all’applicazione mariana è l’idea che la Vergine abbia in qualche modo cooperato alla Creazione, secondo quel che la Sapienza dice in prima persona nel capitolo ottavo del libro dei Proverbi. Certamente non si intende affermare la preesistenza della Sua anima, in accordo con un errore origeniano condannato dal II Concilio di Costantinopoli nel 553. Tuttavia l’acume contemplativo di san Giovanni, grazie alla profonda familiarità con la Madonna, potrebbe aver ricevuto una luce particolare dello Spirito Santo circa il mistero della Sua persona. Senza alcun dubbio, Ella ha cominciato ad esistere al momento della Sua concezione immacolata, ma da tutta l’eternità era ben presente nel progetto di Dio, il quale L’aveva eletta e predestinata a un compito del tutto speciale nel piano di salvezza. Su questo tutti concordano; ma come concepire un Suo eventuale ruolo nell’opera creatrice? Jean-Jacques Olier, uno dei massimi autori della Scuola francese di spiritualità, in una vetta della mistica giunge a immaginarla come una gran signora che predispone la dimora dello sposo.


Quanto affermato dalla Sapienza personificata – ribadisco – si applica anzitutto e propriamente al Lógos creatore; eppure non si può credere che Colui che ha così strettamente associato la Madre alla Redenzione non L’abbia in qualche modo coinvolta nel realizzarne la premessa. Mi piace pensare che, nell’Eccomi dell’Annunciazione, Ella abbia non solo acconsentito all’Incarnazione e a tutto ciò che ne sarebbe scaturito, ma anche espresso la propria accoglienza, a nome di tutto l’essere creato, dell’iniziativa creatrice che il Padre aveva realizzato per mezzo del Figlio. Nella Sua prescienza Dio sapeva che, un giorno, una creatura eletta vi avrebbe corrisposto nel modo più puro e perfetto possibile, come neppure i Progenitori erano in grado di fare, ancor prima del peccato originale. Nell’eterno presente del mondo divino, quell’adesione attiva all’opera di creazione, seppure storicamente successiva, dev’essere valsa come quella collaborazione sponsale che la Chiesa, nella sua liturgia, ha visto profetizzata nei libri sapienziali.


Nel libro del Siracide la Sapienza, che si incarna nella Legge, percorre il cielo e la terra in cerca di un luogo in cui fissarsi e trovare riposo, stabilendosi infine in Gerusalemme, centro del suo potere e della sua irradiazione (cf. Sir 24). Anche in questo caso la tradizione cristiana, soprattutto nel Medioevo, dopo aver colto il pieno adempimento di questo testo sacro nel Verbo incarnato, lo applica poi anche a Colei che L’ha messo al mondo. Nel nuovo Israele la Figlia di Sion occupa un posto di assoluto rilievo e detiene un’autorità specifica, seppure a livello spirituale, piuttosto che giurisdizionale. Con una trasposizione analogica di quanto Pio XI, nell’enciclica Casti connubii, insegna a proposito della famiglia, si può affermare che anche nella Chiesa, famiglia di Dio, c’è un primato di governo (quello esercitato dal padre) e un primato d’amore (quello esercitato dalla madre). Al Capo del collegio apostolico, san Pietro, compete il primo, ma il secondo spetta alla Madre di Gesù. Già il Nuovo Testamento la vede nel cuore della Chiesa nascente (cf. At 1, 14), mentre antichissime tradizioni gerosolimitane, poi riprese da Leone XIII nell’enciclica Adiutricem populi, raccontano come gli Apostoli facessero continuo riferimento a Lei, andando e venendo dalle loro missioni, per riceverne consiglio, incoraggiamento, sostegno, forza e consolazione.


È allora del tutto naturale che i Papi, soprattutto negli ultimi due burrascosi secoli, Le abbiano riservato speciale devozione e filiale obbedienza. Meraviglia però che, fra tanti atti di consacrazione del mondo, delle diocesi, delle parrocchie e di singoli fedeli, sia finora mancata una consacrazione della Santa Sede. Dal punto di vista del ruolo, ovviamente, un atto del genere potrebbe essere compiuto unicamente dal Sommo Pontefice; tuttavia chi riconosce l’autorità spirituale della Madre della Chiesa può presumere, con l’audacia del figlio, di effettuarlo ricorrendo ad essa. Consacrare la Sede petrina al Cuore immacolato di Maria, in questo centenario di Fatima, significa dichiarare pubblicamente che anch’essa, sul piano spirituale, Le appartiene e Le è sottomessa, come pure la Chiesa intera. Se questo è vero – come è vero – si reclama in pari tempo, nel modo più intenso possibile, il Suo intervento materno: Ella non può lasciare che la barca di Pietro sia travolta dalla tempesta ed è l’unica che possa ancora ottenere dal Figlio, perché la situazione si capovolga in meglio, un atto di clemenza che le gravissime infedeltà di tanti cristiani non meritano più.


Ai teologi e ai dotti un’idea simile sembrerà pazzesca; noi preferiamo ritrovarci fra quei piccoli che il Signore custodisce e la Regina porta in grembo, istruendoli e nutrendoli. Dato che la Madonna non può consacrare qualcosa a Se stessa, lo può fare per mezzo dei Suoi figli, così come Dio, non potendosi glorificare da Sé, riceve gloria da chi Lo serve con fede e amore. Se Ella vorrà condurci sulla tomba di colui che fu scelto come roccia della Chiesa e ci concederà di consacrarle la sua Sede, ci lasceremo usare come Suoi strumenti. Tutto è possibile a chi crede e si abbandona nelle mani di Maria, purché si sforzi di esserle obbediente in tutto, come per trent’anni fece il Figlio di Dio. Con la Sua grazia, che dalle mani della Mediatrice si riversa senza sosta su di lui, chi Le è consacrato e si impegna ad attuare concretamente la propria consacrazione in una vita santa può cooperare in modo sorprendente al bene del Corpo mistico, nuova Creazione. Probabilmente non vedremo effetti immediati, ma anche noi, a Dio piacendo, potremmomettere in moto un processo. Nelle dinamiche soprannaturali gli sviluppi positivi cominciamo in modo nascosto, apparentemente insignificante, ma basta un granello di senape.



Pubblicato da Elia 







«Senza Maria non si può salire in Cielo»





di Gloria Riva (15/08/2017)

Immagine: Konrad von Soest, Marie Altair, pannello della morte di Maria, olio su tavola, 1420, Marienkirche a Dortmund

Ha subito una vera e propria persecuzione l’Altare Mariano di Konrad von Soest, della Marienkirche a Dortmund, in Germania, al punto da non permetterci più, quasi, di determinare l’esatta posizione delle opere e forse anche il loro numero.

Nel 1720 un rifacimento dell’altare maggiore della chiesa di Dortmund ha compromesso alcune parti dei pannelli dell’altare originale. Nel 1944 un attentato dinamitardo distrusse parte dei pannelli. Oltre a pesanti ridipinture, nel 1926 i pannelli esterni furono segati nel corso di un restauro. E via di questo passo.

L’avverso destino che ha colpito questo polittico mariano sembra disegnare il diagramma del declino dell’amore a Maria (non solo in Germania ma anche) in Europa dal 1400 ad oggi.

Una festa mariana fra le più belle, una festa fondamentale per la nostra fede è proprio l’assunzione della Beata Vergine, nota nel mondo orientale anche come dormitio della Vergine. Una festività che, come l’altare di Dortmund, non manca d’esser perseguitata, tanto da essere ormai conosciuta con il nome di Ferragosto, antico termine pagano di Feriae Augusti, che consegnava il popolo a gite fuori porta, lauti pranzi al sacco e bagni ristoratori nei mari, nei fiumi e nei laghi. Le nostre ferie, insomma! L’Assunzione, al contrario, obbliga a uno sguardo più certo verso le cose di lassù.

Con ciò non si vuole certo stigmatizzare il meritato riposo che le ferie ci regalano, ma la concomitanza di questa festa con le vacanze estive invita certamente a vivere anche il riposo in modo da non dimenticare le cose ultime, per le quali sempre dovremmo vivere.

Nel pannello della Dormitio Mariae dell’Altare di Soest la compromissione subita è facilmente riconoscibile; ciò che resta, tuttavia, è sufficiente per farci gustare la profonda meditazione pittorica che l’artista renano ci ha regalato.

In un cielo dorato, che pare voler custodire gelosamente, il Cielo che attende la Vergine, angeli in volo, appena abbozzati e quasi in filigrana ci obbligano a guardare la scena sottostante. Qui Maria, adagiata sul suo giaciglio, sta per lasciare questo mondo. Non può neppure appoggiare il capo sul guanciale perché sei angeli turchini la tengono sollevata. Sembra che il Cielo stesso sia sceso per dare l’estremo saluto alla Benedetta fra tutte le donne. Nell’esalare l’ultimo respiro Maria passa la candela della fede a Giovanni. La mano della Madonna è già livida, ma il suo volto è ancora roseo e tradisce una pace celestiale. Giovanni, da par suo, mentre riceve la candela porge alla Madre la palma del martirio. Il duplice gesto non è certo casuale. La Madonna ha tenuto alta fino alla fine la fiaccola della fede e ora, benché muoia di morte naturale, riceve dal Signore la palma della suprema testimonianza avendo vissuto intimamente la passione del Figlio e quella della Chiesa a lei affidata (che Giovanni rappresenta).

Proprio dietro al letto della Madonna ecco un San Tommaso addolorato che sta preparando l’incenso per rendere omaggio alla salma. Il gesto conferma, in certo modo, l’incredulità proverbiale del discepolo, il quale, ignaro della grazia dell’assunzione, appronta diligentemente le esequie.

Un probabile san Pietro (senza aureola, in memoria, forse, del suo antico tradimento al Signore) sta invece scrutando le Scritture per comprendere come sia possibile che un corpo incorrotto (quello della Madonna), un corpo che ha generato il Verbo di Dio e che ha seguito fedelmente il Salvatore, possa essere consegnato alla morte. Il capo di Pietro è coperto, similmente a quello di Mosè, quando volendo vedere la Gloria di Dio, fu costretto a velarsi il capo (Esodo 33). Le Scritture antiche non avevano sufficienti elementi per rispondere al quesito. Ma, a ben guardare, libri accuratamente rilegati e un rotolo scritto a caratteri neri ed evidenti, quasi a stampa, giacciono indisturbati sul comodino della Vergine, Quello che invece regge l’Apostolo sembra un rotolo manoscritto, forse una lettera di Paolo. È san Paolo, infatti in almeno due lettere (la Prima ai Corinzi e la lettera ai Romani), ad offrire i fondamenti teologici della risurrezione di Cristo e quindi della nostra risurrezione, quale adempimento pieno delle promesse fatte a Israele.

Nella lettera ai Romani (6,22) san Paolo scrive: Ora invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. Se è lecito affermare ciò di ogni uomo, che mai si potrà dire della Vergine Maria? No, Pietro non resterà deluso. Benché lento, il cammino di riflessione della Chiesa attorno all’Assunzione della Madonna, giungerà a compimento. Convenendo con ciò che già nel IV secolo sosteneva Timoteo di Gerusalemme e cioè che la Vergine sarebbe rimasta immortale, poiché Colui che abitò in Lei, l’avrebbe trasferita nei luoghi della sua ascensione.

L’apostolo pensoso, intento alla lettura, suggerisce inoltre le due scuole di pensiero che si contesero il dogma per secoli: una, volendo sottolineare l’umanità della Vergine, la volle morente e deposta, come Cristo, in un sepolcro; trovato vuoto dagli apostoli solo successivamente. Un’altra invece, volendo sottolineare la nuova economia che Cristo ha inaugurato con la sua Risurrezione, della quale Maria è la primizia, la volle semplicemente dormiente nel suo ultimo giaciglio e da lì rapita direttamente in Cielo.

Per alcuni aspetti il dibattito resta aperto, risolto soltanto da alcune rivelazioni private (come ad esempio la vita di Maria narrata alla Valtorta), tuttavia certo è che l’assunzione della Vergine richiama tutti noi alla verità dei novissimi. Il giudizio avviene per l’anima nell’atto stesso del morire e come saremo trovati, così saremo collocati. Per questo la coperta nella quale è avvolta la Madonna è dello stesso blu che circonda il clipeo che si intravvede nel cielo dorato. Qui Cristo, tenendo probabilmente nella mano sinistra l’animula di Maria, approva benedicente.

Siamo tutti destinati alla gloria; Maria è, come afferma la liturgia, quel segno di sicura speranza che rende più certa l’eternità. In questo nostro secolo, dove la sacralità della vita e della morte è messa a dura prova dall’indifferenza verso il Mistero dei novissimi, è ancora più urgente affermare quanto con grande fede cantava un’antica Lauda mariana attribuita a Adam de Antiquis: Senza te, sacra Regina non si può in Ciel salire.















fonte: La nuova Bussola Quotidiana 








lunedì 14 agosto 2017

PISTOIA: AVVISO di SOSPENSIONE della MESSA



 


chiesa di San Vitale - via della Madonna 2, Pistoia


Nella chiesa di San Vitale, in via della Madonna, a Pistoia,

la celebrazione della Santa Messa 
nella forma straordinaria del Rito Romano

 è sospesa
 sabato 19 e 26 agosto

 e riprenderà sabato 2 settembre 
all'orario consueto:
ore 21:20 
preceduta dal Santo Rosario alle 20:45.







Dialogo? No, grazie. Meglio la disputa





scritto da Aldo Maria Valli

Oggi «abbiamo a che fare con un’inflazione del dialogo. Si vuole “aprire un dialogo” con ognuno e possibilmente con tutti… Non è tanto importante l’argomento che trattiamo; è più importante la relazione che intessiamo nel dialogo. Il percorso è la meta».

Questa critica del dialogo ecumenico fine a se stesso, coltivato come un bene in sé, al di là della questione su cui si dialoga, non arriva da qualche rappresentante del conservatorismo cattolico. Anzi, l’autore non è nemmeno cattolico. Si tratta infatti di Jürgen Moltmann (Amburgo, 1926), il teologo evangelico già docente a Tubinga e autore del celebre «Theologie der Hoffnung», «Teologia della speranza», del 1964.

La riflessione sul dialogo è contenuta nel suo articolo «La Riforma incompiuta. Problemi irrisolti, risposte ecumeniche», pubblicato in «Concilium» (n. 2, 2017, pag. 142), ed è resa ancora più interessante dal fatto che Moltmann introduce una distinzione tra «dialogo» e «disputa». Scrive infatti: «Il dialogo dei nostri giorni non è funzionale alla verità», bensì alla «comunione», ed è così che subisce una sorta di edulcorazione. Il tentativo di evitare gli spigoli porta all’appiattimento, e la teologia ne risente.

«In passato – scrive il novantunenne Moltmann dall’alto della sua lunga esperienza – la gente si lamentava della voglia di litigare che avevano i teologi (“rabies theologicorum”); oggi la teologia è diventata una faccenda talmente innocua che difficilmente trova ancora pubblica considerazione».

Alla ricerca della comunione, le asperità sono limate fin quasi a scomparire. E ciò che resta è spesso una tolleranza priva di contenuti che sacrifica la passione per la verità.

Moltmann è esplicito nel suo elogio della disputa: «Dobbiamo imparare nuovamente a dire di no. Una controversia può portare alla luce più verità di un dialogo tollerante. Abbiamo bisogno di una cultura teologica della disputa, condotta con risolutezza e rispetto, per amore della verità. Senza professione di fede la teologia è priva di valore e il dialogo teologico degenera in puro scambio di opinioni».

Più chiaro di così l’anziano teologo evangelico non potrebbe essere, ed è significativo che la sua rivalutazione della disputa, contro l’inflazione del dialogo, arrivi proprio nell’anno in cui, tra molteplici inni al dialogo e ben poca attenzione per la questione della verità, si celebra il mezzo millennio dalla Riforma. «Comunione e verità non procedono più di pari passo?», si chiede Moltmann.

«C’è anche l’evidenza – commenta Silvio Brachetta su «Vita nuova», il settimanale cattolico di Trieste – della scomparsa della via di mezzo: le discussioni odierne possono essere dialoghi o polemiche. Quasi mai c’è un dibattito costruttivo, per la dimostrazione di un qualcosa. Si assiste ad incontri rilassati, a basso contenuto scientifico; e si oscilla tra qualche considerazione in serenità o all’impeto eristico di chi cerca di avere ragione con foga. In genere si preferisce il monologo, perché ha il pregio di non dover essere dimostrato a tutti i costi: l’interlocutore non deve fare la fatica di controbattere, ma oppone semplicemente un altro suo monologo».

Osservazioni condivisibili, alle quali però il professor Stefano Fontana, sempre su «Vita nuova», aggiunge un’ulteriore riflessione: «Silvio Brachetta ha ragione a dire che il dialogo senza verità è morto e a lodare il teologo protestante Jürgen Moltmann per averlo detto. Però non va dimenticato che l’assolutizzazione del dialogo deriva proprio dalla penetrazione nella Chiesa cattolica della mente protestante».

«La questione dell’abuso cattolico del dialogo – scrive Fontana – è antica. Già le opere preconciliari di Karl Rahner ponevano le basi per un dialogo senza contenuti. Il conciliarismo successivo al Vaticano II ha applicato e sviluppato il concetto, utilizzando maldestramente l’enciclica “Ecclesiam Suam” di Paolo VI». È vero: «Oggi si dialoga senza sapere più per quali contenuti dialogare», ma, proprio in omaggio alla verità, non bisognerebbe dimenticare che «questo vizio è dovuto alla penetrazione del protestantesimo nella mente cattolica».

È d’altra parte significativo che il fastidio per il dialogo fine a se stesso sia manifestato da un protestante come Moltmann. «Vuoi vedere – si chiede Fontana – che i protestanti si ravvedono prima dei cattolici?».

E qui il professore fa un approfondimento necessario: «La teologia cattolica ha sempre insegnato che la fede è composta di due aspetti: la “fides qua”, ossia l’atto personale di fede, e la “fides quae”, ossia i contenuti rivelati che si credono per l’autorità di Dio rivelante. Lutero separa i due aspetti, anzi elimina il secondo, sicché la fede è solo un rapporto soggettivo di coscienza del fedele con Dio. È una fede “fiduciale”, un fidarsi cieco, un mettersi nelle mani di Uno senza motivi di contenuto. La fede protestante è infatti una fede senza dogmi e la Chiesa è solo spirituale, fatta cioè da tutti coloro che si affidano, in questo modo “fiduciale”, a Cristo. Per questo motivo l’unità non è data dalla comune confessione degli stessi contenuti di fede, come la Chiesa cattolica ha sempre insegnato a cominciare, appunto, dai Confessori della Fede, ma è data dal con-venire delle singole soggettività in un unico atto di fiducia. Il con-venire soggettivo sostituisce i motivi rivelati del convenire stesso».

«L’accento si sposta sull’atto e non più sui contenuti dell’atto. Ecco perché oggi, anche nella Chiesa cattolica, la pastorale “come azione ecclesiale” viene prima della dottrina, ne è indipendente e, addirittura, riformula la dottrina. Si tratta di una concezione di origine protestante. Ecco perché ad ogni convegno ecclesiale si insiste sulla bellezza del con-venire, anche se in queste convention poi si sentono mille eresie dal punto di vista dogmatico. Ecco perché si parla di una Chiesa “plurale” o “aperta”, secondo l’indicazione di Karl Rahner – che era cattolico nella forma ma protestante nei contenuti – della quale possono fare parte tutti, compresi eretici ed atei. La “fides quae” viene persa di vista o, comunque, considerata di importanza derivata. L’eresia viene derubricata a diversità di opinione».

L’argomentazione di Fontana è cristallina e non avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni, ma è l’autore stesso ad attualizzare il tutto con un riferimento a una vicenda che ha causato tanto dolore: «Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla tragedia del piccolo Charlie Gard. Gli uomini di Chiesa sono arrivati in ritardo, hanno balbettato cose diverse, il quotidiano “Avvenire” ha deviato l’attenzione dai temi veri e ha detto l’opposto di quanto aveva detto nel 2009 per Eluana Englaro. Non siamo più in grado di confessare insieme nemmeno i principi elementari della legge morale naturale e nemmeno i dieci comandamenti. Su molte cose lasciamo che sia la coscienza a discernere. Alla Chiesa del con-venire manca sempre di più su cosa e Chi convenire, se sul Cristo della fede o sul Logos che rivela la verità perché è la Verità».

Stefano Fontana nel suo articolo accenna all’«Ecclesiam Suam» di Paolo VI (1964), che può essere effettivamente considerata l’origine della «svolta dialogica» in teologia. Tuttavia papa Montini nel documento non dice che il dialogo ha valore in sé, ma che occorre dialogare per convertire, e sebbene Romano Amerio, in «Iota Unum», parli di equazione incoerente e impossibile «tra il dovere che incombe alla Chiesa di evangelizzare il mondo e il suo dovere di dialogare col mondo», bisogna ricordare che Paolo VI esalta il «dialogo della sincerità» e, a proposito di ecumenismo, precisa: «Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati» perché «nulla tanto ci può essere più ambito che di abbracciarli in una perfetta unione di fede e di carità», però «dobbiamo pur dire che non è in nostro potere transigere sull’integrità della fede e sulle esigenze della carità».

Paolo VI non esita nemmeno a mettere in guardia dal relativismo, eppure la sua enciclica è stata abbondantemente utilizzata in senso relativistico.

Eliminati tutti i punti in cui Montini stigmatizza il «compromesso ambiguo» così come l’irenismo e il sincretismo («Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede… Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo»), l’«Ecclesiam Suam» è stata ridotta a manifesto di una superficiale e indistinta amicizia tra la Chiesa e il mondo, e, come giustamente ricorda Brachetta, bisognerà aspettare Joseph Ratzinger, con la «Dominus Iesus» (anno 2000) per una denuncia di quella «ideologia del dialogo» che, penetrata anche nella Chiesa cattolica, «si sostituisce alla missione e all’urgenza dell’appello alla conversione».

Insomma, a dispetto delle preoccupazioni di Paolo VI, il relativismo è entrato nella Chiesa ed ha usato l’idea di dialogo in modo strumentale. Ecco perché chi ha a cuore la questione della Verità dovrebbe far sua la proposta di Moltmann e rivalutare la disputa, lo scambio vivace di opinioni, la controversia che mette sul tavolo ragioni diverse.

Solo che, per disputare, occorre saper ragionare, e proprio questo, oggi, è il problema. Perché la nostra è sì crisi di fede, ma forse, prima ancora, è crisi della ragione.

Aldo Maria Valli

















domenica 13 agosto 2017

Concilio e storia




di Giovanni Scalese (11/08/2017)

La settimana scorsa il Prof. Roberto de Mattei ha pubblicato sull’agenzia d’informazione Corrispondenza Romana, un breve articolo dal titolo “Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima”, nel quale, prendendo spunto da un recente intervento di Mons. Athanasius Schneider, ribadisce la propria posizione sul Concilio Vaticano II, per poi soffermarsi su un punto specifico: la mancata consacrazione della Russia al Cuore immacolato di Maria, richiesta dalla Vergine a Fatima e sollecitata, durante il Concilio, da un gruppo di oltre cinquecento Presuli, la cui petizione fu totalmente ignorata da Paolo VI e dalla maggioranza dei Padri.


Non intendo attardarmi su quest’ultimo aspetto, a proposito del quale mi trovo pienamente d’accordo col prof. De Mattei. Il Concilio Vaticano II sembrerebbe davvero una sequela di occasioni mancate: dalla mancata condanna del comunismo alla mancata consacrazione della Russia. Va detto però che la storia non si fa con i “se”; non ci si aspetterebbe di leggere da uno storico una frase del genere: «Se la consacrazione richiesta fosse stata fatta, una pioggia di grazie sarebbe caduta sull’umanità». Sarà anche vero, ma la consacrazione… non è stata fatta. E questo è l’unico dato storico che conta.


Vorrei invece soffermarmi sulla prima parte dell’articolo, quella in cui si riprende la spinosa questione del giudizio da dare sul Concilio Vaticano II. La posizione del prof. De Mattei in proposito è nota: il suo giudizio — che è il giudizio di uno storico — è «impietoso e senza appello». Esso può essere riassunto nella frase:
Il Concilio Vaticano II non fu solo un Concilio mancato o fallito [è evidente il riferimento alla posizione di Mons. Brunero Gherardini, N.d.R.], fu una catastrofe per la Chiesa.
La novità di quest’ultimo intervento del Professore mi pare che vada ricercata nel fatto che mentre in precedenza (questa è per lo meno la mia impressione, ma potrei sbagliarmi) escludeva la possibilità di una qualsiasi altra valutazione accanto a quella storica, ora sembrerebbe ammetterla. Nell’articolo si distingue chiaramente fra due piani, quello teologico e quello storico. La differenza fra i due livelli starebbe nel fatto che, mentre sul piano teologico il giudizio può essere articolato («Ogni testo, per il teologo, ha una diversa qualità e un diverso grado di autorità e di cogenza»), sul piano storico invece
il Vaticano II costituisce un blocco non scomponibile: ha una sua unità, una sua essenza, una sua natura. Considerato nelle sue radici, nel suo svolgimento e nelle sue conseguenze, esso può essere definito una Rivoluzione, nella mentalità e nel linguaggio, che ha profondamente modificato la vita della Chiesa, avviando una crisi religiosa e morale senza precedenti.
Di qui il giudizio negativo inappellabile su riportato.


Anzi, il Prof. De Mattei nel suo intervento non si limita ad ammettere un diverso approccio al Vaticano II, ma sembrerebbe addirittura incoraggiarlo:
Sul piano teologico, tutte le distinzioni possono e debbono essere fatte per interpretare i testi del Vaticano II, che è stato un Concilio legittimo: il ventunesimo della chiesa cattolica. I suoi documenti potranno di volta in volta essere definiti pastorali o dogmatici, provvisori o definitivi, conformi o difformi alla Tradizione … Il dibattito è dunque aperto.

Se ben ricordo, fino a qualche tempo fa non era questa la posizione del Prof. De Mattei. Facendo propria (sebbene dalla sponda opposta) la nota tesi — squisitamente ideologica — della Scuola di Bologna, egli sembrava svalutare completamente i documenti del Concilio, per dare importanza esclusivamente all’evento conciliare. Non è poco riconoscere la legittimità del dibattito teologico sui testi conciliari e ammettere che da un suo fruttuoso svolgimento potrebbe dipendere la soluzione alla questione lefebvriana.


Personalmente sono sempre stato convinto dell’utilità e della necessità di una riflessione teologica spassionata sul Concilio Vaticano II (si veda l’articolo con cui si apriva questo blog nel lontano 2009: Concilio e “spirito delConcilio”). Questo senza nulla togliere all’importanza dell’approccio storico. Il libro del Prof. De Mattei Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta (Lindau, Torino, 2010) rimane, a mio parere un punto di riferimento imprescindibile per ricostruire la dinamica dei fatti: è doveroso sapere come andarono veramente le cose. Come è giusto prendere serenamente atto degli effetti negativi del Concilio nella vita della Chiesa. Nell’articolo del 2009 li descrivevo, senza falsi pudori, nei termini seguenti:
La riforma liturgica ha rese deserte le chiese; il rinnovamento della catechesi ha diffuso l’ignoranza religiosa; la revisione della formazione sacerdotale ha svuotato i seminari; l’aggiornamento della vita religiosa sta mettendo a rischio l’esistenza di molti istituti; l’apertura della Chiesa al mondo, nonché favorire la conversione del mondo, ha significato la mondanizzazione della Chiesa stessa.
Si tratta di dati storici difficilmente controvertibili. Dobbiamo però chiederci: tale spregiudicata costatazione dei fatti giustifica il giudizio storico «impietoso e senza appello» del Prof. De Mattei? Il Vaticano II deve necessariamente essere liquidato come una «catastrofe per la Chiesa»? Personalmente non lo credo. E questo cercando di rimanere su un piano strettamente storico.


1. Non è storico affermare che il Concilio Vaticano II avrebbe avviato una crisi religiosa e morale senza precedenti, ignorando — o fingendo di ignorare — che tale crisi era già in corso da decenni, se non da secoli. Presentare la Chiesa preconciliare come una Chiesa perfetta, dove tutto procedeva senza problemi, è semplicemente falso. Senza imbarcarsi in lunghe e impegnative ricerche, basta chiedersi: Da dove venivano fuori i teologi che, dentro e fuori il Concilio, maggiormente spingevano per una radicale trasformazione della Chiesa? Erano dei marziani? Non erano forse teologi che operavano liberamente già prima del Concilio e si erano formati nei seminari e nelle facoltà ecclesiastiche prima del Concilio? Ciò significa che certe idee già circolavano nella Chiesa, tanto è vero che prima Pio X (enciclica Pascendi) e poi Pio XII (enciclica Humani generis) avevano sentito il bisogno di intervenire per cercare di porre freno a certe tendenze. Senza riuscirci. Si dirà: ma almeno i Papi prima del Concilio si opponevano a quelle tendenze; il Vaticano II le ha fatte proprie. Io vedrei la cosa in maniera diversa: il Concilio, prendendo atto del fallimento dei precedenti interventi pontifici, ha tentato una strada diversa, quella del “discernimento”: distinguere nelle tendenze novatrici ciò che vi era di valido, per farlo proprio, e ciò che era erroneo, per respingerlo.


2. Non è storico considerare nello svolgimento del Concilio solo le lotte fra gli opposti schieramenti, i giochi di potere, i maneggi delle lobby, i soprusi della presidenza, i compromessi al ribasso. Sono, questi, fatti storici incontestabili; ma non sono gli unici. È storia anche lo sforzo di Paolo VI per raddrizzare il Concilio; è storia anche l’impegno della maggioranza dei Padri in quell’opera di discernimento di cui si diceva; sono storia anche i documenti conclusivi del Concilio. Questi non possono essere situati in una dimensione a-storica o meta-storica; sono talmente storici che possiamo ricostruirne la genesi, fissarne il diverso valore teologico, evidenziarne i limiti, ecc.


3. Un atteggiamento veramente storico inoltre dovrebbe prendere in seria considerazione la distinzione, fatta da Benedetto XVI nel suo ultimo incontro col clero romano prima della rinuncia (14 febbraio 2013), fra “Concilio dei Padri” e “Concilio dei media”, “Concilio reale” e “Concilio virtuale”; e verificarne i riflessi nella realtà: quale di questi due “concili” ha avuto maggiore influsso nella vita della Chiesa? Le conseguenze negative del “Concilio” sono da attribuire al Concilio dei Padri o a quello dei media? In altre parole, ai documenti del Concilio o allo “spirito del Concilio”? Queste sono domande a cui uno storico non può sottrarsi. Qui non si sta parlando di quale interpretazione dare ai testi conciliari — che è compito del teologo — ma si sta cercando di capire come sono andate effettivamente le cose. E questo spetta esclusivamente allo storico, il quale non può limitarsi a dire che il Concilio è stato una catastrofe, una rivoluzione che ha avviato una crisi religiosa e morale senza precedenti. Si tratta di una semplificazione assolutamente antistorica.


4. Non è storico, nell’esame del periodo postconciliare, considerare solo gli evidenti e incontestabili disastri provocati da una malintesa applicazione del Concilio. Va pure considerato lo sforzo di difesa e di ricostruzione operato dai Pontefici postconciliari (Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI). Questi hanno dato l’unica, legittima interpretazione del Concilio, hanno dato attuazione alla sua opera riformatrice e si sono opposti ai tentativi di sovvertire la Chiesa in nome del “Concilio”. I Papi che si sono succeduti negli ultimi cinquant’anni, fra le nebbie che si sono diffuse dopo il Concilio, sono stati dei fari che hanno indicato ai fedeli la rotta da seguire. Pur fra mille difficoltà e contraddizioni — che non vanno nascoste, ma non devono meravigliare — hanno fatto chiarezza su molti punti. Non che abbiano eliminato la confusione, ma hanno individuato alcuni punti fermi, sui quali non era possibile continuare a discutere indefinitamente.


Bene, siccome ai nostri giorni, uno dopo l’altro, si stanno rimettendo in discussione proprio quei punti fermi, che sembravano ormai acquisiti; siccome si sta smantellando tutto quanto si era ricostruito nel periodo postconciliare, come se cinquant’anni fossero trascorsi invano; siccome si sta cercando di far passare l’idea che il vero Concilio non è quello dei documenti, ma quello di un non meglio precisato “spirito”, che continuerebbe ad agire nella Chiesa a prescindere da qualsiasi criterio previamente dato; non credo che serva a nulla continuare a polemizzare contro il Vaticano II, considerandolo come l’origine di tutti mali della Chiesa; non credo che l’attuale situazione possa essere considerata semplicisticamente come un “frutto” del Concilio. Anzi credo che sia giunto il momento di cominciare a difendere il vero Concilio da chi pretende di farsene abusivamente interprete, spacciando per “Concilio” ciò che ne è una semplice caricatura. Credo che sia giunto il momento in cui i veri amanti della tradizione incomincino a considerare il Vaticano II e il magistero postconciliare come parte della tradizione (con tutti i possibili distinguo sul piano teologico) e a difenderli in nome della tradizione. Pensare che la tradizione si sia fermata al 1962 (o al 1958) significherebbe dare ragione a quanti prima, durante e dopo il Concilio, fino ai nostri giorni, hanno cercato e stanno cercando di sovvertire la Chiesa. Il Concilio, quello vero, non è stato una rivoluzione, ma solo un tentativo, piú o meno riuscito, di rinnovare la Chiesa nel solco della tradizione. La rivoluzione è quella che hanno cercato e stanno cercando di imporre i modernisti di ieri e di oggi. Ad essi occorre opporsi non solo in nome della tradizione, ma anche in nome dello stesso Concilio, che di quella tradizione è parte integrante.
Q

Pubblicato da Querculanus 






Ogni cristiano è spiritualmente un Vandeano!





Siamo lieti di pubblicare la nostra traduzione [del blog Messainlatino]di alcuni stralci dell'omelia pronunziata ieri, 12 agosto, dal Card. Robert Sarah a Saint Laurent sul Sèvres - in Vandea - in apertura delle celebrazioni per i 700 anni della Diocesi di Luçon.



Cari fratelli, noi cristiani abbiano bisogno dello spirito dei Vandeani! Abbiamo bisogno di un tale esempio! Come loro, abbiamo bisogno di abbandonare le nostre semine, le nostre messi, i solchi tracciati dai nostri aratri, per combattere, e non a difesa di interessi umani, ma per Dio!

Chi, dunque, si leverà in piedi, oggi, per Dio? Chi oserà affrontare i moderni persecutori della Chiesa? Chi avrà il coraggio di alzarsi senza altre armi se non il rosario e il Sacro Cuore, per affrontare le colonne della morte dei nostri tempi, che sono il relativismo, l’indifferentismo e il disprezzo di Dio? Chi dirà a questo mondo che la sola libertà per cui valga la pena di morire è la libertà di credere?

Fratelli, come i nostri fratelli vandeani di un tempo, siamo oggi chiamati alla testimonianza, vale a dire al martirio!
Oggi in Oriente, in Pakistan, in Africa, i nostri fratelli cristiani muoiono per la loro fede, schiacciati dalle colonne dell’Islamismo persecutore. E dunque tu, popolo di Francia, tu, popolo della Vandea, quando prenderai le armi pacifiche della preghiera e della carità per difendere la tua fede? Cari amici, il sangue dei martiri scorre nelle vostre vene, siategli fedeli!

Tutti noi siamo spiritualmente figli della Vandea martire! Anche noi africani, che abbiamo ricevuto tanti missionari vandeani venuti a morire tra noi per annunciare il Cristo! Dobbiamo essere fedeli alla loro eredità!

In questo luogo, ci circonda lo spirito di questi martiri. Che cosa ci dicono? Che cosa vogliono trasmetterci?
Innanzi tutto il loro coraggio! Quando si tratta di Dio, non è possibile nessun compromesso! L’onore di Dio non si discute! E ciò deve iniziare dalla nostra vita personale, di preghiera e d’adorazione. È tempo, fratelli, di rivoltarci contro l’ateismo pratico che soffoca la nostra vita. Preghiamo in famiglia, lasciamo a Dio il primo posto! Una famiglia che prega è una famiglia che vive! Un cristiano che non prega, che non sa lasciare spazio a Dio mediante il silenzio e l’adorazione, finisce per morire!

Dall’esempio dei Vandeani dobbiamo anche imparare l’amore del Sacerdozio. È perché i loro “buoni preti” erano minacciati che essi si sono ribellati. Voi più giovani, se volete essere fedeli all’esempio dei vostri antenati, amate i vostri sacerdoti, amate il sacerdozio! Dovete chiedervi: sono anch’io chiamato ad essere prete sulla scia di tutti questi buoni preti martirizzati dalla Rivoluzione? Avrei anch’io il coraggio di donare tutta la vita per Cristo e per i miei fratelli?

I martiri della Vandea ci insegnano ancora il senso del Perdono e della misericordia. Di fronte alla persecuzione, di fronte all’odio, hanno conservato nel loro cuore la cura della pace e del perdono. Ricordatevi come il comandante Bonchamps fece rilasciare cinquemila prigionieri pochi minuti prima di morire. Sappiamo affrontare l’odio senza risentimento e senza animosità. Siamo l’armata del Cuore di Gesù, come lui vogliamo essere pieni di dolcezza!

Infine, dobbiamo apprendere dai martiri vandeani il senso della generosità e del dono gratuito.
I vostri avi non si sono battuti per i loro interessi. Non avevano nulla da guadagnare. Oggi ci danno una lezione d’umanità. Viviamo in un mondo segnato dalla dittatura del danaro, dell’interesse, della ricchezza. La gioia del dono gratuito è ovunque disprezzata e schernita. Ebbene: solo l’amore generoso, il dono disinteressato della propria vita possono sconfiggere l’odio di Dio e degli uomini, che è l’origine di ogni rivoluzione. I vandeani ci hanno insegnato a resistere a tutte queste rivoluzioni. Ci hanno mostrato che di fronte alle colonne infernali, come di fronte ai campi di sterminio nazisti, di fronte ai gulag comunisti, come di fronte alla barbarie islamista, non c’è che una sola risposta: il dono di sé, di tutta la propria vita. Solo l’amore è il vincitore delle potenze di morte!
Ancora oggi, forse oggi più che mai, gli ideologi della rivoluzione vogliono annientare il luogo naturale del dono di sé, della generosità gioiosa e dell’amore. Voglio dire la famiglia!
L’ideologia del gender, il disprezzo della fecondità e della fedeltà sono i nuovi slogan di questa rivoluzione. Le famiglie sono diventate tante Vandee da sterminare. Si pianifica metodicamente la loro scomparsa, come un tempo quella della Vandea.

Questi nuovi rivoluzionari si stizziscono davanti alla generosità delle famiglie numerose. Deridono le famiglie cristiane, perché incarnano tutto ciò che essi odiano. Sono pronti a lanciare sull’Africa delle nuove colonne infernali per fare pressione sulle famiglie e imporre sterilizzazione, aborto e contraccezione. L’Africa resisterà come la Vandea! Ovunque, le famiglie cristiane devono essere le gioiose avanguardie di una rivolta contro questa nuova dittatura dell’egoismo!

È ormai nel cuore di ogni famiglia, di ogni cristiano, di ogni uomo di buona volontà, che deve insorgere una Vandea interiore! Ogni cristiano è spiritualmente un Vandeano! Non permettiamo che sia soffocato, in noi, il dono generoso e gratuito. Sappiamo, come i martiri della Vandea, attingere questo dono alla sua fonte: il Cuore di Gesù. Preghiamo perché una possente e gioiosa Vandea interiore si levi nella Chiesa e nel mondo. Amen!


L'originale francese si può trovare qui




fonte: Messainlatino







venerdì 11 agosto 2017

QUESTI SI CHE SONO AUTENTICI PASTORI!! Importantissima conferenza del card. Burke




Il testo della conferenza del card. Burke (Galt House, Louisville, Kentucky 22 luglio 2017) è stato tradotto in italiano dalla Guarini («Il Messaggio di Fatima: Pace per il mondo» - Raymond Leo card. Burke) ed è reperibile in italiano integralmente qui. Ne riporto ampi stralci, le parti che mi sono sembrate più significative, semplificando la lettura a chi avesse il tempo "ridotto". Ma chi può, se lo legga tutto che ne vale la pena. I titoli all'inizio delle sezioni, i grassetti e i corsivi sono miei e li ho inseriti per facilitare la recezione e l'assimilazione del contenuto.
Buona lettura!




I. Sulla situazione nel mondo

"Viviamo nei momenti più turbolenti del mondo e anche della Chiesa. La secolarizzazione ha devastato la cultura di molte nazioni, specialmente in Occidente, alienando la cultura dalla sua unica vera fonte in Dio e nel Suo progetto per noi e per il nostro mondo. Ed ecco l'attacco giornaliero e diffuso contro la vita umana innocente e indifesa con la conseguente violenza senza precedenti nella vita familiare e nella società in generale. Ed ecco l' ideologia del genere sempre più virulenta, che propaga una totale confusione sulla nostra identità maschile e femminile, e porta alla profonda infelicità e persino alla diffusa autodistruzione nella società. Ed ecco anche il diniego della libertà religiosa che tenta di ostacolare, se non scongiurare completamente, qualsiasi discorso pubblico su Dio e il nostro indispensabile rapporto con Lui. Con la negazione della libertà religiosa accade che le persone timorate di Dio sono forzate ad agire contro la loro retta coscienza, cioè contro la legge di Dio scritta nel cuore dell'uomo. In paesi che si presumono liberi, il governo impone alla prassi sociale l'aborto, la sterilizzazione, la contraccezione, l'eutanasia e la mancanza di rispetto per la sessualità umana, fino al punto da indottrinare i bambini piccoli con l'iniqua "teoria del gender". Allo stesso tempo, il materialismo ateo e il relativismo conducono alla ricerca senza scrupoli di salute, piacere e potere, mentre le norme di legge, dettate dalla giustizia, sono calpestate (...)".


II. Sulla confusione nella Chiesa

"In modo diabolico, la confusione e l'errore che ha portato la cultura umana verso morte e distruzione sono entrati anche nella Chiesa, così che essa si avvicina alla cultura senza mostrar di conoscere la propria identità e missione, senza mostrare la chiarezza e il coraggio di annunciare il Vangelo della Vita e dell'Amore Divino alla cultura radicalmente secolarizzata. Ad esempio, dopo che il 30 giugno il Parlamento tedesco ha deciso di accettare il cosiddetto "matrimonio omosessuale", il Presidente della Conferenza Episcopale tedesca ha dichiarato che la decisione non era una preoccupazione importante per la Chiesa che, secondo lui, dovrebbe essere più preoccupata per l'intolleranza verso le persone omosessuali" (...).

"Recentemente, il 4 marzo scorso, quando ho parlato con il cardinale Meisner di Colonia, egli era sereno, ma, al tempo stesso, ha espresso la sua determinazione a continuare il combattimento per Cristo e per le verità che ci insegna, in una linea ininterrotta, attraverso la Tradizione Apostolica.
La fedeltà del cardinale Meisner al suo ufficio di pastore del gregge, anche dopo la cessazione della carica di Arcivescovo di Colonia, è stata una straordinaria fonte di forza per molti altri pastori della Chiesa che lottano ogni giorno per guidare il gregge alla maniera di Cristo. Chissà perché mai molti pastori tacciono sulla situazione in cui si trova la Chiesa o hanno abbandonato la chiarezza del suo insegnamento per la confusione e l'errore, pensando erroneamente di affrontare in modo più efficace il collasso totale della cultura cristiana" (...).

"Qualche tempo fa, un cardinale a Roma ha commentato quanto sia bene che i media secolari non attacchino più la Chiesa, come avveniva così ferocemente durante il pontificato di papa Benedetto XVI. La mia risposta è stata che l'approvazione dei media secolari è per me, al contrario, segno che la Chiesa sta fallendo nella sua chiara e coraggiosa testimonianza al mondo per la salvezza del mondo" (...).

"La pienezza del potere (plenitudo potestatis) indispensabile per l'esercizio dell'ufficio del Successore di Pietro è falsamente rappresentata come potere assoluto, tradendo così il Primato del successore Pietro che è il primo tra noi nell'obbedire a Cristo vivente per noi nella Chiesa attraverso la Tradizione Apostolica. Le voci secolari promuovono l'immagine del Papa come riformatore rivoluzionario, cioè come colui che intraprende la riforma della Chiesa rompendo con la tradizione, con la norma della fede (regula fidei) e la corrispondente norma di legge (regula iuris). Ma l'ufficio di Pietro non ha nulla a che fare con la rivoluzione, che è soprattutto un termine politico e mondano" (...). La pienezza del potere, l'esercizio senza ostacoli dell'ufficio del Romano Pontefice, servono proprio a proteggerlo da quel tipo di pensiero mondano e relativista che porta alla confusione e alla divisione. Inoltre gli permettono di annunciare e difendere la fede nella sua integrità" (...).

"Ricordo che uno degli eminenti padri della sessione straordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutosi nel mese di ottobre del 2014, mi si è avvicinato durante una pausa per dirmi: "Cosa sta succedendo? Chi di noi sostiene ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e praticato è ora chiamato nemico del Papa?". Con la conseguenza che si è tentati di rimanere in silenzio o di cercare di spiegare la dottrina con un linguaggio che confonde o addirittura contraddice la dottrina. Sento il dovere di correggere la comprensione dei fedeli sull'insegnamento della Chiesa e sulle dichiarazioni del Papa col metodo di distinguere, come ha sempre fatto la Chiesa, le parole dell'uomo che è papa dalle parole del papa come vicario di Cristo in terra" (...).

"Nel Medioevo, la Chiesa ha parlato dei due 'corpi' del Papa: il corpo dell'uomo e il corpo del Vicario di Cristo (...)". Papa Francesco ha scelto di parlare spesso nel suo primo corpo, quello dell'uomo che è Papa. Infatti, anche nei documenti che in passato hanno rappresentato un insegnamento più solenne, egli afferma chiaramente che non sta offrendo insegnamenti magisteriali ma il suo pensiero. Tuttavia coloro che sono abituati ad un diverso modo di parlare papale vogliono fare di ogni sua affermazione Magistero. Ciò è contrario alla ragione e a ciò che la Chiesa ha sempre creduto. È semplicemente sbagliato e dannoso alla Chiesa ricevere ogni dichiarazione del Santo Padre come espressione dell'insegnamento papale o magistero" (...).

"Qualsiasi dichiarazione del Romano Pontefice deve essere compresa nel contesto dell'insegnamento e della pratica costante della Chiesa, affinché la confusione e la divisione dell'insegnamento e della pratica della Chiesa non entrino nel suo corpo a grande danno delle anime e grande danno dell'evangelizzazione del mondo" (...).

"Pur mantenendo saldamente la fede cattolica per quanto riguarda l'Ufficio Petrino, non possiamo cadere in un'idolatria del papato che renda ogni parola pronunciata dal Papa come dottrina, anche se viene interpretata in modo contrario alla stessa parola di Cristo, ad esempio, per quanto riguarda l'indissolubilità del matrimonio" (...).

"Non si tratta di un legittimo cosiddetto "pluralismo" nella Chiesa, che è una legittima differenza di opinione teologica. I fedeli non sono liberi di seguire le opinioni teologiche che contraddicono la dottrina contenuta nelle Sacre Scritture e nella Sacra Tradizione e confermata dal Magistero ordinario, anche se tali opinioni trovano ampia udienza nella Chiesa e non vengono corrette dai suoi pastori come sono invece obbligati a fare" (...).


II. Sul messaggio e sul segreto di Fatima
"Osservando il centenario delle apparizioni di Nostra Signora di Fatima, dobbiamo ricordare come il suo messaggio o, come viene chiamato: il suo segreto, è destinato principalmente ad affrontare l'apostasia diffusa nella Chiesa e il fallimento dei suoi pastori nel correggerlo.
Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria è, innanzitutto e principalmente, il trionfo della Fede che ci insegna qual è il giusto rapporto con Dio e con gli altri" (...).

III. La nostra risposta in questi tempi apocalittici...

"Quale poi deve essere la nostra risposta ai tempi estremamente difficili in cui viviamo, tempi che realisticamente sembrano apocalittici? Deve essere la risposta della fede, della fede nel Nostro Signore Gesù Cristo che è vivo per noi nella Chiesa" (...). Conosciamo quanto ci insegna Cristo nella Chiesa. È contenuto nel Catechismo della Chiesa Cattolica, che è l'insegnamento ufficiale della Chiesa. Il suo insegnamento non cambia. In mezzo alla confusione e alla divisione attuale, dobbiamo studiare più attentamente gli insegnamenti della fede contenuti nel Catechismo della Chiesa Cattolica e essere disposti a difendere quegli insegnamenti contro ogni falsità che possa erodere la fede e quindi l'unità della Chiesa" (...).

"Per rimanere completamente uniti a Cristo, per essere un cuore solo con il Sacro Cuore di Gesù, dobbiamo andare alla Beata Vergine Maria, Madre di Cristo e Madre della Chiesa, per imitare l'unità del suo Cuore Immacolato con il glorioso cuore trafitto di Gesù e per chiedere la sua materna intercessione" (...).

"Invocando l'intercessione della Beata Vergine Maria, dobbiamo anche invocare frequentemente durante il giorno l'intercessione di San Michele Arcangelo. Non c'è dubbio che la Chiesa si trovi a vivere un momento particolarmente feroce di battaglia contro le forze del male, contro Satana e le sue coorti. C'è un coinvolgimento decisamente diabolico nella confusione, divisione e errore sempre diffusi all'interno della Chiesa" (...).

"La nostra Madre benedetta ci rende consapevoli della nostra comunione con tutti i santi e, in modo particolare, con san Giuseppe, il suo casto sposo e padre adottivo del suo divin Figlio. San Giuseppe è il patrono della Chiesa universale. Dobbiamo pregare ogni giorno per la pace della Chiesa, per la sua protezione contro ogni forma di confusione e divisione che sono sempre opera di Satana. Non senza ragione, uno dei titoli di San Giuseppe è "Terrore dei demoni". Come buon padre, intercederà per la Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo.
La nostra Madre ci conduce anche a chiedere l'intercessione di San Pietro per il suo successore, Papa Francesco, perché sappia risolvere al meglio la grave situazione del mondo e della Chiesa, insegnando fedelmente la parola di Cristo e indirizzandolo al comportamento amorevole e fermo di un vero padre spirituale per la situazione del mondo d'oggi" (...).

"Avvicinandoci alla Madre di Dio che ci conduce in modo incessante al suo Divin Figlio, dobbiamo rimanere sereni in ragione della nostra fede in Cristo che non permetterà alle "porte dell'inferno" di prevalere contro la sua Chiesa. Serenità non significa ignorare o negare la gravità della situazione in cui si trovano il mondo e la Chiesa. Significa piuttosto che siamo pienamente consapevoli della gravità della situazione, mentre allo stesso tempo presentiamo tutte le esigenze del mondo e della Chiesa a Cristo nostro Salvatore per intercessione della Beata Vergine Maria, San Michele Arcangelo, San Giuseppe, e tutta la comunione dei santi.Serenità significa che non cediamo ad una disperazione mondana che si esprime in modi aggressivi e ingiuriosi. La nostra fiducia è in Cristo. Sì, dobbiamo fare tutto quanto è in nostro potere per difendere la nostra fede cattolica in qualsiasi circostanza in cui è sotto attacco, ma sappiamo che la vittoria appartiene in definitiva e unicamente a Cristo. Così, quando noi abbiamo fatto tutto quello che possiamo, restiamo in pace, anche se riconosciamo che rimaniamo "servi inutili" (...).

"È mia speranza che queste riflessioni siano utili per vivere la vostra fede cattolica il più pienamente e perfettamente possibile in questi tempi travagliati. Spero, in modo particolare, che vi aiuteranno a vivere la vita della pace secondo il Cuore Immacolato di Maria, dal quale il Figlio di Dio ha preso un cuore umano, al fine di acquistare la pace per i nostri cuori per sempre" (...).

"Non dubitiamo mai che la Beata Vergine Maria, Madre di Dio e Madre della Grazia Divina, ci condurrà al suo Divin Figlio, affinché i nostri cuori, una cosa sola con il suo Cuore Immacolato, possano sempre riposare nel Suo Cuore, unica fonte della nostra salvezza".


Conclusione: (nostra)
La nostra più sentita gratitudine al Cardinale per la sua "parresia" apostolica! Parlare con verità, denunciare l'errore, annunciare la vera e non falsa speraza che non elude la prospettiva della croce ma la contempla come possibilità reale e attuale per i veri credenti fedeli a Dio e alla sua Chiesa oggi e come unico strumento per ottenere la Pace che attendiamo con il Regno del Trionfo del Cuore Immacolato di Maria.

E' di pastori che agiscono e parlano in questo modo che il popolo di Dio ha urgente bisogno oggi più che mai!!









https://gloria.tv/Tempi%20di%20Maria



giovedì 10 agosto 2017

Se i cattolici assolutizzano il dialogo è perché stanno diventando protestanti



L’assolutizzazione del dialogo deriva proprio dalla penetrazione nella Chiesa cattolica della mente protestante.
di Stefano Fontana (08-08-2017)

Silvio Brachetta, in un interessante articolo pubblicato su Vita Nuova on line (leggi) ha commentato il parere sul dialogo espresso dal famoso teologo protestante Jurgen Moltmann, il padre dalla “teologia della speranza”. Brachetta giustamente apprezza la diagnosi di Moltmann: abbiamo fatto del dialogo un dialogo fine a se stesso e abbiamo perso per strada che il dialogo serve alla verità, altrimenti è morto.

La questione dell’abuso cattolico del dialogo è antica. Già le opere pre-conciliari di Karl Rahner ponevano le basi per un dialogo senza contenuti. Il conciliarismo successivo al Vaticano II ha applicato e sviluppato il concetto, utilizzando maldestramente l’enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI. Oggi si dialoga senza sapere più per quali contenuti dialogare. Non si disputa più, solo si dialoga dando fondamentale importanza – come giustamente segnala Brachetta – all’atto stesso del dialogare.

Il gesuita Karl Rahner (1904-1984) 
con il teologo protestante Karl Barth (1886-1968).


Vorrei interloquire qui con Silvio Brachetta su un punto: a mio parere questo vizio è dovuto alla penetrazione del protestantesimo nella mente cattolica. E’ significativo, a rovescio, che la critica al dialogo per il dialogo venga da un protestante come Moltmann, proprio perché all’origine di questo impianto concettuale sta Lutero. Vuoi vedere che i protestanti si ravvedono prima dei cattolici?

La teologia cattolica ha sempre insegnato che la fede è composta di due aspetti: la fides qua, ossia l’atto personale di fede, e la fides quae, ossia i contenuti rivelati che si credono per l’autorità di Dio rivelante. Lutero separa i due aspetti, anzi elimina il secondo, sicché la fede è solo un rapporto soggettivo di coscienza del fedele con Dio. E’ una fede “fiduciale”, un fidarsi cieco, un mettersi nelle mani di Uno senza motivi di contenuto. La fede protestante è infatti una fede senza dogmi e la Chiesa è solo spirituale, fatta cioè da tutti coloro che si affidano, in questo modo “fiduciale”, a Cristo.

Per questo motivo l’unità non è data dalla comune confessione degli stessi contenuti di fede, come la Chiesa cattolica ha sempre insegnato a cominciare, appunti, dai Confessori della Fede, ma è data dal con-venire delle singole soggettività in un unico atto di fiducia. Il con-venire soggettivo sostituisce i motivi rivelati del convenire stesso.

L’accento si sposta sull’atto e non più sui contenuti dell’atto. Ecco perché oggi, anche nella Chiesa cattolica, la pastorale “come azione ecclesiale“ viene prima della dottrina, ne é¨ indipendente e, addirittura, riformula la dottrina. Si tratta di una concezione di origine protestante. Ecco perché ad ogni convegno ecclesiale si insiste sulla bellezza del con-venire, anche se in queste convention poi si sentono mille eresie dal punto di vista dogmatico. Ecco perché si parla di una Chiesa “plurale” o “aperta”, secondo l’indicazione di Karl Rahner – che era cattolico nella forma ma protestante nei contenuti – della quale possono fare parte tutti, compresi eretici ed atei. La fides quae viene persa di vista o, comunque, considerata di importanza derivata. L’eresia viene derubricata a diversità di opinione.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla tragedia del piccolo Charlie Gard. Gli uomini di Chiesa sono arrivati in ritardo, hanno balbettato cose diverse, il quotidiano Avvenire ha deviato l’attenzione dai temi veri e ha detto l’opposto di quanto aveva detto nel 2009 per Eluana Englaro. Non siamo più in grado di confessare insieme nemmeno i principi elementari della legge morale naturale e nemmeno i dieci comandamenti. Su molte cose lasciamo che sia la coscienza a discernere. Alla Chiesa del con-venire manca sempre di più¹ su cosa e Chi convenire, se sul Cristo della fede o sul Logos che rivela la verità perché è la Verità.

(fonte: vitanuovatrieste.it)











martedì 8 agosto 2017

Quando nella Chiesa l'eresia dilaga ogni cattolico ha il dovere della resistenza





Di fronte alla confusione e al disorientamento provocati nei cattolici dal moltiplicarsi di interventi di pastori che svuotano di senso la fede che la Chiesa ha professato per venti secoli, cresce la domanda sul compito di quanti vogliono mantenersi fedeli alla Tradizione. Per questo ospitiamo volentieri la lettera inviataci da monsignor Antonio Livi, che indica una strada e un compito per i cattolici.


Caro direttore,

negli ultimi tempi tu hai avuto spesso occasione di polemizzare garbatamente con Avvenire,rilevando come sia diventato l’organo di quella che io definisco «l’eresia al potere». Io non posso che condividere la tua coraggiosa e disinteressata battaglia giornalistica, anche perché, come ben sai e a suo tempo hai riferito sul tuo giornale (clicca qui), già nel 2012 Avvenire, a firma del suo direttore Marco Tarquinio, mi "scomunicò" letteralmente per aver io osato criticare i discorsi eterodossi di Enzo Bianchi, regolarmente ospitati dal quotidiano ufficialmente cattolico tanto quanto dal quotidiano di orientamento massonico La Stampa.

A quel tempo Avvenire si presentava come «quotidiano di ispirazione cattolica, per amare chi non crede», il che poteva anche essere vero, ma bisognava aggiungere «per odiare chi invece crede».

In realtà, per compiacere l’eresia rahneriana che già nel 2012 era al potere nell’episcopato mondiale e tra i cardinali di Curia (e ancora papa Francesco non era succeduto a papa Benedetto e monsignor Galantino non era ancora il segretario generale della Cei), il quotidiano ufficialmente cattolico sosteneva soltanto gli autori che sapessero argomentare più o meno brillantemente contro il dogma e la morale della Chiesa Cattolica e a favore della Riforma luterana, ignorando o condannando tutti coloro che tentassero di argomentare contro l’eresia e a favore dell’ortodossia, e non in nome della Chiesa pre-conciliare ma in nome della Tradizione aggiornata al Vaticano II, quale è esposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica.

Ma il caso di Avvenire, per quanto scandaloso, non è che la conseguenza di quella che il cardinale Ratzinger, al momento di diventare papa Benedetto, deprecò come «dittatura del relativismo». Si tratta di una dittatura ideologica che si serve della «svolta antropologica» di Karl Rahner per svuotare di senso la fede che la Chiesa ha professato per venti secoli e ha formalizzato nei dogmi (vedi il mio trattato su Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca filosofia religiosa, terza edizione con aggiornamenti, Leonardo da Vinci, Roma 2017).

Viene svuotata di senso innanzitutto la nozione di Rivelazione dei misteri soprannaturali; poi viene sostanzialmente negato il dogma iniziale, quello della divinità di Cristo, rivelatore del volto del Padre e dell’azione dello Spirito Santo; di conseguenza, si rinnega l’intenzione salvifica di Cristo, il quale ha istituito la sua Chiesa perché «annunci il Vangelo a ogni creatura e faccia suoi discepoli tutti gli uomini».

La falsa teologia ha finito per presentare la Chiesa cattolica come una delle tante comunità religiose i cui meriti, agli occhi degli uomini del nostro tempo, sarebbero solo quelli “politici”, ossia la promozione dei diritti dell’uomo e della pace tra i popoli. Questa ideologia sta facendo scomparire dalla coscienza dei cattolici la verità (tradizionale, ma anche recentemente ribadita dal documento vaticano Dominus Iesus) circa l’unicità della Chiesa nel portare al mondo la salvezza che solo Cristo può donare.

Oramai, ben pochi cattolici sanno che cosa dicono quando nella liturgia domenicale viene proclamata dicendo: «Credo […] la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica». La fede nella missione divina della Chiesa fondata da Cristo viene meno quando si riesce a convincere i cristiani che nulla di quanto finora era ritenuto dogma e legge morale ha più valore, e che la Chiesa Cattolica deve “riformarsi” radicalmente, fino a scomparire per fondersi in una comunità etica universale, come vagheggia Hans Küng, che di Rahner è il più noto allievo. La “soluzione finale” alla quale puntano gli strateghi del relativismo dogmatico è il pensiero unico dell’umanesimo ateo (vedi il materiale documentario raccolto da Danilo Quinto in Disorientamento pastorale, con una mia Introduzione teologica, Leonardo da Vinci, Roma 2016).

Ma allora, che fare? Quello che si deve fare mi sembra evidente: alla prepotenza di chi, avendo un potere ecclesiastico di indottrinamento, ne abusa per snaturare i fini apostolici per i quali Cristo ha istituito la Chiesa, deve contrapporsi una sorta di resistenza attiva da parte di chi il potere non lo ha ma ha la coscienza del proprio dovere davanti a Dio.

Ognuno, secondo la propria condizione nella Chiesa, deve fare la sua parte, spinto dal dovere assoluto di professare personalmente la verità rivelata (virtù della fede) e di farla arrivare integra agli altri, sia nel dialogo diretto con quante più persone possibile, sia con l’uso dei mass media, ri-orientando così un’opinione pubblica cattolica ormai disorientata (virtù della carità). Tutto ciò va fatto, in ogni caso, nel rispetto delle singole persone che esercitano nella Chiesa una legittima autorità di magistero e di governo (questo richiede la virtù dell’obbedienza) e rispettando anche i limiti delle proprie conoscenze della storia della Chiesa delle diverse situazioni pastorali in tutto il mondo (questo richiede la virtù dell’umiltà) e soprattutto valutando il giusto rapporto tra i fini che ci si propone di raggiungere e i mezzi che tal fine si adoperano (questo richiede la virtù della prudenza).

Quando dico che ognuno, tenendo conto della propria condizione nella Chiesa, deve fare la sua parte, penso innanzitutto a quanto dovevano fare e in alcuni casi hanno fatto i vescovi cattolici, a cominciare da quelli appartenenti al collegio cardinalizio. Sono stati di grande esempio il cardinale Carlo Caffarra e gli altri tre cardinali (uno dei quali è poi morto) che presero l’iniziativa di esporre al Papa i cinque “dubia” riguardo alla dottrina contenuta nell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco (clicca qui). L’iniziativa sembra essere stata del tutto inutile, ma a prescindere dal suo esito pratico (che forse si rivelerà effettivo nel lungo periodo), essa ha fornito ai cattolici la conferma che taluni orientamenti dottrinali di quel documento pontificio sono passibili di interpretazione eterodossa e quindi vanno prima o poi rettificati dalla medesima autorità magisteriale che li ha prodotti.

Molti altri vescovi hanno preso iniziative analoghe, anche se meno pubbliche o meno notorie. Penso ad esempio agli interventi pubblici di monsignor Athanasius Schneider, vescovo di Astana in Kazakistan, come anche alle numerose lettere di allarme di fronte alla deriva relativistica della pastorale che monsignor Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia, indirizzò alla Santa Sede dal 1993 al 2009. Si tratta di considerazioni teologiche che furono pubblicamente apprezzate dai Papi cui erano indirizzate (san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), anche se a quegli apprezzamenti e condivisioni di criterio circa i pericoli per la fede derivanti dalla «dittatura del relativismo» non seguì alcun atto di governo che rimediasse a quella evidente deriva dottrinale.

Anche in questo caso, considero esemplare – a prescindere dall’efficacia pratica del momento – il comportamento coraggioso e sincero di quel vescovo, tanto che ho deciso di raccogliere e pubblicare quelle lettere in un volume di prossima uscita nelle librerie (Mario Oliveri, Un vescovo scrive alla Santa Sede sui pericoli del relativismo dogmatico, Leonardo da Vinci, Roma 2017).

Riguardo a tutte queste iniziative da parte dei vescovi – che io considero ispirate a sincero amore per la Chiesa e quindi a responsabilità pastorale, unitamente alla dovuta prudenza e al rispetto dell’autorità – ci sono state anche delle severe critiche da parte di chi, come il professor Roberto de Mattei, le ritiene troppo timide. L’autorevole storico, in un articolo pubblicato in Radici cristiane, sostiene che i quattro cardinali hanno parlato solo di “ambiguità” nei documenti del Magistero attuale, mentre avrebbero dovuto denunciare la presenza in essi di vere e proprie eresie. Io non condivido questa opinione, perché non mi sembra teologicamente corretto parlare, in riferimento ai discorsi e agli scritti di papa Francesco, di “eresie” in senso formale (in un capitolo del libro che ho prima citato, Teologia e Magistero, oggi, ho illustrato i motivi per cui è impossibile basarsi sull’ipotesi di un Papa eretico), così come non è prudente spingere i vescovi, e in particolare i cardinali, ad assumere iniziative che rappresenterebbero uno scisma ancora più drammatico di quello provocato dalle critiche di monsignor Lefevbre agli insegnamenti del Vaticano II e alla riforma liturgica che ne conseguì.

Quanto all’uso dei mass media, in Italia è davvero esemplare il lavoro che tu, caro direttore, stai svolgendo da tanti anni con La Nuova Bussola Quotidiana e con Il Timone, due testate (una quotidiana e l’altra mensile) che contribuiscono efficacemente a ri-orientare l’opinione pubblica cattolica con la tempestività degli interventi e con la competenza dei suoi numerosi e valenti collaboratori, tra i quali non posso non nominare l’ex arcivescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, e recentemente anche un laico come Stefano Fontana, particolarmente competente in materia di Dottrina sociale della Chiesa.

Quanto all’elaborazione di studi di critica teologica, per molti anni ha lavorato in tal senso monsignor Brunero Gherardini, già decano della facoltà di Teologia della Pontifica Università Lateranense, autorevole studioso della teologia luterana, il quale ha contribuito a precisare il significato dogmatico della nozione cattolica di Tradizione (alla quale sono estranee le ideologie dei cosiddetti “tradizionalisti” cattolici) con degli studi di grande valore storico-dogmatico, in uno dei quali ha anche pubblicato una “lettera aperta” al papa Benedetto XVI illustrandogli la necessità di intervenite autorevolmente, con un documento pontificio, per spiegare i criteri teologici per i quali egli ha sostenuto che gli insegnamenti del Concilio Vaticano II non sono mai in discontinuità con la Tradizione (è la teoria dell’«ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa»).

Monsignor Gherardini ha poi diretto fino al 2014 la rivista vaticana di critica teologica Divinitas, capace di una critica equilibrata e sempre scientificamente rigorosa delle tendenze ereticali che si andavano diffondendo all’interno delle istituzioni accademiche della Chiesa. Io stesso ho dato vita all’Unione apostolica “Fides et ratio” per la difesa scientifica della verità cattolica. Essa si esprime, in rapporto agli eventi dell’attualità, attraverso il sito www.fidesetratio.it ma ha anche patrocinato una collana di studi teologici intitolata “Divinitas Verbi”, il cui primo volume, Teologia e Magistero, oggi (a cura di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2017) accoglie studi di Serafino Lanzetta, Ignacio Andereggen ed Enrico Maria Radaelli.

Ma torno a quanto avevo posto in cima all’elenco dei doveri di resistenza di ogni cattolico: il dovere assoluto di professare personalmente la verità rivelata e di farla arrivare integra agli altri, nel dialogo di amicizia con quante più persone possibile.

Antonio Livi (08/08/2017)









fonte: La nuova Bussola Quotidiana 



lunedì 7 agosto 2017

La dittatura della percezione





di Riccardo Cascioli (07/08/2017)

Caldo, fa caldo. Diciamo pure che fa più caldo del solito di questi tempi, soprattutto se pensiamo alle ultime estati che sono state piuttosto fresche; e i primi temporali riguardano soltanto alcune regioni del Nord.

Ma quanto fa veramente caldo? Ecco, qui si entra in una palude perché ormai nessun organo di informazione offre le temperature reali, misurate secondo criteri scientifici ben consolidati, omogenei e comparabili. Le temperature che vengono riportate nei tg e nei giornali sono ormai solo quelle “percepite”, decisamente più alte delle temperature effettive e sparate su un pubblico sempre più spaventato. 40, 45, perfino 50 e oltre gradi percepiti nelle città italiane.

Ma percepiti da chi? E chi lo decide? In realtà quella della temperatura percepita è una stima che – a seconda del metodo usato – tiene conto oltre che della temperatura reale anche dell’umidità e del vento. Esistono diverse scale che la misurano, ma lo scopo non è quello di sostituire la temperatura con una misura più precisa ed efficace, ma soltanto di stimare l’eventuale disagio delle persone in diverse situazioni meteorologiche. Peraltro si tratta di una stima molto approssimativa perché la “percezione” non dipende soltanto da fattori esterni oggettivi (temperatura, umidità, ecc.) ma anche dalle singole sensibilità personali.

Va da sé che sparare queste temperature “percepite”, senza citarne il significato né tanto meno la fonte e il metodo usato, è semplicemente scorretto: aiuta sicuramente a vendere i servizi giornalistici, ma soprattutto in questa atmosfera da incubo che sono diventati i cambiamenti climatici, serve a rafforzare la psicosi che ormai c’è nei confronti del clima. Sparare temperature sui 50 gradi conferma l’idea di un riscaldamento globale fuori controllo.

Se certamente è frutto di interessi particolari che riguardano il clima, la vicenda delle temperature estive si colloca però in una più ampia deriva soggettivistica della nostra società, laddove in molti campi la percezione soggettiva prende il sopravvento sulla realtà oggettiva. A tutti i livelli quello che “sento” è diventato più importante di quello che “è”.

Lo abbiamo visto in queste settimane con il caso di Charlie Gard e, più in generale, con il dibattito sull’eutanasia. Ciò che viene “percepito” come vita (o qualità della vita accettabile) ha la precedenza su ciò che “è” vita. E la legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento (Dat) proprio su questo si basa. Non avendo la minima idea di cosa si provi in certe circostanze drammatiche, sono chiamato a decidere le Dat sulla base di ciò che oggi “percepisco” come condizione per me invivibile.

Ancora più esplicito questo passaggio è nella proposta di legge per punire l’omofobia:non essendoci alcuna definizione giuridica – né tanto meno medica – dell’omofobia, la fattispecie di reato penale si basa esclusivamente sulla percezione di offesa o violenza subita che ne ha la presunta vittima. Uno stesso atto quindi potrebbe essere indifferente per una persona con tendenze omosessuali ed essere una grave offesa per un’altra. Il trionfo dell’arbitrio, tipico di ogni totalitarismo.

Se vogliamo è ancora più preoccupante il fatto che questo soggettivismo mondano abbia preso stabile dimora anche nella Chiesa cattolica. Ne è un esempio il drammatico e lacerante dibattito sulla comunione ai divorziati risposati seguito al doppio Sinodo sulla famiglia e alla Amoris Laetitia. L’oggettività è un fondamento della morale cattolica: il male è male, il bene è bene. Solo questa chiarezza dà un senso alla misericordia. Avviene invece che ormai l’opinione dominante consideri, ad esempio, l’adulterio sì un peccato ma qualche volta potrebbe anche non esserlo. Dipende dalla “percezione” che ognuno ha del peccato e della propria condizione personale. È una deriva pericolosa perché in questo modo la fede si riduce sempre più a sentimento e incontrare Cristo, che è la realtà, diventa sempre più difficile.









fonte La nuova Bussola Quotidiana 








domenica 6 agosto 2017

I dubbi. Le ultime ore di baby Charlie e le troppe ombre sul caso

In questa foto, pubblicata dal Daily Mail, si vede che Charlie, nelle sue ultime ore, è stato attaccato a un respiratore «portatile». Poteva quindi essere portato a casa




Perché i medici si sono battuti per impedire il trasferimento in un altro ospedale, visto che i genitori sono in grado di prendersi cura del figlio? Perché hanno voluto staccare il ventilatore?



Assuntina Morresi (5 agosto 2017)


Il suo cuore ha resistito dodici minuti anziché i cinque o sei che le infermiere dell’hospice si aspettavano dopo aver disattivato il respiratore. Fino alla fine, Charlie si è dimostrato un «guerriero», come ha detto commossamamma Connie in una lunga intervista al Daily Mail, raccontando le ultime ore di suo figlio. Un’ultima mail al giudice, la mattina presto del 28 luglio, per chiedere qualche ora in più con il figlio. «Speravo in un po’ di compassione», spiega lei. La risposta, via email, è semplice: non è possibile, il Gosh (il Great Ormond Street Hospital for Children) non è d’accordo. Si parte alle sette, davanti l’ambulanza con Charlie e dietro i genitori, in macchina, scortati dalle guardie di sicurezza.

Passano veloci le poche ore concesse ai genitori per salutare il loro bambino, che morirà alle 15.12. C’è tempo per un breve giro con il passeggino nel parco dell’hospice, e le foto mostrano con chiarezza una grave “bugia” dei legali del Gosh, quando in udienza avevano sostenuto che Charlie non poteva tornare a casa perché il ventilatore non passava dalla porta: in una foto si nota che dal passeggino spuntano dei tubi e si vede, in basso, una parte di un macchinario, evidentemente portatile. Fa il paio con la scusa delle «strade sconnesse», un problema per Charlie nel trasportarlo a casa: il suo ultimo viaggio in ambulanza è durato tre quarti d’ora. E che si mescola con le “bugie” sul grande specialista statunitense Michio Hirano, che conosceva bene la persona che aveva “in cura” Charlie, e che mai è stato invitato a visitare il bambino, come invece ha dichiarato il Gosh, che l’ha anche accusato di avere interessi economici in merito, e di avere suscitato «false speranze». È toccato al collega professor Enrico Bertini, del Bambino Gesù di Roma, difenderlo da questa ingenerosa ingiustizia nella conferenza stampa con cui la eccellente struttura pediatrica vaticana si era messa di disposizione della famiglia Gard.

È importante leggere le carte giudiziarie. Al professor Hirano è stato chiesto solo un consulto telefonico con il Gosh, nei primi mesi dell’anno. Al Bambino Gesù hanno spiegato che non c’era bisogno di essere presente in ospedale per tentare la cura: si trattava di sciogliere nel latte determinate sostanze, che al massimo avrebbero dato diarrea. E Hirano lo aveva chiarito subito.
Sarebbero stati tentativi sperimentali, ma basati su «forte razionale scientifico», come dichiarato dal professor Bertini, tanto che l’eredità del piccolo sarà comunque una speranza per il prossimo bambino con la stessa malattia: il tentativo negato a Charlie sarà provato, il prima possibile, in casi analoghi e prima che sia troppo tardi.

Per Charlie è stato tardi, perché il Gosh aveva immediatamente stabilito che il «miglior interesse» del bimbo fosse morire, fin dal novembre 2016, appena chiarita la diagnosi. Allora, il Comitato etico dell’ospedale inglese rifiutò la tracheostomia al neonato perché «anche prima che Charlie iniziasse a soffrire di epilessia il 15 dicembre 2016, il consenso clinico era che la sua qualità di vita fosse così povera da non dover essere sottoposto alla ventilazione a lungo termine». Cioè il Comitato etico, considerando la scarsa qualità di vita di Charlie, aveva negato una forma di ventilazione meno stressante dell’intubazione, sicuro che la sua esistenza sarebbe durata poco. La prognosi dei medici è di sei-nove mesi di vita, ma il Gosh vuole sospendere la ventilazione per farlo morire subito. Il no dei genitori spinge l’ospedale al lungo e duro contenzioso giuridico.

È Connie a proporre, a fine dicembre, la terapia sperimentale su suo figlio: ne ha scoperto l’esistenza su internet. Eppure la persona responsabile di Charlie al Gosh conosceva bene il professor Hirano e il suo lavoro. Poi, la crisi epilettica e il no definitivo al tentativo sperimentale.

Vanno distinti i tre livelli di scontro. Il primo: è legittimo per un’équipe medica negare un trattamento richiesto, tanto più se con questo grado estremo di sperimentalità. Il secondo: perché però impedire il trasferimento in un altro ospedale, visto che i genitori sono in grado di prendersi cura del figlio? Il terzo: perché staccare il ventilatore?

La risposta è del Gosh, si è già visto, è che il «miglior interesse» per Charlie fosse morire, e questo in base alla sua «qualità di vita». Troppo bassa, a giudizio del Gosh. Non valeva la pena neppure tentare, neppure seguirne l’evoluzione: dallo statement finale degli avvocati sappiamo che l’ultima risonanza al cervello di Charlie risaliva a gennaio, e nessuna risonanza, o esami a ultrasuoni, sul suo intero corpo è stata mai effettuata né richiesta dal Gosh. Questi esami sono stati eseguiti dal team internazionale solo a luglio, dopo la mobilitazione planetaria. E c’è di più. Sempre nello statement ufficiale si può leggere che le risonanze (Mri) e gli elettroencefalogrammi (Eeg) di Charlie a gennaio «non mostravano alcuna evidenza di «danni cerebrali strutturali irreversibili», una posizione supportata dai report di due esperti indipendenti» e ancora che «dagli originali grezzi degli Eeg e Mri (mai resi pubblici dal Gosh prima di aprile 2017) esaminati e confermati dai professori Hirano e B. la condizione neurologica di Charlie è ora infatti considerevolmente migliore rispetto alle prove testimoniali, presentate a questa Corte dal Gosh nell’aprile 2017».

Nella sua intervista al Daily Mail, Connie aggiunge che Charlie era il più stabile fra i bambini in terapia intensiva, e che raramente riceveva visite dai medici. Non è stata mai dimostrata la sua sofferenza, e comunque il bimbo era sedato. Il Gosh non smentisce, e ribadisce il criterio che ha portato alla rinuncia di ogni tentativo di cura e di monitoraggio e alla decisione del distacco del ventilatore, atti collegati fra loro: «È stata e resta opinione unanime di tutti coloro che si sono presi cura di Charlie al Gosh che la sospensione della ventilazione e le cure palliative sono tutto ciò che l’ospedale può offrire adeguatamente al suo benessere. Questo perché nella visione del team che lo ha in cura e di tutti coloro che hanno dato la loro seconda opinione al Gosh, lui non ha qualità di vita e non ha alcuna reale prospettiva di qualunque qualità di vita». Un crinale delicatissimo, e scivoloso. Con questi criteri in presenza di una malattia letale inesorabile che dà anche una forte disabilità, sarebbe sempre bene morire il prima possibile. Rinuncia all’accanimento terapeutico o eutanasia? Il confine è sottile, ma io penso che si tratti di eutanasia.

Può aiutare a capire ciò che ha scritto Eduard Verhagen, il medico autore del protocollo olandese di Groeningen, che descrive i criteri per l’eutanasia dei neonati. Protocollo in cui Charlie sarebbe rientrato in pieno se ci fosse stato il consenso dei genitori. In un recente lavoro, Verhagen descrive uno studio in Olanda, dove risulta che nelle terapie intensive neonatali «la causa principale di morte è la non somministrazione e/o la interruzione di sostegni vitali, nel 95% dei casi. Nel 60% dei casi, riguarda bambini instabili, destinati inevitabilmente alla morte, mentre nei restanti 40% avviene in neonati stabili, per ragioni di qualità di vita. È stato identificato un solo caso di eutanasia. Uno studio comparativo internazionale riporta risultati simili, nel 2010». La parola eutanasia è maledetta, evoca ancora troppo orrore per essere usata abitualmente. E quindi se ne limita l’utilizzo in riferimento alla somministrazione di farmaci letali. Negli altri casi, quando si interviene comunque per abbreviare la vita, sospendendo respirazione o nutrizione artificiale, si parla di interruzione dei sostegni vitali come parte del trattamento palliativo.

I fatti dicono che nel caso di Charlie Gard ci si è spinti molto avanti nell’escludere percorsi terapeutici e possibilità di terapie sperimentali, da sviluppare in altre strutture sanitarie, che avrebbero superato la decisione del Gosh e tenuto aperte le speranze di un padre e una madre.

Ai genitori italiani può essere di molto conforto sapere – lo ha spiegato il professor Bertini, nella conferenza stampa sul caso di Charlie Gard – che all’Ospedale Bambino Gesù, eccellenza pediatrica al servizio del sistema sanitario italiano, il ventilatore si stacca «in presenza di diagnosi di morte cerebrale», quando ovviamente non serve più e l’accanimento terapeutico sarebbe conclamato.

Adesso Charlie è tornato a casa. Morto. Una storia triste e cupa. Riposa in pace, piccolo e indimenticabile «guerriero».









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