giovedì 14 dicembre 2017

14-12-2017: l'Italia sancisce il diritto di farsi uccidere





Tommaso Scandroglio (14/12/2017)

Da oggi il catalogo delle leggi intrinsecamente ingiuste
varate dal nostro Parlamento si è arricchita di una nuova norma, quella sull’eutanasia, impudicamente definita “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”.

Ricordiamo in sintesi quali sono gli aspetti più letali di questa legge
(per un’analisi più dettagliata ci permettiamo di rinviare al libro "Appuntamento con la morte". Quali sono i trattamenti che si possono rifiutare? Tutti, sia le terapie, anche salvavita, che idratazione e nutrizione, le quali non sono terapie e ad oggi, di per se stesse, non potrebbero essere fatte oggetto di rifiuto. La ventilazione non viene nominata, ma implicitamente farà parte del novero di trattamenti che si potranno rifiutare. Il paziente potrà rifiutare non solo l’attivazione di terapie anche salvavita (oggi già consentito) e presidi vitali quali idratazione e alimentazione, ma anche l’interruzione di terapie e presidi vitali già in essere (ad oggi vietati).

Ergo non solo si legittima l’eutanasia omissiva
– io medico voglio lasciarti morire non dandoti le terapie utili a vivere (legittimazione già consentita oggi) – ma anche l’eutanasia commissiva, ossia attiva: io medico, ad esempio, ti stacco la Peg che ti alimentava ed idratava e così tu potrai morire. Non solo quindi il paziente potrà sottrarsi alle cure non sottoponendosi ad esse e così chiudere gli occhi per sempre, ma potrà chiedere al medico che lo aiuti a morire. Nel testo di legge è esclusa solo una doppia modalità per dare la morte: la cosiddetta iniezione letale e la preparazione di un preparato altrettanto letale da consegnare al paziente il quale poi lo assumerà da sé (aiuto al suicidio). Se si fossero inserite queste due metodiche anche il più stupido degli stupidi avrebbe capito che questa non è una legge contro l’accanimento terapeutico – così come vogliono vendercela – bensì una legge a favore dell’eutanasia. Passiamo ad altre domande.

Quali sono le circostanze e quali i motivi che possono legittimare la richiesta eutanasica?


Il Testo unico non indica nessuna condizione particolare né nessuna motivazione specifica
, perciò tutte le circostanze e tutte le motivazioni addotte sono valide per chiedere di morire. In merito alle condizioni, non solo i pazienti terminali, ma anche quelli che possono guarire, i disabili, i sani - compresi le persone anziane - possono accedere all’eutanasia di Stato. Chiunque in qualsiasi condizione. L’eutanasia incondizionata esige anche che il consenso valido per morire non sia solo quello attuale, ma anche quello contenuto nelle Dat. Efficace perciò anche il consenso datato, inattuale che potrebbe contrastare con la volontà del paziente incapace di esprimersi. Relativamente alle motivazioni, ogni ragione è buona per morire e non c’è nemmeno l’obbligo di esporla al medico, né di verificarla, né tanto meno di indicarla nella cartella clinica. Perciò si può chiedere di morire non solo perché si soffre terribilmente, ma anche perché si è depressi, infelici per una delusione amorosa o perché un affare è andato male, stanchi semplicemente di vivere perché anziani, etc. Basterà, all’atto pratico, sedare la persona e farla morire di sete e di fame.

La legge italiana sull’eutanasia diventa così la norma più permissiva che esista
a livello mondiale perché almeno in Belgio, Olanda e Canada, i paesi forse più liberal su questo tema, qualche paletto lo avevano pur messo in merito all’accesso alla “dolce morte”.

Altra domanda: il medico può eccepire obiezione di coscienza? No.
Quindi se il paziente chiede di morire il medico dovrà obbedire, ossia sarà costretto a compiere un assassinio. Va da sé che l’art. 579 cp che punisce l’omicidio del consenziente non potrà più essere applicato nelle corsie di ospedale. Dunque la richiesta di morte dovrà essere sempre soddisfatta dalle strutture ospedaliere, comprese quelle cattoliche.

Ancora un quesito: chi decide per minori e incapaci?
Ad oggi il minore e l’incapace devono essere sempre curati dato che il rifiuto ad iniziare un trattamento può essere prestato solo da persona maggiorenne e capace di intendere e volere. La legge approvata oggi cambia completamente il quadro: genitori e rappresentati legali avranno potere di vita e di morte su figli e incapaci. E così avremo un lungo elenco di possibili condannati a morte: pazienti in coma e affetti da sindrome locked-in o dal disturbi di coscienza, disabili mentali, persone affette da patologie neurodegenerative (malati di Alzheimer ad esempio), anziani con demenza senile, neonati prematuri o non prematuri con sopravvivenza incerta o certa ma affetti da patologie più o meno gravi, bambini e ragazzi sia malati fisicamente che solo depressi, etc. e persino adulti capaci di intendere e volere che però, in base alla facoltà concessa da questa legge, hanno preferito delegare il proprio consenso a terzi. Vero è che la legge prevede che il consenso da parte dei rappresentati legali deve essere prestato “avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita del minore nel pieno rispetto della sua dignità”. Ma se, ad esempio, continuare a vivere un’esistenza da disabile è considerato dal rappresentante legale e dal medico contrario alla dignità dell’incapace sarà legittimo staccare la spina. I casi Eluana e Charlie da eccezionali e illegali diventeranno (forse) normale prassi assolutamente legale.

Infine un’ultima domanda: le Disposizioni anticipate di trattamento, che scattano quando il paziente non è più cosciente, sono uno strumento a tutela della sua libertà? No
, perché sono inaffidabili. In primo luogo perché le Dat congelano la volontà nel passato e non riescono ad attualizzarla: ergo si potrà uccidere un paziente che, per ipotesi, se fosse vigile potrebbe aver cambiato idea e deciso, in difformità con quanto scritto nelle Dat, di continuare a vivere. Il problema delle Dat sta nel fatto che si decide ora per allora non potendo prevedere quali saranno le patologie a cui si andrà incontro e quindi anche quali i trattamenti terapeutici adatti. Quindi si esprime un consenso disinformato e non informato. In secondo luogo una cosa è decidere della propria salute da sano e un’altra quando si è sofferenti: sono i sani che chiedono l’eutanasia, non i moribondi che spesso si aggrappano alla vita con tutte le loro forze. In terzo luogo alcuni studi (cfr. R. PUCCETTI - M.C. DEL POGGETTO - V. COSTIGLIOLA - M.L. DI PIETRO, Dichiarazioni anticipate di trattamento (DAT): revisione della letteratura, in Medicina e Morale, a. LXI, n. 3) ci dicono che molti cambiano idea sulle volontà espresse nelle Dat, ma pochi si accorgono di aver cambiato idea e quindi non si sente l’esigenza di rivedere le proprie volontà scritte.

In quarto luogo c’è il problema dell’interpretazione del contenuto delle Dat
spesso impreciso e vago, soprattutto perché il dichiarante non di rado padroneggia male i termini medici. La presenza del fiduciario, dati alla mano che ci provengono dall’esperienza di altri Paesi, non migliora il quadro ed anzi lo peggiora. Tra l’altro la legge oggi varata non prevede l’obbligo della presenza del medico allorchè si redigano le Dat. In quinto luogo la nuova normativa non prevede dei criteri per accertare che il dichiarante, al momento della redazione, fosse lucido, consapevole, non sotto minaccia, non sotto l’effetto di droghe, etc. In sesto luogo le Dat acquisiscono efficacia allorchè il paziente versi in una situazione di “incapacità di autodeterminarsi”, espressione assai generica - non equiparabile di certo all’espressione giuridica “incapacità di intendere e volere” - che potrebbe andare dal momentaneo annebbiamento delle facoltà mentali, allo stato confusionario, al coma, alla mancanza di lucidità e consapevolezza proprie ad esempio dei malati di Alzheimer. Chi poi dovrà certificare questa incapacità? Non è dato di saperlo. Infine il medico deve dare applicazione alle volontà indicate nelle Dat e non può obiettare. Però in accordo con il fiduciario, può disattenderle solo in due occasioni. In primo luogo se il quadro clinico è mutato rispetto a quanto preventivato nelle stesse Dat. Se il quadro clinico non è mutato il medico ha l’obbligo, se così previsto, di dare la morte al paziente. Inoltre il medico può disattenderle, ma non c’è il dovere di disattenderle. Ergo anche nel caso in cui il quadro clinico fosse mutato e il medico si attenesse alle Dat non incorrerebbe in nessun guaio giudiziario. Altra ipotesi in cui è lecita, ma non doverosa, la non applicazione delle Dat: l’esistenza di terapie, non prevedibili nel momento in cui furono redatte le Dat, che possono migliorare le condizioni di vita. Facciamo il caso di Tizio, che aveva redatto le Dat, finito in coma a seguito di incidente stradale. Tizio con le dovute e innovative terapie può salvarsi, addirittura svegliarsi dal coma, ma certamente riporterebbe danni cerebrali che ad esempio lo costringerebbero sulla carrozzina. Le terapie quindi sarebbero salvavita, ma restituirebbero Tizio a suoi cari non certo in condizioni migliori rispetto a prima dell’incidente. Di conseguenza il medico è obbligato ad applicare le Dat, dunque è obbligato a commettere un omicidio.

In buona sostanza la ratio della nuova disciplina normativa
è composta dai seguenti punti. Primo: si introduce un vero e proprio diritto a morire, declinato come diritto di togliersi la vita lasciandosi morire e diritto di farsi uccidere. Secondo: si introduce un diritto ad uccidere sia in capo a genitori e altri rappresentati legali sia in capo al medico, dato che tale potere di uccidere viene legittimato da una norma giuridica. Terzo: si introduce il dovere di uccidere in capo al medico dietro richiesta del diretto interessato anche quando non è più vigile, ma che ha redatto le Dat al fine di voler morire, e dei genitori, tutori etc.































lanuovabq.it 14-12-2017

Orari S. Messa in Rito Romano antico a Pistoia. Tempo di Natale 2017-18


Chiesa di San Vitale a Pistoia 




ORARIO

SANTA MESSA 
IN RITO ROMANO ANTICO 


nella Chiesa di San Vitale 
via della Madonna 58 - PISTOIA 



ogni DOMENICA 
e festività di precetto 

ore 18:00




Disponibilità del sacerdote per le confessioni dalle ore 17:30.


***




Calendario delle celebrazioni del TEMPO DI NATALE 2017/18:  

S. MESSA  ore 18:00 il:

domenica 24 dicembre - IV  Adventus 
lunedì 25 dicembre - In Nativitate Domini nostri Jesus Christi
domenica 31 dicembre - S. Silvestri I
                                             
lunedì 1 gennaio - In circumcisione Domini et octava Nativitatis
sabato 6 gennaio - In Epiphania Domini
domenica 7 gennaio - Sanctae Familiae 








mercoledì 13 dicembre 2017

LA RELIGIONE DELL'INCARNAZIONE: UN FATTO, UN LUOGO, DEI VOLTI






Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno X n° 12 - Dicembre 2017



Il grande Cardinale Newman ha scritto che se gli avessero domandato di scegliere una dottrina come base della nostra fede cattolica, avrebbe senz'altro scelto la dottrina dell'Incarnazione:
“Io direi, per quanto mi riguarda, che l'Incarnazione è al cuore del Cristianesimo; è di là che procedono i tre aspetti essenziali del suo insegnamento: il sacramentale, il gerarchico e l'ascetico.”


Il Figlio di Dio ha unito la sua natura divina alla nostra natura umana affinché, come dice la preghiera dell'offertorio della messa, “possiamo divenire partecipi della sua divinità”.


In questo “divenire partecipi della sua divinità” c'è tutta la vita cristiana. Siamo stati chiamati alla vita, siamo stati afferrati dalla Grazia Santificante dal giorno del nostro Battesimo, ci impegniamo in una vita ascetica per seguire la volontà di Dio, proprio per “divenire partecipi della sua divinità”: è la vita soprannaturale; è questo il dono di Dio per noi, è questo il nostro destino.


Dobbiamo proprio comprendere che il Cristianesimo è fondato sulla realtà dell'Incarnazione, per poi comprendere la nostra vita con lo scopo che ha dentro: divenire partecipi della sua divinità. Se si toglie questa realtà non resta più niente del Cristianesimo.


L'Incarnazione poi è un fatto storico, non è innanzitutto un concetto, un'idea.


L'Incarnazione è il fatto storico che, a un certo momento del tempo, il Verbo di Dio ha preso su di sè la nostra umanità, la nostra povertà, il nostro nulla, per donarci il potere di diventare figli di Dio. Questo è il fatto più sconvolgente della storia e per questo contiamo gli anni dalla notte di Betlemme.


Tutte le eresie sono nemiche di questo fatto, lo negano nella sua pienezza, lo reinterpretano fino ad annullarlo nella sua sconvolgente verità.


Tutte le eresie sorte dentro il Cristianesimo vanno contro quest'unico fondamento della religione cristiana, e così fa il Modernismo che è la somma di tutte le eresie. Il Modernismo ha come nemico principale la realtà dell'Incarnazione, e trasforma il cristianesimo in una religione che nasce dal di dentro dell'uomo, dalla sua psicologia profonda. Invece tutto nasce da un fatto, un fatto fuori dell'uomo che trasforma dentro l'uomo: Dio si è fatto uomo.


Trasforma l'uomo – diventiamo partecipi della sua divinità – ma è un fatto fuori dell'uomo.


E ci trasforma proprio perché non è dentro l'uomo, ma entra nell'uomo con il potere della Grazia di Cristo.


Da qui discende tutto.
Dal fatto che è un fatto - che come ogni fatto è fuori di noi, è difronte a noi - discende tutto il potere salvifico del Cattolicesimo:


“L'Incarnazione è l'antecedente della dottrina della mediazione; essa è l'archetipo del principio sacramentale e dei meriti dei santi. Dalla dottrina della mediazione derivano la salvezza, la Messa, i meriti dei martiri e dei santi, le invocazioni e il culto loro indirizzato. Dal principio sacramentale provengono i sacramenti propriamente detti, l'unità della Chiesa e la Santa Sede (…), l'autorità dei concili; la santità dei riti; la venerazione con cui si circondano i luoghi sacri, le tombe dei santi, le immagini, i mobili, gli ornamenti e i vasi sacri... Bisogna o prendere tutto o rigettare tutto; attenuare non è che indebolire; amputare è mutilare”.


Grande Newman! Bisogna accettare tutto del Cattolicesimo! E tutto, come il fatto dell'Incarnazione, è qualcosa di esterno che entra dentro, per trasformarti dentro.


Il male è proprio qui. Il terribile male che sta sfigurando la Chiesa Cattolica e la vita di una moltitudine di cristiani consiste nell'attenuare questo fatto esterno che, abbracciato, ci salva.
È il male orribile di trasformare il Cristianesimo nella religione delle idee e dei valori; di trasformarlo in un culto tutto interno all'uomo, in una religione psicologica e introspettiva: è la vittoria del Peccato Originale, è la vittoria del Demonio, che vuole chiudere l'uomo in se stesso per poi abbandonarlo alla propria disperazione.


Ma il Cristianesimo è un fatto esterno che nasce dal fatto dell'Incarnazione di Dio.


Il pericolo è di non ricordarlo sempre: bisogna prendere tutto o rigettare tutto... attenuare è indebolire... amputare è mutilare.


Dobbiamo ricordarlo sempre: Cristo ci raggiunge con un fatto esterno a noi.


Per questo non si può salvare nemmeno la Tradizione della Chiesa con le parole, ma aderendo a un fatto.


È aderendo a un luogo esterno, che ti ha riconsegnato la fede di sempre, che si salva la Tradizione.
È stando a quel fatto, stando a un luogo, stando a persone visibili con cui il Signore ti ha riconsegnato ad una fede integralmente cattolica, che tu potrai essere trasformato dentro.
La tentazione è sempre quella di volgersi alle idee, ai valori, alle parole, per rigettare o attenuare il fatto; e attenuarlo è rigettarlo!


Siamo a Natale. Quale domanda faremmo bene a porci? C'è ne una più urgente di tutte:
“Ma io, dove riconosco il fatto di Dio? Dov'è la mia grotta di Betlemme, dove andare ad adorare il Signore; dov'è la grotta dove Dio nasce?”.
La risposta non può essere vaga, dovrà indicare un luogo concreto, un centro di messa tradizionale concreto, dei volti precisi a cui riferirsi, dei tempi e occasioni stabiliti in cui esserci.


Sì, lo sappiamo, la Chiesa è in crisi; ma tutta la crisi della Chiesa non impedirà ai sinceri di cuore il trovare questi fatti precisi, luogo di salvezza per l'anima stanca. Dio è fedele, e non fa mancare mai il suo soccorso, che è sempre un fatto.


Se ci ostineremo a cercare la salvezza dentro di noi, vorrà dire che siamo già parte dei peggiori modernisti, magari “tradizionali”.


Ma preghiamo che così non sia.
Buon Natale


















martedì 12 dicembre 2017

La cattiva teologia che ha desacralizzato le chiese








Stefano Fontana (12/12/2017)

La campagna della Nuova BQ #salviamolechiese circa le nuove forme di okkupazione delle chiese con sfilate di moda, rassegne dell’artigianato locale, mostre di quadri di dubbio gusto e così via … mette il dito in una piaga che ha origini lontane. Se si trattasse solo di sprovvedutezza e noncuranza la cosa non sarebbe poi così grave. Sprovvedutezza e noncuranza riguardano casi particolari, pur se di numero crescente, e possono pretendere le attenuanti che si danno di solito agli sprovveduti e ai noncuranti. Il fatto è, purtroppo, che questa nuova okkupazione delle chiese è stata ampiamente teorizzata e addirittura fondata teologicamente. E’ per questo che la cosa è piuttosto grave: l’okkupazione delle chiese con i corsi di aerobica rappresenta l’ingresso del profano nel sacro o, meglio, l’annullamento della distinzione tra sacro e profano. E questo concetto la teologia lo sta insegnando ormai da decenni, almeno fin dagli anni Sessanta del secolo scorso.

Nel 1969 Ladislaus Boros scriveva che da quando Cristo si è incarnato, Dio lo si incontra nell’uomo e il mondo è diventato grazia. Due anni dopo, Gustavo Gutiérrez, padre della teologia della liberazione, insisteva sul medesimo concetto: «Da che Dio si fece uomo, l’umanità, ogni uomo, la storia, sono il tempio vivo di Dio. Il pro-fano, ciò che sta fuori del tempio, non esiste più», e concludeva così il suo ragionamento: «Se l’umanità, se ogni uomo, è tempio vivo di Dio, allora incontriamo Dio nell’incontro con gli uomini, nell’impegno col divenire storico dell’umanità».

Clodovis Boff, fratello del più noto Leonardo, nel suo libro “La grazia liberatrice nel mondo” sosteneva che non bisogna più parlare della grazia, come fa la Chiesa, ma lasciare la grazia parlare, intendendo che la grazia opera nel mondo e parla attraverso i fatti del mondo. In precedenza, eravamo nel 1964, Jürgen Moltmann aveva spiegato che c’era stata una evoluzione della presenza di Dio tra gli uomini: dapprima nella tenda, poi nell’Arca, poi nel tempio … fino a quando Dio avrebbe preso dimora nell’umanità stessa. Pannenberg aveva parlato di rivelazione come storia, Schlette di epifania come storia, Cullmann di salvezza come storia. Tutte queste teologie hanno sostenuto che Dio si sarebbe rivelato non tramite una teofania diretta, ma in modo indiretto tramite gli avvenimenti della storia. Il sacro, inteso come il luogo e la dimensione diretta della rivelazione e della teofania, doveva quindi essere sostituito col profano, inteso come il modo indiretto con cui Dio si rivela e guida la storia della salvezza. Edward Schillebeecks aveva scritto nel 1965 che «Tutta la vita profana costituisce una specie di esplicitazione di ciò che vuol dirci l’intima offerta della grazia di fede». Nello stesso anno Harvey Cox aveva dichiarato che «Dio ama il mondo e non la Chiesa».

Se si vuole però andare alle origini di questa identificazione del sacro col profano occorre parlare di Karl Rahner. Per lui il mondo come esistenza è il luogo della auto-rivelazione di Dio all’uomo. Noi non incontriamo mai gli insegnamenti di Dio e Dio non ci ha dato degli insegnamenti diretti, noi vediamo il mondo e gli uomini e lì Dio comunica se stesso in via anonima e priva di contenuti, una via che accetta e fonda la nostra libertà. Ecco allora «L’odierna tendenza a parlare non di Dio, bensì del prossimo, a predicare non l’amore di Dio, bensì l’amore del prossimo, a non dire Dio, bensì mondo e responsabilità verso il mondo».

La storia della salvezza coincide quindi con la rivelazione e con la storia dell’umanità e non c’è distinzione tra storia sacra e storia profana: «Il mondo media a Dio come a colui che si comunica nella grazia, e in questo senso il cristianesimo non conosce alcun settore sacrale delimitato, nel quale soltanto potremmo trovare Dio». Il mediatore tra gli uomini e Dio è ormai diventato il mondo.

Questi scarni esempi possono adeguatamente testimoniare che l’ingresso della “pizza solidale” in duomo o dei pranzi con i poveri in cattedrale non sono solo dovuti a superficialità o sprovvedutezza, ma sono alimentati da una visione della relazione tra il mondo e la Chiesa che data ormai da alcuni decenni. Non ha importanza la notevole differenza tra le dotte asserzioni dei teologi e lo squallore di molte di queste okkupazioni, le idee filtrano dalla aule universitarie alle piccole parrocchie di periferia dove qualcuno organizza l’ingresso del mondo in chiesa senza aver mai letto Cox o Rahner ma seguendone ugualmente e di fatto gli insegnamenti.

Se Dio si manifesta prima di tutto nel mondo tramite eventi storici, allora lo si incontra nella prassi di fare entrare gli eventi storici nelle chiese. Viene quindi trascurato che la Chiesa è il luogo in cui il fedele può entrare in contatto con quanto storico non è. Lo spazio sacro è il luogo dell’eterno. La Chiesa, per la presenza del Santissimo Sacramento dell’altare, è un luogo “metafisico” e non più solo storico: lì è presente l’Alfa e l’Omega della storia, che proprio perciò non è storia. Ed infatti, quando entra la “pizza solidale” in duomo, il Santissimo – almeno per ora - viene trasportato altrove.














lanuovabq.it





domenica 10 dicembre 2017

Eutanasia, nessuno la vuole, tutti la votano







Lettera di Peppino Zola al Direttore di La nuova bussola quotidiana -10 dicembre 2017

Caro direttore,

desidero farti due osservazioni a proposito della legge sull’eutanasia (meglio parlare chiaro) che sta per essere approvata. Non riguardano il merito del DDL: non c’è bisogno di dimostrare che si tratta di una legge pessima, altro che una legge di civiltà, come osa dire continuamente il capogruppo PD in modo assolutamente ipocrita. Due osservazioni che riguardano il metodo e che gettano una luce preoccupante sul modo di lavorare della nostra classe dirigente.

1) Mi ha molto colpito il fatto che sia stata data una impressionante accelerazione all’iter che porterà all’approvazione della legge entro pochissimi giorni. E tutti i gruppi politici ne sono responsabili, tanto è vero che è stata l’assemblea dei capigruppo a decidere i tempi: ho il fondato sospetto che sia stato raggiunto, in quella sede, questo compromesso: si vota la legge sul fine-vita ed in cambio non si vota la legge sullo jus soli. Il sospetto si è fatto per me certezza quando Salvini ha infelicemente detto che lui non si occupa dei morti. Questo accordo sui tempi trova ora conferma se si considera come il dibattito si sta svolgendo: in pratica, nessuno osa fare anche solo cenno alla possibilità che qualcuno applichi il tanto temuto ostruzionismo.

Vi sono migliaia di emendamenti, ma essi verranno annullati nella quasi totalità con il metodo del “canguro”, che il semplice cittadino non riesce neppure a capire che cosa sia. In questo contesto, ciascun gruppo sta recitando la sua parte senza ritegno, ma tutti, in pratica, fanno in modo che la legge passi e passi in fretta. I partiti della sinistra, ricattando l’opinione pubblica mediante l’esaltazione di alcuni “casi pietosi” ( secondo il vecchio metodo Pannella), insistono sugli slogan relativi alla “legge di civiltà” che deve adeguarsi a ciò che fanno gli altri Paesi europei, senza avere il coraggio di entrare nel merito della questione, la quale è una questione di morte, altro che di civiltà.

I 5stelle, così combattivi su tutto, in questo caso sono fortemente remissivi e si limitano a dire che voteranno sì, ma senza dare alcuna spiegazione. Ed, in effetti, non si capisce perché un grillino dovrebbe per forza votare la legge, a conferma che, al di là del demagogico richiamo all’onestà, è difficile comprendere che cosa costoro vogliano. Il partito di Alfano (ottima la notizia che smette di fare politica), pur facendo parte del governo, ha presentato molte centinaia di emendamenti, ma solo per mettersi a posto la coscienza.

Avrebbe un altro modo molto più efficace di impedire l’approvazione della legge ed è quello di chiedere la crisi di governo, provocandone la caduta a poche settimane dal suo termine naturale. Ma non ha questo coraggio, come non l’ha avuto nel caso della legge Cirinnà. E’ evidente che sono ipocriti i suoi emendamenti. Ma anche nei gruppi dell’opposizione abbonda l’ipocrisia. La Lega, a sua volta, ha presentato moltissimi emendamenti, pur sapendo che il “canguro” li azzererà. Forse li ha presentati proprio perché sapeva che sarebbero stati azzerati. Per lo jus soli Salvini aveva promesso la mobilitazione delle piazze: perché non lo ha fatto anche per il DDL di cui parliamo? Il fine vita è meno importante della cittadinanza?

Forza Italia ha semideciso di votare no, ma poi si barrica dietro la gherminella di lasciare la libertà di coscienza ai propri senatori, il che costituisce un altro modo pilatesco di lavarsi le mani di fronte ad un tema fondamentale per ogni umana convivenza. Sono rimasti molto in pochi a lottare veramente contro questa legge eutanasica. Sono rimasti in pochissimi a dare ascolto alle osservazioni ed alle proteste che arrivano da settori molto consistenti della società impegnata nella difesa della vita. Di fronte a tutta questa ipocrisia, tra l’altro, la Chiesa italiana è rimasta sostanzialmente silente.

2) In tutti i settori sensibili della vita della società (come questo), il legislatore sta seguendo sempre facili scorciatoie invece che affrontare i reali problemi che, di solito, stanno dietro a queste problematiche. Così, invece di assumere concrete ed efficaci misure per rafforzare la famiglia a fronte delle sue difficoltà, il legislatore ha scelto la via del divorzio sempre più breve e facile, il che sta gettando migliaia di giovani figli nella più grave disperazione. Ed invece di preoccuparsi di aiutare la vita ad affermarsi, il legislatore ha scelto la via dell’aborto, la quale ha indotto quella mentalità generalizzata che oggi provoca la gravissima denatalità in atto. Nel nostro caso specifico, il legislatore, invece di assumere serie misure a favore della popolazione più anziana, ha scelto la facile via delle DAT, che aprono le porte (anzi, le spalancano) all’eutanasia. Ed è triste constatare che in tutte queste operazioni vi siano stati dei cattolici conniventi.

Caro direttore, se teniamo veramente al bene comune, noi cattolici dobbiamo intensificare la nostra testimonianza per far vedere ai nostri fratelli uomini la diversità positiva che Cristo ha portato nel mondo. Fanno parte integrante di tale testimonianza le battaglie culturali (fino al livello politico) cui siamo chiamati dalla nostra appartenenza all’Avvenimento cristiano. Tra poche settimane avremo una seria occasione di fronte alla quale non dovremmo più tacere.












venerdì 8 dicembre 2017

Tota pulchra es Maria et macula originalis non est in Te








(...) Affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli.

(Bolla “Ineffabilis Deus”)
















giovedì 7 dicembre 2017

Sì, Dio permette la tentazione. Perché siamo chiamati a scegliere





di Aldo Maria Valli  (07/12/2017)

«E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male». Recenti dichiarazioni di papa Francesco («Non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non mi lasci cadere nella tentazione”: sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito») hanno riaperto una vecchia questione.

Ma se per secoli i cristiani hanno pregato così, è possibile che abbiano preso tutti un abbaglio? Davvero sarebbe meglio dire «non abbandonarci nella tentazione», come si legge nella nuova traduzione?

Non essendo un esperto, lascio volentieri la risposta ad altri. Di certo continuerò a pregare come mi è stato insegnato da bambino. E mi affido a un ricordo di tanti anni fa. Riguarda il cardinale Carlo Maria Martini, che all’argomento dedicò riflessioni, secondo me, illuminanti.

Il problema di una traduzione meno «scandalosa», spiegò l’arcivescovo, non si pone certamente oggi. Sant’Ambrogio, per esempio, preferiva tradurre «e non permettere che cadiamo nella tentazione». In questo senso il «non abbandonarci nella tentazione» proposto dalla Conferenza episcopale italiana non è che uno dei tanti tentativi di risolvere un antico problema, ma, secondo Martini, la vera questione è un’altra.

Il punto, spiegava il cardinale, è che Gesù nella preghiera pone il problema della tentazione in primissimo piano e con forza. Qualunque sia il verbo (indurci, abbandonarci o altro) dobbiamo concentrarci sul complemento. Gesù ci dice che la tentazione ci accompagna, fa parte della nostra esperienza quotidiana, come provò lui stesso che, non a caso, dopo gli anni trascorsi in famiglia, incominciò il suo ministero proprio sottoponendosi alle tentazioni di satana nel deserto. Dunque, sia che diciamo «non ci indurre in tentazione» o «non permettere che cadiamo nella tentazione» o «non abbandonarci nella tentazione», la questione vera è che Dio certamente permette la tentazione, e non in via straordinaria o marginale, ma come esperienza costante.

Perché? Secondo Martini la risposta è semplice: perché proprio attraverso la tentazione, e il conseguente combattimento interiore, cresciamo nella fede. Se non fossimo esposti alla tentazione, se tutto andasse liscio e tranquillo, se fossimo come teleguidati verso il bene, la libertà non sarebbe messa alla prova. Non dobbiamo mai dimenticare, invece, che la vita del cristiano è una battaglia continua, perché continuamente si tratta di scegliere tra il bene e il male.

Le tentazioni sono tante e di vario tipo, ma ce n’è una che appare particolarmente spaventosa. È quella di tipo escatologico, che riguarda la fine dei tempi, quando satana sferrerà il suo ultimo e più temibile attacco. Martini ricordava a questo proposito le parole di Matteo (24, 11-12): «Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà». Ecco la tentazione ultima e più devastante: cedere definitivamente all’azione di satana, alla sua seduzione, e scegliere il Male. Con la maiuscola, perché è persona, ovvero il Maligno.

La seduzione è effettivamente l’arma usata dal Maligno, che istiga l’uomo a scegliere lui presentandosi in veste suadente, accattivante.

Tutti, spiegava Martini, senza esclusioni, siamo soggetti alla seduzione del Maligno, e tutti dobbiamo vigilare. Ecco perché Gesù, nella preghiera che ci ha insegnato, mette l’accento sulla tentazione.

Nel libro «Ritrovare se stessi», nel capitolo dedicato al combattimento spirituale, Martini scrive: «Tutta la vita di Gesù è stata una formidabile lotta, una presa di posizione decisa nel grande combattimento contro l’avversario». E così è per noi. Non è lecito indorare la pillola.

Se siamo in battaglia, di che cosa dobbiamo prendere consapevolezza?

Ecco la risposta dell’arcivescovo: «Anzitutto che noi ci troviamo in una situazione rischiosa; è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà, è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell’avversario, le vie attraverso le quali il mondo è portato al male, ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l’aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché sappiamo cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia. Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un’atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi i quali minacciano proprio chi non se l’aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio. La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c’è almeno un varco aperto, se c’è almeno un elemento mancante nell’ armatura così da farci cadere nel combattimento. L’ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell’armatura vanno continuamente affinati nell’esercizio della preghiera che non li supplisce – non supplisce lo zelo, l’impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti sono avvolti e vengono ritemprati per la lotta».

Un comportamento di fondamentale importanza, nella battaglia contro la tentazione, consiste nell’evitare le occasioni di peccato. Se l’occhio ti dà scandalo, cavalo. Se la mano è occasione di scandalo, tagliala. Gesù non potrebbe essere più chiaro. Ed è significativo, spiega Martini, che in Matteo queste esortazioni si ritrovino, praticamente identiche, in due passi diversi dello stesso Vangelo: un caso molto raro, segno dell’importanza dell’ammonimento.

Evitare non solo il peccato, ma le occasioni di peccato. Una lezione da non dimenticare mai in un mondo segnato dalla moltiplicazione di queste occasioni. Tenendo ben presente che l’esperienza cristiana è agonistica, è battaglia, combattimento, competizione contro il Maligno che utilizza senza sosta l’arma della tentazione per irretirci e conquistare la nostra anima.

Per chi volesse approfondire, al riguardo c’è un bellissimo testo di Martini intitolato «Non sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostro».

Aldo Maria Valli











Padre Nostro, una traduzione, tanti significati






Riccardo Barile

“Non ci indurre in tentazione”: quale che sia la soluzione interpretativa, è chiaro che secondo Gc 1,12-13 e 1Cor 10,13 Dio non ci tenta al male, né permette che siamo tentati oltre le nostre forze. Questo è ovvio e, come dice il Papa, tentare direttamente al male è il mestiere del diavolo.

Il termine “indurre” usato nel Padre nostro sia in Mt 6,13 sia in Lc 11,4, è l’aoristo attivo del verbo “eis-fero” (εἰσενέγκῃς” - eisenekes), che alla lettera significa “portare verso/dentro” e quindi introdurre/indurre.

Sono interessanti gli usi - pochi - dello stesso verbo nel Nuovo Testamento con il senso inequivocabile di portare dentro:

Lc 5,18-19 (il paralitico che i portatori cercano di introdurre di fronte a Gesù):«Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare (portarlo dentro) e di metterlo davanti a lui. / Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza»;

Lc 12,11: «Quando vi porteranno davanti (porteranno dentro) alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire»;

At 17,20 (la domanda dei filosofi ateniesi a san Paolo che aveva evocato un “dio ignoto”): «Cose strane, infatti, tu ci metti negli (ci fai entrare dentro negli) orecchi; desideriamo perciò sapere di che cosa si tratta»;

1Tm 6,7: «(...) non abbiamo portato (portato/introdotto dentro) nulla nel mondo e nulla possiamo portare via»;

Eb 13,11: «Infatti i corpi degli animali, il cui sangue viene portato nel (portato dentro al) santuario dal sommo sacerdote per l’espiazione, vengono bruciati fuori dell’accampamento».

Una parziale e provvisoria conclusione è che questo senso di “indurre - far entrare” è così forte che può certamente essere interpretato correttamente, ma non spazzato via del tutto, a meno di supporre che l’agiografo non conoscesse le parole che usava...

Per cui a questo punto il problema e la soluzione sono che cosa si intende con “indurre”.
Certo, come annotato all’inizio, non si può intendere che Dio tenta direttamente al male, anche se - bisogna riconoscerlo - è vero che nel linguaggio corrente “indurre in tentazione” a volte significa proprio questo.

Ma è anche vero che “non ci indurre in tentazione” - pur aperto all’equivoco di cui sopra -, rispetta di più un altro senso implicito contenuto nella richiesta, che non è immediatamente e semplicemente, come forse suggerisce la modifica francese, il “non lasciarci cadere” nella tentazione - Fa’ che non siamo tentati? Fa’ che alla fine non pecchiamo? Neppure qui è tutto chiaro! -, ma prima ancora è il “non introdurci” nel senso di “non lasciare che siamo introdotti” nella tentazione dal demonio o da noi stessi. In senso forte e usando un verbo simile - e dunque da rendersi con la stessa traduzione - Gesù insegna questa richiesta al Getsemani rivolgendosi agli apostoli “addormentati”: «(...) Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mt 26,40-41). E qui la tentazione è mortale, perché si tratta di non seguire Gesù Cristo sulla via della croce con il rischio di non incontrarlo più come Risorto e Salvatore. La realtà che soggiace alla richiesta è complessa e comporta esperienze che sembrerebbero non stare insieme, ma che insieme vanno tenute: da una parte la tentazione è inevitabile e non si può pretendere che Dio ce ne preservi totalmente - Gesù stesso è stato tentato (Mt 4,1-11) -, dall’altra noi riconosciamo la nostra fragilità e la “terribilità” di certe tentazioni, per cui chiediamo a Dio di non farci entrare dentro, atteggiamento che racchiude in fondo la fiducia che, se Dio permette che noi entriamo in queste tentazioni, grazie al riconoscimento della nostra fragilità e dell’averlo pregato, ce ne farà uscire vittoriosi.
Insomma, detto in altro modo è l’atteggiamento di Gesù che nel Getsemani prega: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39). Così in un certo senso è anche per la nostra richiesta “non ci indurre in tentazione”.

Non solo, il “non ci indurre in tentazione” mantiene in sottofondo - anche se con terminologia non correttissima rispetto al linguaggio odierno - la categoria di Dio che prova e mette alla prova. Ad esempio, permettendo la presenza e l’azione nefasta di un falso profeta «il Signore, vostro Dio, vi mette alla prova per sapere se amate il Signore, vostro Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima» (Dt 13,4); oppure la non liberazione della terra promessa dai popoli che la abitavano era funzionale al fatto che «Queste nazioni servirono a mettere Israele alla prova, per vedere se Israele avrebbe obbedito ai comandi che il Signore aveva dato ai loro padri per mezzo di Mosè» (Gdc 3,4). Qui mi fermo, ma ognuno per suo conto cercando in una concordanza biblica (elettronica) “prova / provare” e simili, verificherà l’estensione e la profondità del tema e di questa condotta di Dio nei nostri confronti.

In questo senso il “non ci indurre alla tentazione” significherebbe: “Signore, non metterci troppo alla prova, non darci una prova troppo grande, non permettere che siamo tentati oltre le nostre forze ecc.”. Si obietterà, come rilevato all’inizio, che Dio non tenta oltre le nostre forze e dunque non è il caso di inoltrargli una simile richiesta. Ma così ragionando ci si dimentica che il nostro rapporto con Dio non si basa sulla filologia e sulle certezze al limite, ma sulla verità esperienziale antropologica che Dio ha assunto nella antica alleanza e molto di più nella nuova con l’Incarnazione: «Restando sempre intatta la verità e la santità di Dio», è la «ammirabile condiscendenza» di cui parla il Vaticano II (Dei Verbum 13).

Quanto poi alla considerazione che Dio non sta a vedere se siamo caduti ma ci sostiene prima, è verissima, ma non bisogna spingerla più di tanto sino ad eliminare il fatto che, secondo una tradizione ascetica e spirituale, Dio non soltanto ci mette alla prova, ma anche “sta a vedere” il nostro combattimento per premiarci. Di nuovo, in forza della “ammirabile condiscendenza”, Dio si comporta anche come un amico, un educatore, un maestro umano che mette alla prova e sta a vedere, certo invisibilmente presente dall’inizio con la sua grazia. Al riguardo è famoso il testo di sant’Atanasio su Antonio, dopo che quest’ultimo fu tentato dal demonio sotto le forme orribili di animali feroci, un testo ripreso da altri racconti di vite di santi e non tanto per identificarli a quel primo modello, ma perché la realtà della vita cristiana comporta queste prove nelle quali sembra che Dio stia lontano e “a guardare” in vista di purificare la nostra fede e il nostro amore: «Il Signore neppure in questo momento si dimenticò della lotta di Antonio, ma venne in suo aiuto. Sollevati gli occhi, dunque, (Antonio) vide il tetto come se si aprisse e un raggio di luce che scendeva verso di lui. E i demoni scomparvero in un istante, il dolore del corpo era subito cessato, e la casa era di nuovo intatta. Antonio percepì l’aiuto e, ripreso più fiato e alleggerito dei suoi dolori, chiedeva alla visione che si era manifestata: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio, per porre fine alle mie sofferenze?”. E una voce a lui: “Antonio, ero qui, ma aspettavo di vedere la tua contesa. Dunque, giacché hai resistito e non sei stato sconfitto, io sarò sempre tuo soccorritore e ti renderò famoso in ogni dove”» (Sant’Atanasio, Vita di Antonio 10,1-3).

Dunque e concludendo: certo che si può cambiare la versione come hanno fatto i francesi e come potremmo fare anche noi in italiano, ma, più si precisa, più si perdono tanti significati concomitanti e sottesi come quelli indicati.

Bisogna anche precisare che la liturgia non cita necessariamente alla lettera la Scrittura, ma dalla Scrittura elabora una sua preghiera. Ad esempio l’Agnello di Dio in Gv 1,29 toglie “il peccato” del mondo, mentre in liturgia prima della comunione toglie “i peccati” del mondo.

E alla fine della fine bisogna ricordare che il linguaggio cristiano non sempre può essere condizionato dal linguaggio corrente e tarato su di esso: certe parole e certe espressioni hanno una polisemia che va mantenuta e imparata, come nel caso classico del termine neotestamentario di “carne”. Il linguaggio cristiano va imparato, va imparato, va imparato perché, come diceva Tertulliano, «cristiani non si nasce, ma si diventa» (Apologetico 18,5), per cui come diceva Totò, anche cristianamente “nessuno nasce imparato”.

Forse chi ha letto fin qui si trova con un aumento di confusione, ma in questo caso è un buon segno perché è più vicino alla verità.












lanuovabq.it 07-12-2017





lunedì 4 dicembre 2017

In San Domenico sfilano modelle. #Salviamolechiese







Abusi e profanazioni


Andrea Zambrano (04-11-2017)

No. Alla sfilata di moda non ci aveva pensato nessuno. Tacco 12 e pellicciotti secondo la tendenza della moda autunno-inverno. Una bella dozzina di modelle da urlo in passerella e un pubblico interessato a guardare e ad ascoltare improbabili imitatrici di Laura Pausini che canta “Simili”. E’ l’iniziativa di Confartigianato Cuneo “Moda Confartigianato 2017” andata in scena ad Alba venerdì sera. Una bella serata di musica e fashion che ha allietato l’inizio del week end nella capitale dei tartufi.


Ma c’è un piccolo particolare: la location. Le modelle hanno sfilato, dice l’organizzatore, nella splendida cornice della chiesa di San Domenico. Proprio così. Siamo ad Alba a pochi passi dalla cattedrale cittadina e nella chiesa di San Domenico venerdì è andata in scena la sfilata di moda ampiamente pubblicizzata sui giornali e su Facebook da una diretta molto partecipata con tanto di “wow!” e ringraziamenti a fine collegamento. In effetti non capita spesso di vedere modelle da urlo tra le volte gotiche di un tempio.


Insomma: una bella serata di moda in una location affascinante, se vista dall’ottica laicista che vede le chiese come semplici teatri per iniziative mondane. Una profanazione, anzi un sacrilegio, se invece lo guardiamo da un’altra ottica: quella del Padrone di casa. Il quale, ipocrisia delle ipocrisie, non è presente sacramentalmente perché il tabernacolo in quella chiesa era già stato “svuotato”. Ma è presente di diritto dato che la chiesa, intesa come edificio, ha un solo scopo: quello di ospitare l’adorazione, la preghiera e la messa. Però fa lo stesso: lontano dagli occhi, lontano dal cuore, sembra dirci questa nuova furia iconoclasta che fa strame dei templi cittadini costruiti col sudore e le offerte di un popolo che ora si starà rivoltando nella tomba nel vedere come vengono trattati quei muri.


La chiesa di San Domenico non è una chiesa parrocchiale. Ma non è stata interessata da un decreto di perdita della dedicazione, tanto che vi si celebra spesso anche la santa messa, come l'associazione che ne ha cura dice con orgoglio mostrando come l'edificio non sia affatto sconsacrato ma consacrato! tanto che di tanto in tanto vi si celebra pure, pensate un po', la messa. Una messa di tanto in tanto a far capolino tra sfilate e mostre, come un happening qualsiasi, da cartellone stagionale.


Il tempio grava sulla parrocchia della Cattedrale retta da don Bernardino Negro. E’ a lui che la Nuova BQ si rivolge al telefono per cecare di capire il perché di questa iniziativa scriteriata. “Impossibile”, ci dice il sacerdote subito dopo pranzo. “Ma su internet ci sono le foto e gli articoli”, ribattiamo.


“Le ripeto che è impossibile perché se fosse così dovrei intervenire. L’accordo siglato con i gestori della chiesa parla chiaro: si possono fare iniziative di carattere culturale e non queste cose. Ma fatemi verificare, vi prego, devo sentire dai custodi”.


Tempo due ore e lo richiamiamo: “Mi sono informato, ho telefonato al presidente di Familialbejsa (l’associazione che gestire la chiesa per eventi culturali ndr.), sono andato di persona a vedere oggi stesso: la chiesa è proprietà del capitolo dei canonici quindi noi abbiamo espresso da tempo l’intenzione di comminare sanzioni molto precise per salvaguardare l’ambiente sacro e quindi esigiamo che prima di fare qualunque manifestazione ci venga fornito il programma per vedere se è confacente oppure no. In passato abbiamo anche detto dei no quando si è profilata l’ipotesi di girare un film all’interno dell’edificio”.


A questo punto non resta che chiedere se verranno comminate sanzioni: “Da quello che ci hanno spiegato non si è tratta di una sfilata di moda, ma di una presentazione dei prodotti dell’artigianato locale, tra cui appunto anche la lavorazione delle stoffe. I responsabili mi hanno assicurato che non c’è stata nessuna sfilata”.


Mostriamo al parroco le immagini e i video inequivocabili dove si parla espressamente di "eccellenze artigianali dell'abbigliamento, accessori, acconciatura ed estetica in passerella nella splendida Chiesa di San Domenico". A questo punto il parroco allarga le braccia e dichiara: “In ogni caso il capitolo dei canonici non era informato”. Sfilata o no, che però c’è stata, anche se si fosse trattato di una semplice presentazione che cosa sarebbe cambiato? Nulla, dato che la chiesa è stata profanata per un uso non legato al culto.


Quello che succede ad Alba però è figlio di un vizio che si sta imponendo in maniera quasi ossessiva in ogni dove: nelle settimane scorse abbiamo raccontato di chiese violate per concerti di musica techno, partite di tennis (con la scusa che la chiesa è “sconsacrata”), comizi elettorali, set fotografici per trans, film pornografici. E ancora: conferenze, mostre bizzarre e astruse, iniziative tra le più svariate, ognuna della quali esibisce una qualche patente di legittimità per mostrare all’autorità ecclesiastica che in fondo non c’è nulla di male: basta una causa buona, una carità pelosa che giustifichi l’ingresso in chiesa e il gioco è fatto.


Invece il gioco non è fatto per nulla per il semplice motivo che se si iniziano a utilizzare le chiese per scopi che non hanno nulla a che vedere con il culto reso al Signore, il piano inclinato porterà presto, come si è dimostrato, a passare senza accorgersene agli usi più strampalati e dissacranti. Al di là delle intenzioni dei singoli, sarebbe anche bene ad un certo punto dire basta e interrompere questo scivolamento verso l’abisso della dissacrazione con la complicità di un clero spesso distratto o che chiude gli occhi per quieto vivere.


Eppure è diritto di ogni fedele esigere che le chiese vengano utilizzate per pregare e non per urtare la loro sensibilità che è orientata alla crescita della fede e non della bile. Lo dice il codice di diritto canonico, lo dice il buon senso, ma lo dice anche la fede dei semplici.


E’ con questo spirito che La Nuova BQ lancia la campagna #SALVIAMOLECHIESE per dare un segnale di stop a questo lassismo post moderno secondo cui tutto va bene, purché nessuno si lamenti. E’ un diritto dei fedeli esigere che le sfilate vengano fatte in luoghi più appropriati. E così i concerti e le mostre. Invitiamo con questa campagna tutti i lettori a segnalarci abusi, utilizzi impropri, profanazioni evidenti, mancanze di rispetto verso il luogo sacro che si calpesta e altre stramberie che, ne siamo sicuri, stanno accadendo in tutt’Italia nel disinteresse collettivo.


Per ridare al culto di Dio il primo posto e rimettere in fila le priorità. Una sfilata di moda, come un concerto o una mostra, sono iniziative di carattere sempre commerciale o promozionale, non si può mercanteggiare con scuse bislacche il rispetto sacro che si deve al tempio di Dio nella speranza che in fondo non si fa nulla di male. Scrivete a redazione@lanuovabq.it indicando il luogo e l’evento che vi ha turbato sensibilmente svoltosi in una chiesa. Lo sottoporremo al vescovo del luogo perché intervenga e ponga fine ad un uso sconsiderato che è arrivato il momento di fermare.












giovedì 30 novembre 2017

Santa Messa in Rito Romano antico a Pistoia: ogni domenica ore 18




Avviso

Dalla PRIMA DOMENICA DI AVVENTO 
-il 3 DICEMBRE 2017-

riprende la regolare celebrazione della 

Santa Messa in Rito Romano antico 

nella chiesa di San Vitale 
in via della Madonna, 58 a Pistoia


OGNI DOMENICA 
alle ORE 18:00

(dalle 17:30 confessioni)




Le celebrazioni di precetto che non sono di domenica saranno comunicate di volta in volta in questo blog.

Per la Solennità dell'Immacolata Concezione tutta la Diocesi parteciperà in Cattedrale alla Santa Messa presieduta dal Vescovo per l'ordinazione presbiterale.





mercoledì 29 novembre 2017

Liturgia: le ragioni del ritorno del latino in chiesa






Nicola Bux (29-11-2017)

Da milleseicento anni la lingua ufficiale della Chiesa cattolica romana è il latino
, come della Chiesa di Costantinopoli è il greco antico, di quella di Mosca lo slavo ecclesiastico, dei luterani il tedesco medievale. Il latino è quindi anche la lingua della liturgia romana, come di altre liturgie occidentali: segno di unità ecclesiale che travalica tempo e spazio, perché collega le generazioni cristiane dai primi secoli sino ad oggi, e perché permette a tutti i cattolici di unirsi in una sola voce; è la chiesa universale che prega per bocca dei suoi figli senza distinzione di razza e cultura.

Che cosa è successo con la riforma liturgica?
Per quanto siano stati tradotti nelle lingue parlate, molti testi liturgici non si potevano rendere con la stessa efficacia; per non parlare del canto gregoriano e polifonico legato ad esso. Inoltre, la tesi in sé positiva dell’inculturazione della liturgia in un luogo e cultura - per la quale fu promulgata l'Istruzione Varietates legitimae, da leggere complementariamente a Liturgiam authenticam - non può offuscar l’altra che la precede e la segue: la liturgia deve esprimere l’unità e la cattolicità della Chiesa. Joseph Ratzinger osservava che tradurre la liturgia nelle lingue parlate sia stata una cosa buona, perché dobbiamo capirla, dobbiamo prendervi parte anche con il nostro pensiero, ma una presenza più marcata di alcuni elementi latini aiuterebbe a dare una dimensione universale, a far sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: "io sono nella stessa Chiesa"… per avere una maggiore esperienza di universalità, per non precludersi la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti. Col latino i sacerdoti possono dire messa per qualsiasi comunità nel mondo ed essere compresi.

Surrettiziamente però si è coniata la tesi dell’incomunicabilità plurisecolare della liturgia
facendola dipendere dall’altra tesi che il latino non fosse comprensibile ai tempi di Trento da parte della quasi totalità dei preti. Si è volutamente dimenticata l’opera di formazione del clero e di catechesi dei fedeli avviata da quel concilio, che ha mutato in quattro secoli la situazione. Questa tesi tace sul fatto che i nostri padri vivessero il mistero eucaristico e liturgico molto più profondamente di noi oggi e, ultimamente, significa negare l’azione dello Spirito Santo. La comprensione del mistero, non è quella che discerne la presenza di Cristo sull’altare e fa cadere in ginocchio, annichiliti come Pietro, esclamando: “Allontanati da me che sono un peccatore”? Malgrado la Messa in lingua parlata, il numero dei fedeli nelle chiese è molto diminuito: forse anche perché, dicono alcuni, ciò che hanno compreso non è affatto piaciuto. Divo Barsotti diceva: “Crede di capire qualcosa di più dell’essenza e del mistero eucaristico se si parla solo e sempre in italiano? Il problema non è di capire solo sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo”.

A tutto questo poi, non ha contribuito la pubblicazione
, in breve tempo, di documenti spesso contraddittori. Come giudicare lo iato tra il Motu proprio Sacram Liturgiam del 25 gennaio 1964, col quale papa Paolo VI ammetteva le lingue nazionali solo per le letture e il vangelo della Messa degli sposi, e l’Istruzione Inter Oecumenici del 26 settembre 1964, promulgata dalla Congregazione per il Culto Divino insieme al Consilium ad exsequendam Costitutionem de Sacra Liturgia (l’organismo istituito per “eseguire” il testo conciliare), in cui si autorizzava la lingua volgare oltre che nelle letture e nella preghiera universale, anche nell’Ordinario della Messa, cosa non prevista dalla Sacrosanctum Concilium?

Poi, sebbene l’Istruzione, al n 57 prescrivesse che i messali e breviari in lingua volgare
contenessero anche il testo latino, il 31 gennaio 1967 si comincia a recitare in lingua volgare anche il Canone romano. Ma il 13 luglio 1967 Paolo VI – come anzi detto – aveva fatto scrivere dalla Segreteria di Stato al Consilium, affinché i messali nazionali fossero bilingue: latino e lingua volgare. Eppure, appena un mese prima, il 21 giugno, il Consilium aveva inviato una lettera circolare a firma del suo presidente card. Lercaro, in cui si affermava che nelle celebrazioni non si dovrà passare da una lingua all’altra. Così, il 10 agosto del 1967 il Consilium diramava una comunicazione ai presidenti delle conferenze episcopali nazionali, circa la traduzione del Canone romano, in cui affermava: “E’ desiderio del Santo Padre che i messali, sia quotidiani che festivi, in edizione integrale o parziale, portino sempre a lato della versione in lingua volgare il testo latino, su doppia colonna o a pagine rispondenti, e non in fascicoli o libri separati, a norma dell’Istruzione Inter Oecumenici e del Decreto della S.Congregazione dei Riti De Editionibus librorum liturgicorum, del 27 gennaio 1966”.
Nel 1969 Paolo VI tornava a chiederlo anche alla Commissione liturgica nazionale italiana
, a proposito della traduzione da intraprendere, addentrandosi “nell’augusto, austero, sacro, venerando, tremendo recinto delle preci eucaristiche” – che costituiscono il cuore della Messa, il momento della consacrazione del pane e del vino – dove esortava a “procedere con pazienza, senza fretta, e soprattutto con qualche umiltà” (n. 11). L’espressione sarà ripresa letteralmente nella terza Istruzione Liturgicae Instaurationes del 1970, tranne l’accenno all’umiltà! Ma il papa rimase inascoltato, sia sull’impostazione bilingue sia sulle traduzioni, con la scusa dell’eccessiva voluminosità che avrebbe raggiunto il messale, secondo il segretario del Consilium, mons.Bugnini. Se questi avesse potuto vedere l’edizione italiana attuale, cosa avrebbe detto? Dunque, direbbe Manzoni, le 'gride' c’erano ma non sono state osservate.

Dinanzi al proliferare inarrestabile delle traduzioni-interpretazioni
, dovette intervenire, nel 1974, la Congregazione per la Dottrina della fede che stabiliva: “Il significato da intendersi per esse è, nella mente della Chiesa, quello espresso dall’originale testo latino”. Risultato: l’originale latino scomparve, impedendo così a preti e studiosi di intendere l’autentico significato del testo tradotto. Infatti, se si studia comparativamente il lessico e la sintassi del messale tridentino, promulgato da san Pio V, e di quello di Paolo VI si hanno non poche sorprese.

Per esempio, un’orazione dell’antico messale dice:
Deus, qui nocentis mundi crimina per acquas abluens, regenerationis speciem in ipsa diluvii effusione signasti (Dio, che astergendo con le acque i delitti di un mondo peccatore, nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita); nel messale attuale è resa così: “Deus, qui regenerationis speciem in ipsa diluvii effusione signasti” (Dio, che nella inondazione stessa del diluvio hai prefigurato la rinascita): sono scomparse le espressioni che riguardano la condizione umana di peccato, i pericoli e le insidie del diavolo e del mondo. Perché? Forse per non provocare “choc al senso cristiano attuale” (cfr Istruzione del Consilium del 1969). Questa situazione è un sintomo di quell’ottimismo romantico, stigmatizzato da Joseph Ratzinger nel Rapporto sulla fede, che oggi è sfociato nel relativismo teologico.

Significativo è quanto affermava Giovanni Paolo II
, il quale riconosceva che la lingua latina «è stata anche un’espressione dell’unità della Chiesa, e, mediante il suo carattere dignitoso, ha suscitato un senso profondo del mistero eucaristico». Papa Wojtyla ammetteva, inoltre, sempre nello stesso documento, che «la Chiesa romana ha particolari obblighi verso il latino, la splendida lingua di Roma antica, e deve manifestarli ogni qualvolta se ne presenti l’occasione».
Che cosa pensare e che fare? Uwe M.Lang annota:
“I Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata rimpiazzata dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico nel periodo post-conciliare si è spinta così oltre che la maggioranza dei fedeli oggi può a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma o a Lourdes. In un'epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Infine, è necessario preservare il carattere sacro della lingua liturgica nella traduzione vernacola, come fa notare l'istruzione della Santa Sede Liturgiam authenticam del 2001”.
A chi obbietta che la lingua latina
non permette la comunicazione e la partecipazione alla liturgia, bisogna far notare che il latino, quale lingua 'sacra' ha una potenza comunicativa, in quanto è adoperata all'interno di un atto sacro; inoltre, le caratteristiche di eredità della tradizione, universalità e immutabilità - che sono parallele a quelle del nucleo della fede - la rendono particolarmente adatta alla liturgia, che tratta delle res sacrae aeterne: il latino risponde alla missione della Chiesa di Roma. Anche le Chiese giovani africane e asiatiche hanno bisogno di una lingua unificante e universale, in momenti particolarmente significativi della loro vita, come la liturgia.

In molte parti del mondo si torna al latino:
da Oxford a Cambridge, a Seattle…perché considerarla un’arretratezza? Ad un europeo che deve imparare l’inglese per comunicare col mondo, perché non può essere utile conoscere il latino nostra madre lingua, per comunicare nella liturgia cattolica con i fratelli di fede ed anche saper decifrare il patrimonio musicale e artistico della Chiesa a cui apparteniamo senza far la figura degli ignoranti? Tutte le religioni usano una lingua sacra: l’arabo antico per i musulmani, il sanscrito per gli indù. Dunque non si deve aver paura del latino: i giovani lo capiscono e affollano le Messe in latino.

Bisogna interrogarsi seriamente
, circa la disobbedienza verso il Concilio Ecumenico Vaticano II, per aver abolito, di fatto e del tutto, il latino nella liturgia e nei sacramenti, facendo un favore al secolarismo e al particolarismo. Rispetto al tempo in cui fu pubblicata la Costituzione liturgica, la situazione è molto più grave in diverse parti del mondo, specialmente in Occidente: “È in questione la fede”e “l'unità del rito romano”che la esprime (cfr. Sacrosanctum Concilium, n. 37-38).

(FINE - 2) Già pubblicato: Il rovesciamento delle gerarchie
















martedì 28 novembre 2017

Domani inizia la novena alla Vergine Immacolata




Facciamo nostro l'invito del blog messatridentinanapoli.wordpress.com
Domani, 29 dicembre, ha inizio la Novena alla Vergine Immacolata. Invito tutti ad unirsi in preghiera, recitando quotidianamente il S. Rosario e l’Orazione riportata infra, tratta da un antico libretto di preghiere. Preghiamo in particolare per la S. Chiesa, per il Papa, per i Sacerdoti.



Novena all’Immacolata Concezione

Vergine gloriosissima, io mi rallegro con Voi, che nella vostra Immacolata Concezione riportaste sì bel trionfo, e dell’antico serpente, e del peccato ancora. Sia pur benedetto l’altissimo Iddio, che a Voi sola, fra tutti quanti i figliuoli d’Adamo, si degnò concedere il raro singolarissimo privilegio d’essere preservata immune dal peccato originale. Deh! pertanto, giacché foste sì pura, sì bella, sì immacolata, muovetevi a compassione di me, sì immondo, sì reo, sì peccatore; e come Dio a Voi porse la destra acciocché non cadeste nella colpa originale, così Voi ora a me porgete la mano, acciocché non cada nelle colpe attuali, né giammai permettere, o Maria, che prevalga contro di me quell’infernale dragone, a cui nel primo istante dell’esser Vostro schiacciaste gloriosamente il capo, ed umiliato e vinto tenete sotto i Vostri piedi. Questa è la grazia che nella presente novena umilmente Vi chieggo, e, affine di ottenerla, Vi offro questo piccolo tributo di benedizioni e di lodi in ringraziamento al Signore di sì bel privilegio che Vi concesse, ed in attestato di giubilo per vederVi da Lui cotanto privilegiata.

Si dicano poi dodici Ave Maria, e ad ognuna la giaculatoria: Sia benedetta la santa ed immacolata Concezione della beatissima Vergine Maria, Madre di Dio. 

(Indulgenza di 300 giorni. Leone XIII, 10 sett. 1878).
















lunedì 27 novembre 2017

La visione dell'Inferno mette in moto la preghiera





Tra Fatima e le Scritture 


Riccardo Barile (27-11-2017)

Stando al resoconto di Lucia, il 13 luglio 2017 a Fatima la Madonna mostrò ai veggenti «un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio, portate dalle fiamme che uscivano da loro stesse insieme a nuvole di fumo, cadendo da tutte le parti simili al cadere delle scintille nei grandi incendi, senza peso né equilibrio, tra grida e gemiti di dolore e disperazione che mettevano orrore e facevano tremare dalla paura. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri» (Suor Lucia Dos Santos, IV Memoria: EV 19/987).


QUALE VISIONE DELL’INFERNO E COME MAI?
Il card. Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, precisava che non si poteva pensare a una visione dell’al di là «nella sua pura essenzialità», anzi il veggente «vede con le sue possibilità concrete (...), è essenzialmente compartecipe del formarsi, come immagine, di ciò che appare» (Commento teologico del 26.6.2000: EV 19/1010-1011). Dunque si trattò di un “sacramento/immagine” dell’inferno, né la Madonna abolì il fatto che «Adesso noi vediamo in modo confuso come in uno specchio (per speculum in aenigmate)» (1Cor 13,12). Tuttavia, se per il paradiso l’immagine è meno bella della realtà, per l’inferno la realtà è più terribile dell’immagine!

Anche se la Madonna per ben due volte pose i veggenti in una luce “paradisiaca”, nella quale vedevano se stessi in Dio, l’immagine dell’inferno colpì e colpisce di più. Di certo la Madonna non ricorse a “effetti speciali” per stupire: c’era una ragione pastorale, che interpella ancora oggi l’evangelizzazione. Per cui lasciamo Fatima in sottofondo e guardiamo all’inferno come semplici cristiani, applicando a Fatima la formula di uno studioso della Sindone: «Non credo nella Sindone, ma la Sindone mi aiuta a credere». Così Fatima sull’inferno.


LA CORRETTEZZA SCRITTURISTICA E DELLA FEDE
L’immagine principale della visione dell’inferno descritta da Lucia è il fuoco, causa di sofferenza per coloro che vi sono immersi. Ed è l’immagine dell’inferno biblico a partire dal libro del profeta Isaia, che si chiude con il popolo rinnovato che renderà culto al Signore. Costoro tuttavia in una valle presso Gerusalemme «vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati contro di me; poiché il loro verme non morirà, il loro fuoco non si spegnerà e saranno un abominio per tutti» (Is 66,24). È la valle della Geenna, che Gesù spesso indica come punizione definitiva in molti passi e per evitare la quale conviene perdere un occhio, una mano, un piede, la vita stessa di questo mondo (Mt 5,29-30; 10,28; 18,9; 23,33; Mc 9,45.47; Lc 12,5). Altre volte la Geenna è esplicitamente associata al fuoco: «il fuoco della Geenna» (Mt 5,22; 9,43; 18,9); altre volte si parla semplicemente di fuoco e fornace ardente (2Ts 1,7-8; Mt 13,50) sino alla confessione del ricco: «soffro terribilmente in questa fiamma» (Lc 16,24). Non sembra di leggere il resoconto di Lucia riportato all’inizio?

Sempre sulla bocca di Gesù, altre immagini negative e di dolore affiancano il fuoco relativamente all’esito di una vita vissuta e conclusa male: il pianto e lo stridore di denti nella fornace ardente o nelle tenebre (Mt 8,12; 13,42.50; 22,13; 24,51; 25,30; Lc 13,28; 2Pt 2,17).

La dichiarazione di Abramo al ricco negli inferi - «tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi» (Lc 16,26) - esplicita che si tratta di una situazione irreversibile e introduce la categoria di eternità: il fuoco è eterno (Mt 18,8; 25,41; Gd 1,7) come il verme che non muore (Mc 9,48); le tenebre sono eterne (Gd 1,13); il supplizio è eterno (Mt 25,46) ed è una seconda morte nello stagno ardente di fuoco e zolfo (Ap 2,11; 20,6.14; 21,8).

Questo possibile esito negativo ed eterno della vita compromette la stessa risurrezione dei morti, che per la prima volta in Dn 12,2 è duplice: «Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna». Parole riprese e radicalizzate da Gesù - «viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna» (Gv 5,28-29) -, riportate nel CCC 998 e - chi oserebbe ricordarlo? - anche dal Vaticano II in Lumen gentium n. 48.

In sintesi: «La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità (...). La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato» (CCC 1035).


QUI NON C’È ANCORA L’INFERNO O IL PARADISO, MA LE DUE VIE
«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano» (Mt 7,13; Lc 13,24). Ecco il tema evangelico delle “due vie”. Poiché quaggiù non esiste né paradiso né inferno, ma un “cammino verso” l’uno o l’altro, è decisivo camminare verso il paradiso e non verso l’inferno.

La “via che conduce alla perdizione” è descritta dal NT con una varietà di prospettive, ad esempio gli elenchi di vizi o peccati in san Paolo (Rm 1,26-32; 13,13; 1Cor 5,10-11; 2Cor 12,20; Ef 4,31; Col 3,5-8; 1Tm 1,8-11; 6,4-5; 2Tm 3,1-5; Tt 3,3) e specialmente quando l’elenco termina con l’affermazione che quanti si comportano così non erediteranno il regno di Dio (1Cor 6,9-10; Gal 5,19-21; Ef 5,3-5), ma anche altrove (Mt 15,19; 1Pt 4,3; Ap 21,8; 22,15). In sintesi e a prescindere dal raro peccato contro Dio allo stato puro, tutti i testi sulla via di perdizione sono collocabili in tre grandi categorie.

- La “via” di un cattivo rapporto con il prossimo: cf il giudizio finale di Cristo in Mt 25,31-46 (ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare...), la cena di Corinto che umilia «chi non ha niente» (1Cor 11,20-22), il ricco epulone insensibile al povero Lazzaro (Lc 16,19,31) e tante espressioni nei cataloghi paolini dei vizi: ingiusti, calunniatori, rapinatori, facitori di fazioni e di liti, ribelli ai genitori, invidiosi, senza misericordia ecc.

- La “via” del tornare indietro dalla fede: «Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quanto peggiore castigo pensate che sarà giudicato meritevole chi avrà calpestato il Figlio di Dio e ritenuto profano quel sangue dell’alleanza, dal quale è stato santificato, e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? (...) È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!» (Eb 10,28-29.31; cf anche 1Gv 5,16). Dunque camminano “oggettivamente” verso l’inferno coloro che allegramente dichiarano di aver perso la fede, poiché Dio «non abbandona se non è abbandonato (non deserens, nisi desereatur)» (Vaticano I, Dei Filius, cap. 3: Dz 3014).

- La “via” dei peccati della carne, di una vita affettiva sregolata o irregolare. Se le tante testimonianze della tradizione cristiana (ultima anche di Giacinta tra i veggenti di Fatima) sono giudicate “bacchettone”, non si potrà cancellare il NT che pone su questa strada immorali, impuri, adulteri, depravati, uomini e donne che “si desiderano” (e si praticano) nello stesso sesso, dediti all’ubriachezza, ai bagordi, alle orge ecc. (cf i citati elenchi dei vizi).


SCENDIAMO AL PRATICO
«Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno» (CCC 1037), per cui inferno/paradiso, dannazione/salvezza non sono alla pari. Dio ha rivelato un unico mistero della sua volontà: che tutti si salvino e giungano al Padre per Cristo nello Spirito partecipando alla natura divina (1Tm 2,4; Ef 1,9; 2,18; 2Pt 1,4: DV 2). L’inferno è causato dal nostro rifiuto. Naturalmente il giudizio sulle persone - qui e nell’al di là - va lasciato «alla giustizia e alla misericordia di Dio», anche se «possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave» (CCC 1861).

È a questo punto che risultano chiare alcune indicazioni di condotta pastorale e personale.

Non si tratta di giudicare/condannare le persone, ma di mantenere dei chiari indicatori su che cosa è peccato e quali sono le “vie di perdizione”, evitando di mantenere solo la prima e di tacere sulle altre due, cioè di mandare all’inferno solo i mafiosi e gli scafisti (prima via), tacendo su chi ha perso la fede (seconda via) e magari invitandolo a parlare ai credenti, o ammorbidendo i paletti della morale sessuale (terza via).

La menzione della possibilità dell’inferno appartiene alla corretta comprensione del buon annuncio, che non può essere limitato alle realtà positive: la grazia, far maturare i semi del Verbo, raggiungere la maturità e felicità piene ecc., senza precisare che oltre a ciò non si dà una zona neutra, ma semplicemente la perdita della salvezza totale (adeguatamente proposta).

Le parole delle Scritture e della Chiesa sull’inferno sono «un appello alla responsabilità» (CCC 1036) e alla dignità umana: Dio ha posto la vita veramente nelle nostre mani. Sono anche parole che svelano l’amore di Dio, perché è chiaro che Gesù parla dell’inferno solo per preservarci dal caderci dentro. E così la Chiesa. E così la Madonna a Fatima.

Certo un discorso del genere può causare una contrizione che nasce «dal timore della dannazione eterna», ma anche questo è «un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo» e spinge verso una «evoluzione interiore che sarà portata a compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale» (CCC 1453). Se il timore spinge a compire azioni buone e sante, queste adagio adagio trasformeranno il timore in un rapporto di amore verso Dio.


TORNIAMO A FATIMA
Mostrata l’immagine dell’inferno, la Madonna invitò i tre bambini a pregare aggiungendo alla fine di ogni decina del Rosario la famosa richiesta: «Gesù mio... liberateci dal fuoco dell’inferno. Portate in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia». In una lettera del 18.5.1941, Lucia precisò che «la Madonna si riferiva alle anime che si trovano in maggior pericolo di dannazione».

Altro che paura! La visione dell’inferno mette in moto la preghiera, l’intercessione, la solidarietà verso i peccatori. Se dessimo fiducia alla Madonna, anche questo dovrebbe rientrare nella “nuova evangelizzazione”.

È una preghiera dolcissima ma anche molto tradizionale. La prima preghiera eucaristica o canone romano chiese per secoli e chiede ancora oggi: «Ab aeterna damnatione nos eripe / Salvaci dalla dannazione eterna». E poi Gd 22-23 esorta: «siate misericordiosi verso quelli che sono indecisi e salvateli strappandoli dal fuoco». To’, la Madonna, che sembrerebbe limitata a formule devozionali, parla quasi come le Scritture. Chi l’avrebbe mai detto?

P.S.

Parecchie citazioni Scritturistiche sono state solo indicate. Ma se qualcuno avrà la pazienza di andare a leggersele per esteso, farà una “lectio divina”... ma di quelle!


















domenica 26 novembre 2017

Liturgia e traduzioni, il rovesciamento delle gerarchie




di Nicola Bux (26-11-2017)

Il Motu Proprio Magnum Principium, riguardo alle traduzioni dei testi liturgici nelle lingue nazionali, ha provocato un acceso dibattito dopo che l'interpretazione autorevole data dal cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino, è stata smentita dallo stesso papa Francesco. Al centro della controversia sta il corretto rapporto tra Sede apostolica e conferenze episcopali riguardo la liturgia. Abbiamo chiesto all'esperto monsignor Nicola Bux un approfondimento. Data la complessità del tema e i numerosi aspetti da prendere in considerazione, l'intervento di monsignor Bux viene presentato in due puntate.

I padri della Chiesa non ammettevano qualsiasi fede, ma, secondo l'insegnamento di san Paolo, richiedevano sempre la fede ortodossa, ossia retta, sana e pura, a partire dalla professione battesimale. Inoltre, vedevano le preghiere liturgiche e i riti come espressione di questa fede, su cui aveva autorità la «beatissima Sede Apostolica..., in quanto tramandati dagli Apostoli in tutto il mondo e celebrati uniformemente in tutta la Chiesa cattolica, affinché la regola della preghiera stabilisca la regola della fede (ut legem credendi lex statuat supplicandi)» (Prospero, Capitula, 8: DS 246); si ricorda, in genere, solo quest'ultima parte del principio enunciato da Prospero d'Aquitania, discepolo di sant'Agostino, non la prima parte, che chiama in causa la Sede Apostolica. Il principio, in vigore molto prima del V secolo, conferma il nesso intimo tra fede e liturgia.

Col Motu proprio Magnum principium, la Sede Apostolica rinuncia alla sua fondamentale competenza sulle traduzioni dei libri liturgici, in favore delle conferenze episcopali: la regolamentazione (moderatio) della sacra liturgia si capovolge,disponendo che sia esercitata dal basso verso l'alto. Invece, la Costituzione liturgica Sacrosantum Concilium (1963) attribuisce, in senso discendente, al Papa, al vescovo diocesano e alle conferenze episcopali, la funzione di moderare la liturgia secondo gradi differenti e subordinati (art.22). Per questo, la Sede Romana è l’autorità moderante primaziale della liturgia romana in tutta la Chiesa cattolica, mediante lo strumento esecutivo di tale «moderatio» che è la Congregazione per il Culto Divino.

La Sede Romana con le dovute differenze modera oltre ai riti occidentali cattolici, anche i riti delle Chiese cattoliche orientali mediante la Congregazione apposita. Giovanni Paolo II lo ha confermato nella Costituzione Pastor Bonus (1988) con cui ha riformato la Curia Romana: moderare e promuovere la sacra liturgia, in specie i sacramenti (art. 62-70). Il compito di mantenere l’ordine liturgico, di rimuovere gli abusi, di preparare i testi liturgici, di esaminare i calendari particolari ecc. sono le stesse competenze della Congregazione dei Riti istituita dopo Trento, a cui si è aggiunta di recente la revisione degli adattamenti compiuti dalle conferenze episcopali.

Sempre in base alla Sacrosanctum concilium n. 44, all’autorità della Santa Sede si affianca in subordine quella del vescovo diocesano e in certi limiti dei superiori religiosi maggiori, ossia in una parola l’Ordinario; poi quella delle conferenze episcopali; il primo e le seconde hanno come strumenti le commissioni liturgiche locali e nazionali o territoriali, con compiti di dirigere la pastorale liturgica, quindi esecutivi. Infine, la Sacrosanctum concilium n. 45-46, suggerisce l’istituzione di commissioni liturgiche diocesane e interdiocesane, e anche di musica sacra e di arte sacra, tra loro distinte o congiunte. Vi sono anche le commissioni congiunte o miste internazionali nei maggiori gruppi linguistici, che dovrebbero essere sottomesse alle conferenze episcopali rispettive. Purtroppo il lavoro di tali commissioni di esperti, per certi versi meritorio, non di rado è stato accusato, e non a torto, di aver preso il posto dell’autorità dei vescovi e «fabbricato» la liturgia, specialmente per quanto attiene alle traduzioni dei libri liturgici.

Lasciando da parte la querelle sul potere «in bianco» delle commissioni o stra-potere, rispetto a quello dei vescovi, affrontiamo piuttosto la questione di fondo, riguardante l’autorità primaziale della Sede Apostolica sulla liturgia: se e in che misura ce l’abbia. Klaus Gamber si domandava se il Papa abbia il diritto di modificare un rito risalente alla tradizione apostolica e tramandato attraverso i secoli. Secondo lo studioso tedesco, l’autorità ecclesiastica non ha mai esercitato influenza sull’evoluzione delle forme liturgiche ma ha solo sanzionato il rito tramandato e solo tardivamente, dopo l’apparizione dei libri liturgici a stampa, segnatamente in Occidente solo dopo Trento. E’ a questo che fa allusione, riferendosi al can. 1257 del Codex Iuris Canonici del 1917, la Costituzione liturgica nel già menzionato n. 22, quando recita: «Sacrae liturgiae moderatio compete unicamente all’autorità della Chiesa, che risiede nella Sede Apostolica e, a norma di diritto, nel Vescovo.[…] Di conseguenza nessun altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica». Un avvertimento attuale per chi si proponesse di cambiare la Messa e addirittura le parole consacratorie, per motivi pseudo-ecumenici.

Ora, in primo luogo, la “dottrina del caso per caso”, applicata alle traduzioni dei libri liturgici, porta a interpretare liberamente anche i testi, a seconda delle situazioni. Viene intaccato, così, il principio dogmatico lex credendi lex orandi. Una simile scelta è dannosa, per la Chiesa e per la fede dei semplici. Perciò, la messa in questione dell'Istruzione Liturgiam authenticam, va oltre l’aspetto liturgico, ed è sintomo di una concezione di Chiesa cattolica, come federazione di chiese nazionali o autonome: concezione che ha già portato il mondo ortodosso alla paralisi e quello protestante alla frantumazione. Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, esortava a: «Salvaguardare la natura stessa della Chiesa cattolica, che è basata su una struttura episcopale, non su una sorta di federazione di chiese nazionali. Il livello nazionale non è una dimensione ecclesiale. Bisogna che sia di nuovo chiaro che in ogni diocesi non c’è che un pastore e maestro della fede, in comunione con gli altri pastori e maestri e con il Vicario di Cristo».

Ora, il nuovo Motu proprio del Papa, che demanda alle conferenze episcopali,oltre alla traduzione, anche la revisione (recognitio) dei libri liturgici, attribuita finora alla Sede Apostolica, priva codesta - come pure quella dei singoli vescovi - di quell'autorità di diritto divino, riconosciuta dalla Costituzione liturgica (22,1), a favore di una entità di diritto umano, per quanto ecclesiastico, qual'è la conferenza episcopale (cfr “Rapporto sulla fede”, intervista del cardinale Ratzinger con Vittorio Messori, 1985).

L'interpretazione data dal Cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti – contestata dalla Lettera del Papa – si muove nel quadro dell' “ermeneutica della continuità e della riforma dell'unico soggetto Chiesa”, con cui Benedetto XVI guardava al Vaticano II, di cui la Costituzione liturgica è il primo frutto. Il Cardinale ha osservato che la conferma (confirmatio) da parte della Sede Apostolica, non avverrà in senso notarile, ma “solo dopo aver debitamente verificato che la traduzione sia «fedele» («fideliter»), ossia conforme al testo dell’editio typica in lingua latina in base ai criteri enunciati dall’Istruzione Liturgiam authenticam sulle traduzioni liturgiche”. Per tale ragione, Paolo VI aveva chiesto che le Conferenze Episcopali, collocassero nei messali il testo dell’ordinario e del proprio, in sinossi bilingue: latina e nazionale.

In secondo luogo, la tendenza invalsa dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, a interpretare più che a tradurre fedelmente i testi in modo corrispondente all'edizione tipica latina dei libri liturgici, ha incrinato l'unità del rito romano che la Costituzione liturgica presuppone, invece, doversi salvaguardare (n. 38). Infatti, il rito romano, come tutte le grandi famiglie liturgiche storiche della Chiesa cattolica, ha uno stile e una struttura propria che vanno rispettati in quanto possibile, anche per le traduzioni; queste attengono alla “sostanziale” unità del rito, in quanto traducono la parola divina e i testi eucologici da essa ispirati che, appunto, lo “sostanziano”; perciò, Liturgiam authenticam ricorda che la lingua dei testi tradotti, non va intesa come espressione della disposizione interna del fedele, ma piuttosto della parola di Dio rivelata. La lingua liturgica può, quindi, ragionevolmente divergere dal parlato ordinario, ma rifletterne al tempo stesso gli elementi migliori. L’obbiettivo, da perseguire, sarà lo sviluppo di un volgare dignitoso, atto ad essere destinato al culto, in un determinato contesto culturale.

L'Istruzione Liturgiam authenticam dedica un certo spazio a sottolineare l’importanza del rimando degli affari liturgici alla Santa Sede, parzialmente basandosi sul Motu Proprio di Giovanni Paolo II Apostolos suos del 1998, in cui si chiariva la natura e la funzione delle conferenze episcopali. La procedura di rimando, oltre che segno della comunione dei Vescovi col Papa, ha anche un valore di consolidamento di questa relazione. Essa è garanzia della qualità dei testi e ha per fine che le celebrazioni liturgiche delle Chiese particolari siano in piena armonia con la tradizione della Chiesa Cattolica lungo i secoli e in tutti i luoghi del mondo.

Per comprendere Liturgiam authenticam, quindi, bisogna essere convinti che, a partire dalla Pentecoste, quando nacque con destinazione universale, la Chiesa cattolica preceda ontologicamente le Chiese particolari, come affermato dalla Lettera Communionis notio, della Congregazione per la Dottrina della Fede ai Vescovi (1992). Invece, l'idea di “Chiesa sinodale”, intesa come insieme di enti autonomi, che si persegue in nome dell'inculturazione e del decentramento, finisce per assimilarla ad una entità politica. La Chiesa cattolica non è un concilio o un sinodo permanente – che pure costituiscono momenti straordinari della sua vita – ma la communio governata ordinariamente dal Primato romano, in due modi: da solo, e con i Vescovi ad esso uniti.

Al fine di garantire l’identità del rito romano sul piano mondiale, l'Istruzione Liturgiam authenticam tenta di riportare la questione alla Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, quanto al rapporto tra lingua universale e lingue particolari (cfr n. 63): questa si preoccupava appunto di conservare il latino nei riti latini, in specie nella preghiera eucaristica e collette. Già prima del concilio, infatti, i sacramenti venivano celebrati in latino e con inserzioni in lingua volgare. Per questo, la Costituzione da un lato prescrive: "l'uso della lingua latina ... sia conservato nei riti latini" (n. 36, 1; cfr anche art. 54), dall'altro regola l'uso della lingua volgare (n. 36, 2-3): nella Messa e nei sacramenti “si possa concedere alla lingua volgare una parte più ampia”: sono menzionate letture, monizioni, alcune preghiere e canti, ma non le parti strettamente sacramentali come le formule e le preghiere epicletiche o consacratorie, che - analogamente al canone della messa e alle orazioni presidenziali - si riteneva ovvio che dovessero conservare il latino. La Costituzione pure raccomanda che i fedeli sappiano recitare e cantare in latino le parti loro spettanti (ivi, n. 54) come già fanno nella lingua parlata; che i chierici sappiano recitare in latino l’ufficio secondo la tradizione (ivi, n. 101); per altre parti come le letture e l’orazione dei fedeli prevede il volgare.

Perchè, parlando di traduzioni, è importante il latino, lingua delle edizioni tipiche dei libri liturgici della Sede Apostolica? Secondo Giovanni XXIII, se le verità cattoliche fossero affidate alle lingue moderne, soggette a mutamento, il loro senso non sarebbe manifesto con sufficiente chiarezza e precisione, senza il latino mancherebbe una lingua comune e stabile con cui confrontare il significato delle altre (cfr Costituzione apostolica Veterum sapientia, 22 febbraio 1962). Quindi, il latino tutela la dottrina in ragione del fatto che non è più soggetto a mutazioni; inoltre, papa Giovanni, non mancò di sottolineare il carattere “unitivolanuovabq.it
della lingua latina anche «nel presente momento storico, in cui, insieme con una più sentita esigenza di unità e di intesa fra tutti i popoli, non mancano tuttavia espressioni di individualismo». Per questo, tale idioma «può ancora oggi rendere nobile servizio all’opera di pacificazione e di unificazione», giacché, non essendo legato «agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e di sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuto studi medi e superiori; e soprattutto è veicolo di reciproca comprensione.

(1. continua)