lunedì 23 ottobre 2017

ROSARIO MONDIALE PER BENEDETTO XVI MARTEDÌ 24 OTTOBRE ORE 15:00!!!! DIFFONDI OVUNQUE!!





Doctor Angelicus

HO DECISO DI ORGANIZZARE UN ROSARIO MONDIALE PER BENEDETTO XVI MARTEDÌ 24 OTTOBRE 2017, ORE 15:00.

TI CHIEDO DI DIFFONDERE QUESTA INIZIATIVIA OVUNQUE: TRA I TUOI AMICI, NELLA TUA PARROCCHIA, NELLA TUA DIOCESI, SU FACEBOOK E SU OGNI SOCIAL NETWORK.





NON ABBANDONIAMO QUELLO CHE È STATO IL NOSTRO DOLCE CRISTO IN TERRA PER BEN OTTO ANNI!
STA OFFRENDO LA SUA VITA PER LA SALVEZZA DELLA CHIESA!!!



P.S
IL 24 OTTOBRE RICORRE LA MEMORIA DI SANT' ANTONIO MARIA CLARET, FONDATORE DEI MISSIONARI FIGLI DELL' IMMACOLATO CUORE DI MARIA, DUNQUE GIORNO PIENAMENTE "FATIMIANO" !!!!












domenica 22 ottobre 2017

GPII: I SANTI DEGLI ULTIMI TEMPI SARANNO FORMATI DA MARIA, PER PORTARE NELLA CHIESA LA VITTORIA SULLE FORZE DEL MALE





Centosessant’anni or sono veniva resa pubblica un’opera destinata a diventare un classico della spiritualità mariana. San Luigi Maria Grignion de Montfort compose il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine agli inizi del 1700, ma il manoscritto rimase praticamente sconosciuto per oltre un secolo. Quando finalmente, quasi per caso, nel 1842 fu scoperto e nel 1843 pubblicato, ebbe un immediato successo, rivelandosi un’opera di straordinaria efficacia nella diffusione della “vera devozione” alla Vergine Santissima. Io stesso, negli anni della mia giovinezza, trassi un grande aiuto dalla lettura di questo libro...
[...]

Com'è noto, nel mio stemma episcopale, che è l'illustrazione simbolica del testo evangelico appena citato, il motto Totus tuus è ispirato alla dottrina di san Luigi Maria Grignion de Montfort. Queste due parole esprimono l'appartenenza totale a Gesù per mezzo di Maria: “Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt", scrive san Luigi Maria; e traduce: “Io sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio ti appartiene, mio amabile Gesù, per mezzo di Maria, tua santa Madre” (Trattato della vera devozione, 233). La dottrina di questo Santo ha esercitato un influsso profondo sulla devozione mariana di molti fedeli e sulla mia propria vita. 

[...]
Negli scritti di san Luigi Maria troviamo lo stesso accento sulla fede vissuta dalla Madre di Gesù in un cammino che va dall'Incarnazione alla Croce, una fede nella quale Maria è modello e tipo della Chiesa. San Luigi Maria lo esprime con ricchezza di sfumature quando espone al suo lettore gli “effetti meravigliosi” della perfetta devozione mariana: “Più dunque ti guadagnerai la benevolenza di questa augusta Principessa e Vergine fedele, più la tua condotta di vita sarà ispirata dalla pura fede. Una fede pura, per cui non ti preoccuperai affatto di quanto è sensibile e straordinario. Una fede viva e animata dalla carità, che ti farà agire solo per il motivo del puro amore. Una fede ferma e incrollabile come roccia, che ti farà rimanere fermo e costante in mezzo ad uragani e burrasche. Una fede operosa e penetrante che, come misteriosa polivalente chiave, ti farà entrare in tutti i misteri di Gesù Cristo, nei fini ultimi dell'uomo e nel cuore di Dio stesso. Una fede coraggiosa, che ti farà intraprendere e condurre a termine senza esitazioni cose grandi per Dio e per la salvezza delle anime. Una fede, infine, che sarà tua fiaccola ardente, tua vita divina, tuo tesoro nascosto della divina Sapienza e tua arma onnipotente, con la quale rischiarerai quanti stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte, infiammerai quelli che sono tiepidi ed hanno bisogno dell'oro infuocato della carità, ridarai vita a coloro che sono morti a causa del peccato, commuoverai e sconvolgerai con le tue soavi e forti parole i cuori di pietra e i cedri del Libano e, infine, resisterai al demonio e a tutti i nemici della salvezza” (Trattato della vera devozione, 214).

Come san Giovanni della Croce, san Luigi Maria insiste soprattutto sulla purezza della fede e sulla sua essenziale e spesso dolorosa oscurità (cfr Segreto di Maria, 51-52). È la fede contemplativa che, rinunciando alle cose sensibili o straordinarie, penetra nelle misteriose profondità di Cristo. Così, nella sua preghiera, san Luigi Maria si rivolge alla Madre del Signore dicendo: “Non ti chiedo visioni o rivelazioni, né gusti o delizie anche soltanto spirituali... Quaggiù io non voglio per mia porzione se non quello che tu hai avuto, cioè: credere con fede pura senza nulla gustare o vedere” (ibid., 69). La Croce è il momento culminante della fede di Maria, come scrivevo nell'Enciclica Redemptoris Mater: “Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione... E' questa forse la più profonda kénosis della fede nella storia dell'umanità” (n. 18).


Lo Spirito Santo invita Maria a “riprodursi” nei suoi eletti, estendendo in essi le radici della sua “fede invincibile”, ma anche della sua “ferma speranza” (cfr Trattato della vera devozione, 34). Lo ha ricordato il Concilio Vaticano II: “La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è l'immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, cosi sulla terra brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in marcia, fino a quando non verrà il giorno del Signore” (Lumen gentium, 68). Questa dimensione escatologica è contemplata da san Luigi Maria specialmente quando parla dei “santi degli ultimi tempi”, formati dalla Santa Vergine per portare nella Chiesa la vittoria di Cristo sulle forze del male (cfr Trattato della vera devozione, 49-59). Non si tratta in alcun modo di una forma di "millenarismo", ma del senso profondo dell'indole escatologica della Chiesa, legata all'unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo. La Chiesa attende la venuta gloriosa di Gesù alla fine dei tempi. Come Maria e con Maria, i santi sono nella Chiesa e per la Chiesa, per far risplendere la sua santità, per estendere fino ai confini del mondo e fino alla fine dei tempi l'opera di Cristo, unico Salvatore. [...]
da «Vatican.va»


sabato 21 ottobre 2017

Con Dio in Russia






scritto da Aldo Maria Valli

«Niente poteva separarmi da Dio perché egli è presente in tutte le cose. Nessun pericolo mi poteva minacciare, nessuna paura poteva più spaventarmi, salvo quella di distogliere il mio sguardo da lui e non vederlo più».

Queste parole sono di un religioso, un gesuita: Walter J. Ciszek, americano nato da una famiglia di emigrati polacchi. Parole che riassumono efficacemente una vicenda umana e spirituale da conoscere, perché si tratta di una grandissima testimonianza di fede.

L’occasione è offerta dalla pubblicazione di una nuova edizione dell’autobiografia di padre Ciszek, «With God in Russia» (Harper Collins), nella quale il protagonista ripercorre gli anni vissuti da prigioniero in Unione Sovietica, nel gulag.

Ma andiamo con ordine.

Walter Ciszek nasce in Pennsylvania il 4 novembre 1904. Figlio di emigrati dalla Polonia, ha dodici fratelli, tra cui due sorelle che diventeranno suore. Entra nella Compagnia di Gesù nel 1928 e dal 1934 studia al Collegium Russicum di Roma, voluto nel 1929 da Pio XI, e affidato ai gesuiti, come centro di formazione di missionari da inviare nella Russia sovietica.

Nel 1938 Walter è ordinato sacerdote cattolico di rito bizantino e un anno dopo, spinto dal desiderio di testimoniare la fede là dove un regime ateo pretende di cancellare Dio, riesce a passare di nascosto la frontiera e si stabilisce ad Albertyn, nella regione di Slonim. È territorio polacco, ma proprio in quel periodo, in seguito al patto Molotov-Ribbentrop, l’area passa sotto il controllo sovietico.

L’arrivo dell’Armata Rossa sconvolge tutto. Nella parrocchia in cui lavora padre Walter si stabilisce un gruppo di soldati sovietici e subito incominciano arresti e persecuzioni. Le proprietà ecclesiali sono espropriate e la parrocchia viene chiusa.

Per dare assistenza spirituale agli operai polacchi trasferiti in Russia il gesuita si trasferisce a Teplaya Gora, negli Urali, dove però ogni attività religiosa può avvenire solo nella clandestinità. Le spie comuniste sono ovunque e parlare di Dio in pubblico equivale a una condanna certa. Per celebrare la messa si va nei boschi, ovviamente senza abiti liturgici, usando un tronco come altare. L’apostolato è impossibile. I lavoratori cattolici temono gli informatori comunisti ed evitano di rivelare la loro fede.

Nonostante le precauzioni, nell’agosto 1940 padre Ciszek è arrestato e condotto prima nella prigione di Perm, poi nel famigerato carcere moscovita della Lubianka, quartier generale sei servizi segreti e simbolo del terrore staliniano.

In carcere il gesuita subisce una doppia emarginazione. Gli stessi compagni di prigionia, sottoposti agli effetti della propaganda atea, vedono nel prete una parassita, lo insultano e lo evitano.

Dopo due anni di interrogatori, sevizie e privazioni, la polizia segreta sovietica riesce a strappare al gesuita americano, ormai esausto, una «confessione» dei suoi presunti crimini. Per Ciszek è un terremoto interiore. Si rende conto di aver puntato più sulla sua testardaggine e sulla capacità di far fronte alle sfide che sull’aiuto di Dio. Soltanto quando ammette la sua totale impotenza e si abbandona alla volontà di Dio ritrova la pace. Non esita a chiamarla una conversione.

La condanna, in quanto «spia», è a quindici anni di gulag. Gettato in un vagone con una ventina di criminali comuni, il religioso è deportato a Krasnoyarsk, in Siberia, dove lavora a ritmi impossibili e temperature polari in una miniera di carbone. Ma, sia pure in condizioni tanto estreme, riesce a celebrare la messa con vino e pane introdotti di nascosto, e di notte confessa i prigionieri e assiste i moribondi. Incontra anche pastori battisti e pope ortodossi incarcerati e vive quello che poi definirà l’«ecumenismo della persecuzione».

Solo il 22 aprile 1955 può uscire finalmente dal gulag e dopo quindici anni riesce per la prima volta a comunicare con la famiglia, che dal 1947 lo aveva dato per morto.

Costretto al confino, trova lavoro come meccanico in un garage nella città di Abakan. Poi, il 12 ottobre 1963, improvvisamente, la libertà: nell’ambito di uno scambio di prigionieri con i servizi occidentali, il Kgb lo preleva, lo porta a Mosca e lo imbarca su un volo per Londra.

Rientrato negli Stati Uniti, padre Ciszek presta la sua opera per vent’anni al Centro ecumenico Giovanni XXIII della Fordham University, a New York. Dove muore l’8 dicembre 1984.

«Ho imparato a rivolgermi a Dio per domandargli la sua consolazione e a non porre la mia fiducia in altri se non in lui» racconta rievocando i lunghi anni di prigionia. Ma perché andare proprio nella tana del lupo?

All’origine c’è l’appello di Pio XI, che nel 1929, l’anno di fondazione del Russicum, chiede nuovi missionari per la Russia. Ma c’è anche il temperamento di un giovane attirato dalle imprese apparentemente impossibili.

È così che Ciszek, primo prete americano ordinato secondo il rito bizantino, consacra la sua vita all’apostolato in mezzo alla persecuzione.

Ciszek racconta di essere stato un ragazzo ostinato e duro con se stesso. Lo affascinava l’idea di fare sempre la cosa più difficile. Di qui il sogno di essere missionario nella Russia sovietica. Di qui anche la capacità di resistere alla fame, al freddo, agli interrogatori, ai soprusi, alle violenze. Ma la vera forza gli arrivò da Dio. Perché «la religione, la preghiera e l’amore di Dio non cambiano la realtà, ma le danno un nuovo significato».

E la paura? Certo che la provò. Così come la solitudine. Ma «tu pensi forse che Dio non sappia dove sei e ti possa dimenticare?». Proprio nei momenti più tragici padre Ciszek riconosce la mano della Provvidenza e avverte che il compito al quale è stato chiamato è portare anime a Dio.

L’ispirazione, racconta, gli venne dalla figura di Stanislao Kostka, nobile adolescente polacco che nel XVI secolo, sfidando la contrarietà della famiglia, fuggì di casa e andò a piedi a Roma per entrare nella Compagnia di Gesù (e ricordiamo che proprio a Stanislao Kostka è intitolata la chiesa di Varsavia di fronte alla quale riposa il beato Jerzy Popiełuszko, il sacerdote polacco rapito e ucciso trentatré anni fa, il 19 ottobre 1984, da funzionari del Ministero dell’interno polacco).

«Apostolo della divina provvidenza», così madre Marija Shields, di un monastero bizantino carmelitano in Pennsylvania, ha definito padre Ciszek. «Voleva che tutti vivessimo per Dio e ci ha mostrato come farlo».

La causa di beatificazione del gesuita è stata avviata nel 1990.

Il 7 maggio dell’anno 2000 mi trovavo al Colosseo, a Roma, quando Giovanni Paolo II commemorò i testimoni della fede del ventesimo secolo. Ricordo alcune delle parole pronunciate nell’omelia: «La generazione a cui appartengo ha conosciuto l’orrore della guerra, i campi di concentramento, la persecuzione […]. Sono testimone io stesso, negli anni della mia giovinezza, di tanto dolore e di tante prove […]. La loro memoria non deve andare perduta, anzi va recuperata in maniera documentata. I nomi di molti non sono conosciuti; i nomi di alcuni sono stati infangati dai persecutori, che hanno cercato di aggiungere al martirio l’ignominia; i nomi di altri sono stati occultati dai carnefici. […]. Laddove l’odio sembrava inquinare tutta la vita senza la possibilità di sfuggire alla sua logica, essi hanno manifestato come l’amore sia più forte della morte. All’interno di terribili sistemi oppressivi, che sfiguravano l’uomo, nei luoghi di dolore, tra privazioni durissime, lungo marce insensate, esposti al freddo, alla fame, torturati, sofferenti in tanti modi, essi hanno fatto risuonare alta la loro adesione a Cristo morto e risorto […]. Resti viva, nel secolo e nel millennio appena avviati, la memoria di questi nostri fratelli e sorelle. Anzi, cresca! Sia trasmessa di generazione in generazione, perché da essa germini un profondo rinnovamento cristiano!».

Aldo Maria Valli


















giovedì 19 ottobre 2017

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale





(Prima parte)

Nell’ambito delicato della liturgia, in cui le suscettibilità sono in agguato, il soggetto di questo intervento comporta un vantaggio. Sganciato da ogni ideologia, esso si vuole risolutamente pragmatico. Il contadino, quando pianta un seme, può avere un’ideologia. Quando raccoglie, non è più lo stesso. Al contatto con il reale, con la natura, l’ideologia ha contribuito alla nascita di un frutto. Un frutto che può raccogliere; un frutto che può essere bello, piccolo, talora assente.
Dieci anni fa, Papa Benedetto XVI ha realizzato un progetto maturato sin dai primi tempi del suo incarico di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: ridare uno statuto ufficiale al messale del 1962, attraverso la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum.
Mettiamoci umilmente al servizio non dei nostri pensieri, ma della Chiesa, e più particolarmente della sua liturgia, considerando i frutti di questo documento per la Chiesa universale.
In un primo momento, vorrei evocare la storia liturgica dell’abbazia di Fontgombault, come una panoramica. Seguiranno delle riflessioni sui frutti del documento pontificio secondo i punti di vista del rito e della Chiesa.


Storia

Dom Jean Roy O.S.B. (1921-1977), Abate di Notre-Dame di Fontgombault dal 1962 al 1977, accolse di buon grado il piccolo convoglio di riforme dell’Ordo Missæ, nel 1965. Non fu tuttavia senza qualche apprensione che seguì la fermentazione, che sfocerà nel 1969 nella promulgazione di un nuovo Ordo Missæ, del quale percepì al contempo le qualità e i limiti.

Fedele al principio di non dire nulla che non sia teologicamente certo, né di fare alcunché che non sia canonicamente in regola, e contro numerose e forte pressioni, il Padre Abate mantenne l’uso del messale tridentino fino alla fine del 1974.

Secondo il documento di promulgazione del nuovo messale, esso sarebbe diventato obbligatorio quando le conferenze episcopali avessero ottenuto l’approvazione della traduzione. Fu questo il caso alla fine di quell’anno. 

Il Padre Abate ottemperò, non senza reticenze, ma considerando che i monaci non dovevano nemmeno dare l’impressione di disobbedire. Più tardi, dirà che la sua decisione rilevava più dalla prudenza che dall’obbedienza, poiché non era certo che il nuovo messale fosse obbligatorio e che il messale tridentino fosse legittimamente interdetto. L’avvenire mostrerà che il suo dubbio era giustificato.
Il Padre Abate raccomandò ai sacerdoti dell’abbazia di conservare nella celebrazione dei santi misteri le disposizioni di pietà, di rispetto, di senso del sacro che avevano acquisito alla scuola del messale tridentino.
È in questo clima liturgico pesante che il Padre Abate ha concluso la sua vita, in occasione di un Congresso benedettino a Roma, nel 1977; una vita senza dubbio abbreviata, almeno parzialmente, dalla lotta che non ha cessato di condurre per la difesa della santa Chiesa e della sua Tradizione.
Mediante la lettera circolare Quattuor abhinc annos, del 3 ottobre 1984, inviata alle conferenze episcopali, la Congregazione per il Culto divino faceva eco al desiderio del Sommo Pontefice san Giovanni Paolo II (1920-2005), di dare soddisfazione ai sacerdoti e ai fedeli desiderosi di celebrare secondo il messale romano pubblicato nel 1962. 

A partire dalla festa dell’Annunciazione del 1985, i sacerdoti del monastero – a condizione di farne personalmente richiesta all’ordinario del luogo – ricevettero il permesso di dire la metà delle messe della settimana secondo tale messale.
Una nuova tappa fu compiuta in seguito alle infelici “consacrazioni di Ecône”, con la creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Al prezzo di trattative rese difficili in virtù di persone influenti, Dom Antoine Forgeot O.S.B., successore del Padre Abate Jean, ottenne dalla Commissione il rescritto del 22 febbraio 1989, autorizzando a riprendere in maniera abituale il messale del 1962.

Incoraggiata dalla Commissione per tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un avvicinamento con il messale del 1969, l’abbazia ha conservato il nuovo calendario per il santorale, e ha adottato qualche nuovo prefazio, una preghiera universale la domenica… Queste usanze si riveleranno andare nella direzione del pensiero del cardinale Joseph Ratzinger.
Il 7 luglio 2007, il motu proprio Summorum Pontificum ha reso il suo pieno diritto di cittadinanza al messale del 1962. Se all’abbazia non fu occasione di riunioni, già anticipate da più di vent’anni, esso ha aumentato la devozione filiale e la gratitudine dei monaci nei confronti della Madre Chiesa e verso Benedetto XVI.
Da questa data, un centinaio di sacerdoti desiderosi d’imparare a celebrare nella forma extraordinaria – la cui età media è attorno ai 30-40 anni –, sono venuti all’abbazia. Inviati dal loro vescovo in vista di un ministero specifico, venuti da sé stessi al fine di rispondere alla richiesta dei fedeli, o semplicemente desiderosi di celebrare in privato questa forma venerabile per profittare della sua spiritualità, essi compiono il loro soggiorno con la convinzione di avere scoperto un tesoro. Le difficoltà incontrate riguardano l’uso della lingua latina e una presa di coscienza di una “conversione” da compiere nella maniera di celebrare, sulla quale torneremo oltre.

La gran parte di essi continueranno a praticare abitualmente la forma ordinaria. Altri celebreranno regolarmente una o più messe nella forma extraordinaria nella loro parrocchia – ciò che prevede il motu proprio –, e non solo per dei fedeli relegati in una “piccola cappella”.

Come non vedere qui le primizie di un rinnovamento della Chiesa orante, la nascita di sacerdoti e fedeli senza complessi, che attingono generosamente alla fonte inesauribile della tradizione liturgica della Chiesa, segnata almeno dalle preghiere del sacerdote – dette private –, di spirito monastico. 

Il messale di san Pio V è un messale medievale. Beneficia del clima di una società in cui il monachesimo ha svolto un ruolo capitale, sia tramite Cluny sia attraverso Cîteaux. Arricchito dal contatto con la tradizione monastica, esso è a immagine di ciò che san Benedetto chiede ai suoi monaci: “non si anteponga nulla all’Opera di Dio” (RB 43,3).

Che dei sacerdoti riscoprano così il sacro, che i fedeli se ne abbeverino, non può essere senza riverbero sulla società. Ecco già uno dei primi frutti del motu proprio.




[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]









romualdica.blogspot.it (19-10-2017)





Dat, un male minore? No, resta omicidio in camice bianco




Dat: prosegue l'iter al Senato 




Tommaso Scandroglio (19-10-2017)

Il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento
, dopo essere stato licenziato dalla Camera, prosegue il suo iter in Senato. Mercoledì 27 settembre la Commissione affari costituzionali ha approvato un “parere non ostativo” con osservazioni che ora passerà al vaglio – insieme a tutto il resto del testo di legge – della Commissione Sanità.

Le modifiche al Ddl sarebbero le seguenti:
il termine “disposizioni” dovrebbe mutare in “dichiarazioni”. Le prime infatti esprimono un carattere di obbligatorietà maggiore rispetto al secondo lemma che invece manifesterebbe una semplice opinione del paziente la quale potrebbe anche non essere assecondata dal medico. Il senatore di Democrazia Solidale Lucio Romano, già presidente dell’associazione cattolica Scienza & Vita ed estensore del parere, in merito a questa prima modifica dichiara: “profilo caratterizzante del disegno di legge è e deve essere il bilanciamento tra il principio della inviolabilità della libertà personale (articolo 13 della Costituzione) e il diritto alla salute, che l'articolo 32 della Costituzione qualifica come diritto fondamentale della singola persona e come interesse dalla collettività. Alla luce di questa premessa, nel titolo, nonché ovunque ricorra nel disegno di legge, la parola: ‘disposizioni’ dovrebbe essere sostituita con la seguente: ‘dichiarazioni’, al fine di valorizzare la relazione di cura e di fiducia tra il medico e il paziente, così come afferma l'articolo 1, comma 2, del disegno di legge”. In buona sostanza questo cambiamento lessicale dovrebbe rispettare la libertà di cura del paziente e la sfera di autonomia del medico.

In realtà anche se passerà questa modifica il medico dovrà comunque sottostare
alle richieste del paziente, anche a quelle di carattere eutanasico. Ce lo dice il combinato disposto di due articoli del disegno di legge all’esame al Senato. L’art. 1 comma 5 permette al paziente di rifiutare l’attivazione della nutrizione e idratazione artificiali, l’interruzione di questi mezzi di sostentamento vitale e di qualsiasi terapia già in essere, comprese quelle salvavita. Il medico non può sollevare obiezione di coscienza in riferimento a queste richieste, infatti il comma 6 dell’art. 1 così recita: “Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo”.

Da rammentare che la legge qualifica “trattamento sanitario”
anche idratazione e nutrizione (art. 1 c. 5). Dunque anche se le disposizioni diventeranno dichiarazioni le Dat rimarranno vincolanti per il medico.

La seconda modifica proposta nel parere prevede
una “verifica periodica dell'attualità delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento” dichiara Romano. Si pensa ad una obbligatoria verifica quinquennale. Ancora da vedere se le Dat non rinnovate perderanno efficacia giuridica: ma se così non fosse che senso avrebbe obbligare le persone a rivedere le proprie Dat?

A tal proposito è da rilevare che innanzitutto la pratica delle rivedibilità delle Dat
, nei Paesi dove è permessa, spesso non viene accolta dai pazienti per il semplice motivo che anche se cambiano idea sulle cure non si accorgono di aver cambiato idea e quindi non sentono l’esigenza di cambiare il contenuto delle proprie Dat (Cfr. R.M. GREADY - P.H. DITTO - J.H DANKS ET AL., Actual and perceived stability of preferences for life-sustaining treatment, in Journal of Clinical Ethics, 2000, 11 (4); S.J. SHARMAN - M. GARR - J.A. JACOBSEN ET AL., False memories for end-of-life decisions, in Health Psychology, Mar. 2008, 27 (2)).

In secondo luogo, ed è l’aspetto più rilevante,
non è tanto la possibilità di rivedere o meno le Dat che fa problema, ma il problema sono le Dat stesse che rimangono uno strumento che non attualizza le volontà del paziente ma le congela nel passato. Il parere quindi approva comunque la validità di uno strumento che è invece inefficace per sua natura e che apre a pratiche eutanasiche.

Passiamo al terzo punto del parere.
Attualmente il testo di legge considera nutrizione e idratazione trattamenti sanitari e quindi come tali rifiutabili dal paziente. Il parere invece vorrebbe che fosse il medico a decidere quando nutrizione e idratazione debbano essere considerate terapie e quando mezzi di sostentamento vitale. Qui la censura riguarda un aspetto di carattere morale che coinvolge anche gli altri due punti del parere. Qualcuno potrebbe voler difendere il parere perché introduce un miglioramento del testo di legge. Questo è vero, perché perlomeno in qualche caso troveremmo un medico che qualificherà idratazione e nutrizione come mezzi di sostentamento vitale e quindi per legge non rifiutabili. Ma il problema di carattere morale sta nel fatto che si otterrebbe questo miglioramento per mezzo di un atto eticamente non accettabile, cioè inserendo nel testo di legge una facoltà moralmente illecita.

Infatti da una parte si permetterebbe al medico
di riconoscere la vera natura clinica di idratazione e nutrizione e quindi di qualificarle come mezzi di sostentamento vitale (facoltà lecita), su altro fronte invece si consentirebbe al medico di non riconoscere tale natura e di attribuire ad entrambe la qualifica di “terapie” (facoltà illecita). Ad una facoltà buona si accompagnerebbe una malvagia.

Stesse riserve per gli altri due punti:
si propone la modifica migliorativa di uno strumento – le Dat – che calato in quel testo di legge rimane uno strumento di morte. E’ un po’ come se chi fosse contrario alla pena di morte proponesse una modifica per migliorare le esecuzioni capitali: non più la sedia elettrica, così cruenta, bensì l’iniezione letale. La sostanza non muterebbe.

Si tratta di un antico vizietto di alcuni, e non pochi, politici cattolici:
proporre il male minore. Ma il male, seppur minore, mai si può compiere. In merito al Testo unico sulle Dat invece, riprendendo un commento critico del Centro Studi Livatino, dobbiamo dire che lo stesso è totalmente irricevibile e non emendabile in meglio in alcun modo perché la sua stessa ratio è un ratio di morte. In sintesi, deve essere rifiutato in toto perché è una legge intrinsecamente ingiusta.

Non sono di questo avviso i senatori a vita
Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano e Carlo Rubbia che, “come Senatori a vita, chiamati ad esercitare un ruolo il più possibile libero da ogni condizionamento, appartenenza o calcolo” (sic), su Repubblica e il Corriere hanno pubblicato ieri un appello affinché prosegua speditamente l’iter di approvazione di questo disegno di legge, non volendo cambiare una virgola di quest’ultimo. E’ urgente l’approvazione perché secondo loro la maggioranza degli italiani è favorevole (ma ammesso e non concesso che sia così, la verità rimane tale anche in minoranza), perché il living will è legge in altri paesi (ma se il tuo vicino di casa ammazza e ruba allora è giusto che lo faccia anche tu?) e perché “dà valore alla volontà di ciascuno, tutela la dignità di tutti”.

Per nulla vero dato che la volontà del paziente incosciente potrebbe essere mutata
e le Dat non ne possono tenere in conto, né è rispettata quella del medico volta a non prestarsi ad un omicidio in camice bianco e neppure quella dei minori dato che decidono altri a posto loro. Occorre una legge secondo i quattro senatori perché ormai i casi “Englaro, Welby, Nuvoli e migliaia di altri meno noti” hanno creato precedenti che non si può più far finta di non vedere. A parte che sarebbe necessario documentare le altre migliaia di casi simili – in realtà inesistenti – c’è solo da commentare che i casi Englaro, Welby e Nuvoli non hanno messo in evidenza supposte lacune legislative, ma sono solo stati casi in cui i giudici non hanno applicato la normativa penale ed hanno pronunciato decisioni contra legem. Se vogliamo una norma per depenalizzare e addirittura legittimare i reati di omicidio, di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio, basta dirlo chiaramente.

Tommaso Scandroglio



mercoledì 18 ottobre 2017

Il coraggio di un'Ave Maria "inopportuna"





Andrea Zambrano (18-10-2017)

Può un’Ave Maria recitata in un’aula universitaria provocare la reazione rabbiosa di studenti e persino del rettore? La risposta è sì perché quella preghiera è un ostacolo alla realizzazione dei voleri del padrone di questo mondo. Soprattutto se a farsene promotrice è una docente che per quella brevissima, ma potente preghiera, è stata sottoposta ad una gogna mediatica ingiustificata.

Le cronache locali di Macerata non parlano d’altro. Lei si chiama Clara Ferranti, insegna linguistica e glottologia all’ateneo marchigiano e da qualche giorno deve difendersi da una infamante accusa: quella di essere cattolica. Ma non di quei cattolici che vivono la propria fede nel chiuso della loro stanzetta, scendendo a patti con il mondo perché in fondo un conto è la fede e un altro sono il lavoro, lo stipendio e le relazioni sociali. No, la professoressa Clara Ferranti non ha certo il physique du role di una Giovanna D’Arco, però la sua testimonianza la dà. Come? Ad esempio con una “mossa” che ha spiazzato tutti, ma che in coscienza sentiva di fare, anche perché alimentata da una solida vita di preghiera.

Succede questo. La prof aveva seguito le vicende legate al Rosario polacco per la difesa della patria dal terrorismo islamista (sì, si dice così e barerebbe chi lo spacciasse per l’Islam tout court) e aveva aderito alla maratona di preghiera di sostegno che anche in Italia ha visto il prodigarsi di migliaia di cattolici con la corona in mano. Solo che l’appuntamento era il 13 ottobre per le 17.30, centenario delle apparizioni a Fatima e giorno concordato per la preghiera in comunione con il popolo polacco. A quell’ora era prevista la recita del Rosario.

Ma la Ferranti in quel momento era immersa nella terza ora della sua lezione di glottologia, una materia non proprio “leggera”. Quindi, dopo averci pregato su un po’, ha preso la decisione: “Proporrò ai ragazzi, cioè i miei studenti, di recitare un’Ave Maria per la pace. Chi non vorrà, si asterrà”.

Detto, fatto. Ma il principe di questo mondo, che quando vede corone dei Rosari e manti azzurri inizia ad agitarsi, gli ha scatenato contro una canea dalla quale ancora oggi deve difendersi: post su Facebook, falsità, offese, inni a satana e persino la dura reprimenda del rettore che, con un linguaggio burocratico e ministeriale le ha rimproverato che a scuola certe cose non si fanno, dopo ovviamente aver chiesto scusa agli studenti che si sono sentiti offesi.

Una doverosa precisazione: il gesto della prof non è proprio quello che si può dire un atto politicamente corretto, ma nemmeno formalmente ineccepibile: certo, interrompere una lezione e iniziare a pregare potrebbe far sorgere la rivendicazione che, un domani, il professore di fede islamica, all’orario concordato con il muezzin inizi a stendere lo stuoino e si orienti verso La Mecca invitando gli studenti a fare altrettanto.

Come la metteremmo? Male e poco servirebbe avanzare la scusa che la nostra cultura è cattolica, perché ormai, non lo è purtroppo più. Quella della prof è stata una decisione forse troppo impulsiva (sarebbe bastato proporla alla fine della lezione), sicuramente poco incline alla diplomazia accademica che deve essere laica. Però, da qualunque parte la si rigiri, si può accusare la Ferranti di inopportunità, ma non di aver offeso il sentimento di chissà quanti studenti non credenti. E poi: se l’ateneo avesse proposto/imposto un minuto di silenzio per qualsivoglia motivo, secondo i crismi e i codici della religione di Stato che è ormai diventato il laicismo, si sarebbe scatenato tutto questo putiferio? No, ergo, la prof ha fatto bene a esternare la sua fede, anche se ha dovuto fare i conti con le formalità che le davano torto in quel momento.

Anche perché la fede presuppone la verticalità: o ce l’hai o non ce l’hai. E lei evidentemente ce l’ha, sennò non avrebbe senso la massima aurea del cattolicesimo da testimoniare, citiamo San Paolo, opportune et importune, parole che smentirebbero chiunque avanzasse giustificativi di sorta da parte degli agguerriti delatori.

Ma trattarla da pericolosa sediziosa è oggettivamente una reazione giacobina che la dice lunga sul grado di libertà che si esercita dentro le aule scolastiche.

La Nuova BQ ha raggiunto la professoressa e ha scoperto che a farle più male non sono state le critiche, ma le falsità sul suo conto: “E’ stato un unicum – ha detto – devo ammettere che ho avuto un po’ di remore, poi alla fine ho deciso per farla dopo averci pregato su. Quando l’ho proposto qualcuno si è messo a ridere e io gli ho risposto che non c’era nulla da ridere. Ma le falsità sul mio conto no, quelle non le tollero”.

Quali? “Ad esempio quella che alcuni ragazzi sono dovuti uscire dall’aula, o che la preghiera sia stata imposta, così come è falso che abbia dato un’occhiataccia a chi non si è unito in preghiera. Ho soltanto chiesto loro di restare in piedi in segno di rispetto”.

Invece il profilo Officina Universitaria ha parlato persino di una limitazione della libertà, salvo però ricevere in risposta le testimonianze degli studenti presenti, che hanno smentito lo sfogatoio accademico. Della serie: "So’ ragazzi", però alcuni sono ben impostati, almeno sul fronte diabolico dato che – stando a quanto riferisce la prof – è stato fatto anche un Inno a Satana.

Come detto il rettore ha preso e distanze e si è scusato con gli studenti, ma alla prof Ferranti quell’intervento non è piaciuto: “La reazione è abnorme rispetto alla vicenda in sé, il fatto che si sia scagliato così veementemente contro di me mi fa sorgere il sospetto che forse abbia qualche interesse politico dietro il suo comportamento. Quel che è certo è che l’inno al laicismo che ha prodotto evidenzia un tratto semanticamente molto povero di contenuti, se non contraddittorio”.

La docente sta ricevendo la solidarietà di un vasto mondo che la sta sostenendo, ma non in università: “Una critica di una collega mi ha particolarmente ferito”, ci ha detto. Invece il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi l'ha presa sul serio e l'ha difesa con un affilato commento: “Grazie all'università ai non credenti e agli anticlericali perché ci avete ricordato quali tesori possediamo senza apprezzarne adeguatamente il valore e l’importanza”. A noi che diciamo 50 Avemaria tutte d'un fiato spesso può sfuggire perché ci abituiamo, ma l'episodio ci mostra che potenza possa avere una sola rosa donata a Maria. La potenza di disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore.

E adesso? Paura per ritorsioni di carriera? O di essere emarginata? “E’ un problema che non mi pongo, rifletto solo sul fatto che se un'Ave Maria deve scatenare questo putiferio mi sembra evidente che si tratti di Parola di Dio vivente. E il Principe di questo mondo si scatena di fronte a questa vitalità del cuore e dell’anima che cerca Dio”. E aggiungiamo noi, non è un caso che Lutero, il quale oggi viene celebrato in ogni salsa, considerasse una bestemmia il Rosario, l'Ave Maria all'ennesima potenza. Riproporlo è doveroso. Appunto: al momento opportuno, ma anche in quello inopportuno.


Andrea Zambrano








http://www.lanuovabq.it/






lunedì 16 ottobre 2017

Miracolo del sole il 13 ottobre 2017 in Nigeria, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell'ultima apparizione a Fatima.





Ecco il link del video:
https://videopress.com/v/W7ltuNG2



“Miracolo del Sole in Nigeria, il 13 ottobre, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell’ultima apparizione a a Fatima”.

“Benin City, nello Stato di Edo, Nigeria. Si dice fosse presente l’intera Conferenza Episcopale”.

Maria Santissima è fedele alle sue Manifestazioni, non poteva mancare un suo Segno per i 100 anni.


miracolo del sole a Fatima il 13 ottobre 1917


Il 13 ottobre del 1917, davanti a circa 70 mila persone, Lucia grida: «Guardate il sole!». Le spesse nubi si squarciano ed appare il sole che comincia a roteare, a cambiare di colore, a danzare nel cielo e poi ad avvicinarsi progressivamente alla terra, come se stesse per precipitarvi.

Il Vescovo di Leiria, nella sua Lettera Pastorale sul culto della Madonna di Fatima così ha scritto: «Il fenomeno solare del 13 ottobre 1917, riferito e descritto nei giornali dell’epoca, è stato quanto mai meraviglioso e lasciò una indelebile impressione in quanti ebbero la felicità di presenziarvi. Questo fenomeno, che nessun osservatorio astronomico ha registrato, e perciò non naturale, è stato costatato da persone di tutte le categorie e classi sociali, credenti e miscredenti, giornalisti dei principali giornali portoghesi, e ancora da individui distanti parecchi chilometri dal luogo dove avveniva; il che sfata ogni spiegazione di illusione collettiva».














CON MARIA PER LE STRADE DI LONDRA. TESTIMONIARE PUBBLICAMENTE CHI È LA VERA REGINA D'INGHILTERRA







Le suggestive immagini dell’annuale Crociata del Rosario, organizzata dal Brompton Oratory di Londra, che sabato scorso, 14 ottobre, si è celebrata con particolare solennità e partecipazione di fedeli per il centenario delle apparizioni di Fatima.


Dopo la sua conversione al cattolicesimo, nel 1845, il futuro cardinale e oggi beato John Henry Newman divenne un oratoriano e portò in Inghilterra l’Oratorio di San Filippo Neri. La prima fondazione avvenne a Birmingham, poi un altro gruppo di convertiti guidato da padre Wilfrid Faber fondò l’Oratorio di Londra.


Oggi la comunità è formata da nove sacerdoti. Il parroco è Uwe Michael Lang, nativo della Germania, già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: giovane e grande liturgista stimato da Benedetto XVI.


Il Brompton Oratory di Londra è un’isola di spiritualità e di liturgia autenticamente cattolica nel cuore di una delle metropoli più secolarizzate e sulfuree d’Occidente. La sua Schola Cantorum, diretta da Charles Cole, è impegnata in un recupero del patrimonio della musica liturgica, per evangelizzare tramite la bellezza.



















domenica 15 ottobre 2017

Il vescovo Cordileone contro i mali del mondo




Mons. Cordileone



Monsignor Salvatore Cordileone, il vescovo italo-americano di San Francisco, in occasione della consacrazione della sua diocesi al Cuore Immacolato, ha pronunciato un’omelia di fuoco contro i mali che stanno imperando in questo tempo.




Domenica, 15 ottobre 2017 — «Anche nelle nostre città (…) vediamo l’esaltazione e perfino la celebrazione del volgare, schernendo il bel piano di Dio su come ci ha creati nei nostri propri corpi, per la comunione gli uni con gli altri, e con Lui stesso». È un passaggio dell’omelia che il vescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha tenuto lo scorso 7 ottobre quando ha consacrato al Cuore 

In particolare aborto, eutanasia e vita omosessuale vengono definiti senza giri di parole «un riflesso vivo dell’inferno». Il riferimento è alle cosiddette pride paradesche i movimenti omosessualisti organizzano anche nelle strade di San Francisco. Rientrano in un elenco stilato dal vescovo sui grandi mali, tra cui le due guerre mondiali e i genocidi, che hanno attraversato il mondo in questi ultimi 100 anni che ci separano dalle apparizioni mariane di Fatima. «E poi», ha detto Cordileone riferendosi all’aborto legale, «c’è il grande attacco alla vita umana innocente: la nostra terra è stata sporcata dal sangue dei bambini innocenti in quella che è diventata una grande epidemia mortale equivalente a un genocidio nel ventre materno».

Infine, «adesso c’è l’abbandono dei nostri fratelli e sorelle sofferenti all’altra estremità della viaggio della vita», cioè il fenomeno dell’eutanasia sempre più diffuso e pervasivo. «Se pensiamo a ciò che è accaduto in questi ultimi 100 anni», si è chiesto Cordileone, «non ci dice che il secolo che abbiamo appena attraversato non era altro che un’esperienza dell’inferno?». Un’intera generazione «ha beffato Dio, ma Dio non può essere preso in giro, non perché egli si diletta nel vendicarsi di noi, ma perché se voltiamo le spalle a Dio il male ci si rivolge contro, portandoci alla autodistruzione».

«Lo chiedo a tutti i cattolici della diocesi di San Francisco, se non lo fanno già, che recitino il rosario tutti i giorni. E chiedo a tutte le famiglie che recitino insieme il rosario almeno una volta alla settimana». Il Cuore immacolato di Maria, ha concluso, «alla fine trionferà». È attraverso quel Cuore che «camminiamo dall’oscurità del peccato e della morte alla luce della verità e della misericordia di Cristo. C’è, dall’altra parte di quella porta, un paradiso glorioso, immenso e pieno di luce, che è il Cielo».




(fonte: lanuovabq.it)










sabato 14 ottobre 2017

Grygiel: «Il Rosario polacco, sfida al Padrone del mondo»






Andrea Zambrano (14-10-2017)

"Chi accusa i polacchi di aver recitato il grande Rosario ai confini contro gli immigrati islamici mente sapendo di mentire". Sono le parole del professore Stanislaw Grygiel, polacco, già docente all'Istituto Giovanni Paolo II e soprattutto grande amico di San Giovanni Paolo II Papa. In questa intervista alla Nuova BQ risponde punto su punto alle accuse rivolte da certa stampa mainstream, Corriere e Repubblica in testa, e da buona parte di mondo cattolico italiano alla straordinaria iniziativa di preghiera che si è svolta in Polonia e che ha visto la partecipazione di due milioni di persone.

Professore Grygiel, i polacchi sono stati accusati da un certo tipo di intellighenzia laicista, ma anche cattolica, di fomentare l’odio. Però il grande Rosario sui confini polacchi è stato un grande atto d’amore verso la Chiesa. Come stanno le cose?

Il continuo affidarsi da secoli del popolo polacco a Dio e al Suo Figlio, la fedeltà al Loro Amore, la fedeltà al loro Stato che oggi esprime la loro identità culturale, danno fastidio alle forze laiciste che hanno deciso di creare un “nuovo ordine” nel mondo. Il Padrone di queste forze, mancando di saggezza ma non d’intelligenza, sa che le uniche armi contro la fede di un popolo di questo genere sono la menzogna forgiata dall’odio e la paura che incussa negli uomini li piega davanti al potere. Questo Padrone è scaltro. Presenta il suo odio per i polacchi come amore per l’umanità, criticandoli di non amarla. S’infuria, vedendo come loro non si lascino ingannare. L’Unione Europea, per esempio, che odia l’Europa le cui radici sono state messe nella terra di Gerusalemme, di Atene e di Roma, con qualsiasi pretesto attacca i polacchi che amano questa vera Europa e in lei vogliono vivere. Spinti da quest’odio, i padroni dell’Unione Europea si fanno beffe del Rosario con cui i polacchi chiedono a Maria di radicarli ancora più profondamente nel suo Figlio e nella Chiesa, che nei primi secoli della sua esistenza imparò in Atene a porre la domanda sulla verità dell’uomo e in Roma a porre la domanda su come adeguare a questa verità l’ordine sociale. Alcuni (forse troppi) uomini della Chiesa in Occidente non comprendono questo. Perché? Perché sono uomini di poca fede, di poca cultura e di corta memoria. Non c’è allora da meravigliarsi che siano anche loro a sradicare la Chiesa da Cristo e a trasformarla in una società effimera come lo sono le altre. La preghiera dell’uomo è misura della sua fede.

Una delle accuse è stata quella di pregare contro l’islam, in realtà la preghiera era contro il terrorismo di matrice islamista. Come spiega questa differenza sostanziale?

Il popolo polacco pregava e prega per la pace, perché conosce molto bene la tragedia della guerra. Non intende però la pace come mancanza della guerra. Le guerre saranno fatte fino alla fine del mondo, perché l’uomo rimarrà sempre uomo. Perciò i polacchi non vogliono pagare con la propria dignità, che proviene dall’essere l’uomo immagine e somiglianza di Dio, per una pace che dovrebbe essere chiamata tregua. Ai terroristi che vogliono cancellare questa dignità negli altri, i polacchi dicono: No! Il loro “Rosario alle frontiere” era anche per i terroristi e mai contro di loro. Il loro Rosario li difende contro il nemico che si trova nel loro stesso intimo. I polacchi non disprezzano i terroristi, odiano i loro atti criminali. Chi dice che i polacchi hanno recitato il Rosario contro gli immigrati, in particolare islamici, mente per ignoranza colpevole oppure per una qualche ricompensa elargitagli da coloro che hanno interesse a cambiare la storia e a sottometterlo ai loro comandi.

È stato fatto anche il tentativo di accusare i polacchi di complicità con i nazisti nella persecuzione degli ebrei in un parallelo con gli islamici oggi. Ma la storia dice questo?

Se dopo tanti anni di “correzioni” ci sono ancora alcune “stelle erranti” che guidano la gente verso le menzogne storiche, secondo le quali i polacchi hanno contribuito a creare i campi di concentramento come quello di Auschwitz, allora, oltre a continuare a dire come stanno le cose, i polacchi non possono che pregare e digiunare, poiché sanno che alcuni spiriti non possono essere cacciati via in altro modo. Gli spiriti così maligni “costringono” i polacchi a recitare il Rosario e a digiunare. Se in Polonia dove i tedeschi fucilavano intere famiglie quando nelle loro case trovavano un ebreo nascosto (i tedeschi adottarono un decreto in tal senso solo in Polonia, oltre che in Serbia), allora di che cosa sono testimoni le centinaia di migliaia degli ebrei salvati in Polonia? È significativo che i polacchi siano accusati di aver collaborato con i nazisti soprattutto da persone appartenenti a Stati che come alleati di Hitler perpetrarono tali crimini in forma ufficiale. Questi attacchi contro i polacchi non sono forse un vano sforzo fatto di liberarsi dalle colpe e dai rimorsi? Il popolo polacco nell’Europa d’oggi, lo dico con le parole di Dostoevskij, è come una crosta sul sedere dell’uomo; con esso non le è possibile sedere comodamente.

Anche Giovanni Paolo II è stato tirato in ballo. Ritiene che sia stato strumentalizzato?

San Giovanni Paolo II – ne sono testimone personale – era per l’accoglienza degli altri ma mai per scendere a compromessi con la propria fede, con la propria dignità e identità. Va bene, diceva, possono costruire le loro moschee, ma domandiamo la reciprocità! Entrino nelle nostre case, ma senza cambiarle! Si adeguino all’ordine che regna in esse! Se qualcuno cerca di ucciderci, difendiamoci, cercando di vincere senza calpestare nessuno. Perché si è scontrato con i comunisti? Perché non era accogliente nei confronti di quelli che nel nostro Paese volevano costruire un ordine micidiale per l’uomo? Egli era accogliente ma non a costo della verità della persona umana e del suo affidarsi a questa verità. Quando vedo la strumentalizzazione di questo santo Papa e del suo insegnamento, continuamente perpetrata dai politicanti, non posso che gridare: Quousque tandem…? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?... O tempora, o mores!

Vorrei ricordare a margine che nei secoli scorsi la Polonia accolse milioni di ebrei e di ariani perseguitati in Europa occidentale non perché avesse bisogno di operai, ma per pura compassione. Questi perseguitati però s’inserirono nel popolo polacco, costituendo con esso un tutt’uno. Essere accogliente significa ricevere il perseguitato e offrirgli le proprie condizioni e il proprio tenore di vita, ma è proprio ciò che gli immigrati di oggi rifiutano.

Veniamo al grande Rosario: che cosa ci insegna questa straordinaria manifestazione di popolo?

Questa straordinaria e spontanea manifestazione di popolo, espressione della sua forza spirituale, vista alla luce del Vangelo e della storia di questo popolo martirizzato da tanti vicini, ci insegna che le conseguenze dell’affidarsi alla Verità che è Gesù Cristo non ci hanno deluso e non ci deluderanno.

Perché la Polonia ha questa specificità di promuovere la propria fede in ambito pubblico?

I polacchi si comportano così perché loro sono così. Si comportano così perché non sono degli schizofrenici che nella propria casa si comportano in modo diverso da come si comportano sulle piazze. La paura? Sì, conoscono anche la paura, ma conoscono la grandezza della propria dignità fino al punto di essere coraggiosi nel difenderla. Per i polacchi sono abominevoli i politici che dicono loro (come qualche mese fa il presidente della Francia disse alla Signora Beata Szydło, Primo Ministro della Polonia): “Voi avete i principi, ma noi abbiamo i soldi”.

Come avete vissuto voi polacchi che vivete all’estero questo momento?

Ci siamo radunati nelle chiese, nei santuari mariani e abbiamo recitato il Rosario in comunione con i polacchi in Polonia. È accaduto così in tutti i continenti. Non entriamo in polemica con la cattiveria di coloro che ci attaccano. In questi casi le polemiche non servono. Servono solo la preghiera e il digiuno.

Qual è il significato teologico del Rosario che è stato recitato?

Il Rosario è preghiera e la preghiera è locus theologicus, cioè fonte della conoscenza della verità rivelata che i teologi cercano di comprendere più profondamente. Nella preghiera la Tradizione della fede rimane viva. In altri termini, nella preghiera il passato storico rimane metafisicamente presente e attivo. Quanti teologi sono però capaci di attingere l’“acqua viva” da questo pozzo che è il Rosario?

Che cosa significa in un’Europa che ha perso la dimensione del sacro questo Rosario pubblico?






http://www.lanuovabq.it/it/grygiel-il-rosario-polacco-sfida-al-padrone-del-mondo





venerdì 13 ottobre 2017

13 Ottobre 2017: rosario alla Madonna di Fatima







Anche in Italia "Un muro di persone reciterà il Rosario (e digiunerà) su tutto il territorio della nostra Nazione"

AIASM (Associazione Italiana Accompagnatori Santuari Mariani) seguendo gli insegnamenti di Maria e seguendo il bellissimo esempio 
dei fratelli polacchi, il 13 ottobre alle ore 17.30 indice la più potente iniziativa per la pace: "il digiuno e la preghiera del Santo Rosario"

Su tutto il territorio Nazionale ogni uomo/donna di buona volontà si rechi quindi nella propria Parrocchia e:o crei gruppi di preghiera con la stessa intenzione dei fratelli Polacchi: "Chiedere alla Madonna di salvare l'Italia e l’Europa dal nichilismo islamista e dal rinnegamento della fede cristiana".

La Recita del Rosario comincerà alle ore 17.30,  il digiuno a pane ed acqua (come chiede Maria) tutto il giorno... Chi  non può digiunare ricordi che può fare rinunce. 

Anche in Italia si richiede di essere in stato di grazia (previa confessione sacramentale)

MA PERCHE' PROPRIO IL  ROSARIO ED IL DIGIUNO? 

La Madonna ci insegna che il Rosario è la più potente arma contro il male e con il digiuno si possono fermare anche le guerre e gli eventi naturali. 

Quindi nel suo centenario dalle Apparizioni di Fatima imploriamo proprio questo e venerdì  13 ottobre 2017 alle ore 17.30, uniti, eleviamo al cielo le nostre preghiere

www.aiasm.it 




Consacrazione al Cuore Immacolato 
1. O Beatissima Vergine Maria, apparendo a Fatima,
hai voluto che la Chiesa trovasse rifugio nel tuo Cuore Immacolato.
Tu hai promesso ai tre pastorelli:
«Il mio Cuore Immacolato sarà il vostro rifugio
e la via che vi condurrà a Dio».
Accogliendo il tuo invito e confidando nella tua promessa,
oggi, centesimo anniversario della tua ultima apparizione,
ci prostriamo ai tuoi piedi
per affidarci a te e implorare la tua protezione.
Rinnoviamo innanzi tutto le promesse del Battesimo e della Cresima;
quanti fra noi si sono impegnati a seguire il tuo Figlio piú da vicino
rinnovano i loro voti religiosi;
quelli che partecipano al sacerdozio di Cristo come ministri ordinati
rinnovano le loro promesse sacerdotali.
Ma oggi vogliamo anche consacrarci
— o rinnovare la nostra consacrazione — a te,
che sei nostra Madre, nostra Signora e nostra Regina.
Noi siamo tuoi e tuoi vogliamo essere:
ti dedichiamo tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che amiamo,
tutto ciò che siamo;
a te diamo il nostro corpo e la nostra anima,
la nostra mente e il nostro cuore;
desideriamo che tutto ciò che è in noi e intorno a noi ti appartenga.
Vogliamo essere tuoi nella prosperità e nell’avversità,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia, nella vita e nella morte;
poniamo tutti noi stessi e i nostri cari nel santuario del tuo Cuore.
Proteggi, ti supplichiamo, le nostre famiglie, le nostre comunità,
i nostri parenti, i nostri amici
e tutti coloro che si affidano alle nostre preghiere.
Sii per tutti il rifugio che hai promesso!



Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.


2. Oggi vogliamo raccomandare a te la nostra Comunità cristiana.
Questa Missione è solo un piccolo gregge;
ma, confidando nella parola del tuo Figlio, non temiamo,
perché al Padre è piaciuto di dare a noi il suo regno.
Non abbiamo nulla da esibire,
se non la nostra povera fede, speranza e carità,
e la nostra tenera devozione a te,
che veneriamo come Madre della Divina Provvidenza.
Benedici, ti supplichiamo, il Santo Padre,
Pastore della Chiesa universale,
e me, indegno tuo figlio e servo,
al quale egli ha affidato questa porzione del popolo di Dio;
benedici i nostri sacerdoti, i religiosi e le suore, e tutti i fedeli
che appartengono, seppur temporaneamente, a questo ovile.
Concedi che la nostra Missione possa crescere agli occhi di Dio,
e rendere presente, in tutti i suoi ordini,
la Santa Chiesa Cattolica in Afghanistan.
Noi crediamo che il tuo Figlio ha in questo paese altre pecore
che non appartengono a questo recinto:
anche quelle egli deve guidare; e ascolteranno la sua voce
e diventeranno un solo gregge, un solo Pastore.


Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio.


Per questo, oggi vogliamo consacrare al tuo Cuore Immacolato
anche il paese in cui viviamo.
Non è la nostra patria, ma è diventato la nostra dimora.
Ci è molto caro; e sappiamo che è ancor piú caro a te.
Gli Afghani non appartengono al nostro gregge,
ma sono nostri fratelli e figli tuoi;
anche loro sono stati redenti dal sangue del tuo Figlio.
Da lunghi anni il loro paese è lacerato dalla guerra.
Finora tutti gli sforzi umani si sono rivelati inutili:
le armi, la diplomazia e la politica hanno fallito.
Non ci resta che ricorrere a te.
Tu sei onnipotente per grazia;
tu sei la nostra ultima spiaggia:
se tu non ci ascolti, non sapremmo a chi rivolgerci.
Concedi, ti supplichiamo, la sospirata pace all’Afghanistan:
disarma la mano dei violenti,
sgombra i cuori dall’odio,
poni fine alle lotte fratricide,
risana le ferite di una società malata,
riapri le vie del dialogo, della fiducia e della cooperazione.
Da’ a questo paese riconciliazione, armonia, integrità morale, giustizia,
ordine, sicurezza, stabilità e libertà.
Da questa terra è sorta la stella
che condusse i Magi ad adorare tuo Figlio:
tu, che sei la Stella del mattino,
sii per questo popolo la stella che li conduce a Cristo.
E, siccome l’Afghanistan è il cuore dell’Asia,
da qui illumina col tuo splendore
tutti i popoli di questo vasto continente,
nel quale il Figlio di Dio — tuo Figlio! —
ha voluto piantare la sua tenda in mezzo a noi.
Affretta la venuta del suo regno;
affretta il trionfo del tuo Cuore Immacolato!


O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria!


Salve, Regina, madre di misericordia,
vita, dolcezza e speranza nostra, salve.
A te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime.
Orsú dunque, avvocata nostra,
rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi.
E mostraci, dopo questo esilio,
Gesú, il frutto benedetto del tuo seno.

O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria!













Come è triste il cristianesimo senza Dio!






Come è triste il cristianesimo ridotto a solo umanesimo Dio non è morto semplicemente è assente? Una forma sofisticata di relativismo: il situazionismo che adattato al neo cristianesimo rinuncia a distinguere tra il bene dal male 



di Roberto Pecchioli

Non siamo teologi, la nostra preparazione religiosa è quella di tanti italiani formati da modeste famiglie cattoliche e da quella che una volta si chiamava dottrina, gli insegnamenti del catechismo appresi in parrocchia. Siamo vissuti con le semplici formule da mandare a memoria, chiare e prive di sfumature: Dio è l’essere perfettissimo creatore del cielo e della terra. Retaggi del passato, affermazioni nette, apodittiche, che destano orrore nell’uomo moderno e che la Chiesa nasconde, trascura, tutt’ al più confina nell’allusione e nella disprezzata fede popolare.

Pensavamo queste cose assistendo, come è nostra abitudine mattutina, alle rassegne stampa televisive. Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, scrive di tutto, in particolare di immigrazione, ius soli, politica di governo e fatti internazionali, ma non nomina mai il nome di Dio, tanto meno parla di anima, del destino finale dell’uomo, di premio o castigo eterno. E’ un giornale, si potrebbe ribattere, il suo compito è fornire notizie. Vero, ma un foglio cattolico, espressione dei pastori di quello che un tempo avremmo chiamato popolo di Dio, dovrebbe diffondere e ribadire i fondamenti della fede e porli alla base del giudizio sui fatti.

Capiamo poco delle questioni poste da alcuni porporati a Francesco, dubia che ci sembrano ragionevoli; ancor meno sappiamo valutare il merito della “correzione filiale” contenuta nel manifesto di 62 sacerdoti, professori ed intellettuali cattolici, al di là dello sconcerto per encicliche che parlano del Creato ma tacciono sul Creatore. Prendiamo atto, con tristezza, di ciò che osserviamo.

Alla messa domenicale, le omelie sono spesso sciatte, frettolose, o al contrario inutilmente prolisse, ma, al di là di fornire un’interpretazione perifrastica delle scritture, nulla più di buoni consigli per una vita onesta e rispettabile. Manca il quid, che, nella fattispecie, è il senso di tutto. La grandezza di Gesù, il motivo profondo per cui quel giovanotto ebreo in tre anni di predicazione conclusa sulla croce ha cambiato la storia sta in un unico punto, la sua affermazione di essere il figlio di Dio. Senza di essa, tutto il resto, le parabole, il discorso della montagna, la sua stessa sofferenza durante il martirio che la Chiesa chiama Passione, non è che la vicenda ammirevole di un grande uomo, di un profeta, di un visionario o di un rivoluzionario propulsore di folle, ma non è religione, non è Verbo, non è Dio.

Lo colse per primo Paolo di Tarso, nella lettera ai Corinzi: “Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede.” Ed aggiunse drammaticamente: “se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini.” . Ecco, ci sembra che quello presente sia un triste cristianesimo senza Dio. Si esalta la figura di Gesù Cristo, la si considera un grande esempio da cui scaturisce un’etica, una serie di modelli comportamentali, ma ciò che resta ai margini, quello cui tutt’al più si allude senza troppa convinzione, è l’annuncio – l’evangelo o, con una parola difficile, il kérigma, ovvero la proclamazione della morte e resurrezione di Gesù Cristo. Fuori da ciò, il cristianesimo non è che una narrazione suggestiva, la straordinaria avventura, umana ed esclusivamente umana, del figlio del falegname di Nazareth e della giovane Maria.

Quando il “papa nero”, Sosa Abascal superiore dei Gesuiti – e gesuita fu lo stesso Bergoglio- afferma senza vergogna che dei fatti narrati dal Vangelo non vi è certezza, a partire dalla resurrezione, in quanto “non vi erano telecamere”, si è già fuori dalla religione cristiana, in un territorio desertico e inospitale in cui Gesù è attore protagonista, ma non più figlio di Dio. Forse semplifichiamo troppo, magari facciamo torto all’intelligenza del “nuovi cristiani” dubitando della loro stessa fede, ma quella è l’impressione che sgomenta.

Karl Rahner, teologo che ha dominato il Concilio Vaticano II e la sua applicazione successiva, parlò dei “cristiani anonimi”, ovvero di quegli uomini che, senza essere cristiani e senza possedere un’idea di Dio, ne hanno comunque, per natura, una conoscenza “trascendentale”, talché possono salvarsi anche fuori dall’adesione ai principi della fede ed alla Chiesa. A che serve dunque, l’imponente edificio cattolico? Aveva quindi ragione Lutero, non a caso rivalutato e quasi santificato nel quinto centenario delle tesi di Wittenberg: sola fide, sola gratia, sola scriptura.

E comunque, l’ex agostiniano tedesco credeva nella vita eterna e nella salvezza o dannazione. L’argomento è diventato un tabù: silenzio impressionante. Ovvero, affermazioni del tipo che l’Inferno, se c’è, è vuoto, poiché tutti siamo destinati alla salvezza. In quel caso, sarebbe inutile ogni predicazione, ovvero, estremizzando, qualunque orizzonte morale avrebbe valore solo con riferimento alla vita terrena, giacché Dio sarebbe pura misericordia (concetto assai caro all’attuale vescovo di Roma). Ma se non c’è castigo, forse non c’è neppure delitto.

Probabilmente, nella nostra ignoranza, e magari accecati dal pregiudizio, diciamo cose assurde o ingiuste, ma il cristianesimo corrente ci sembra aver oltrepassato addirittura il confine che lo separa dall’ebraismo. La terra promessa al popolo eletto è ben materiale, è quella che calpestiamo ogni giorno. Gesù ha ribaltato la prospettiva (il mio regno non è di questo mondo) e se non è risorto, evento di cui manca la prova materiale o il filmato che tranquillizzerebbe il servo di Dio Sosa Abascal, il cristianesimo non è altro che il racconto di una vita illustre, una teoria sociale tra le altre, un ordito di regole morali e di prescrizioni pratiche da confrontare con tutte le altre.

Forse esageriamo, ma in quest’ottica si comprende perché non siano più invocati e difesi quelli che Benedetto XVI chiamava principi non negoziabili. Nel mercato delle idee e delle morali, il sistema di valori cristiani è uno dei tanti, in concorrenza con gli altri, e, ammettiamolo, intrinsecamente perdente in quanto più esigente, meno aperto alla mediazione, più assertivo, per usare un vocabolo caro alla psicologia.

Allora, non resta che ricorrere ad una forma sofisticata di relativismo, cioè il situazionismo. Facciamo un esempio: per il cattolicesimo, l’adulterio è oggettivamente un grave peccato. Tuttavia, in base alle situazioni date ed alle condizioni soggettive o storiche (una sorta di torsione della “circostanza” cara a Ortega y Gasset, che era agnostico) può essere derubricato o giustificato. Basta intendersi sulla portata dei due vecchi pilastri che reggono l’impalcatura cristiana del male: piena avvertenza e deliberato consenso. Io ho commesso adulterio, ma non avevo coscienza che fosse male, anzi forse l’ha commesso solo la mia carne, che è debole, ma non la coscienza.

Vi sono molti punti deboli nel situazionismo adattato al neo cristianesimo, la cui analisi lasciamo ai filosofi ed ai teologi. Ma almeno due saltano agli occhi dell’uomo comune: il primo è che se si rinuncia a distinguere il bene dal male, lasciandone il giudizio all’arbitrio individuale, nulla potrà essere considerato e vissuto come errore o come peccato, negando oltretutto la possibilità del pentimento, che è frutto della coscienza morale. L’altro è che la Chiesa ha l’obbligo di trasmettere il depositum fidei, di cui è parte integrante il giudizio immutabile posto da Dio – e per lui da suo figlio – sul bene e sul male. Sarà poi la sapienza divina a leggere nel cuore dell’uomo; la Chiesa può solo assolvere sulla base del pentimento, distinguendo tra la pena, rimessa, e la colpa, che resta.

Immaginiamo che quelli svolti alla buona nelle righe precedenti appaiano ai più futili questioni, simili alle dispute sul sesso degli angeli. In palio, però, c’è il cristianesimo come orizzonte di verità. La nostra opinione è che i cambiamenti di prospettiva, il ribaltamento di molte cose che la Chiesa ci proponeva a credere non soltanto generano confusione o perplessità, ma scavano un solco ben più profondo, quello della sfiducia e del sospetto. Abbiamo il diritto di pensare – magari a torto – che se comportamenti, idee, principi, valori, condotte proposte ed imposte per secoli non sono più valide, perché storicamente superate o semplicemente sgradite allo spirito dei tempi, uguale destino possa toccare alle nuove idee della Chiesa. Domani, o dopodomani, anch’esse saranno superate e sostituite.

Ma la religione vive dell’eterno, del permanente, non può immaginare – e neppure permettersi- in materia di fede e di legge naturale, che ciò che è giusto oggi possa essere considerato assurdo domani. Non si può accettare che la verità sia posta ai voti, o che sia declinata con aggettivi possessivi e con articoli indeterminativi. O esiste, o non esiste: non ha senso la “mia” verità né tanto meno più verità, a scelta, come nello scaffale del supermercato.

Da qualche parte, si è ipotizzato che in un futuro non troppo lontano, la Chiesa cattolica possa fare a meno del Vaticano. E’ possibile, del resto Jorge Mario Bergoglio ha rinunciato a vivere tra le vecchie mura del potere temporale, ma salterebbe per aria un’altra delle prerogative, l’universalità simboleggiata da Roma e dal Papa. La vittoria di Lutero non potrebbe essere più schiacciante, ma sarebbe, in effetti, la vittoria di un cristianesimo spogliato di sé stesso, svuotato della sua essenza salvifica e veritativa, che è la salvezza ed il destino eterno della creatura uomo per mezzo della fede in Dio e dell’adesione in vita a quanto rivelato nelle scritture.

In questo senso, preoccupa anche il ruolo e l’insistenza dei biblisti, ovvero quegli studiosi membri del clero che interpretano scritture e Vangelo sulla base della loro adesione alla storia accertata. E’ chiaro che la conferma scientifica e storiografica di fatti ed avvenimenti ha un grande valore, ma Dio trascende ogni cosa e comunque il punto è sempre lo stesso: credere o meno che Gesù sia il figlio di Dio morto sulla croce e risorto. Si ha l’impressione che uomini di grande scienza, come il defunto cardinale Martini o il vivente Ravasi, insigni biblisti, abbiano subordinato la fede alla storia. La città dell’uomo europeo ed occidentale ha battuto, lasciato sullo sfondo, privatizzato o addirittura scacciato la città di Dio.

Vince il progetto materialista, liberale e massonico, sbalordisce il silenzio di chi pare aver rinunciato alla battaglia, anzi sembra accogliere le tesi una volta nemiche. I cristiani, lo disse il fondatore (chiamiamolo così, per brevità…) devono essere il sale della terra. Ma quanto è insapore e sciapo un cristianesimo ridotto ad umanesimo, organizzazione caritatevole, narrazione della vita e sofferenza di un grande uomo, memoria delle sue idee suggestive. Ciò che non crediamo più, e neppure la Chiesa sembra più credere, è che Gesù è Dio ed è risorto dalla morte. Mancano le prove, ed aveva ragione Paolo a ricordarlo ai primi fedeli, la nuova religione non è nulla senza quell’accadimento prodigioso.

Forse non è buon profeta un ateo assai colto, come il sociologo e antropologo francese Marc Augé, nel suo romanzo breve Le tre parole che cambiarono il mondo. Il giorno di Pasqua del 2018, durante il tradizionale discorso urbi et orbi, il papa, dopo un teso silenzio, esclama a gran voce: “Dio non esiste!” Tre parole che gettano nello sconcerto cristiani, ebrei, musulmani, agnostici, atei, e scatenano una tempesta nel mondo intero. Non ci sarà alcun proclama o annuncio del genere, non ce n’è bisogno. Dio non è morto, semplicemente è assente, è un’ipotesi di cui non si tiene più alcun conto, con la complicità attiva di un cristianesimo stanco, indolente, incredulo. Per l’uomo Gesù omaggio e ammirazione, Dio non è pervenuto.



Del 13 Ottobre 2017












http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/chiesa-cattolica/1595-cristianesimo-senza-dio


giovedì 12 ottobre 2017

Traduzioni e liturgia, Sarah frena la deriva




Riccardo Cascioli (12-10-2017)

Quando il 9 settembre scorso fu reso noto il Motu Proprio di papa Francesco, Magnum Principium, i soliti noti hanno gridato al “Liberi tutti” per le traduzioni dei testi liturgici. Così ora interviene il prefetto della Congregazione per il Culto Divino, il cardinale Robert Sarah, a ribadire alcuni punti fermi e a rimettere nel giusto equilibrio il rapporto tra Santa Sede e Conferenze episcopali per evitare una sorta di “federalismo liturgico”. Non si tratta di un documento ufficiale della Congregazione, ma di una iniziativa personale del Prefetto, un «contributo per la corretta comprensione di Magnum Principium», come il cardinale Sarah titola la sua letterache la Nuova BQ pubblica in esclusiva per l’Italia.

Della partita che si sta giocando sulle traduzioni dei testi liturgici abbiamo già parlato, è una questione delicata che va a toccare gli stessi contenuti della fede. Per capire dove può andare a parare Magnum Principium, basta leggere i commenti del liturgista Andrea Grillo, uno dei personaggi che ha lavorato con il segretario della Congregazione per il Culto Divino, monsignor Arthur Roche, per promuovere i cambiamenti nei criteri delle traduzioni dal latino in senso contrario a quanto auspicato da papa Benedetto XVI e prima ancora da san Giovanni Paolo II. Grillo (clicca qui), che si è distinto recentemente anche per una serie di invettive contro il cardinale Sarah, ha spiegato che l’obiettivo è superare l’istruzione Liturgiam Authenticam (2001), che richiedeva una traduzione letterale dei testi dal latino, a favore di una interpretazione che li renda più comprensibili alla popolazione locale. Grillo parla esplicitamente di “diritto all’interpretazione”, sottintendo il maggiore potere che le Conferenze Episcopali devono avere in materia.

In linea di principio il cardinal Sarah – riprendendo quanto già osservava il cardinale Ratzinger (poi Benedetto XVI) – non obietta affatto alla distinzione tra traduzione e interpretazione, ma si preoccupa che questa non copra la voglia di rivoluzione che alcuni stanno portando avanti. E per capire appieno l’iniziativa del cardinale Sarah, va ricordato che la commissione che ha lavorato alla preparazione del Motu Proprio, lo ha fatto alle sue spalle, tenendolo volutamente all’oscuro.

Entrando nel merito del documento firmato dal cardinale Sarah, come dicevamo emerge chiara la preoccupazione che la distinzione che viene fatta in Magnum Principium tra traduzione (= la resa del testo liturgico in lingua vernacola a partire dall’originale “tipico” latino) e adattamento (= un nuovo testo aggiunto, un nuovo rito o la modifica di un rito esistente) non diventi il pretesto per far passare di tutto. Il nuovo canone 838 prevede infatti un diverso tipo di approvazione da parte della Santa Sede: la confirmatio/conferma per le traduzioni e la recognitio/revisione per gli adattamenti (cfr su questo più ampiamente padre Riccardo Barile in la NBQ).

Ecco dunque in breve i principali chiarimenti proposti dal cardinale Sarah:

1. Per le traduzioni restano in vigore le norme attuali di Liturgiam autenthicam (2001), che richiedono la fedeltà e insieme offrono i criteri per l’adattamento linguistico nel passaggio dal latino alle lingue parlate.

2. Sia la confirmatio che la recognitio stabiliscono che sempre è necessaria l’approvazione della Santa Sede e, dal punto di vista dell’approvazione, quasi non sembra esserci differenza e sono intercambiabili. Anche la conferma richiede la revisione del testo tradotto.

3. C’è differenza invece nel risultato finale, perché la traduzione è la semplice trasposizione di un libro liturgico dal latino a una lingua parlata, mentre l’adattamento modifica poco o tanto la edizione tipica dello stesso libro per quella lingua o area linguistica.

4. Il card. Sarah prevede e auspica una differenza anche nel procedimento previo: infatti la traduzione sembra più affidata direttamente alle Conferenze Episcopali le quali poi chiederebbero la conferma alla Santa Sede, mentre gli adattamenti, data la loro natura più delicata, per giungere alla auspicata recognitio finale, sembrerebbero richiedere un più opportuno lavoro di concertazione previa tra le Conferenze Episcopali interessate e la Santa Sede. Ovviamente tale concertazione previa sarebbe auspicabile anche per le traduzioni, non in tutto, ma almeno per la traduzione di alcuni termini particolarmente fondamentali e delicati in ordine all’espressione della fede e della preghiera della Chiesa.

Questi chiarimenti non piaceranno sicuramente ai soliti “Guardiani della rivoluzione” e ad alcuni episcopati che mal sopportavano le precedenti disposizioni. Vedi ad esempio la conferenza episcopale tedesca, che ha appena annunciato lo stop alla traduzione in tedesco del messale. Il cardinale Reinhard Marx, secondo quanto riportato dalla testata britannica The Tablet, considera finita “Liturgiam Authenticam” e quindi decadute tutte le precedenti disposizioni. Il lavoro sul messale tedesco si era arenato sulle parole della consacrazione eucaristica, una questione che stava molto a cuore a Benedetto XVI. Quando si parla del sangue versato da Cristo, il “pro multis” latino viene tradotto da molti episcopati con “per tutti” anziché “per molti”, come sarebbe letteralmente. Benedetto XVI aveva dunque invitato tutti gli episcopati del mondo a correggere la traduzione – risultando “per molti” la versione corretta -, ma non tutti si sono ancora adeguati: fra questi la Germania, che ora si sente libera di fare la sua strada.

(Ha collaborato padre Riccardo Barile)






http://www.lanuovabq.it/it








martedì 10 ottobre 2017

L'INVITO DEL NEO VESCOVO. "Meno messe, più Parola": è la ricetta "ambro-luterana"




ECCLESIA
Tommaso Scandroglio 10-10-2017

Meno Eucarestia, più Parola. Questa in sintesi la dieta che il neo arcivescovo di Milano
Mario Delpini ha prescritto ai fedeli di Busto Arsizio, cittadina del varesotto, quando sabato scorso ha visitato la parrocchia di San Giovanni. Il giorno dopo i fedeli hanno potuto trovare sulle panche un pieghevole in cui a firma di mons. Delpini si indicavano i quattro passi che questa città dovrà compiere in ambito pastorale nel prossimo futuro. Al primo posto si può leggere testuale: «Promuovere decisamente un ritorno alla conoscenza, personale e comunitaria, della Parola di Dio, come forma di evangelizzazione. Dove è necessario si può togliere anche qualche S. Messa, pur di favorire momenti di catechesi e ascolto della Parola».

Meno messe, più Parola, anzi più parole. Una deriva che è schiettamente di matrice luterana.
Nell’indicazione di mons. Delpini riverbera il portato teologico di Lutero che con quel suo “sola scriptura” assegnava l’opzione preferenziale alla libera interpretazione dei testi sacri (libero esame) a discapito dell’insegnamento del Magistero: «Un semplice laico armato con le Scritture è più grande del più coraggioso Papa senza essa», aveva una volta dichiarato Lutero. La libertà che rivendicava da Roma però non poteva essere predicata nei suoi confronti. «Io non ammetto che la mia dottrina possa essere giudicata da alcuno – scriveva l’ex agostiniano - neanche dagli angeli. Chi non riceve la mia dottrina non può giungere alla salvezza».

Il suggerimento di snellire il quantum del sacrificio eucaristico rimanda
inoltre all’impostazione sacramentale protestante che svaluta il reale valore delle specie eucaristiche. Affermare che «dove è necessario si può togliere anche qualche S. Messa» indica una concezione della Santissima Eucarestia come pratica che può essere superflua, che non sempre è necessaria per la salvezza. Quasi che il numero di S. Messe da celebrare non debba superare certi limiti perché “in medio stat virtus” e non è bene essere bulimici di Pane eucaristico. Si sa, il troppo stroppia. La giusta quantità di sacrificio incruento di Cristo, il q.b. eucaristico sarà ovviamente lasciato alla sapiente prudenza dei sacerdoti bustocchi. Inoltre far spazio alla catechesi e mettere in un angolo l’Eucarestia – come fisicamente capita per moltissimi tabernacoli in altrettante chiese – è segno che per una certa cultura cattolica – di impronta martiniana – la Bibbia vale più dell’Eucarestia. Ma non è così. Posto che anche qui vale la regola dell’et-et e non dell’aut-aut – sia la Bibbia che l’Eucarestia - quest’ultima ha un valore infinitamente più grande della prima per il semplice fatto che l’Eucarestia è Cristo in carne, ossa, sangue ed anima. Inoltre non esiste nulla di più prezioso al mondo che un unico sacrificio eucaristico, nemmeno mille catechesi di Santi Pontefici.

Torniamo al pieghevole lasciato sulle panche della chiesa di San Giovanni.
Nella seconda anta il cattolico della domenica vi poteva leggere un avviso concernente una iniziativa della Commissione pastorale per l’Ecumenismo del decanato di Busto Arsizio pensata per i 500 anni dalla Riforma così intitolata: “Giubileo della riforma luterana”. Si tratta di due momenti, il primo di carattere musicale e meditativo: “Musiche della tradizione protestante con letture spirituali di Riformatori” che si svolgerà nella chiesa suddetta. Ed un secondo di natura culturale: una conferenza con taglio ecumenico.

Una nota a margine: si parla di “giubileo”
, ma il cattolico autentico di certo non ha motivo alcuno di giubilare per il protestantesimo. E quindi le letture “spirituali” protestanti declamate in una basilica cattolica farebbero il pari della lettura del Mein Kampf in una sinagoga. Il paragone sembra azzardato ma invece è assai adatto, come spiegheremo tra qualche riga.

La parrocchia di San Giovanni comunque non è sola al comando
in questa gara per celebrare il 500° anniversario dell’affissione delle 95 tesi di Lutero sulla porta della chiesa di Wittenberg. La Comunità Pastorale Beato Paolo VI di Milano sta promuovendo una serie di incontri dal titolo “Riforma protestante: una benedizione per la chiesa". La parrocchia di San Simpliciano a Milano invece sta organizzando anche lei degli incontri dal titolo: “Lutero. La nascita dell’uomo moderno e la sua crisi”. Nella brochure delle cinque serate, in cui sono espressi anche contenuti apprezzabili, possiamo altresì leggere: «Pensiamo alle varie forme di fondamentalismo cattolico, che vivono la professione di fede come professione di un’identità culturale. […] La gran parte delle iniziative di celebrazione del 500° anniversario della Riforma cerca il superamento delle divisioni mediante il rinnovato ascolto dell’unica Parola, del vangelo [minuscolo] dunque, e più in generale della Scrittura. Sola Scriptura».

Lutero è dunque personaggio da celebrare?
Un esempio per i cattolici? Il protestantesimo è una benedizione per noi tutti? In realtà la dottrina luterana è inconciliabile, perché eretica, con la dottrina cattolica sia in ambito di fede che di morale. Qualche esempio. In merito alla sfera morale, il peccato originale avrebbe compromesso in modo irrecuperabile la volontà e l’intelletto rendendo schiava la persona dei suoi istinti e quindi incapace di essere un soggetto libero (“De servo arbitrio”). Per questo motivo la ragione era definita da Lutero “prostituta del diavolo”. Da qui l’impossibilità di conoscere e dunque seguire la legge morale naturale e la degradazione della fede in cieco fideismo: o ci credi o non ci credi. Altra conseguenza della mancanza di libertà è la doppia predestinazione: è Dio e non la tua libertà che ti metterà in Paradiso o all’Inferno. La mancanza di libertà fa sì che la salvezza si attui senza il merito ottenuto dalle opere personali, ma per sola fede nei meriti di Cristo (sola fide) e quindi la salvezza è unilaterale (sola gratia), senza che l’uomo possa far alcunchè per meritarsela.

In merito alla fede Lutero inoltre fa piazza pulita dei sacramenti e del culto mariano.
Nel Grande e Piccolo Catechismo i sacramenti sono ridotti a due: Battesimo e Cena del Signore. La presenza di Cristo nel pane eucaristico viene spiegata non attraverso la transustanziazione – la sostanza del pane e del divino si trasformano in quella divina - ma per tramite dell’impanazione: vero pane e vero vino accanto ai quali si trova la vera carne e il vero sangue di Cristo. La celebrazione eucaristica poi non ha nulla a che vedere con il sacrificio di Cristo in croce. Tra i sacramenti di cui si disfò Lutero ricordiamo l’ordine: a lui tanto stretto che sposò una monaca.

Riguardo al piano ecclesiale Lutero definì il Papa
, non solo quello di allora ma ogni Pontefice, «asino, cane, re dei ratti, coccodrillo, larva, bestia, drago infernale», termini spesso ricorrenti nella sua opera “Contro il papato di Roma fondato dal diavolo”. Ovviamente negò la successione apostolica. Non meno gentile, tanto per parlare di ecumenismo che va tanto e sempre di moda, era verso gli ebrei. Nel suo volume “Degli ebrei e delle loro menzogne” consigliava di bruciare le loro sinagoghe e le loro case. Facile individuare in Lutero i prodromi dell’odio razzista del nazionalsocialismo.

In ambito politico Lutero è uno degli artefici dell’assolutismo moderno
: per disfarsi della Chiesa cattolica sottomette la religione al potere politico e questo diventa tirannico. Di fronte ai soprusi dei prìncipi i contadini di allora si ribellarono e Lutero incitò alla strage: «Verso i contadini testardi, caparbi e accecati, che non vogliono sentir ragione, nessuno abbia un po’ di compassione, ma percuota, ferisca, sgozzi, uccida come fossero cani arrabbiati». Le conseguenze geopolitiche della dottrina di Lutero si riverberarono fin nel secolo scorso. Lo storico Emilio Gentile scrisse a tal proposito: «Più propense a schierarsi con il nazionalsocialismo, con la sua concezione della nazione e dello Stato e con il suo antisemitismo, erano le chiese luterane, vincolate per secolare tradizione all’obbedienza al potere statale quale espressione della volontà divina».

E dunque cosa c’è da celebrare?











http://www.lanuovabq.it/it/meno-messe-piu-parola-e-la-ricetta-ambro-luterana