giovedì 4 agosto 2016

Dichiarazione di don Nicola Bux circa le affermazioni del card. Bagnasco riguardo alla c.d. preghiera degli imam nelle chiese cattoliche

 




Dichiarazione di don Nicola Bux circa le affermazioni del card. Bagnasco riguardo alla c.d. preghiera degli imam nelle chiese cattoliche
A proposito delle dichiarazioni, apparse sulla stampa, di S. Em.za il card. Bagnasco, Presidente della CEI, riguardo al gesto di alcuni esponenti musulmani (pochissimi in realtà) di “partecipare” alle Sante Messe della scorsa Domenica 31 luglio, secondo il quale si tratterebbe di un “gesto enorme”, “sostegno cruciale” per isolare i terroristi e che sarebbero incomprensibili – a suo modo di vedere – le critiche dei cattolici agli imam in chiesa, rispettosamente faccio presente che il fatto si configura come violazione della communicatio in sacris (v. can. 844 c.i.c.). Essa, si ricorda, è consentita, a determinate condizioni e con molte cautele, ai cattolici solo con i cristiani ortodossi e con gli evangelici, secondo le disposizioni del Direttorio Ecumenico del 1993 (cfr. nn. 122-128 circa la Condivisione di vita sacramentale con i membri delle varie Chiese orientali; nn. 129-136 circa la Condivisione di vita sacramentale con i cristiani di altre Chiese e comunità ecclesiali).
In nessun caso ciò è consentito con i non cristiani.
Peraltro, è il caso di richiamare l’Istruzione Redemptionis sacramentum del 2004 ed in special modo i nn. 78 e 79, che sembrano fare al nostro caso, quasi con previsione “profetica”:
 
[78.] Non è lecito collegare la celebrazione della Messa con eventi politici o mondani o con circostanze che non rispondano pienamente al Magistero della Chiesa cattolica. Si deve, inoltre, evitare del tutto di celebrare la Messa per puro desiderio di ostentazione o di celebrarla secondo lo stile di altre cerimonie, tanto più se profane, per non svuotare il significato autentico dell’Eucaristia.
 
[79.] Infine, va considerato nel modo più severo l’abuso di introdurre nella celebrazione della santa Messa elementi contrastanti con le prescrizioni dei libri liturgici, desumendoli dai riti di altre religioni.
 
Vorrei ricordare, ancora, sempre in maniera rispettosa, al Presidente della CEI quanto stabilito in apposita Nota per gli Orientamenti Pastorali della Commissione Episcopale per le Migrazioni e il turismo della CEI il 4 ottobre 1993, dal titolo “Ero forestiero e mi avete ospitato”. In questo documento, all’art. 34, in merito a “L’incontro con l’Islam”, si statuiva:
 
«le comunità cristiane, per evitare inutili fraintendimenti e confusioni pericolose, non devono mettere a disposizione, per incontri religiosi di fedi non cristiane, chiese, cappelle e locali riservati al culto cattolico, come pure ambienti destinati alle attività parrocchiali».
 
Tali Orientamenti non mi risulta siano stati revocati dalla CEI!
 
In termini pressoché identici si esprimeva l’allora Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Card. Stephen Fumio, nella sua introduzione alla XVI Assemblea plenaria del Dicastero vaticano, svoltasi nel dicembre 2004:
 
«Ad evitare fraintendimenti e confusioni, considerate le diversità che reciprocamente riconosciamo per rispetto ai propri luoghi sacri ed anche alla religione dell’altro, non riteniamo opportuno che quelli cristiani – chiese, cappelle, luoghi di culto, locali riservati alle attività specifiche dell’evangelizzazione e della pastorale – siano messi a disposizione di appartenenti a religioni non cristiane, né tanto meno che essi siano usati per ottenere accoglienza di rivendicazioni rivolte alle autorità pubbliche».
 
Nello stesso senso erano pure le indicazione dei Vescovi, Circolare n. 32, 10 maggio 2002, a cura del “Comitato per gli enti ed i beni ecclesiastici - sez. I” della CEI, intitolata “Cessioni di locali e spazi pastorali a terzi per uso diverso”, che ribadivano come la piena disponibilità di immobili e spazi destinati a uso pastorale dovessero essere vincolati alle attività di culto e di religione (sottinteso cattolica).
 
Ricordo anche le dichiarazioni dell'ex Segretario della CEI, S. Ecc.za mons. Betori – oggi cardinale  arcivescovo di Firenze – nel 2008, riguardo ad un fatto di cronaca verificatosi all’epoca: «Quando un parroco presta i locali della parrocchia deve sapere che in quel momento aliena quello spazio alla religione cattolica e lo affida per sempre all’Islam, … le moschee non sono un luogo di culto, ma luoghi di preghiera e di formazione».
 
A questo punto, mi auguro che si sia trattata di una dimenticanza di S. Eminenza Bagnasco.
 
Va anche aggiunto, ad onor del vero, che in chiesa l’accesso è permesso a chiunque voglia accostarsi alla conoscenza del Mistero cristiano: nondimeno va rammentato che tale accesso, la Chiesa lo ha sottoposto da sempre all’itinerario catecumenale e dell’iniziazione cristiana, vigilato, un tempo, dal ministero degli Ostiari.
 
Quanto alla proclamazione di versetti di altri libri, ritenuti sacri dagli adepti delle altre religioni, ma non dalla Chiesa cattolica, ciò implica un andare contro la funzione del Tempio cristiano, che, come noto, viene dedicato con rito solenne. Questo configura una vera e propria profanazione! Per dimostrare la solidarietà non si deve usare la Casa di Dio, ma una piazza o altri ambienti non cattolici o, comunque, dedicati al culto.
 
Con riferimento, infine, alla distribuzione, pare al momento della Comunione, di un pane, non si sa bene se benedetto o meno, e comunque non consacrato, che ricorda l’Antídōron dei bizantini, non pare che possa avere come destinatari i non cristiani. A questo proposito, gli Orientali sono particolarmente attenti ad evitare fraintendimenti.
 
Si dovrebbe, infine, sapere che i musulmani sono convinti di essere la vera religione e di non dover perdere alcuna occasione per “correggere”, quelli che essi definiscono “appartenenti alle religioni del Libro”, ossia ebrei e cristiani, che avrebbero deviato dall’autentica fede – l’islam appunto. Non a caso, l’imam a Bari, nella Cattedrale di Bari, ha recitato la prima sura del corano, detta Al-Fâtiha, l’Aprente, nella quale si stigmatizza, appunto, gli ebrei ed i cristiani, rei di essere, agli occhi dei musulmani, miscredenti. Tra l’altro, a quanto mi risulta, è la stessa sura che viene recitata nel momento in cui vengono sgozzati i cristiani: così è stato, se non erro, in occasione dello sgozzamento dei 21 martiri copti uccisi dall’Isis. Lo stesso imam barese, peraltro, pochi giorni fa, in diretta TV, parlando ad un talk show, affermava: «l’Italia è casa mia. Sono qui per rieducare e purificare gli italiani». 
 
Entrare nelle chiese cristiane, dunque, ha almeno per i loro imam il senso di indottrinamento per ricondurre dall’«errore» i cristiani, i quali vi sarebbero caduti falsificando le Scritture!
A mio modesto avviso si è trattata di un’iniziativa, dunque, dal dubbio significato, tanto più che ha interessato in Italia ed in Francia, in entrambi i casi, meno del 2% dei musulmani presenti in queste nazioni! A ciò si aggiunga la buona dose di ipocrisia che siffatte iniziative hanno comportato. Basti solo pensare alle spalle rivolte dai musulmani, nella Basilica romana di Santa Maria in Trastevere, alla lettura dei Vangelo! A ragione, quindi, l’imam di Lecce ha parlato di gesto sensazionalista, ipocrita e sincretista. Il rispetto non lo si instaura perdendo la propria identità. E soprattutto la propria fede.
 
Spero infine che S. Eminenza chiarisca una buona volta un punto equivocato in questi tempi e cioè che figli di Dio si diventa con il Battesimo, e non con la nascita biologica; pertanto, non si può affermare, come avanzato da alcune parti, che tutti gli uomini, e quindi anche i musulmani, siano figli di Dio, perché sarebbe come dichiarare l’inutilità del Battesimo.
Con deferenza
in Domino Iesu
don Nicola Bux
Bari, 4 agosto 2016, S. Giovanni M. Vianney
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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