martedì 24 marzo 2015

Perché il nostro mondo ha più paura della verità che dello Stato islamico





marzo 24, 2015 Pietro Piccinini

Nella «cultura dei diritti» non c’è spazio per nessuno Dio, cioè per nessuna realtà. Ecco perché dopo Charlie Hebdo il tema del pubblico dibattito è slittato dall’allarme “fanatismo” all’allarme “religione”

Questo articolo, tratto dal numero di Tempi in edicola, fa parte della serie “Ragione Verità Amicizia”, il manifesto dei nostri vent’anni e della Fondazione Tempi (una proposta che si può sottoscrivere in questa pagina).


Col cannone della sua propaganda, Putin scaglia versioni diverse della verità come sabbia negli occhi degli avversari, lamentava un paio di settimane fa il Guardian in un editoriale dedicato alle mille letture possibili diffuse dai media russi dell’omicidio Nemtsov. Evidentemente lo zar Vladimir, spiegava con ammirevole intuizione il quotidiano britannico, ha capito a fondo l’idea occidentale secondo la quale non esistono fatti, ma solo interpretazioni, e dunque «qualunque prospettiva può essere legittimata come una questione di opinioni personali». Adesso che Putin quell’idea la ritorce contro i suoi fautori, però, risulta chiaro perfino ai più “liberal” tra i media che qualcosa non torna. Volete il relativismo? Eccovi serviti, sembra suggerire sarcastico il presidente russo. Ma così la verità, obietta il Guardian, si riduce a una quesione di «mero potere». Chi ha il polmone più potente vince. «In altri termini, il relativismo conduce inevitabilmente al nichilismo». E non è una gran consolazione il dire che «i fatti sono sacri», e che tanto «la verità è la fuori». Cosa sono, infatti, i fatti? È lo stesso editorialista a rispolverare niente meno che il Ponzio Pilato del Vangelo: «Quid est veritas?». E quanto ci vuole, nel regno delle opinioni, a trasformare la veritas, il sacro fatto, in nulla?
Putin e propaganda a parte, in fondo è tutta qui la questione delle questioni, il vero “scontro di civiltà” dei giorni nostri.

A proposito di libere interpretazioni dei fatti, Adam Gopnik ha scritto sul New Yorker un mese fa, riprendendo un «ovvio e inconfutabile commento» di Barack Obama sul terrorismo islamico, o meglio religioso in genere, che per capire dove nasca la violenza dei tagliagole del califfo Al Baghdadi occorre guardare alle Crociate. Sic. «“Ai tempi delle Crociate e dell’Inquisizione, si commettevano atti terribili in nome di Cristo”, ha osservato (Obama, ndr), dicendo una verità che solo un seminfermo di mente metterebbe in discussione», poiché, ricorda Gopnik, «nella loro storia, quasi tutte le religioni, compresa la sua religione cristiana, sono state la concausa di orrendità». Inutile aprire qui una disputa storiografica sulle imprese di Goffredo di Buglione, anche perché non è al Medioevo che Gopnik rivolge il sermone morale. Puntellando la discutibile battuta di Obama, lo scrittore americano vuole colpire un obiettivo molto più vicino.

Attenzione ai termini

In effetti, fateci caso: dal massacro di Charlie Hebdo a oggi, il tema principe del pubblico dibattito, l’allarme terrorismo islamico, è progressivamente slittato per ricomprendere un conflitto per certi aspetti molto più radicale. La questione delle questioni appunto. C’è posto, in questo mondo, per chi pretende di offrire agli altri la verità? Nel caso degli assassini dell’Isis, la risposta è quasi banale. Ma bisogna essere onesti, non è solo né principalmente lo Stato islamico l’obiettivo polemico di Gopnik e di chi in Italia la pensa come lui (per esempio Repubblica, che il 14 febbraio lo ha tradotto e ripubblicato in prima pagina).

Il nemico, scrive Gopnik, è il fanatismo. E adesso occhio ai termini: «Il fanatismo è la convinzione che un’unica religione o ideologia contenga tutta la verità del mondo, e che le altre religioni debbano essere, al massimo, tollerate». L’antidoto, invece, è il liberalismo, inteso come la visione “liberal” americana, ossia «la credenza che la tolleranza non sia sufficiente, che un pluralismo attivo e assertivo sia fondamentale per una società sana». Al netto del richiamo un po’ ipocrita a tolleranza e pluralismo, il bersaglio è chiarissimo. Nel moderno eden liberale tutti sono i benvenuti, tranne chi intende offrire “tutta la verità del mondo”, perché in lui è il seme della violenza fanatica.

Di nuovo, riformuliamo: nell’impero “liberal”, dove si dice che i fatti sono sacri ma di sacro nei fatti c’è solo il potere (e siamo di nuovo a Putin), dove la realtà è zero e la volontà è tutto (al resto ci pensa la tecnica), quale altro posto può avere la passione per la verità se non la fogna? È una domanda “totale” che occorre porsi radicalmente. Ci hanno provato per il mensile interreligioso First Things tre intellettuali cattolici americani, Michael Hanby, docente di Religione e Filosofia della scienza al Pontificio istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia (Catholic University of America), George Weigel, autore di una fortunata biografia di san Wojtyla, e il polemista di American Conservative Rod Dreher.

Il punto di non ritorno

Hanby parte dalla constatazione che la rivoluzione sessuale, in realtà una rivoluzione antropologica, con rapidità formidabile ha reso «obsoleto e irrimediabilmente bigotto» il mondo comune di “mamma e papà”. La pioggia di leggi e soprattutto di sentenze giudiziarie favorevoli ai cosiddetti diritti Lgbt batte implacabile negli Stati Uniti proprio per attestare il naufragio del «progetto civico» del cristianesimo del nuovomondo, mandando definitivamente in crisi l’ingenua convinzione riassunta da Weigel nella formula «non c’è contraddizione tra le pretese di verità del cattolicesimo e l’esperimento democratico americano». La contraddizione infatti c’è eccome, spiega Hanby, dal momento che l’incompetenza religiosa proclamata dallo Stato liberale è un fatto intrinsecamente «teologico», non crea uno spazio metafisicamente vuoto da riempire di valori cristiani, ma piuttosto istituisce una «metafisica dell’indifferenza» offerta come bene supremo, solo orizzonte concepibile, all’interno del quale nessun riferimento a un ordine superiore è ammesso all’infuori del singolo individuo, dei suoi desideri e delle sue opzioni. Il «liberal order» si configura perciò come uno spazio di libertà private (Hanby le chiama «atomistiche») in perenne espansione, dove il compito dell’autorità è preservare l’individuo da tutto. Non solo dall’invadenza dello Stato, ma da qualunque rapporto con l’alterità, «dai comandamenti di Dio, dalle pretese delle altre persone, dai cosiddetti corpi intermedi, e, in ultima analisi, perfino dalla stessa natura». È un paradossale «assolutismo che cresce proporzionalmente all’incremento della libertà».

Ebbene, non sembra esserci molto spazio per l’annuncio della verità caro ai cristiani, ma neanche per i “sacri fatti” rimpianti dal laico Guardian, in una società in cui ormai «la libertà – aggiunge Weigel – coincide con la volontà, e la volontà si può applicare a qualunque oggetto, “nella misura in cui non si fa male a nessuno” (dove “nessuno” ovviamente non include il non nato abortito e l’eutanasizzato, giusto per sottolineare la confusione della nostra epoca)». Per Hanby perfino la battaglia per la libertà religiosa si rivelerà perdente a lungo andare, «mano a mano che la pratica religiosa entrerà in conflitto con diritti più “fondamentali”, e mano a mano che la mediazione dello Stato nelle relazioni familiari si farà più intrusiva». L’avanzata inarrestabile dell’ideologia gender, lo sconvolgimento antropologico che porta con sé, attesta esattamente questo. È «un punto di non ritorno».

I fedeli contro il vescovo

La faccenda è concretissima e riguarda anche la comunità cristiana al suo interno. Nella conservatrice, religiosissima Louisiana, racconta Dreher, «l’anno scorso un sacerdote che conosco è stato invitato a tenere una presentazione sulla religione in una scuola privata. L’unica indicazione che gli ha dato l’insegnante che lo aveva invitato è stata di non parlare del matrimonio gay. Non che l’insegnante lo appoggiasse; anzi era fermamente contrario. Piuttosto, ha detto al pastore, “se i ragazzi scoprono che lei è contro il matrimonio gay, non staranno a sentire nulla di quello che ha da dire”». Semplicemente, scrive Dreher, l’argomento è stato espulso dal legittimo dibattito. «Francamente, viste le dinamiche della nostra cultura in rapida mutazione, credo che sarà sempre più difficile essere un buon cristiano e un buon americano».

Altra clamorosa prova del fatto che l’assolutismo liberale domina ormai fra gli stessi cristiani è il caso Cordileone. Per settimane il vescovo di San Francisco è stato preso di mira non solo dai media e dai politici, ma perfino da molti insegnanti delle scuole cattoliche della diocesi californiana per aver ricordato loro, attraverso linee guida ufficiali appositamente riscritte, che sono tenuti, proprio per il ruolo che hanno, a seguire il magistero della Chiesa, tanto a lezione quanto nella vita pubblica, e anche su temi ormai comunemente considerati appannaggio esclusivo della “libera” volontà, come il sesso, il matrimonio e la contraccezione. «Chi sono io per giudicare?», gli hanno rinfacciato studenti e professori in marcia coi cartelli verso la cattedrale della città.

Da Strasburgo a Flores D’Arcais

Ma non è che dalle nostre parti il clima sia tanto più sereno. Anche nella vecchia Europa, che pure rispetto ai giovani Stati Uniti dovrebbe essere un po’ più sensibile alle prevaricazioni ideologiche totalitarie, «lo Stato liberale – per dirla ancora con Hanby – sta diventando il mediatore di tutte le relazioni umane, con l’incarico di creare nella realtà gli individui denaturati esistenti finora solo nelle fondamenta teoretiche del liberalismo».

Il Parlamento europeo ha appena approvato a larghissima maggioranza – dopo diversi analoghi tentativi falliti – due testi che invitano le istituzioni comunitarie e gli stati membri a darsi da fare perché siano riconosciuti dappertutto i matrimoni omosessuali e le unioni tra persone dello stesso sesso «come questione politica, sociale e di diritti umani e civili», e affinché sia garantito a ogni donna un «accesso agevole all’aborto», legalmente ridefinito per la prima volta come «diritto». È il culmine dell’assolutismo della libertà: l’individuo libero al punto da avere il diritto di privare un altro di tutte le libertà. È ovvio che in questo modo, l’espansione dei confini di una “libertà” individuale divora il terreno dell’obiezione di coscienza, ultimo fortino di resistenza per i medici che si ostinano ad affermare una realtà (una vita) a costo di contraddire il volere altrui. A dicembre la Corte suprema britannica ha dato ragione a una struttura sanitaria che aveva denunciato due ostetriche perché si erano rifiutate di assistere i medici durante una interruzione di gravidanza, di fatto limitando l’esercizio dell’obiezione di coscienza alla sola soppressione materiale del feto, negandola invece per tutto il resto (consulenza, preparazione, assistenza).

Non è insomma appena una battaglia di emancipazione del mondo da una dottrina oscurantista, per sfondare le resistenze della fede contro la modernità. Viceversa è questo assolutismo della libertà che sta assumendo i tratti di una religione dogmatica, per giunta priva di misericordia verso chi se ne pone al di fuori. Vedi la fatwa lanciata da Elton John (e divi del jet set a codazzo) contro Domenico Dolce e Stefano Gabbana, stilisti icone della comunità Lgbt che hanno avuto l’ardire, da ex amanti, di non aver voluto per sé la famiglia arcobaleno. E di rivendicarla come una «privazione» consapevole e addirittura «bella». #BoycottDolceGabbana.

Se lo scopo della civiltà è difendere la libertà dell’individuo da tutto, compresa la coscienza delle cose, allora non c’è posto per chi crede di avere incontrato la verità. La politologa Nadia Urbinati lo ha lasciato intendere in un recente commento apparso su Repubblica, nel quale a partire sempre dalla strage di Charlie Hebdo contrappone la moderna «cultura dei diritti», figlia dell’illuminismo, alla «natura irriducibile e radicale della religione». Non del fanatismo islamico ma della religione tout court. Poi è toccato a Paolo Flores D’Arcais sostenere, di nuovo su Repubblica e di nuovo a partire dall’attentato di Parigi, che «la democrazia deve chiedere l’esilio di Dio». È in corso secondo il direttore di Micromega «non la guerra santa tra religioni, ma la guerra del Sacro contro l’autosnosmos, il “darsi da sé una legge”, la sovranità di Homo sapiens su sé stesso». Ed ecco che il problema non è nemmeno più il fanatismo religioso, bensì la possibilità stessa di un riferimento, di un legame (re-ligio) dell’uomo con la verità. «L’alternativa è secca», scrive Flores. «O l’esilio di Dio dall’intera sfera pubblica, o l’irruzione del Suo volere sovrano – dettato come sharia o altrimenti decifrato – in ogni fibra della vita associata. Aut aut. Ecco perché è inerente alla democrazia l’ostracismo di Dio, della sua parola e dei suoi simboli, da ogni luogo dove protagonista sia il cittadino: scuola compresa, e anzi scuola innanzitutto, poiché ambito della sua formazione. Al fedele restano chiese, moschee, sinagoghe, e la sfera privata “in interiore homine”».

Una vita serenamente scissa

Chiaro che rispetto alla raffinatezza di un Gopnik o di una Urbinati, perfino di un Elton John, quello di Flores D’Arcais quando immagina una «religione addomesticata» e «sottomessa» alla «volontà sovrana degli uomini» augurando ai credenti «una vita serenamente scissa tra l’ordinamento della salvezza e l’ordinamento della convivenza», sembra un ringhio più che un invito a pensare, ma spesso il morso di un cagnaccio ha il merito di arrivare diritto all’osso. Cosa vuol dire infatti “esiliare Dio”? Che libertà sogna una società che respinga come intollerabile imposizione qualunque proposta di verità, a prescindere dalla sua ragionevolezza? Una “libertà da” (tutto) o una “libertà di”?

Dal punto di vista esistenziale, tra l’altro, l’esilio della verità ha già raggiunto uno stadio forse perfino più avanzato di quello evocato da Flores. Tanto che a volte sembra impossibile distinguere la volontà di Dio dalla propria. Al giornalista che gli domanda se abbia un compagno, Gianni Geraci, presidente dell’associazione di cattolici omosessuali “Il Guado”, risponde: «Sì, da tanti anni, ma non vogliamo sposarci. Ritengo invece importante riconoscere a chi si vuole bene lo status di famiglia. Due sorelle che convivono sono una famiglia. Non si vede perché due donne che si amano non lo siano. Gesù nel Vangelo parla di famiglia come di coloro che fanno la volontà di Dio». Mentre Sam Albano sul National Catholic Reporter, organo di riferimento in America per i cattolici cosiddetti progressisti, spiegando i motivi che lo hanno spinto a dimettersi da sacrestano e dal consiglio della sua parrocchia di Carmel, Indiana, racconta di essere giunto alla conclusione (dopo lungo «profondo processo di preghiera e discernimento») che «le relazioni tra persone dello stesso sesso sono una benedizione di Dio» e che i pastori della Chiesa abbarbicati alle loro dottrine rappresentano per molti cattolici Lgbt nient’altro che un’interferenza nella loro vita spirituale, un ostacolo ad «ascoltare il Vangelo e a vivere», come da titolo dell’articolo. Invece «il clero e le guide pastorali farebbero bene ad attrezzarsi in vista della piena partecipazione delle persone Lgbt alla vita della Chiesa, qualunque sfida questo presenterà», intima l’ex sacrestano deluso.

Uomini senza patria

E allora? Ancora una volta: che posto hanno i cristiani nel dominio di una libertà non più “sfidabile” da nessuna verità? Vale ancora la pena, certo, battersi per la possibilità di manifestare la propria visione e la propria coscienza, scrive Hanby su First Things. Del resto «il terreno dei diritti è l’unico sul quale la pubblica ragione liberale accetta di essere sfidata». Tuttavia non è quello politico il fronte principale di questo clash of civilizations, ma la testimonianza. «Un testimone è innanzitutto uno che vede. E nessuno dei nostri sforzi concluderà granché se non siamo capaci di vedere al di fuori dell’ontologia del liberalismo dentro la verità delle cose, per entrare più profondamente nel significato del nostro essere creature. Solo allora possiamo riscoprire, come una questione di ragione, la verità dell’uomo, la verità della libertà e la verità della stessa verità». Non è affatto un invito a ritirarsi a vita privata. «Parlare di libertà come qualcosa di più della difesa dalla coercizione, parlare della natura come qualcosa di diverso da tanti grumi di materia malleabile a nostra disposizione, parlare della verità come altro rispetto alla funzione pragmatica, significa rischiare di diventare uno straniero nella pubblica piazza (…), significa rischiare di diventare ciò che l’assolutismo liberal farebbe di ciascuno di noi in ogni caso: un uomo senza patria». Weigel direbbe che è giunta la fine del «Christian comfort», è venuto il giorno in cui ai cristiani non resta altro che «la libertà che dà la verità stessa».












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