sabato 23 agosto 2014

Forma ordinaria e straordinaria di celebrazione della santa Messa








di don Leonardo Maria Pompei

Il sacrificio della santa Messa, unico nell’essenza e nella sostanza, ha conosciuto, nel corso della millenaria storia della Chiesa, varie forme di celebrazione, che hanno dato luogo a svariati e diversificati riti, caratterizzati da accentuazioni teologiche distinte, espressioni generalmente di certe sensibilità legate prevalentemente a luoghi e culture. La santa madre Chiesa, nella sua sapienza, non ha mai voluto imporre rigidamente un unico rito a tutti, riservandosi solo di approvare eventuali riti e forme distinti da quello facente capo al centro e al cuore dell’unica Chiesa di Cristo, ovvero la Chiesa di Roma. L’esigenza di unificare e uniformare anzitutto il rito romano (e poi di approvare i singoli riti di altre chiese locali e culture) risponde all’ovvia esigenza di non lasciare all’improvvisazione del ministro celebrante un mistero così importante quale quello del sacrificio eucaristico.

Per ciò che concerne la Chiesa latina, la prima grande sistematizzazione alla liturgia e ai riti fu operata dal grande pontefice san Gregorio Magno (590-604 d.C.). Il nucleo essenziale e fondante del rito romano della santa Messa è stato da lui definito e stabilito e permane intatto in entrambe le forme attualmente vigenti nella Chiesa di Roma. Fino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, compiutasi con la pubblicazione del nuovo Messale (la cui forma definitiva è databile nel 1970) da parte di papa Paolo VI, per quasi 1500 anni la Chiesa latina ha conosciuto un unico rito e un’unica forma di celebrazione della santa Messa, conosciuta come “Messa gregoriana” (appunto dal nome del suddetto Pontefice), oppure “Messa tridentina” (perché fu nel Concilio di Trento che questa forma di celebrazione della santa Messa, contestata dai riformatori, fu difesa e riconosciuta come valida e degna), oppure “Messa di san Pio V” (il Papa che, dopo la chiusura del Concilio di Trento, pubblicò un nuovo Messale con qualche modifica ma in sostanziale continuità con la millenaria tradizione della Chiesa). Questa forma rituale prevedeva delle caratteristiche e delle modalità celebrative che si possono così sintetizzare: accentuazione molto forte del carattere sacrificale della santa Messa e della figura del sacerdote celebrante, che si identifica totalmente con Cristo Capo, Maestro e, soprattutto, Sommo Sacerdote; spiccato teocentrismo del rito, in cui sia il celebrante che i fedeli sono rivolti “ad Deum”, ovvero verso la Croce e il Tabernacolo; partecipazione dei presenti più interiore che esteriore, anche grazie ai lunghi momenti di silenzio soprattutto nei momenti più essenzialmente sacrificali del rito (offertorio e preghiera eucaristica, allora chiamata semplicemente “Canon Missae”); proibizione dell’uso della lingua volgare (o “vernacola”) a favore della lingua sacra, ovvero la lingua latina; presenza di molteplici gesti di devozione da parte del celebrante (riverenze e baci all’altare) e di adorazione sia da parte del sacerdote (numerosissime genuflessioni) che dei fedeli (lunghi tempi in cui sono in ginocchio); tendenza a creare un clima “mistico” attraverso la solennità dei gesti e l’importanza del sacro silenzio.

Dai Padri conciliari presenti al Concilio Vaticano II fu auspicato, attraverso la costituzione dogmatica “Sacrosanctum Concilium”, che il rito della santa Messa, in continuità con la tradizione liturgica, fosse semplificato e riformato in modo da favorire una maggiore “partecipazione piena, attiva e consapevole da parte dei fedeli”. Sulla base di questi auspici fu elaborato il nuovo Messale che ha dato vita ad un rito che oggi presenta le seguenti accentuazioni: considerazione dell’aspetto conviviale della santa Messa unitamente a quello sacrificale; maggiore accentuazione della prima parte della santa Messa (liturgia della Parola) e dell’omelia; accentuazione della dimensione comunitaria della santa Messa (rivalutazione del ruolo dell’assemblea, ferma restando l’ovvia centralità del sacerdote); possibilità (per la verità non prevista né auspicata dal Concilio ma introdotta in un secondo momento) di celebrare “versus populum” (pur con la presenza della Croce sull’altare); partecipazione dell’assemblea non solo interiore ma anche esteriore, con l’introduzione di acclamazioni, responsori, preghiera dei fedeli, che danno la possibilità di sentirsi parti integranti e vive del rito; possibilità, sempre in questa prospettiva, dell’uso della lingua volgare.

Intorno a queste forme si sono accesi dibattiti incandescenti, prese di posizione rigide e assolutistiche in un senso o nell’altro. Il santo Padre Benedetto XVI ha chiarito i termini della questione assai opportunamente nel suo Motu Proprio Summorum Pontificum (2007), in cui ha spiegato che la santa Messa celebrata secondo il Messale di Paolo VI costituisce “la forma ordinaria del rito romano”, mentre quella celebrata con il Messale di san Pio V (riformato dal beato Giovanni XXIII nel 1962) ne costituisce la “forma straordinaria”. Entrambi i riti hanno pari dignità e diritto di cittadinanza nella Chiesa latina e devono essere considerati tali sia da coloro che prediligono la forma ordinaria che da quelli che amano la forma straordinaria, nella coscienza che si tratta di un unico rito celebrato in due forme diverse, le quali possono e devono arricchirsi vicendevolmente ed essere vissute come ricchezza e non come strumento di divisione. La sapienza di papa Benedetto, ora emerito, che ha indicato alla Chiesa la necessità di ritrovare una sostanziale unità nel rispetto delle diversità e nella coscienza della lunga tradizione della Chiesa è la chiave corretta per poter approcciarsi in modo adeguato e fecondo a queste due distinte e complementari forme, per viverne la diversa importanza e bellezza. Le sue illuminanti parole e i suoi insegnamenti sull’ermeneutica della continuità con cui intendere e vivere anche la riforma liturgica (oltre che tutto il complesso degli insegnamenti dell’ultimo Concilio) conservano, ad avviso di chi scrive, grande importanza e sono un monito per tutti e per ciascuno onde evitare la proliferazione di speciose unilateralizzazioni e scoraggiare l’erezione inutili steccati, cose tutte che, oltre a ledere la comunione ecclesiale, non apportano affatto gloria a Dio né alcun bene alla salvezza delle anime.





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