mercoledì 9 aprile 2014

Versus Deum... meglio che versus populum










Oggi lo sappiamo che, in nome della Riforma del Concilio sulla Liturgia, in nome di un condannato "spirito" del Concilio, in nome di un archeologismo cristiano, insomma nel nome di quel che volete voi il "versus populum" è diventato suo malgrado etichetta del progressismo liturgico mentre, il "versus Deum" è, sempre suo malgrado, icona del vecchio da spazzare via. Per fare ciò si invoca "l'archeologismo" del primo secolo del Cristianesimo attribuendo ad esso solo ciò che fa comodo. Ma come stanno davvero le cose?

Partiamo da un fatto inequivocabile: la Sacrosanctum Concilium, Documento sulla Liturgia del Concilio Vaticano II (1), non ha mai detto nè obbligato a modificare la posizione del Sacerdote nella celebrazione della Santa Messa, tanto da chiarire questo scenario:
"Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria."(2)

Dunque nella Liturgia della Messa noi tutti, sacerdote compreso, siamo rivolti verso un punto ben preciso nel quale cielo e terra si incontrano: i cieli si aprono, Cori e schiere angeliche con i Santi si uniscono in un unico coro, e noi con loro, è il Culto che scende dall'alto verso il basso e non viceversa, non dal basso verso l'alto.
Fin dai tempi antichi, la posizione del Sacerdote e del popolo rifletteva questa comprensione della Messa, poiché la gente pregava, stava in piedi o in ginocchio nel posto che visibilmente corrispondeva al Corpo di Nostro Signore (le membra), mentre il prete all’altare stava alla testa come la Testa "sta al Corpo".
Testa e membra, insieme, sia sacramentalmente tramite il Battesimo sia con la nostra posizione e postura, per celebrare il Signore, ciascuno, celebrante e congregazione, guardava la stessa direzione, poiché erano uniti con Cristo nell’offrire al Padre l’unico, irripetibile ed accettabile sacrificio di Cristo.

Benedetto XVI sottolinea:
«Nella Chiesa antica esisteva la consuetudine che il vescovo o il sacerdote dopo l'omelia esortasse i fedeli esclamando "Conversi ad Dominum" - volgetevi ora verso il Signore. Ciò significava anzitutto che essi si voltassero verso l'oriente, nella direzione da cui sorge il sole in quanto segno di Cristo che ritorna, all'incontro con il quale noi andiamo nella celebrazione eucaristica. Dove per qualche ragione questo non era possibile, essi volgevano lo sguardo all'immagine di Cristo nell'abside oppure alla croce, per orientarsi verso il Signore. Perché, in definitiva, si trattava di questo fatto interiore: della conversio, del dirigere la nostra anima verso Gesù Cristo e, in questo modo, verso il Dio vivente, verso la luce vera»(3).

Quando studiamo le pratiche più antiche della Chiesa, troviamo che il prete e la gente guardavano nella stessa direzione, di solito verso est, in attesa che quando Cristo tornerà, tornerà dall’Oriente. Alla Messa, la Chiesa teneva veglie in attesa di quel ritorno. Questa particolare posizione è chiamata ad orientem, che semplicemente significa "verso est".

Dice ancora la Sacrosanctum Concilium:

"L'ordinamento liturgico compete alla gerarchia:

1. Regolare la sacra liturgia compete unicamente all'autorità della Chiesa, la quale risiede nella Sede apostolica e, a norma del diritto, nel vescovo.

2.In base ai poteri concessi dal diritto, regolare la liturgia spetta, entro limiti determinati, anche alle competenti assemblee episcopali territoriali di vario genere legittimamente costituite.

3.Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica....

Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un'accurata investigazione teologica, storica e pastorale. Inoltre devono essere prese in considerazione sia le leggi generali della struttura e dello spirito della liturgia, sia l'esperienza derivante dalle più recenti riforme liturgiche e dagli indulti qua e là concessi. Infine non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti. Si evitino anche, per quanto è possibile, notevoli differenze di riti tra regioni confinanti."(4)

Avere il Sacerdote e il popolo che celebrano la Messa versus Deum è stata, dunque, la norma liturgica per circa 18 secoli. Ci devono essere state solide ragioni per la Chiesa per conservare questa posizione così a lungo. E c’erano eccome! Prima di tutto, la liturgia cattolica ha sempre mantenuto una meravigliosa aderenza alla Tradizione apostolica. Vediamo la Messa, invero l’intera espressione liturgica della vita della Chiesa, come qualcosa che abbiamo ricevuto dagli Apostoli e che noi, a nostra volta siamo richiesti di trasmettere intatta (1Cor. 11, 23).

In secondo luogo, la Chiesa si è attenuta a questa singola posizione verso est perché rivela in modo sublime la natura della Messa. Perfino qualcuno che non conosce la Messa che riflettesse sul fatto che celebrante e popolo sono orientati nella stessa direzione riconoscerebbe che il prete sta alla testa del popolo, condividendo un unica e medesima azione, che è – noterebbe con una riflessione più lunga di un attimo – un atto di adorazione.

"Negli ultimi 40 anni, comunque, questo orientamento condiviso si è perduto; ora prete e popolo si sono abituati a fronteggiarsi in posizioni opposte l’uno all’altro. Il prete guarda il popolo mentre il popolo guarda il prete, anche se la Preghiera Eucaristica è diretta al Padre e non al popolo. Questa innovazione fu introdotta dopo il Concilio Vaticano, in parte per aiutare il popolo a comprendere l’azione liturgica della Messa, consentendogli di "vedere" che cosa fa il Sacerdote sull'altare, e in parte come una concessione alla cultura contemporanea in cui alle persone che esercitano autorità si richiede di guardare direttamente il popolo che servono, come un insegnante che siede dietro la cattedra.
Sfortunatamente questo mutamento ha avuto una quantità di effetti imprevisti e largamente negativi. Prima di tutto, è stata una rottura grave con l’antica tradizione della Chiesa. In secondo luogo, ha dato l’apparenza che il prete e il popolo fossero impregnati in una conversazione su Dio, piuttosto che nell’adorazione di Dio. In terzo luogo, conferisce una sproporzionata importanza alla personalità del celebrante, mettendolo in una sorta di palcoscenico liturgico"(5).

E ancora, spiegava l'allora cardinale Ratzinger:
«Di fatto, l'orientamento spirituale ed interiore di tutti, del sacerdote - come rappresentante di tutta la Chiesa - e dei fedeli, è versus Deum per Iesum Christum. In questo modo, comprendiamo meglio l'esclamazione della Chiesa antica: Conversi ad Dominum. Sacerdote e fedeli certamente non pregano l'uno verso l'altro, bensì verso l'unico Signore.
Pertanto, durante la preghiera guardano nella stessa direzione, verso un'immagine di Cristo nell'abside, o verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come fece il Signore nell'orazione sacerdotale la notte prima della sua Passione» (6)

Quello che ancora oggi non si comprende è da dove i Pastori (ma anche i Pontefici da Paolo VI ad oggi) hanno assunto questi cambiamenti, questi stravolgimenti, imponendo alla Liturgia questa nuova veste dalle conseguenze drammatiche che hanno condotto clero e gregge a dissacrare la Messa con una tale "creatività ai limiti del sopportabile" (7).
Ratzinger lo aveva capito, ma non riuscì mai ad inoltrare le giuste correzioni, divenuto Pontefice - Benedetto XVI, ci ha provato riportando almeno sugli altari il Crocefisso dal quale era stato vergognosamente sfrattato.

Le letture bibliche della messa dell'Esaltazione della santa croce (14 settembre) presentano, tra gli altri, il tema del guardare a....
Gli israeliti devono guardare al serpente di bronzo innalzato sull'asta, per essere guariti dal veleno dei serpenti (cfr. Numeri, 21, 4b-9). Gesù, nella pagina evangelica di quella festa liturgica, dice che egli deve essere innalzato da terra come il serpente mosaico, perché chi crede in lui non vada perduto, ma ottenga la vita eterna (cfr. Giovanni, 3, 13-17).
Gli israeliti così guardavano al serpente di bronzo, ma dovevano compiere un atto di fede nel Dio che guarisce; per i discepoli di Gesù, invece, vi è perfetta convergenza tra "guardare a" e credere: per ottenere salvezza, si deve credere a colui al quale si guarda: il Crocifisso Risorto, e vivere in maniera coerente a questo sguardo fondamentale.

"Questa è l'intuizione fondamentale dell'uso liturgico tradizionale, in accordo al quale ministro e fedeli sono insieme rivolti verso il crocifisso. Al tempo in cui la prassi di celebrare verso il popolo entrò in uso, sorse il problema della posizione del sacerdote all'altare, perché ora egli dava le spalle al tabernacolo e al crocifisso. Inizialmente, fu in diversi luoghi ripristinato il tabernacolo a cassetta, posto sopra l'altare separato dalla parete: il tabernacolo veniva così a trovarsi tra il sacerdote e i fedeli, in modo che, pur trovandosi l'uno di fronte agli altri, ministro e fedeli potevano tutti guardare verso il Signore durante la liturgia eucaristica.

Questo espediente fu però presto superato, soprattutto in base alla convinzione che simile sistemazione del tabernacolo generasse un conflitto di presenze: non si potrebbe custodire il Santissimo Sacramento sull'altare della celebrazione, perché ciò metterebbe in contrasto le diverse forme di presenza di Cristo nella liturgia. Alla fine, si risolse per lo spostamento del tabernacolo in una cappella laterale. Restava ancora il crocifisso, cui il celebrante continuava a dare le spalle, dato che di norma esso rimaneva ancora al centro. Si risolse ancor più agevolmente, stabilendo che esso poteva ora essere collocato anche al lato dell'altare. In questo modo, certo, il ministro non gli dava più le spalle, ma la raffigurazione del Signore crocifisso perdeva la sua centralità e, comunque, non si risolveva il problema consistente nel fatto che il sacerdote continuava a non poter "guardare al Crocifisso" durante la liturgia.

Le norme liturgiche, stabilite per l'attuale forma ordinaria del rito romano, permettono di collocare crocifisso e tabernacolo in posizioni defilate, tuttavia ciò non impedisce che si continui a discutere sulla maggiore opportunità che essi siano collocati al centro, come dev'essere per l'altare. Questo vale soprattutto per la raffigurazione del crocifisso.

L'Istruzione Eucharisticum mysterium, infatti, afferma che "in ragione del segno" (ratione signi, n. 55), conviene maggiormente che sull'altare su cui si celebra la Messa non venga collocato il tabernacolo perché la presenza reale del Signore è il frutto della consacrazione e come tale deve apparire. Questo non esclude che il tabernacolo possa di norma rimanere al centro dell'edificio liturgico, soprattutto dove vi sia la presenza di un altare più antico, che si trova ora dietro il nuovo altare (si veda il n. 54, che tra l'altro afferma essere lecita la collocazione del tabernacolo sull'altare rivolto al popolo). Sebbene si tratti di questione complessa e che richiederebbe approfondimenti, si può probabilmente riconoscere che lo spostamento del tabernacolo dall'altare della celebrazione versus populum (o nuovo altare) ha qualche argomento in più in suo favore, visto che si basa non solo sull'argomento del conflitto di presenze, ma anche su quello della verità dei segni liturgici. Però non si può dire lo stesso a riguardo del crocifisso. Eliminata la centralità del Crocifisso, la comprensione comune del senso della liturgia rischia di risultarne stravolta.

È ovvio che il guardare a non può essere ridotto a puro gesto esteriore, operato con il semplice orientamento degli occhi. Si tratta invece principalmente di un atteggiamento del cuore, che può e deve essere mantenuto qualunque sia l'orientamento assunto dal corpo dell'orante e la direzione data allo sguardo durante la preghiera. Tuttavia, nel Canone romano, anche nel messale di Paolo VI, vi è la rubrica che prescrive al sacerdote di elevare gli occhi al cielo poco prima di pronunciare le parole consacratorie sul pane. L'orientamento dello spirito è più importante, ma l'espressione corporea accompagna e sostiene il movimento interiore.

Se è vero, dunque, che guardare al crocifisso è un atto dello spirito, un atto di fede e di adorazione, resta pur vero che guardare all'immagine del crocifisso durante la liturgia aiuta e sostiene moltissimo il movimento del cuore. Abbiamo bisogno di segni e gesti sacri, che, senza sostituirsi a esso, sorreggano il movimento del cuore che anela alla santificazione: anche questo significa agire liturgicamente ratione signi. Sacralità del gesto e santificazione dell'orante non sono elementi contrari, ma aspetti di un'unica realtà.
Se, dunque, l'uso di celebrare versus populum ha degli aspetti positivi, bisogna nondimeno riconoscere anche i suoi limiti: in particolare il rischio che si crei un circolo chiuso tra ministro e fedeli, che metta in secondo piano proprio colui al quale tutti devono guardare con fede durante il culto liturgico" (8).

Con il Pontificato di Benedetto XVI nella basilica di San Pietro in Vaticano e nelle basiliche pontificie di Roma (un tempo chiamate "basiliche patriarcali", oggi "pontificie"), è entrata in vigore la norma di installare un Crocifisso al centro di ogni altare maggiore o altare mobile. Non si specificava il tipo e la dimensione della croce. In genere, la norma è stata ben applicata: una grande croce con il Gesù crocifisso installata di fronte al celebrante, in modo che egli stesso sia in grado di osservarlo mentre celebra ed anche il popolo, anzichè guardare in faccia al prete, sia attratto dal Crocefisso.

Naturalmente come è di moda da dopo il Concilio, una Norma non ha più valore universale - mentre l'indulto è diventato norma - e così assistiamo al fatto che in molte chiese, specialmente nelle parrocchie, il Crocefisso continua ad essere il grande assente e se c'è è messo di lato, oppure è così piccolo da non essere visto nè dal celebrante nè dal popolo, oppure è tratto in forme artistiche moderne che riportano di tutto fuorchè il Crocefisso.

Concludiamo queste riflessioni con un articolo ufficiale inserito nelle Celebrazioni liturgiche del Pontefice (9).

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 218, pone la domanda: «Che cos’è la liturgia?»; e risponde:

«La liturgia è la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero pasquale. In essa, mediante l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, con segni si manifesta e si realizza la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto pubblico dovuto a Dio».

Da questa definizione, si comprende che al centro dell’azione liturgica della Chiesa c’è Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, ed il suo Mistero pasquale di Passione, Morte e Risurrezione. La celebrazione liturgica deve essere trasparenza celebrativa di questa verità teologica. Da molti secoli, il segno scelto dalla Chiesa per l’orientamento del cuore e del corpo durante la liturgia è la raffigurazione di Gesù crocifisso.

La centralità del crocifisso nella celebrazione del culto divino risaltava maggiormente in passato, quando vigeva la consuetudine che sia il sacerdote che i fedeli si rivolgessero durante la celebrazione eucaristica verso il crocifisso, posto al centro, al di sopra dell’altare, che di norma era addossato alla parete. Per l’attuale consuetudine di celebrare «verso il popolo», spesso il crocifisso viene oggi collocato al lato dell’altare, perdendo così la posizione centrale.

L’allora teologo e cardinale Joseph Ratzinger aveva più volte sottolineato che, anche durante la celebrazione «verso il popolo», il crocifisso dovrebbe mantenere la sua posizione centrale, essendo peraltro impossibile pensare che la raffigurazione del Signore crocifisso – che esprime il suo sacrificio e quindi il significato più importante dell’Eucaristia – possa in qualche maniera essere di disturbo. Divenuto Papa, Benedetto XVI, nella prefazione al primo volume delle sue Gesammelte Schriften, si è detto felice del fatto che si stia facendo sempre più strada la proposta che egli aveva avanzato nel suo celebre saggio Introduzione allo spirito della liturgia. Tale proposta consisteva nel suggerimento di «non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo».

Il crocifisso al centro dell’altare richiama tanti splendidi significati della sacra liturgia, che si possono riassumere riportando il n. 618 del Catechismo della Chiesa Cattolica, un brano che si conclude con una bella citazione di santa Rosa da Lima:

«La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Tm 2,5). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, si è unito in certo modo ad ogni uomo egli offre a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale. Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo (cf. Mt 16,24), poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme (cf. 1 Pt 2,21). Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari (cf. Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24). Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice (cf. Lc 2,35). “Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo” (santa Rosa da Lima; cf. P. Hansen, Vita mirabilis, Louvain 1668)».

Sia lodato Gesù Cristo
Sempre sia lodato




Note
1) Costituzione sulla Sacra Liturgia - Sacrosanctum Concilium -
2) come sopra n.8
3) Benedetto XVI, Omelia nella Veglia pasquale, 22.03.2008
4) Costituzione sulla Sacra Liturgia - Sacrosanctum Concilium - n.22,23
5) così Il vescovo Edward Slattery di Tulsa, Oklahoma, in un articolo apparso sul periodico diocesano del 2009
6) J. Ratzinger/Benedetto XVI, Gesammelte Schriften, Presentazione al vol. XI: Theologie der Liturgie.
7) Summorum Pontificum Lettera di Benedetto XVI sulla liberalizzazione della Messa nella forma antica
8) Don Mauro Gagliardi - Consultore dell'Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice articolo apparso su L'Osservatore Romano - 9-10 marzo 2009
9) Il Crocifisso al centro dell'altare - Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Santo Padre














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