martedì 7 agosto 2012

Nelle traduzioni del messale la ricreazione è finita

 

 

messale

 

 

In coda al secondo tomo del suo “Gesù di Nazaret”, nell’appendice bibliografica, Benedetto XVI ha annotato:

“La stesura di questo capitolo [sull'ultima cena – ndr] era appena conclusa, quando apparve il volumetto elaborato in modo approfondito di Manfred Hauke, ‘Für viele vergossen. Studie sur sinngetreuten Wiedergabe des pro multis in den Wandlunggsworten’, Dominus-Verlag, Augsburg 2008″.

Sia il papa nel suo libro, sia Hauke nel suo saggio propugnavano il ritorno a una traduzione letterale del “pro multis” nelle parole della consacrazione del calice. Quando invece, ad esempio, i vescovi italiani propendevano nella loro quasi totalità per il mantenimento del “per tutti” nella traduzione del messale.

I vescovi italiani misero ai voti questo orientamento nel novembre del 2010. Quindi prima che il papa pubblicasse nel 2011 il secondo tomo di “Gesù di Nazaret”.

Ma il saggio di Hauke era già uscito fin dal 2008 anche in versione italiana, stampato da Cantagalli. E aveva la prefazione dell’allora segretario della congregazione per il culto divino, l’arcivescovo Malcolm Ranjith, oggi cardinale, che raccomandava vivamente il “per molti” sulla base della lettera inviata nel 2006 dalla sua congregazione a tutte le conferenze episcopali.

I vescovi italiani, evidentemente, non ne tennero conto.

Hauke, tedesco di Hannover, insegna dogmatica e patrologia alla facoltà teologica di Lugano, in Svizzera. È discepolo del grande teologo Leo Scheffczyk, fatto cardinale da Giovanni Paolo II nel 2001 e molto stimato da Joseph Ratzinger. Il suo saggio sul “pro multis” è stato tradotto nel 2010 anche in inglese, prima sulla rivista “Antiphon. A Journal for Liturgical Renewal“, e poi in forma di libro.

Oggi il “per molti” – al posto del “per tutti” che ha preso piede nel dopoconcilio – sta entrando man mano nelle nuove versioni del messale, nelle varie lingue e nazioni.

E sta guadagnando terreno anche tra gli studiosi, come illustrato in questo recente servizio di www.chiesa:

> “Pro multis”. La traduzione del papa guadagna consensi

Il che ha fatto arricciare il naso a qualche progressista irriducibile, che vi ha visto confermata una “vocazione al servilismo” nei confronti del papa, sotto la maschera di “ragioni scientifiche ineccepibili”.

Ma a sua volta anche il professor Stefano Parenti, docente di liturgia comparata al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, ci ha segnalato che “già nel 2000, quando nessuno si poneva il problema, nella traduzione italiana delle liturgie bizantine del manoscritto Barberini resi il greco ‘polloi’ con ‘moltitudine’, attirandomi al tempo non poche critiche di colleghi, che mi accusavano di ‘fiscale letteralismo’”.

La nuova versione italiana del messale è attualmente in attesa della “recognitio” della congregazione vaticana per il culto divino. E si prevede che questa imporrà l’uso del “per molti”.

Ma non meno interessante sarà vedere cosa deciderà la congregazione a proposito del “Domine, non sum dignus”, la cui versione italiana si distacca del tutto dall’originale latino, a sua volta ricalcato testualmente su Matteo 8, 7:

“Domine, non sum dignus ut intres sub tectum meum, sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea”.

Nella Bibbia della CEI le parole del centurione a Gesù sono così tradotte:

“Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”.

Mentre è tutt’altro quello che viene fatto dire ai fedeli, nelle messe celebrate in lingua italiana:

“O Signore, io non sono degno di partecipare alla tua mensa; ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”.

 

 

fonte:http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/08/06/nelle-traduzioni-del-messale-la-ricreazione-e-finita/

 

 

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