mercoledì 20 giugno 2012

Caccia prenatale agli anomali





Per essere come si deve



di Carlo Bellieni

Gli esami per fare l’identikit genetico del feto umano aumentano di numero e di complessità anno dopo anno: c’è una vera industria, non solo farmaceutica ma culturale, che li moltiplica. Ora è il turno del test che dal sangue materno e dalla saliva del padre riesce a sequenziale il Dna del bambino non nato. Finora si era arrivati a leggere il Dna fetale dal sangue materno, ma limitatamente all’individuazione delle trisomie (in pratica la sindrome Down). Il nuovo test invece promette di leggere, pagina dopo pagina, tutto il Dna del feto; è stato messo a punto da un gruppo di studio dell’Università di Washington e ha avuto una grande eco sulla stampa; ci domandiamo quale impiego avrà nella pratica, dato che le stesse malattie potrebbero benissimo essere identificate alla nascita e non esiste un trattamento prenatale. Un proverbio inglese recita: “Per un uomo con un martello, ogni cosa sembra un chiodo” e se certamente ogni novità scientifica è in sé un successo, ce ne sono quelle che facilmente possono venire abusate, perché leggere il Dna fetale può facilmente essere utilizzato per fini eugenetici. Chi tratterrà dall’analizzare i segreti del Dna del figlio, quando i prezzi diventeranno accessibili a tutti?


Non è un problema “solo” di aborto allora, ma anche di privacy genetica di cui le apposite authority dovrebbero occuparsi: con questi esami tutti oggi rischiano di nascere col segreto del loro genoma svelato, con rischi psicologici e sociali importantissimi. Questo, certo, se poi il Dna fetale ci piace e il feto poi nasce, perché l’altro risvolto è che ormai la società e la famiglia decide quale genoma “piace” ed elimina il bambino affetto o anche solo caratterizzato da quel che non piace; e non è nemmeno detto che il genoma non gradito sia solo quello delle malattie gravi (per le quali comunque dovrebbe sempre valere il diritto alla vita di chi le ha): quanto ci vuole a entrare nel panico anche per mutazioni minori, microdelezioni o trasposizioni cromosomiche che non hanno impatto sulla salute, ma che semplicemente “creano ansia” perché danno l’idea di qualcosa di non del tutto perfetto, in questo clima culturale che associa l’idea del figlio, con tutti gli accertamenti fatti in gravidanza, con quella di “perfezione”?

La storia ha radici profonde: prima del sequenziamento del Dna fetale e prima ancora della ricerca delle trisomie, nel sangue materno si era cercato discoprire il sesso del feto in epoca precoce. Se qualcuno sa a cosa serve sapere il sesso del feto a 8 settimane se non ad abortirlo – quando non è del sesso gradito – nei tempi permessi dalla legge, ce lo dica. Con buona pace poi delle femministe che ben sanno rispondere a questa domanda, e che ben sanno quale è il sesso più abortito in troppe parti del mondo. E la storia risale ancora a tentativi che nuovi non sono più da tempo: l’amniocentesi, che ormai in Italia è diffusissima, nonostante i suoi rischi; gli esami tipo triplo-test, che sono solo capaci di dare un risultato probabilistico e niente affatto sicuro, eppure sono a loro volta diffusissimi. Il problema è che tutte queste indagini preventive sembrano diventate routine, quasi un obbligo sociale. Tanti esami e tante combinazioni di test tutti mirati a ricercare il feto con anomalie genetiche. Tanta ricerca e tanto denaro destinato all’unico fine di scoprire se il feto è come si deve, e come si deve volere.

E diventa sempre più chiaro che tutto questo occhiuto indagare non è al servizio di una curiosità da genitori affettuosi.


Carlo Bellieni.com

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