mercoledì 11 gennaio 2012

Le dieci tentazioni che rovinano la liturgia: commento al decalogo del p. M. Augé






Un testo del p. Matias Augé, dedicato alle tentazioni che si possono trovare nell'esperienza liturgica delle nostre chiese, in particolare in Italia, con il commento in grassetto di M. A. del blog Cantuale Antonianum.



Dieci tentazioni frequenti


Una delle cause del senso di malessere e di povertà che in alcuni ambienti ha prodotto la liturgia rinnovata, nonostante il suo evidente arricchimento eucologico, biblico ed anche espressivo, [Il padre Matias, giustamente, distingue i testi da come essi vengono messi in atto. I libri liturgici, non dobbiamo mai dimenticarlo, sono come gli spartiti musicali. Il compositore può anche aver scritto un capolavoro, ma se i suonatori non conoscono la musica o sono di bassa qualità, il risultato è mediocre. Il problema è che si finisce per giudicare male un Vivaldi, solo perchè Pierino violinista continua a steccare] si deve ad una mentalità pratica ed efficientistica che induce molti sacerdoti presidenti della celebrazione

1) a scegliere sistematicamente la prima indicazione del libro liturgico, il primo testo proposto oppure quello più breve o che sembra richiedere meno impegno; [In alcune parrocchie conoscono solo la Preghiera Eucaristica II - canone neoromano]

2) ad eliminare alcuni segni che la normativa liturgica lascia facoltativi (come l’incenso e l’acqua benedetta); [la chiamano: "essenzialità", "andare all'essenziale". Ma la liturgia è come la cipolla, sfoglia, sfoglia, sfoglia... non rimane più niente.]

3) a far scomparire alcuni elementi per i quali si raccomanda soltanto la sobrietà affinché non sia oscurato il segno principale (fiori [c'è chi li usa secchi o mette al loro posto piante in vaso con terra, sopra la mensa dell'altare!], vesti [terital, naylon, e cose del genere], luci [le candele sporcano, meglio quelle finte...], ornamenti [spese inutile, c'è crisi....]);

4) a ridurre i silenzi ad una pausa insignificante o semplicemente sopprimerli [Il silenzio ognuno può farselo quando vuole, l'importante ora è la mia parola di Prete];

5) a non valutare sufficientemente la qualità del canto e la loro attinenza con le diverse parti della celebrazione [Qualcuno ha mai sentito parlare di "canti propri" delle diverse messe?];

6) a confondere la partecipazione attiva con la recita corale di formule trascurandone il contenuto e la dovuta interiorizzazione [Ascoltare NON è partecipare: questo pare essere un nuovo dogma. L'importante è FARE, MUOVERSI, DIRE. Ma partecipazione attiva vuol forse dire attività partecipativa?];

7) a introdurre testi e segni di propria iniziativa pensando di poter in questo modo coinvolgere maggiormente i partecipanti [Questa è la peste bubbonica della liturgia: il fai da te, il bricolage celebrativo. Smonta e rimonta il sacro. E poi ci si chiede perchè il rito non funziona? Intanto perchè non è rituale, e non è questione da poco.];

8) a usare la lingua del popolo senza curarsi della corretta dizione [Grande constatazione: si fa leggere ai bambini perchè scaldano il cuore, anche se non si capisce niente. E magari non si sta nemmeno attenti al microfono, il tremendo aggeggio che ha snaturato la lettura liturgica e ha concorso all'uccisione del canto del celebrante];

9) a dimenticare che i riti devono risultare evocativi di ciò che Dio ha fatto per la nostra salvezza e ancora oggi opera nella celebrazione [Lasciamo parlare i riti, non serve spiegare ogni virgola e ogni spostamento, facciamo piuttosto catechesi mistagogica dopo e, prima, introduzione ai sacri misteri];

10) a trascurare la formazione liturgica propria e quella dei fedeli di cui hanno cura [La liturgia parla a coloro che ne conoscono il linguaggio. Non si può chiedere - come molti pretendono e insistono - che la liturgia parli il linguaggio della strada. Se si vuole parlare del cielo, sarà meglio che impariamo tutti almeno ad alzare lo sguardo].

Queste ricadute di stile celebrativo dimostrano che i principi ispiratori della riforma liturgica non hanno sviluppato ancora tutta la loro potenzialità. I tempi di assimilazione di una riforma di queste dimensioni sono tempi lunghi. D’altra parte, però, bisogna pur dire che la riforma liturgica compiuta dopo il Vaticano II è certamente perfettibile. Essa è stata attuata in un decennio di fermenti e ricerche suscitati dal Vaticano II e, pur nella sostanziale fedeltà alla tradizione, è nel bene e nel male, come ogni altra riforma, frutto del suo tempo. Non bisogna chiudersi a possibili nuovi ritocchi in base all’esperienza dei quattro decenni che ci separano dalla pubblicazione dei principali libri liturgici rinnovati, purché ciò sia fatto in conformità ai principi della Costituzione Sacrosanctum Concilium e in un clima di comunione ecclesiale.

M. A.

Fonte: cantualeantonianum.com - 11 gennaio 2012

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