martedì 29 novembre 2011

Una voce




di Cristina Campo

Esistono ormai in vari paesi associazioni così chiamate, “Una voce”, il cui scopo è di salvare la liturgia tradizionale, latina e gregoriana. Esse sono nate non perché sia stata imposta una liturgia volgare ma perché è stata tolta nei luoghi dove era capita e amata quella tradizionale. Perché tanta instancabile insistenza? Perché, se le Costituzioni conciliari non lo esigono, anzi, espressamente prescrivono il mantenimento delle tradizioni?


Il latino

È ben difficile condividere l’atteggiamento di chi procede a una abolizione di celebri cori (come la “Paulist” di Chicago) e quindi a un’opera di smantellamento di istituzioni liturgico-musicali che forse non si potranno ricostituire mai. È, né più né meno, come se si cominciasse ad alterare le cattedrali, da Chartres a Compostella, per “rammodernarle”, anzi, come se addirittura si demolissero, con la scusa che i fedeli per lo più non sono in grado di valutare il significato delle statue ed i pregi architettonici. Forse che il fedele comune “capisce” i quadri celebri?

Dopo la costituzione dell’associazione “Una voce” in Francia (con sede in rue de Grenelle 109, Parigi VII) altre se ne sono aggiunte: la “Latin Mass Society” in Inghilterra, la “Una voce Bewegung” in Germania, una branca scozzese, una svizzera, una austriaca, una belga ed ora una italiana.

È uscita in Francia presso le edizioni Spes un’opera di Bernadette Lécureux, Le latin langue d’Église, dove sono esposti i princìpi ai quali questi vari movimenti si ispirano. Essa porta come epigrafi:

“Il latino, per diritto e merito acquisiti, dev’essere chiamato ed è la lingua propria della Chiesa” (san Pio X, Vehementer sane, 1° luglio 1908).

“Sarebbe superfluo rammentare ancora una volta che la Chiesa ha dei gravi motivi di mantenere fermamente nel rito latino l’obbligo incondizionato per il celebrante di usare la lingua latina” (Pio XII, allocuzione del 22 settembre 1956).

“Abbiamo deciso di prendere le misure opportune affinché l’uso antico e ininterrotto del latino sia mantenuto pienamente e ristabilito dove sia caduto in desuetudine” (Giovanni XXIII, Costituzione Veterum sapientia, 22 febbraio 1962).

Ci vengono anche alla mente le parole del regnante Pontefice. “… Desiderosi come siamo di avere sempre nella nobile e santa Famiglia benedettina la custode fedele e gelosa dei tesori della tradizione cattolica, e soprattutto la scuola e l’esempio della preghiera liturgica… nelle sue forme più pure, nel suo canto sacro e genuino, e per il nostro ufficio divino nella sua lingua tradizionale, il nobile latino” (SS. Papa Paolo VI nell’occasione della consacrazione della chiesa dell’Archicenobio di Montecassino, 24 ottobre 1964).

Chi voglia rileggersi “L’Osservatore Romano” del marzo 1962 potrà vedere come Giovanni XXIII facesse proprie le parole di Pio XI : “La Chiesa che raggruppa nel suo seno tutti i popoli e che è chiamata a durare fino alla fine dei secoli e che esclude dal proprio reggimento ogni demagogia, esige per sua natura una lingua che sia universale, immutevole e non volgare”.

La Costituzione conciliare ribadisce che l’uso del latino è la norma.


Le traduzioni

Le traduzioni che si sono fatte finora sono tutte inadeguate anche dal solo punto di vista della correttezza: lo notava un nostro eminente sociologo, Camillo Pellizzi, sul “Corriere della Sera” del 19 aprile, indicando i motivi per i quali un rito non è oggetto di pura comprensione razionale, sicché la traduzione non ha nemmeno una scusa strettamente sociologica.

È vero che il latino non è la lingua dei Vangeli né delle allocuzioni del Cristo, ma, come fa notare la Lécureux, “forse che il fatto che i testi preziosi hanno già subito molte traduzioni prima di fissarsi nel latino è un buon motivo per farne altre alla leggera? Se aveste in casa degli oggetti fragili e preziosi, rimasti indenni dopo trasporti e traslochi, forse che li maneggereste senza precauzione?”.

Il latino non è l’unica e sola lingua canonica ma è quella che la storia ci ha affidata ne varietur.

Il processo seguito da tutte le religioni è di manifestarsi nella lingua del momento, per poi non variare mai più perché deve restare intangibile il momento dell’annuncio unico, fissato dalla Provvidenza.

Come scrive il Godefroy nel Dictionnaire de théologie catholique: “Quintiliano ci informa che i canti dei sacerdoti Salii erano a malapena compresi dai sacerdoti stessi… Il siriaco liturgico, il greco liturgico, lo slavonico liturgico sono quasi inaccessibili al popolo quanto da noi il latino. Gli Ebrei celebrano il loro culto in ebraico, ben lontano dallo yiddisch”.

Del resto il Concilio di Trento decise di restar fedele al latino, nonostante che i protestanti avessero tradotto nelle ligue volgari gli uffici, a ragion veduta. Come scrive il teologo Martimort, citato dalla Lécureux: “Presso i protestanti l’adozione del volgare è più che una pura e semplice questione di apostolato: essa mette in questione il dogma stesso: la Messa ed i Sacramenti non hanno per loro valore ex opere operato, hanno soltanto l’efficacia d’una predica e perciò diventano del tutto inutili se questa predicazione non è capita”.


Protezione

Oltre a questo motivo il latino va mantenuto come cemento d’unità e, per citare la Mediator Dei di Pio XII, come “protezione efficace contro ogni corruzione della dottrina originaria”. Nelle versioni correnti le adulterazioni dottrinarie ammannite ai poveri fedeli dalle traduzioni infedeli non si contano. La concisione, la immediatezza del latino non sono riproducibili.

Padre Roquet ha scritto: “Non basta capire la lingua liturgica, bisogna capirne il linguaggio, che è biblico, ieratico, misterioso… Se domani si celebrasse la liturgia in un linguaggio immediatamente intelligibile e familiare ai nostri fedeli, non sarebbe più una liturgia, una celebrazione, una comunione del sacro e del misterico, ma un insieme di banalità e di asserzioni terra terra che non avrebbero il più lontano rapporto con il messaggio cristiano”.

Infatti la filologia insegna che un linguaggio non è soltanto comunicazione, ma anche espressione e la preghiera è per sua natura soprattutto espressione e non pura comunicazione. La celebre latinista Mohrmann ha dimostrato d’altronde che fin dall’inizio il latino liturgico era di tono alto e diverso dalla parlata popolare. Dunque la distanza dalla lingua d’ogni giorno è segnata fin dall’inizio e fino a oggi è rimasta. Né meglio si potrebbero esprimere tutti questi motivi che nelle parole di Giovanni XXIII, la cui memoria andrebbe coltivata seriamente, rileggendosi i suoi scritti, ad esempio Jucunda laudatio, dove proclamava il latino lingua ineliminabile della liturgia, cui anche i più umili avrebbero potuto accedere grazie ai manuali bilingui e alla catechesi liturgica.

Esiste una vasta letteratura scientifica accanto alle dichiarazioni dei pontefici intorno alla questione: segnaliamo Franz Cumont, Pourque le latin fut la seule langue liturgique de l’Occident (Bruxelles, 1904) e Christine Mohrmann, Liturgical latin (Washington, 1957).

Segnaliamo anche una rivista musicale che si pubblica a Roma: “Cappella Sistina”, sul cui ultimo numero un eminente musicista, Monsignor Celada, ha ribattuto frase per frase le tesi di chi vorrebbe la rovina d’una tradizione venerata. Dopo questa sua dimostrazione impeccabile quale ragione di gioia non sarebbe una riconciliazione caritatevole in nome delle verità così inoppugnabilmente indicate?

L’articolo comparve sotto il nome di Bernardo Trevisano, Una voce, in “Il Giornale d’Italia”, 4 maggio 1966, p. 3, ed è stato ripubblicato in Cristina Campo, Sotto falso nome², a cura di Monica Farnetti, Milano, 1998, pp. 119-123.

Cfr. «Una Voce Notiziario» 25-26 (2007), pp. 3-5.

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