mercoledì 30 novembre 2011

Magri, il vero volto dell'eutanasia





di Mario Palmaro


Di fronte al caso di Lucio Magri, che è andato a morire in Svizzera con un suicidio assistito, vorremmo dire tre cose.


Innanzitutto, questa è una tristissima vicenda umana, che suscita sentimenti di pietà. Attenzione: pietà per un uomo che dice di non voler più vivere e che purtroppo trova persone disposte ad aiutarlo nel suo proposito. Non certo pietà per la “categoria”, cioè per quelli che si vogliono togliere la vita e ci riescono; perché, altrimenti, bisognerebbe “per motivi pietosi” modificare tutti i protocolli di soccorso e di emergenza pacificamente accettatati dalla nostra società.

Bisognerebbe lasciare in pace quelli che si vogliono gettare dal cornicione, bisognerebbe sostituire i teloni dei vigili del fuoco con un letto di chiodi per fachiri, bisognerebbe non soccorrere e non salvare quelli che hanno tentato di uccidersi e non sono ancora morti.

Ciò che fa pena è l’immagine di un uomo, intellettuale vivace, stanco di vivere, oppresso – dicono alcuni – dall’insopportabile percezione del fallimento dell’ideologia marxista; o – dicono altri - dal dolore per la morte della carissima moglie.

Chi conosce la fragilità dell’uomo sa che non c’è peccato di cui, potenzialmente, non saremmo capaci. Compreso un delitto terribile contro la propria vita, come il suicidio, azione con la quale, recita un paradosso di Chesterton, è come se l’uomo volesse uccidere tutti gli uomini.

Seconda osservazione: se è giusto provare pietà per le persone, non è affatto giusto provare pietà per le ideologie false e bugiarde. Magri è stato uno dei fondatori del Manifesto, e un colto rappresentante del pensiero marxista.

E qui dobbiamo constatare che il comunismo, insieme a tutte le altre letture ideologiche del reale, scava nell’uomo un vuoto che diventa con il passare degli anni insopportabilmente pesante. Scenario viepiù aggravato dalla sconfitta clamorosa che la storia ha decretato per il socialismo realizzato.

Si ha un bel dire, facendo gli spacconi, che Dio non serve. Può funzionare finchè la sorte ti sorride, ma arriva un giorno in cui le cose ti si rivoltano contro, e allora le pagine di Marx, o di Gramsci, o di Sartre, non riescono a dare conforto. E diventano, anzi, pistole armate nella tua mano.

Dobbiamo dircelo e dobbiamo dirlo ai giovani: ci sono cattivi maestri e cattive dottrine, mentre la vita pretende una verità più grande, che la Chiesa insegna da duemila anni. Una verità che non rimuove le tragedie dall’esistenza, ma che le riempie di un senso che conforta perfino le persone disperate.


Terza, ma non ultima considerazione: la vicenda del povero Magri è un perfetto caso di scuola, che spiega che cosa intendiamo quando stiamo parlando di eutanasia.

Il cosiddetto suicidio assistito, infatti, ha molto più a che fare con la fattispecie dell’eutanasia che con quella del suicidio: il suicida è uno che si ammazza con le sue mani; nel suicidio assistito ci sono altri che mettono la vittima in condizione di morire, e che quindi cooperano in modo decisivo a un atto che, forse, il poveretto non avrebbe la forza di compiere.

Ma c’è dell’altro: Lucio Magri non aveva, almeno secondo le notizie diffuse, una malattia mortale, o una patologia degenerativa che ne divorasse il corpo.

Accusava invece un grave stato depressivo che lo ha spinto ad andare in Svizzera per ottenere la morte. Ora, da anni vogliono farci credere che l’eutanasia è una faccenda che riguarda solo i malati terminali oppure le persone con una sindrome progressiva inesorabile.

Ma si tratta di una truffa logica e concettuale: la vera posta in gioco è il potere di ciascuno sulla propria vita. Le motivazioni che spingono una persona a dichiarare che vuole la morte sono le più disparate: vanno dal dolore fisico assoluto al taedium vitae, cioè al disgusto per la vita che pure è priva di malattie del corpo.

Se lo stato definisce che in alcuni casi si può ottenere la morte per mano di terzi, a quel punto stabilisce a quale altezza si deve collocare l’assicella delle vite senza qualità. E anche se in prima istanza respinge al mittente una richiesta come quella di Lucio Magri, con il tempo lo stato è costretto a rivedere il criterio e ad ammettere che, in fondo, se uno non vuole vivere è affar suo.

Magri è purtroppo il simbolo di una tragedia più grande, che percorre la nostra società, la quale assomiglia sempre di più a una vera e propria civiltà dell’eutanasia. A un luogo, cioè, dove la vita è essenzialmente un non senso, e dove quindi chiedere e ottenere la morte è la cosa più normale del mondo.

Ovviamente, questa “cultura” avrà un suo effetto di “trascinamento” lungo il pendio scivoloso, e prima si legalizzerà la morte dei malati gravi con il loro consenso (reale o presunto); poi arriverà la morte di quelli che non l’hanno chiesta, ma poveretti quanto soffrono; e infine arriverà la morte di quelli che sono sani come un pesce, ma sono stufi di vivere.

Il marxismo è morto, il liberalismo anche, e l’umanità sazia e disperatissima non si sente tanto bene. Solo un Dio ci può salvare.

martedì 29 novembre 2011

Una voce




di Cristina Campo

Esistono ormai in vari paesi associazioni così chiamate, “Una voce”, il cui scopo è di salvare la liturgia tradizionale, latina e gregoriana. Esse sono nate non perché sia stata imposta una liturgia volgare ma perché è stata tolta nei luoghi dove era capita e amata quella tradizionale. Perché tanta instancabile insistenza? Perché, se le Costituzioni conciliari non lo esigono, anzi, espressamente prescrivono il mantenimento delle tradizioni?


Il latino

È ben difficile condividere l’atteggiamento di chi procede a una abolizione di celebri cori (come la “Paulist” di Chicago) e quindi a un’opera di smantellamento di istituzioni liturgico-musicali che forse non si potranno ricostituire mai. È, né più né meno, come se si cominciasse ad alterare le cattedrali, da Chartres a Compostella, per “rammodernarle”, anzi, come se addirittura si demolissero, con la scusa che i fedeli per lo più non sono in grado di valutare il significato delle statue ed i pregi architettonici. Forse che il fedele comune “capisce” i quadri celebri?

Dopo la costituzione dell’associazione “Una voce” in Francia (con sede in rue de Grenelle 109, Parigi VII) altre se ne sono aggiunte: la “Latin Mass Society” in Inghilterra, la “Una voce Bewegung” in Germania, una branca scozzese, una svizzera, una austriaca, una belga ed ora una italiana.

È uscita in Francia presso le edizioni Spes un’opera di Bernadette Lécureux, Le latin langue d’Église, dove sono esposti i princìpi ai quali questi vari movimenti si ispirano. Essa porta come epigrafi:

“Il latino, per diritto e merito acquisiti, dev’essere chiamato ed è la lingua propria della Chiesa” (san Pio X, Vehementer sane, 1° luglio 1908).

“Sarebbe superfluo rammentare ancora una volta che la Chiesa ha dei gravi motivi di mantenere fermamente nel rito latino l’obbligo incondizionato per il celebrante di usare la lingua latina” (Pio XII, allocuzione del 22 settembre 1956).

“Abbiamo deciso di prendere le misure opportune affinché l’uso antico e ininterrotto del latino sia mantenuto pienamente e ristabilito dove sia caduto in desuetudine” (Giovanni XXIII, Costituzione Veterum sapientia, 22 febbraio 1962).

Ci vengono anche alla mente le parole del regnante Pontefice. “… Desiderosi come siamo di avere sempre nella nobile e santa Famiglia benedettina la custode fedele e gelosa dei tesori della tradizione cattolica, e soprattutto la scuola e l’esempio della preghiera liturgica… nelle sue forme più pure, nel suo canto sacro e genuino, e per il nostro ufficio divino nella sua lingua tradizionale, il nobile latino” (SS. Papa Paolo VI nell’occasione della consacrazione della chiesa dell’Archicenobio di Montecassino, 24 ottobre 1964).

Chi voglia rileggersi “L’Osservatore Romano” del marzo 1962 potrà vedere come Giovanni XXIII facesse proprie le parole di Pio XI : “La Chiesa che raggruppa nel suo seno tutti i popoli e che è chiamata a durare fino alla fine dei secoli e che esclude dal proprio reggimento ogni demagogia, esige per sua natura una lingua che sia universale, immutevole e non volgare”.

La Costituzione conciliare ribadisce che l’uso del latino è la norma.


Le traduzioni

Le traduzioni che si sono fatte finora sono tutte inadeguate anche dal solo punto di vista della correttezza: lo notava un nostro eminente sociologo, Camillo Pellizzi, sul “Corriere della Sera” del 19 aprile, indicando i motivi per i quali un rito non è oggetto di pura comprensione razionale, sicché la traduzione non ha nemmeno una scusa strettamente sociologica.

È vero che il latino non è la lingua dei Vangeli né delle allocuzioni del Cristo, ma, come fa notare la Lécureux, “forse che il fatto che i testi preziosi hanno già subito molte traduzioni prima di fissarsi nel latino è un buon motivo per farne altre alla leggera? Se aveste in casa degli oggetti fragili e preziosi, rimasti indenni dopo trasporti e traslochi, forse che li maneggereste senza precauzione?”.

Il latino non è l’unica e sola lingua canonica ma è quella che la storia ci ha affidata ne varietur.

Il processo seguito da tutte le religioni è di manifestarsi nella lingua del momento, per poi non variare mai più perché deve restare intangibile il momento dell’annuncio unico, fissato dalla Provvidenza.

Come scrive il Godefroy nel Dictionnaire de théologie catholique: “Quintiliano ci informa che i canti dei sacerdoti Salii erano a malapena compresi dai sacerdoti stessi… Il siriaco liturgico, il greco liturgico, lo slavonico liturgico sono quasi inaccessibili al popolo quanto da noi il latino. Gli Ebrei celebrano il loro culto in ebraico, ben lontano dallo yiddisch”.

Del resto il Concilio di Trento decise di restar fedele al latino, nonostante che i protestanti avessero tradotto nelle ligue volgari gli uffici, a ragion veduta. Come scrive il teologo Martimort, citato dalla Lécureux: “Presso i protestanti l’adozione del volgare è più che una pura e semplice questione di apostolato: essa mette in questione il dogma stesso: la Messa ed i Sacramenti non hanno per loro valore ex opere operato, hanno soltanto l’efficacia d’una predica e perciò diventano del tutto inutili se questa predicazione non è capita”.


Protezione

Oltre a questo motivo il latino va mantenuto come cemento d’unità e, per citare la Mediator Dei di Pio XII, come “protezione efficace contro ogni corruzione della dottrina originaria”. Nelle versioni correnti le adulterazioni dottrinarie ammannite ai poveri fedeli dalle traduzioni infedeli non si contano. La concisione, la immediatezza del latino non sono riproducibili.

Padre Roquet ha scritto: “Non basta capire la lingua liturgica, bisogna capirne il linguaggio, che è biblico, ieratico, misterioso… Se domani si celebrasse la liturgia in un linguaggio immediatamente intelligibile e familiare ai nostri fedeli, non sarebbe più una liturgia, una celebrazione, una comunione del sacro e del misterico, ma un insieme di banalità e di asserzioni terra terra che non avrebbero il più lontano rapporto con il messaggio cristiano”.

Infatti la filologia insegna che un linguaggio non è soltanto comunicazione, ma anche espressione e la preghiera è per sua natura soprattutto espressione e non pura comunicazione. La celebre latinista Mohrmann ha dimostrato d’altronde che fin dall’inizio il latino liturgico era di tono alto e diverso dalla parlata popolare. Dunque la distanza dalla lingua d’ogni giorno è segnata fin dall’inizio e fino a oggi è rimasta. Né meglio si potrebbero esprimere tutti questi motivi che nelle parole di Giovanni XXIII, la cui memoria andrebbe coltivata seriamente, rileggendosi i suoi scritti, ad esempio Jucunda laudatio, dove proclamava il latino lingua ineliminabile della liturgia, cui anche i più umili avrebbero potuto accedere grazie ai manuali bilingui e alla catechesi liturgica.

Esiste una vasta letteratura scientifica accanto alle dichiarazioni dei pontefici intorno alla questione: segnaliamo Franz Cumont, Pourque le latin fut la seule langue liturgique de l’Occident (Bruxelles, 1904) e Christine Mohrmann, Liturgical latin (Washington, 1957).

Segnaliamo anche una rivista musicale che si pubblica a Roma: “Cappella Sistina”, sul cui ultimo numero un eminente musicista, Monsignor Celada, ha ribattuto frase per frase le tesi di chi vorrebbe la rovina d’una tradizione venerata. Dopo questa sua dimostrazione impeccabile quale ragione di gioia non sarebbe una riconciliazione caritatevole in nome delle verità così inoppugnabilmente indicate?

L’articolo comparve sotto il nome di Bernardo Trevisano, Una voce, in “Il Giornale d’Italia”, 4 maggio 1966, p. 3, ed è stato ripubblicato in Cristina Campo, Sotto falso nome², a cura di Monica Farnetti, Milano, 1998, pp. 119-123.

Cfr. «Una Voce Notiziario» 25-26 (2007), pp. 3-5.

La musica sacra, strumento di evangelizzazione

Intervista al cardinale Piacenza in occasione della festa di Santa Cecilia a Roma







Oggi ci vorrebbe un po’ più di musica sacra nelle chiese?

“Certamente! Credo che il Santo Padre ce ne dia esempio eloquente”, ha risposto a ZENIT, con voce dolce ma sicura, il cardinale Mauro Piacenza.

Il Prefetto della Congregazione per il Clero sottolinea come la musica “da una parte è pre-evangelizzazione, perché dispone l’animo a raccogliere il grande messaggio, il grande senso dell’Eterno, il senso di Dio, pur non sapendolo” e “di più profonda evangelizzazione per chi è già nella fede” per fargli assaporare “la dolcezza delle verità credute”.

Lo ha affermato il cardinale Piacenza a conclusione dei tre giorni (20-21-22 novembre) di preghiera nella Basilica romana di Santa Cecilia, in onore della patrona della musica. L’evento si è concluso con la solenne concelebrazione presieduta da Sua Eminenza, con la partecipazione del coro della Cappella Sistina, la promessa delle nuove voci bianche che a questa schiera si incorporano e l’omaggio dell’Amministrazione comunale capitolina.


Quale è la relazione tra nuova evangelizzazione e musica sacra?

Card. Piacenza: La nuova evangelizzazione è un’urgenza anche se la Chiesa deve sempre evangelizzare. Oggi il sussulto particolare per il quale è stato fondato anche un Pontificio Consiglio è il fatto che i luoghi di antica cristianità hanno bisogno di rinnovarsi perché le loro radici si sono un po’ inaridite, quindi è evidentemente necessario ritornare ad evangelizzare come nella Chiesa delle origini.


Cosa deve dare la musica nell’evangelizzazione?

Card. Piacenza: Possiamo dire che la musica, come tutte le altre espressioni artistiche, è un mezzo di potente evangelizzazione, perché dispone l’animo all’accoglienza, favorisce il raccoglimento, a quella ricerca di assoluto che è nell’animo di ogni uomo.


È un discorso che vale per tutte le musiche?

Card. Piacenza: Anche la musica non sacra quando è - io continuo a dirlo - grande musica, educa comunque a quel senso religioso universale che predispone all’atto di fede.


Quale le sembra sia il rapporto fra i fedeli e musica?

Card. Piacenza: La relazione del fedele con la musica evidentemente è determinata dalla stessa musica sacra. Per partecipazione si deve intendere non soltanto il ‘fare qualcosa’, ma soprattutto creare un clima per il quale la persona è raggiunta da una suggestione che sottolinea il momento liturgico: può essere la dolcezza o la tenerezza di un brano particolare quando, per esempio, si fa il ringraziamento alla comunione; può essere la solennità travolgente di un’esplosione del “gloria” e così via.

Quindi i vari momenti diventano evangelizzazione per chi è già coinvolto e pre-evangelizzazione per chi entra in una chiesa ed è raggiunto in qualche modo, e non può non sentire qualche cosa. Perché la partecipazione alla celebrazione liturgica coinvolge tutti i sensi: l’intelligenza, gli affetti, come anche la fantasia, il cromatismo; evidentemente le partiture musicali, il silenzio adorante fanno anch’essi parte della liturgia.


Fonte: zenit.org ROMA, lunedì, 28 novembre 2011

MISTICA DELL'AVVENTO

di dom Prosper Guéranger



La triplice Venuta.


Se ora, dopo aver descritto le caratteristiche che distinguono il tempo dell'Avvento da qualsiasi altro, vogliamo penetrare nelle profondità del mistero che occupa la Chiesa in questa epoca, troviamo che questo mistero della Venuta di Gesù Cristo è insieme uno e triplice. È uno, perché è lo stesso Figlio di Dio che viene; triplice, perché egli viene in tre tempi e in tre modi.

"Nella prima venuta, dice san Bernardo nel quinto sermone sull'Avvento, egli viene nella carne e nell'infermità; nella seconda viene in spirito e in potenza; nella terza, viene in gloria e in maestà; e la seconda Venuta è il mezzo attraverso il quale si passa dalla prima alla terza".

Ecco il mistero dell'Avvento. Ascoltiamo ora la spiegazione che ci dà Pietro di Blois di questa triplice visita di Cristo, nel suo terzo sermone de Adventu: "Vi sono tre Venute del Signore, la prima nella carne, la seconda nell'anima, la terza con il giudizio. La prima ebbe luogo nel cuore della notte, secondo le parole del Vangelo: Nel cuore della notte si fece sentire un grido: Ecco lo Sposo! E questa prima Venuta è già passata, poiché Cristo è stato visto sulla terra ed ha conversato con gli uomini. Noi ci troviamo ora nella seconda Venuta: purché, tuttavia, siamo tali che egli possa venire a noi; poiché egli ha detto che se lo amiamo, verrà a noi e stabilirà in noi la sua dimora. Questa seconda Venuta è dunque per noi una cosa mista d'incertezza; poiché chi altro fuorché lo Spirito di Dio conosce coloro che sono di Dio? Coloro che il desiderio delle cose celesti trasporta fuor di se stessi, sanno bene quando egli viene; tuttavia, non sanno né donde viene né dove va. Quanto alla terza Venuta, è certissimo che avrà luogo; incertissimo il quando: poiché non vi é niente di più certo che la morte, e niente di più incerto che il giorno della morte. Al momento in cui si parlerà di pace e di sicurezza, dice il Savio, allora la morte apparirà d'improvviso, come le doglie del parto nel seno della donna, e nessuno potrà fuggire. La prima Venuta fu dunque umile e nascosta, la seconda è misteriosa e piena d'amore, la terza sarà risplendente e terribile. Nella sua prima Venuta, Cristo è stato giudicato dagli uomini con ingiustizia; nella seconda, ci rende giusti mediante la sua grazia; nella terza, giudicherà tutte le cose con equità: Agnello nella prima Venuta, Leone nell'Ultima, Amico pieno di tenerezza nella seconda" (De Adventu, Sermo iii).



La prima Venuta.

Stando cosi le cose, la santa Chiesa, durante l'Avvento, aspetta con lacrime ed impazienza la visita di Cristo Redentore nella sua prima Venuta. Essa prende per questo le ardenti espressioni dei Profeti, alle quali aggiunge le proprie suppliche. Sulla bocca della Chiesa, i sospiri rivolti al Messia non sono una semplice commemorazione dei desideri dell'antico popolo: hanno un valore reale, un influsso efficace sul grande atto della munificenza del Padre celeste che ci ha dato il suo Figlio. Fin dall'eternità, le preghiere dell'antico popolo e quelle della Chiesa cristiana unite insieme sono state presenti all'orecchio di Dio; e appunto dopo averle tutte ascoltate ed esaudite, egli ha mandato a suo tempo sulla terra quella rugiada benedetta che ha fatto germogliare il Salvatore.



La seconda Venuta.


La Chiesa aspira anche verso la seconda Venuta, sèguito della prima, e che consiste, come abbiamo visto, nella visita che lo Sposo fa alla Sposa. Ogni anno questa Venuta ha luogo nella festa di Natale e una nuova nascita del Figlio di Dio libera la società dei Fedeli da quel giogo di servitù che il nemico vorrebbe far pesare su di essa (Colletta del giorno di Natale). La Chiesa, durante l'Avvento, chiede di essere visitata da colui che è il suo Capo e il suo Sposo, visitata nella sua gerarchia, nelle sue membra, di cui le une sono vive e le altre morte, ma possono rivivere; infine in quelli che non fanno parte della sua comunione, e negli infedeli stessi, affinché si convertano alla vera luce che splende anche per loro. Le espressioni della Liturgia che la Chiesa usa per sollecitare questa amorosa e invisibile Venuta, sono le stesse con le quali sollecita la venuta del Redentore nella carne; poiché, fatte le debite proporzioni, la situazione è la medesima. Invano il Figlio di Dio sarebbe venuto venti secoli or sono, a visitare e a salvare il genere umano, se non ritornasse, per ciascuno di noi e in ogni momento della nostra esistenza, ad apportare e fomentare quella vita soprannaturale il cui principio viene solo da lui e dal suo divino Spirito.



La terza Venuta.


Ma questa visita annuale dello Sposo non soddisfa la Chiesa; essa aspira alla terza Venuta che consumerà ogni cosa, aprendo le porte dell'eternità. Ha raccolto queste ultime parole dello Sposo: Ecco che io vengo presto (Ap 22,20) e dice con ardore: Vieni, Signore Gesù! (ibid.). Ha fretta di essere liberata dalle condizioni del tempo; sospira il compimento del numero degli eletti, per veder apparire sulle nubi del cielo il segno del suo liberatore e del suo Sposo. Fino a questo punto, dunque, si estende il significato dei voti che essa ha deposti nella Liturgia dell'Avvento; questa è la spiegazione delle parole del discepolo prediletto nella sua profezia: Ecco le nozze dell'Agnello, e la Sposa si è preparata (Ap 19,7).

Ma il giorno dell'arrivo dello Sposo sarà nello stesso tempo un giorno terribile. La santa Chiesa spesso freme al solo pensiero delle formidabili assise dinanzi alle quali compariranno tutti gli uomini. Chiama quel giorno "un giorno d'ira, del quale Davide e la Sibilla hanno detto che deve ridurre il mondo in cenere; un giorno di lacrime e di spavento". Non già che essa tema per se stessa, poiché quel giorno fisserà per sempre sul suo capo la corona della Sposa; ma il suo cuore di Madre soffre pensando che allora parecchi dei suoi figli saranno alla sinistra del Giudice, e che, privati di ogni contatto con gli eletti, saranno gettati con le mani e i piedi legati in quelle tenebre in cui non vi sarà che pianto e stridor di denti. Ecco perché nella Liturgia dell'Avvento, la Chiesa si ferma cosi spesso a mostrare la Venuta di Cristo come una Venuta terribile, e sceglie nelle Scritture i passi più adatti a ridestare un salutare spavento nella anima di quelli tra i suoi figli che dormirebbero il sonno di peccato.



Le forme liturgiche.


Questo è dunque il triplice mistero dell'Avvento. Ora, le forme liturgiche di cui è rivestito, sono di due specie: le une consistono nelle preghiere, letture, e altre formule, dove le parole stesse sono usate per rendere i sentimenti che abbiamo esposti; le altre sono riti esteriori adatti a questo tempo sacro e destinati a completare ciò che esprimono i canti e le parole.

Gli occhi del popolo si accorgono della tristezza che preoccupa il cuore della santa Chiesa dal colore di penitenza di cui si copre. Fuorché nelle feste dei Santi, non veste più che di viola; il Diacono depone la Dalmatica, e il Suddiacono la Tunicella. Un tempo anzi, si usava in parecchi luoghi il colore nero, come ad esempio a Tours, a Le Mans, ecc. Questo lutto della Chiesa mette in rilievo con quanta verità essa si unisca ai veri Israeliti che aspettavano il Messia sotto la cenere e il cilicio, e piangevano la gloria di Sion scomparsa, e "lo scettro tolto a Giuda, fino a quando non venga colui che deve essere mandato, e che forma l'attesa delle genti" (Gen 49,10). Esso significa ancora le opere di penitenza con le quali si prepara alla seconda Venuta piena di dolcezza e di mistero che ha luogo nei cuori nella misura in cui si mostrano sensibili alla tenerezza che testimonia loro quell'Ospite divino che ha detto: Io trovo la mia delizia nello stare con i figli degli uomini (Prov 8,31). Essa geme sulla montagna, come la tortora, fino a quando non si faccia sentire la voce che dirà: "Vieni dal Libano, o mia Sposa, vieni: sarai incoronata perché tu hai ferito il mio cuore" (Ct 5,8).

Durante l'Avvento, la Chiesa sospende anche, salvo nelle Feste dei Santi, l'uso dell'Inno Angelico: Gloria in excelsis Deo, et in terra pax hominibus bonœ voluntatis. Questo canto meraviglioso si fece sentire solo a Betlemme sulla mangiatoia del celeste Bambino; la lingua degli Angeli non è dunque ancora sciolta; la Vergine non ha deposto il suo divino fardello; non è tempo di cantare, non è ancora esatto dire: Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà!
Cosi pure, al termine del Sacrificio, la voce del Diacono non fa più sentire le parole solenni che congedano l'assemblea dei fedeli: Ite, Missa est. Le sostituisce con la semplice esclamazione: Benedicamus Domino! quasi che la Chiesa temesse di interrompere le preghiere del popolo, che non sono mai troppo prolungate in questi giorni d'attesa.

Nell'Ufficio della Notte, la santa Chiesa toglie anche in questi giorni l'inno di giubilo Te Deum laudamus. Essa aspetta nell'umiltà il supremo beneficio, e nell'attesa non può far altro che chiedere, supplicare, sperare. Ma nell'ora solenne, quando in mezzo alle ombre più dense, il Sole di giustizia si leverà d'improvviso, essa ritroverà la voce del ringraziamento; e il silenzio della notte lascerà il posto, su tutta la terra, al grido d'entusiasmo: "Noi ti lodiamo, o Dio! Signore, noi ti celebriamo! O Cristo! Re di gloria, Figlio eterno del Padre! per la liberazione dell'uomo non hai avuto orrore del seno d'una umile Vergine".

Nei giorni di Feria, prima di concludere ciascun'ora dell'Ufficio, le Rubriche dell'Avvento prescrivono particolari preghiere che si devono fare in ginocchio; anche il Coro deve stare in quella posizione in tali giorni, per una parte considerevole della Messa. Sotto questo aspetto, le usanze dell'Avvento sono del tutto identiche a quelle della Quaresima.

Tuttavia, vi è una caratteristica speciale, che distingue questi due tempi: il canto dell'allegrezza, il gioioso Alleluia, non è sospeso durante l'Avvento, tranne nei giorni di Feria. Nella Messa delle quattro domeniche, si continua a cantarlo; e forma un certo contrasto con il colore austero degli ornamenti. C'è anche una domenica, la terza, in cui persino l'organo ritrova la sua grande e melodiosa voce, e il triste apparato viola può per un poco lasciare il posto al rosa. Questo ricordo delle gioie passate, che si trova così in fondo alle sante tristezze della Chiesa, esprime abbastanza chiaramente che, pur unendosi all'antico popolo per implorare la venuta del Messia e pagare così il grande debito dell'umanità verso la giustizia e la clemenza di Dio, essa non dimentica tuttavia che l'Emmanuele è già venuto per lei, che è in lei, e che prima che apra la bocca per implorare la salvezza, già è riscattata e segnata per l'unione eterna. Ecco perché ai suoi sospiri unisce l'Alleluia, perché sono impresse in lei tutte le gioie e tutte le tristezze, nell'attesa che la gioia sovrabbondi sul dolore, nella notte santa che sarà più radiosa del giorno più fulgido.



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 27-31




lunedì 28 novembre 2011

Appello da un “curato di campagna”


Così scriveva, in un suo articolo dello scorso anno, l’Arcivescovo di Trieste Mons. Giampaolo Crepaldi:

“…Benedetto XVI ha dato degli insegnamenti sul Vaticano II che moltissimi cattolici apertamente contrastano, promuovendo forme di controformazione e di sistematico magistero parallelo guidati da molti “antipapi”; ha dato degli insegnamenti sui “valori non negoziabili” che moltissimi cattolici minimizzano o reinterpretano e questo avviene anche da parte di teologi e commentatori di fama ospitati sulla stampa cattolica oltre che in quella laica; ha dato degli insegnamenti sul primato della fede apostolica nella lettura sapienziale degli avvenimenti e moltissimi continuano a parlare di primato della situazione, o della prassi o dei dati delle scienze umane; ha dato degli insegnamenti sulla coscienza o sulla dittatura del relativismo ma moltissimi antepongono la democrazia o la Costituzione al Vangelo.

Per molti la Dominus Iesus, la Nota sui cattolici in politica del 2002, il discorso di Regensburg del 2006, la Caritas in veritate è come se non fossero mai state scritte. La situazione è grave, perché questa divaricazione tra i fedeli che ascoltano il Papa e quelli che non lo ascoltano si diffonde ovunque, fino ai settimanali diocesani e agli Istituti di scienze religiose e anima due pastorali molto diverse tra loro, che non si comprendono ormai quasi più, come se fossero espressione di due Chiese diverse e procurando incertezza e smarrimento in molti fedeli. In questi momenti molto difficili, il nostro Osservatorio si sente di esprimere la nostra filiale vicinanza a Benedetto XVI. Preghiamo per lui e restiamo fedelmente al suo seguito.”

È passato un anno e la situazione descritta da Mons. Crepaldi è, a mio modesto avviso, immutata e, per certi versi, si sta aggravando. La recente iniziativa editoriale del settimanale “Famiglia Cristiana” di pubblicare da Natale all’Epifania ben sette volumi di Enzo Bianchi – presentando il priore della comunità di Bose come “guida spirituale del nostro cammino” – ne è un esempio palese.

Uno è libero, ovviamente, di scegliersi la guida spirituale che desidera, ma che il settimanale più venduto in Italia - che si definisce cattolico – divulghi le opere di chi sostiene che i primi undici capitoli della Genesi sono solo racconti mitici, che la dottrina cattolica riguardo al demonio è uno schemino, che si rammarica che siano cadute le ideologie che avevano un orizzonte comunitario, … insomma, che non perde occasione per ridicolizzare l’insegnamento tradizionale della Chiesa, non mi va giù!

Inoltre, il priore Enzo Bianchi è in “buona compagnia”: ultimamente, per fare un altro esempio, c’è chi ha ricevuto applausi in televisione per frasi come questa: «Ho fatto il prete per fare del bene. Ma per fare del bene, non serve la fede.»

Nonostante il mio nome denunci la mia origine francese, sono un parroco di campagna romagnolo e dirigo la Scuola di formazione teologica della mia diocesi. Sento viva in me la preoccupazione, pur con tutti i miei limiti, di guidare e pascere quella parte di popolo di Dio che mi è affidata nel migliore dei modi e, perciò, anche di evitare che la fede della mia gente venga inquinata dai veleni di certi “maestri”!

Come aiutare, perciò, i fedeli ad avere un giusto discernimento quando si imbattono in affermazioni, libri o riviste con posizioni quantomeno "ardite" in campo di fede e morale? So bene che ogni argomentazione che ci viene proposta deve essere attentamente vagliata e confrontata con quanto scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (e nel suo Compendio), con i documenti ufficiali della Chiesa (encicliche, lettere apostoliche, ecc.) e il magistero ordinario del Papa.

Tuttavia, la situazione denunciata dall’Arcivescovo di Trieste mi fa venire il desiderio che prenda vita una versione aggiornata e corretta dell’Index librorum prohibitorum (il “famigerato” Indice). So che questo risulterà scandaloso per coloro che sono preoccupati di essere, innanzitutto, politicamente corretti e timorosi di essere ritenuti chiusi e conservatori.

Cerco di spiegarmi meglio. Ogni buona mamma cerca di evitare che i propri figli frequentino compagnie poco raccomandabili, li mette in guardia e si preoccupa se non seguono – come si usa dire – una buona strada. Ora, dato che la Chiesa è nostra Madre, desidererei tanto, da parte sua, questa premura e preoccupazione materna in maniera più decisa ed esplicita. Ciò che manca è un giudizio chiaro e unitario da parte dei Vescovi su chi, pur professandosi cattolico, propone un pensiero non cattolico. Ciò vale sia da un punto di vista culturale che politico.

Diversamente, tutto è opinabile e lecitamente sostenibile come conforme al Vangelo e all’insegnamento della Chiesa e, quindi, per un “curato di campagna” diventa molto arduo sostenere, ad esempio, che certe pubblicazioni esposte in bella vista nelle librerie cattoliche non sono “buona stampa”! Il Signore, per intercessione di Maria, doni a tutti i pastori il coraggio di difendere il gregge dai lupi… soprattutto quando sono travestiti da agnelli!


Don Pierre Laurent Cabantous

fonte: CulturaCattolica.it

Una Messa da cani


di Raffaella Frullone

28-11-2011



Anche i cani hanno bisogno dell’amore di Dio. Ne è convinto il reverendo Tom Eggebeen, pastore della chiesa presbiteriana di Los Angeles, che dal settembre del 2009 ha dato vita ad uno speciale apostolato dedicato agli amici a quattro zampe: nella sua chiesa organizza infatti settimanalmente funzioni aperte ai cani con tanto di croccantini distribuiti durante l’offertorio.

«Quando amiamo un cane, e un cane ci ama, questo fa parte di Dio e Dio è parte di esso», afferma.

Secondo Thomas Firminger Dyer, autore di Church lore gleanings, (più o meno “Quel che resta dei costumi ecclesiastici”), l’abitudine di portare i cani in chiesa sarebbe stata introdotta in Inghilterra dai puritani come segno di disprezzo nei confronti del luogo sacro, considerato alla stregua di un intermediario tra il credente e Dio. Nel suo libro Dyer racconta di come in alcune parrocchie il dog- sitter fosse una figura prevista dallo statuto e anche di come, spesso, i cani non fossero gli unici “intrusi nelle chiese” dal momento che alcuni registri parrocchiali parlavano di incursioni di galline e asini durante le celebrazioni.


La questione è dibattuta anche nel nostro paese dove non mancano le parrocchie aperte agli amici animali. Si tratta per la maggior parte di parroci “accoglienti” che attirano fedeli che amano conciliare la messa domenicale con la passeggiata con Fido. Così può capitare, come succede per esempio alla parrocchia di Santa Maria del Carmine a Milano, che durante la Messa, in fondo alla chiesa sostino o passeggino 6-7 persone con il proprio cane. Una situazione che, se non causa disturbo alla funzione, di certo stona rispetto rispetto al luogo e soprattutto al momento.


Qualche mese fa le cronache hanno riportato la vicenda di Don Primo Poggi, parroco della Cattedrale di S.Lucia di Centurano, in provincia di Caserta, che è solito offrire ospitalità ai randagi che bazzicano nei dintorni e si attornia di animali anche durante le celebrazioni. Scrive Casertanews: “Don Primo è un prete di ottanta anni, un carismatico di larga fama. E' rettore del santuario di Centurano di Caserta, luogo di culto divenuto riferimento per migliaia di fedeli provenienti da tutta Italia. La sua incisiva azione pastorale non è rimasta inosservata”. A far discutere è stato un video che mostra chiaramente cani presenti sull’altare durante la celebrazione.

Sul tema abbiamo chiesto un’opinione a Don Alfredo Maria Morselli, parroco di Stiatico e Casadio in provincia di Bologna ed esperto di Liturgia.

Innanzitutto, è consentito portare i cani alla Messa?

«Non esiste una normativa che regoli la questione: il motivo è che per secoli è bastato il buon senso a far capire ai Cristiani che non è conveniente portare i cani in chiesa durante la Messa, naturalmente fatta eccezione per casi particolarissimi, come il cane-guida per le persone non vedenti».


Come bisogna comportarsi quando si entra in un luogo sacro? Quali sono i comportamenti che siamo chiamati ad adottare quando entriamo in chiesa e perché è doveroso rispettarli?

«È semplice: noi siamo fatti di anima e di corpo e siamo condotti alla contemplazione della realtà invisibili mediante segni sensibili. Dice San Paolo a proposito della celebrazione liturgica: “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell'aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele” (Eb 12,22-24). Siccome non siamo angeli, ci può aiutare ad acquisire questa consapevolezza indossare sobriamente un bel vestito, la compostezza, l’ordine esteriore, l’evitare distrazioni come per esempio il cellulare…»


Sia il reverendo Tom Eggebeen che Don Primo Poggi sostengono che consentire l’ingresso dei cani a Messa contribuisca a fare riavvicinare fedeli lontani… lo crede possibile?

«Oggi se ne sentono e sen ne vedono di tutti i colori, quindi la cosa non mi meraviglia. Purtroppo questi episodi mostrano chiaramente che anche alcuni sacerdoti hanno perso la piena consapevolezza di che cosa sia il Santo Sacrificio della Messa».


Qualcuno ha sottolineato che i cani “non disturbano” … come risponderebbe?

«Perché la gente tragga le conclusioni, bisogna che capisca le premesse. Si tratta di iniziare una nuova catechesi liturgica, nella prospettiva di ciò che il Papa ha chiamato “ermeneutica della continuità”: bisogna riscoprire il senso del sacro e confutare la riduzione della Messa a momento di animazione conviviale».


Alcuni sacerdoti e fedeli per giustificare la presenza dei cani durante la messa citano l’amore di San Francesco o San Rocco nei confronti degli animali

«I santi la cui vita è in qualche modo legata con gli animali sono molti di più dei due o tre esempi conosciuti da quasi tutti, basti pensare a Biagio, il cane misterioso che venne più volte in aiuto di San Giovanni Bosco, a San Pacomio, che attraversò il Nilo sulla schiena di un coccodrillo, o a San Felice, che venne salvato da un ragno che tessendo una tela all’imbocco della caverna nella quale si era rifugiato, aveva fatto in modo che non venisse raggiunto dai suoi persecutori. Tuttavia è bene sottolineare che nessuno di questi santi è conosciuto per aver fatto partecipare un animale a un rito sacro. Invece è interessante la spiegazioni che alcuni Padri danno circa il fatto che molti santi sono stati aiutati da animali feroci, o li hanno potuti ammansire. Un santo, con una lunga vita di penitenza e con lo sviluppo della carità, ricostruisce una sorta di microcosmo simile alla condizione dell’uomo prima del peccato originale: nel Paradiso terrestre tale era la signoria di Adamo e d Eva su tutto il creato, che nessun animale avrebbe mai attaccato l’uomo, ma l’avrebbe solo servito ed aiutato».


fonte: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-una-messa-da-cani-3735.htm

Benedetto XVI porta avanti il suo impegno costante da Pontefice. Che è quello di riportare i fedeli, la Chiesa e il mondo a Dio. Un impegno evangelico




L'uomo è colpevole dell'eclissi di Dio

Benedetto XVI ammonisce l'Europa
La crisi è più morale che economica


Andrea Gagliarducci

"Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità".

Comincia da queste parole del profeta Isaia il grido di dolore di Benedetto XVI per quello che è il mondo di oggi, fatto di città "anonime" dove "Dio sembra assente, e l'uomo l'unico padrone, come se fosse lui l'artefice e il regista di tutto".

Ed è lì che si sperimenta il senso dell'abbandono da parte di Dio. Perché in questo mondo "che appare quasi perfetto", poi "accadono cose sconvolgenti, o nella natura, o nella società, per cui noi pensiamo che Dio si sia come ritirato, ci abbia, per così dire, abbandonati a noi stessi. In realtà, il vero 'padrone' del mondo non è l'uomo, ma Dio. Il Vangelo dice: 'Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati'". È l'inizio dell'Anno Liturgico, prima domenica di Avvento. Fino a Natale, i paramenti dei sacerdoti saranno viola.

E Benedetto XVI porta avanti il suo impegno costante da Pontefice. Che è quello di riportare i fedeli, la Chiesa e il mondo a Dio. Un impegno evangelico, prima di tutto. Un impegno che cozza con la sofferenza del mondo. Una sofferenza che per Benedetto XVI viene direttamente dall'eclissi di Dio, messa in atto dall'uomo stesso. Lo aveva sostenuto quando ancora non era Papa. Nucleo centrale della sua riflessione è l'Europa, che ha messo da parte la sua identità, la sua fede. E che oggi deve fare i conti con una crisi che è morale, prima che economica, come ha affermato più volte il Papa.

Lo ha ribadito sabato, all'incontro con la plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici. "A volte - aveva detto - ci si è adoperati perché la presenza dei cristiani nel sociale, nella politica o nell'economia risultasse più incisiva, e forse non ci si è altrettanto preoccupati della solidità della loro fede".
Servono cristiani autentici.

Per questo in Germania a settembre, e il mese dopo ad Assisi, aveva elogiato gli "agnostici" che "a motivo della questione su Dio non trovano pace" e "sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli di routine". Serve, insomma, una Chiesa più libera per credere in Dio.

Una crisi che si ritrova anche nella preghiera di Isaia. La quale - dice Benedetto XVI - "sembra rispecchiare certi panorami del mondo postmoderno: le città dove la vita diventa anonima e orizzontale, dove Dio sembra assente e l'uomo l'unico padrone, come se fosse lui l'artefice e il regista di tutto: le costruzioni, il lavoro, l'economia, i trasporti, le scienze, la tecnica, tutto sembra dipendere solo dall'uomo". È da questo mettere l'uomo al centro, e Dio da parte, che accadono le cose sconvolgenti, che fanno sperimentare "il senso dell'abbandono da parte di Dio". Non è la prima volta che Benedetto XVI fa questa riflessione. In Polonia, in visita ad Auschwitz, nel 2006 aveva chiesto: "Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?". Ed anche lì, la risposta si trovava alla radice: "Volevano uccidere Dio".

© Copyright Il Tempo, 28 ottobre 2011

domenica 27 novembre 2011

Vespri d'organo nella Cattedrale di Pistoia

Vespri d’Organo

Cattedrale di San Zeno
Pistoia

all’organo Costamagna 1969 (coro dei Canonici)

Anna Picchiarini
Accademia d’Organo Giuseppe Gherardeschi”

Domenica 4 dicembre 2011
ore 17






Programma

Johann Sebastian Bach (1685-1750)
Preludio e fuga in do maggiore BWV 547
Nun komm’ der Heiden Heiland BWV 659


Lettura

César Franck (1822-1890)
Prière


Magnificat

Johann Sebastian Bach - Ulisse Matthey (1876-1947)
Ciaccona (dalla Partita II - BWV 1004)
Elaborazione per organo di Ulisse Matthey (1876-1947)






ANNA PICCHIARINI, diplomatasi in pianoforte, si è successivamente diplomata anche in Organo e Composizione organistica al conservatorio “G.B. Martini” di Bologna sotto la guida di Umberto Pineschi. Ha seguito corsi di perfezionamento di organo, clavicembalo e basso continuo con docenti di fama internazionale tra cui Klemens Schnorr,Ludger Lohmann, Peter Westerbrink. È attiva in campo concertistico come solista e in duo con strumenti e cantanti, sia in qualità di organista sia di pianista. Ha fatto parte del programma “Italia in Giappone 2001” tenendo, come organista solista e come pianista ed organista nel Trio Mabellini, una serie di otto concerti in Giappone (Tokyo, Yokohama, Fukui, Nagoya, Shirakawa, Ghifu, Osaka e Kyoto). Ha vinto il secondo premio (primo non assegnato) al Concorso Organistico
Nazionale 2002 di Battipaglia. È prima assistente organista della basilica Cattedrale di Pistoia. Insegna Armonia complementare alla Scuola Comunale di Musica “T. Mabellini” di Pistoia, dove è anche pianista accompagnatrice.

sabato 26 novembre 2011

Pistoia: conferenza sulla Tradizione



L’Associazione Madonna dell’Umiltà e la parrocchia dello Spirito Santo invitano,

Venerdì 09 Dicembre alle ore 21:15,
presso i locali della parrocchia dello Spirito Santo di Pistoia,




alla conferenza di Padre Serafino M. Lanzetta, FI,
docente dell'Istituto Teologico "Immacolata Mediatrice",

che interverrà sul tema:

«Tradizione: vita e giovinezza della Chiesa».


Il relatore illustrerà il significato della Tradizione apostolica nella Chiesa, un argomento trascurato e addirittura travisato, infatti
“Uno dei tabù post-moderni più insidiosi, - afferma Padre Lanzetta - dal quale fino a qualche anno fa bisognava necessariamente emanciparsi nella Chiesa, è stato il lemma “Tradizione”. Il rischio, sempre ricorrente, è quello di emanciparsi però non solo da uno slogan, da una parola, per coniarne una nuova, ma dalla Chiesa stessa, che dalla Tradizione è strutturata e della Tradizione vive”.

venerdì 25 novembre 2011

Umiltà nella preghiera





di Augustin Guillerand, certosino

Pater noster è la preghiera perfetta e la perfetta espressione della vita religiosa. Il Padre è senza dubbio Colui che dona tutto, ma è pure Colui che è. Egli dona perché Egli è ciò che Egli è. In questa parola "Amore" tutti gli splendori della creazione sono radunati; bisognerebbe vederli allorché la pronunciamo; bisognerebbe con uno sguardo rapido rappresentarsi queste creature innumerevoli, di cui non conosciamo che un'infima parte, e che ci incantano o ci abbagliano, che presuppongono tanta saggezza e potenza; bisognerebbe adorare queste perfezioni in Colui che nel fondo delle nostre anime si dona, ci costituisce, ci comunica tutto ciò che noi abbiamo d'essere e di vita. Allora noi ci terremmo ai suoi piedi, davanti al suo volto, nella verità del nostro nulla che è l’umiltà.

Dio vuole quest'atteggiamento. Non può non volerlo: esso è il punto di partenza di tutta la sua azione in noi, il fondamento dell'edificio che vuole costruire. Egli attende quest'atteggiamento [...].

La vera preghiera è, forse, una cosa molto rara poiché manca questa base necessaria: il porsi alla presenza del divino Interlocutore. Non si sa, non si pensa, non si sente sufficientemente che Egli è lì veramente, che guarda, ascolta, parla, ama e si dona. Troppo spesso Dio non è altro che un semplice pensiero del nostro spirito, che altri pensieri soppiantano. Egli non è il «dolce ospite dell'anima», l'Amico e il Padre.

Prima d'iniziare la preghiera, bisognerebbe dirsi e ridirsi intensamente tutto questo, e farlo vivere come si fanno vivere tutte le cose: ponendosi interamente in esse. L'atto di fede, in questo momento, deve essere atto dell'anima e non solamente dello spirito che dice: ciò è. L'anima non dice nulla, si apre, accoglie e si dona, si lascia possedere e invadere, diviene ciò che dice. Allora Dio è presente a lei, come lei è presente a se stessa. [...].

Amo ripetere che Dio è grande, che è tanto Signore quanto Padre, che ogni eccellenza è in Lui, che tutte le perfezioni riunite e dilatate all'infinito non esprimono la ricchezza unica e piena del suo essere, che tutta la vita passata a contemplare questo mistero, a meditarlo, ad approfondirlo, a ricercare nella sua opera le immagini che possono darne un'idea, ci lascia lontano, molto lontano, infinitamente lontano dalla realtà; che Egli è sempre al di là, molto al di là di tutto ciò che noi possiamo esprimere o concepire.

Da qui l'umiltà. Davanti a questa immensità che oltrepassa tutti i tempi, tutti i luoghi, tutti gli esseri, tutte le loro qualità e le loro perfezioni, il piccolo minuto che io ho da vivere, il piccolo spazio che occupo, i limiti del mio essere e della mia attività contro cui urto ad ogni istante, l'esperienza della mia debolezza, del mio nulla, si afferma, prorompe, mi pone al mio posto, mi fa piccolo, nel mio nulla che Egli fa essere.

Se a ciò si aggiunge il pensiero delle mie colpe, se vedo questo nulla che si oppone a Colui che è, che osa insorgere contro di Lui, o -ciò che è forse peggio- Lo tratta con indifferenza e che si comporta con Colui che è come se non fosse, io mi sento in un abisso.

Ma questo abisso è la mia salvezza, se io lo riconosco! «Colui che si umilia sarà esaltato», dice la Verità fattasi uomo. «Dio -dice san Giacomo- si drizza contro l'orgoglio e l'abbatte; ma riversa la sua grazia su coloro che si fanno piccoli». [...].

Questo sguardo di Dio sull'anima che si fa piccola di fronte a Lui, questo sguardo che è comunicazione di Luce eterna e di Amore infinito, quale dolcezza e forza è nella preghiera! Questo sosteneva la Cananea ai piedi del Salvatore e il centurione alla ricerca di un miracolo. Gesù si arrendeva alla loro supplica che gli strappava a viva forza il prodigio e la sua estatica ammirazione.

L'umile che prega si presenta con la forza di attrazione del vuoto per l'Essere che vuole riempirlo. Nessuna resistenza da abbattere, nessuna presenza da eliminare, nessuna trasformazione da operare. Non vi è che da entrare, prendere il posto, rispondere a un'attesa e colmarla. «Dio è infinitamente liberale -dice Guglielmo d'Auvergne -. Dio ama donare secondo ciò che è; niente gli piace più. Chi gli presenta bisogni da soddisfare, una debolezza da sollevare, dei mali da guarire... lo rapisce».

Fonte: De vita contemplativa, n.11, novembre 2011

La venerazione delle reliquie: il bisogno di vedere e toccare il divino





La sorpresa di chi non ci vuol credere

Qualche giorno fa ho fatto un post a proposito dell'esposizione in Russia della "cintura della Vergine Maria" conservata sul monte Athos. Ora se ne stanno occupando le agenzie di notizie mondiali, come la Reuters. Non si aspettavano niente di simile a quello che stanno vedendo nella ex-atea e miscredente URSS. C'è chi aveva deciso che queste cose non possono più succedere, che la religione non attira, che il secolarismo è inarrestabile e che le chiese devono evolvere, ecc., ecc. Ma "contra factum non valet argumentum".

Le reazioni di più d'un "uomo di chiesa" - ma non le scrivono nei commenti dei blog - sono state alquanto negative e stizzite, del tipo: "ancora con queste storie medievali!", oppure: "mi meraviglio che si perda tempo con false reliquie", o anche: "è una vergogna mostrare nel 2011 certe cianfrusaglie". Altri arrivano perfino a gridare: "Paganesimo!", proprio adesso, con il clima intriso di dialogo interreligioso e con i cortili pieni di gentili, ci vuol una bella faccia tosta.

Ora, a parte la questione - certo non irrilevante - della provenienza della reliquia della cintura mariana, vogliamo soffermarci sul fenomeno e la sua portata. Nessuno può far finta di non essere impressionato dalle immagini che vi allego. Si tratta delle code chilometriche, fino a 12 ore di attesa, per entrare alla cattedrale ortodossa di Mosca per sfilare accanto alla santa cintura.



Non c'è dubbio - anche per parecchie altre conferme - che il culto delle reliquie sia più vivo che mai, almeno tra cattolici e ortodossi, accomunati da questa "fissazione". Culto sempre da purificare dai suoi eccessi e dalle interessate truffe, ma non da sopprimere o negare. Anche perché antropologicamente insito nella religiosità umana: "Vogliamo vedere il Signore!".


Costatazioni

Certo è comprensibile che gli spiritualisti (o illuministi?) di ogni tempo e latitudine rabbrividiscano al sentir nominare queste "superstizioni". E' triste, però, che molti pastori siano a loro volta contagiati dagli stessi pregiudizi, che altro non fanno se non allontanarli dalla comprensione della povera gente. Perché dei famosi poveri stiamo parlando. Non solo dei poveri di denari, ma dei poveri di cultura, dei poveri di attenzioni, anche di attenzioni pastorali. Quelli che non frequentano i gruppi biblici, perché magari faticano perfino a leggere, eppure hanno una grandissima fiducia in Dio e nei suoi santi. Quelli che - può succedere - non vanno a messa, né frequentano la parrocchia, perché non si trovano a loro agio (come i poveri fatti sedere sugli sgabelli ai piedi dei ricchi, di giacobea memoria...) ma affollano i santuari. Pregano e desiderano "toccare la grazia".



Probabilmente è a loro che pensava Gesù Cristo nell'istituire perfino i sacramenti, "segni sensibili della grazia invisibile". La nostra fede si incarna in una religione che è come un corpo animato. Non so se ricordate l'uomo invisibile del mito cinematografico: lo si poteva "percepire" solo dalle orme lasciate oppure quando si vestiva, paradossalmente ricoprendo la sua invisibilità. Bisogna velare per svelare!

Anche la Parola di Dio deve diventare visibile, e così si fece carne in Gesù. Il Dio che discende, si umilia fino a farsi vedere e udire in gesti e parole umane, accessibili a tutti. Anche ai bambini.



Qualche domanda

A quanti non hanno la flessibilità per piegarsi a dare un bacio alle icone che "disegnano" e illustrano la Parola divina, a quanti non hanno la piccolezza di accarezzare un oggetto anche solo attribuito alla Vergine Maria, ma hanno una "fede adulta" chiediamo: perché non ripensare la pastorale e accettare i dati fenomenici, senza combattere la devozione popolare come un nemico della fede intellettuale, cresciuta ed emancipata?

Perché non ripartire dal bisogno religioso di quanti si sono allontanati dalla Chiesa perché non c'è nessuno che parli sintonizzato sulla loro "lunghezza d'onda", come ama dire il prof. Gallagher dell'Università Gregoriana?

Perché non chiedersi piuttosto: "come mai i santi attirano, e attirano fisicamente, quelli che non si smuovono altrimenti?". Che cosa possiamo fare per far scorrere nei giusti alvei questa religiosità, che se bloccata da sbarramenti inopportuni finisce per tracimare e travolgere anche la ragione - come le acque dei torrenti in piena - e troppo spesso ignorata finisce per trascinare la gente semplice a santuari non riconosciuti e sedicenti santoni visionari?

Non vi pare, continuando la metafora, che nella Chiesa di oggi ci sia una specie di "trascuratezza idrogeologica" a proposito dell'esigenza insita nel cuore umano di una religiosità del popolo troppo spesso "tombinata" da quanti hanno voluto sostituirla con qualcosa di più "alto ed elevato"?
Trascuratezza pericolosa, come ci mostrano i dissesti e gli smottamenti di fede a cui assistiamo da troppo tempo.


Fonte: Cantuale Antonianum

mercoledì 23 novembre 2011

L'Eccezione





di Don Enrico Bini
(Oltrefiume, n. 1-2, febbraio 1993 Extra Chorum)


La storia della cultura di questi ultimi secoli può essere vista come il tentativo di espungere il concetto di eccezione, per cui l'orizzonte della natura è l'unico modo di spiegare il senso della vita.

La visione religiosa aperta alla trascendenza postula che l'azione divina non si esaurisca una volta per tutte, ma continui ad intervenire nel tempo.

Questa concezione entra in crisi con la riforma protestante, quando il miracolo è limitato ad un momento preciso della storia della salvezza, e si conclude con il nuovo testamento.

Nella prospettiva cattolica, invece, la possibilità del miracolo, dell'eccezione nei confronti della natura, rimane il punto discriminante nei confronti dei protestanti. Il cattolico, a partire dalla giustificazione del peccatore, che San Tommaso definisce il "finis miracolorum", ha davanti la possibilità di sperimentare la realtà del miracolo.

Basterebbe pensare al grande sacramento dell'Eucarestia che, nella sua sostanza, forza le possibilità logiche della natura con il concetto di transustanziazione.

Non è un caso che Lutero contesti e deformi il concetto cattolico della Messa e del sacerdozio a favore di un loro sostanziale annullamento.

Sul versante filosofico sia il razionalismo cartesiano sia l'empirismo, con prospettive diverse descrivono questo passaggio, negando che vi possa essere un intervento di Dio nella storia. Sintomatico a questo proposito è l'opera di Kant intitolata emblematicamente "La religione nei limiti della ragione".

Il medesimo fenomeno si riscontra nell'evoluzione delle dottrine politiche, la democrazia e la descrizione della concezione dell'uomo, che esclude la possibilità dell'eccezione. Non esiste più posto nelle moderne costituzioni liberali per il diritto divino dei re, che viene sostituito con la volontà della nazione.

L'incomprensione tra il cattolicesimo e larga parte della cultura contemporanea parte da questa contrastante visione della realtà, ossia da un mondo chiuso alla trascendenza e l'apertura alla continua e provvidente presenza di Dio nel mondo, che si concretizza attraverso i segni della sua onnipotenza.

Ecco perché i modelli teologici che a partire dall'inizio del secolo tentarono di rendere compatibile il pensiero moderno con il cristianesimo rischiano di non comprendere l'autentica visione cattolica.

Non si tratta di negare gli aspetti positivi della modernità, ma di cogliere la radice ideologica, che finisce per togliere lo spazio alla fede. Per esempio, il restringimento del campo del miracolo ha portato molti esegeti sulla scia di Bultmann, ad identificare il cristianesimo con le forme del mito.

Se la stessa persona di Cristo non rappresenta un'autentica deroga delle leggi della natura, il cristianesimo rimane svuotato nella sua autentica valenza religiosa, a favore di una generica prassi a favore degli altri.

Questo contrasto di fondo è presente anche oggi e richiede al cristiano un compito nuovo, che molti cristiani non riescono a cogliere. Si tratta dell'arduo cammino della testimonianza cristiana, che oggi si presenta come l'unica alternativa, a patto che il cristiano sia veramente se stesso, senza patteggiamenti e senza compromessi.

Il periodo dell'aggiornamento, se ha avuto un senso, è tramontato per lasciare il posto al vero problema del cristiano: il dovere di manifestare la propria identità. Si tratta per la Chiesa di una situazione inedita, perché la pone in una condizione di minoranza. L'eterogenesi dei fini non poteva essere più clamorosa. Il presente secolo che si era aperto con la prospettiva della conciliazione del cristianesimo con il mondo moderno, si chiude con un bilancio amaro. La storia reale conosce dei vincitori e dei vinti, senza ambigue neutralità, ma è qui che si colloca la certezza del cristiano che spera nel miracolo annunciato da Cristo: "Non abbiate paura, io ho vinto il mondo".

martedì 22 novembre 2011

L'arte di celebrare: cosa significa?






di don Enrico Finotti

I segni del “sacro” ricevono completezza e unità sinfonica nella celebrazione, dove, in mutua connessione, tutti concorrono, con diverse modalità e intensità, ad esprimere e comunicare la realtà del mistero invisibile.

Affinché, tuttavia, questi segni realizzino pienamente il ruolo di “mediazione” del sacro che significano, è necessario siano posti in modo corretto, consono alla natura di ciascuno, e celebrati con autenticità. E’ questo l’intento “dell’arte del celebrare”, che potremo definire come: la capacità di porre i gesti e pronunziare le parole della liturgia in modo corretto, aderendo devotamente con la mente e il cuore ai contenuti delle preci e ai significati dei riti, in un fedele e umile servizio ministeriale. L’educazione all’arte del celebrare è rivolta a tutti nell’assemblea liturgica - sacerdote, diacono, ministri, assemblea nella sua totalità - anche se con gradi e modalità diversi, relativi ai vari ministeri.

L’arte del celebrare prevede, quindi, la compresenza di tre condizioni:

- porre i gesti e le parole, stabilite dalla Chiesa, in modo corretto: occorre conoscere la struttura e la tipologia dei riti, il genere delle preci e delle formule rituali, il significato dei simboli, la tecnica del porgere e del pronunziare, la nobiltà dei movimenti, la qualità dei materiali e delle forme, il senso dei silenzi e le espressioni del contemplare, gli sguardi, l’incedere, il benedire, il genuflettere, l’elevare, ecc. Il riferimento oggettivo ai riti come oggi la Chiesa li ha fissati deve distogliere la prassi da creazioni soggettive, anche riuscite, ma che non interpretano il “sentire” della Chiesa e non rispettano la natura della liturgia come preghiera ufficiale, pubblica e comune della Chiesa stessa. Si deve perciò evitare di imporre gusti personali di alcuni all’assemblea del popolo di Dio.

- aderire ai riti con la mente e il cuore: la corrispondenza interiore al rito esteriore libera dal pericolo di una fredda esecuzione, conferendo ai riti stessi il calore di un’anima orante penetrata dal balsamo della fede viva e della preghiera, animata dallo Spirito del Signore. Tale interiore cor-rispondenza, necessaria nei ministri e nei fedeli, è l’elemento indispensabile che, soprattutto, qualifica la celebrazione come “viva” e partecipata. La “mistagogia”, - come pedagogia che partendo dai riti porta al mistero da essi significato e comunicato - e la spiritualità liturgica, - come educazione spirituale alimentata dalle azioni liturgiche che prepara e sviluppa nel fedele la celebrazione “in spirito e verità” e la sua attuazione nelle opere - sono le vie classiche e indispensabili per portare il popolo di Dio sulle strade della salvezza, così come storicamente si è realizzata e sacramentalmente viene oggi attualizzata dalla liturgia della Chiesa.

- in umile e fedele servizio: vi è una differenza fondamentale fra il modo dell’attore nella drammatizzazione teatrale e il ministero del celebrante nel culto, soprattutto liturgico. L’attore imita gestualmente, nel vestito, nel linguaggio e in ogni altra espressione il personaggio rappresentato; egli è il protagonista che attira l’attenzione totale dei presenti, tutto dipende dalla sua capacità oratoria e professionalità artistica. Il celebrante, invece, opera una sorta di adorante distacco da Colui che rappresenta, pur rendendo presente il mistero in una maniera unica infinitamente superiore ad ogni espressione teatrale di natura psicologica; egli rimane in umile venerazione delle parole e dei gesti di Colui che è veramente il “presente”, e in tal modo e a questo prezzo rimanda al celebrante sopran-naturale e ne rende percepibile la misteriosa presenza che pervade l’assemblea liturgica.

Il celebrante, intimamente unito a Cristo e sacramento vivo del Signore, è tuttavia il primo adoratore del mistero, che per suo mezzo si compie. Egli nel medesimo tempo, agisce “in persona Christi” e offre ai fedeli l’esempio di umile sottomissione colma di venerazione.

Niente è più alieno al celebrare del recitare teatralmente. Il sacerdote, infatti, non è un protagonista, né la sua capacità celebrativa è, fondamentalmente, legata alle sue qualità oratorie ed espressive. La santità, in realtà, diviene la qualifica più consona del celebrante e quella che garantisce in modo più pieno l’arte stessa del celebrare e il suo impatto sui fedeli. Ciò viene dimostrato dalla vita di sacerdoti santi, penetrati dal mistero che realizzano sacramentalmente sull’altare.

“Pertanto il sacerdote, quando celebra l’Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine deve far sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo” (PNMR, n. 60).


fonte: Liturgia Culmen et Fons

lunedì 21 novembre 2011

IL VATICANO II: UN CONCILIO ECUMENICO DELLA CHIESA CATTOLICA. PERCHÉ TANTI ABUSI POST-CONCILIARI?





di Padre Serafino M. Lanzetta FI


La situazione della Chiesa oggi.

La Chiesa oggi vive una situazione più dolorosa di quella del tempo del modernismo. Non si mettono in discussione le verità della fede, ma semplicemente le si ignora, non le si predica più, né le si insegna. Sembrano superate, a volte da una “nouvelle théologie nouvelle”, una novità della novita' per così dire, una teologia rinnovata ma senza più il suo centro nella Divina Rivelazione, quale dono dall’alto da accogliere nella fede e spiegare (il recente Memorandum dei teologi tedeschi, 3 febbraio 2011, ne è un esempio) rimanendo nel solco della Tradizione in cui quella fede è germinata.

Verità come la Santissima Trinità, Cristo Dio e Uomo, il sacrificio dell’Eucaristia, il peccato originale e quello attuale, la distinzione tra peccato mortale e peccato veniale, l’escatologia nei suoi stadi- luoghi ultraterreni: inferno, purgatorio, paradiso, che sono la fede della Chiesa, oggi sembrano non aver più cittadinanza nell’universo della fede cattolica. Non perché sono negate ma perché sono ignorate o trascurate.

C’è una fede che si può benissimo accontentare di altro, di un nuovo divertissement, perché la dottrina della fede cattolica, segnerebbe una certa cesura tra il mondo di oggi e la Chiesa (di prima) – come in questo contesto generale viene definita la Chiesa, che necessariamente deve essere rinnovata con un “dopo”–: dunque la si tace, la si mette in un cantuccio, e per altre vie si cerca un dialogo col mondo; una Chiesa che dialoghi e che non sia poi estranea alla cultura del “non-senso” e del “senza-fondamento” che il mondo d’oggi offre.

Motivi di dissapore dopo circa un cinquantennio di ricezione conciliare. Tante delusioni presto si affacciarono; in primis all’uscio di coloro che furono protagonisti ed artefici del Concilio Vaticano II. Lo stesso Paolo VI si vide amareggiato, lui che aveva confidato nel Concilio fino alla fine, conducendolo con grande patema d’animo e caricandosi giornalmente dei suoi progressi e, a volte, dei suoi compromessi. Ne venne un inverno che mise in fuga quegli incerti bagliori del mattino: i raggi di sole non mancarono ma la notte presto portò ogni cosa al suo muto dolore. La Chiesa si vide come scissa nel suo intimo tra una schiera di sostenitori del progresso dogmatico a scapito della fede, cavalcando talune dottrine, rese volutamente equivoche dagli interpreti, e una schiera di pavidi difensori, in fondo, della Chiesa che non poteva semplicemente adattarsi al mondo: era il mondo che doveva adattarsi a Cristo. Tra le dottrine che emersero per il loro portato di svolta epocale, ma che a ben guardare erano già presenti nella riflessione teologico-sistematica, e nel magistero precedente furono annoverate, ad esempio, il sacerdozio comune dei fedeli. Per dire che il sacerdote era uno come gli altri, che tutti celebravano e la Messa era un ritrovarsi insieme per la “santa cena”.

L’ecumenismo, che avrebbe ormai inaugurato l’ingresso della Chiesa cattolica nell’arena delle chiese e delle comunità cristiane per disputare insieme un nuovo modello ecclesiale, una sorta di nuova veste che stesse comoda un po’ a tutti. Si disse che anche la Chiesa era in cammino. Il Concilio fu visto come una via al dia- logo, sarebbe stato pastoralmente il Concilio del dialogo – la Chiesa prima non aveva mai dialogato? – per arrivare ad un soluzione che non offendesse certo il dato dogmatico ma che non promanasse univocamente da esso, che lo lasciasse per il momento al di fuori, altrimenti avrebbe trovato sempre la strada sbarrata. Küng esultò in questo Concilio, ma quando il Magistero successivo ne confermò unicamente la sua cattolicità (non poteva essere altrimenti), se ne amareggiò anch’egli, divenendo poi l’intrepido difensore dell’eterodossia.

Il dialogo interreligioso che muoveva dal riconoscimento di alcuni elementi di verità presenti nelle religioni per sviluppare daessi un annuncio improntato alla missione, fu in larga parte visto come il momento dell’ingresso del divino nella storia religiosa mediante il Concilio e l’opportunità, quindi, di lasciare le religioni nel loro status perché in qualche modo vie di salvezza possibili. Ancor più in ribasso per la religione stessa fu quella visione etico-mondiale della religiosità, che vedeva nei valori condivisibili il legame per un dialogo rispettoso e umano. La salvezza era divenuta irrilevante.

Il Vaticano II visto da due angolature: il mondo moderno e la pastoralità

a) Quale modernità?

Una prima domanda per verificare le intenzioni del Concilio ed analizzarle alla luce della storia del pensiero, va mossa dal punto di vista più strettamente filosofico. Il Vaticano II vuole il dialogo con il mondo moderno e necessariamente con la filosofia che lo aveva inaugurato. Il mondo moderno o meglio la modernità, però non era un unicum: si delinea in modo preponderante come problematica gnoseologica, «la quale a sua volta è incentrata sul come interpretare la fede (certezza dell’invisibile): e questo è l’elemento assolutamente nuovo della filosofia moderna rispetto all’antica (non rispetto a quella medioevale). La novità della modernità sta nel suo carattere cristiano e allo stesso tempo critico»1. Ma in sé non si presentava come fenomeno unitario. Lo scetticismo fontale di Cartesio, seguito dagli empiristi britannici (Hume, Locke, Berkeley) non lo si ritrova ad esempio in Pascal, C. Buffier e in Giambattista Vico, che invece erano suoi forti oppositori. Non c’era un confronto moderno tra cristiani e atei, ma tra un modo trascendente di conoscere e un modo immanente, entrambi radicati nella fede, ma in quest’ultimo caso, cancellando l’apporto di un Dio creatore e di una metafisica dell’essere per ripiegarsi solo sul fenomeno. L’errore teologico è consistito nel ridurre la modernità ad un razionalismo e ad un volontarismo, in contrasto con la cristianità, cercando vie parallele o alternative di dialogo. Emblematico fu il caso Rahner, che si sforzava di trovare una via per unire Kant con Heidegger attraverso Hegel, fino a ricondurli, in ultima analisi, a dei san Tommaso vestiti con i panni nuovi della modernità. Questo non ha funzionato. Infatti, «l’aver immaginato – scrive Livi – un interlocutore del dialogo effettivamente inesistente – la “filosofia moderna” come costitutiva del “mondo”, in opposizione dialettica del cristia- nesimo – è stato l’errore propriamente teologico di quei pensatori e di quelle scuole di pensiero che derivano dal modernismo cattolicodi fine Ottocento e riprendono vigore nella seconda metà del Novecento»2 .

b) Pastorale e aggiornamento. Una pastorale per l’ecumenismo?

I due termini si richiamano a vicenda: il concilio fu voluto come pastorale e la parola “aggiornamento”, in realtà impiegata da Giovanni XXIII per il rinnovamento del Codice di Diritto Canonico (allocuzione del 25 gennaio 1959) fu in qualche modo l’anima dello stesso Concilio. Il Vaticano II non volle definire nuovi dogmi, ma esporre la dottrina di sempre per raggiungere gli uomini di oggi. Aggiornamento fu inteso presto come avanzamento della dottrina e sua nuova comprensione ma con un linguaggio nuovo, pastorale e non dogmatico o definitorio. Pastorale in realtà, inaugurò un nuovo porsi dello stesso Magistero solenne della Chiesa per annunciare la dottrina senza necessarie denuncie degli errori e sen- za condanne; un annuncio che presto diventerà nel sentire di molti conciliante (come per la Scuola di Bologna), inaugurante una nuova conciliarità e quindi una nuova epoca della Chiesa: quella del confronto e dell’andare verso l’altro non cattolico. Pastorale avrebbe fatto progredire la dottrina della fede ma evidentemente senza troppe preoccupazioni riguardanti il dogma. Così si delinearono visioni pastorali equivoche e contraddittorie: ma fu questo ambito teologico, risultante dal rifiuto degli schemi scolastici preparatori, che lasciato in una sorta di genericità, causò poi, dissapori ed a- busi. Diversi autori si espressero sulla pastoralità del Concilio. Riportiamo le posizioni più rappresentative e più emblematiche per notare la complessità del lemma e il suo prestar il fianco alla equivocita':

1. Y. Congar: «Il pastorale non è meno dottrinale, ma lo è in un modo che non si limita a concettualizzare, definire, dedurre e anatomizzare: esso vuole esprimere la verità salvifica in modo da saper raggiungere gli uomini d’oggi, assumere le loro difficoltà e risponde- re alle loro domande»3. É. Mahieu, su questo passaggio appena citato, annota: «Su questo Congar si scontrerà ben presto con uomini come il cardinale Ottaviani o padre Tromp, per i quali la pastorale è, come l’ecumenismo, una questione puramente pratica, riservata ad altri organismi»4.

2. K. Rahner: «Se la prassi è vista solo come concretizzazione di certe “idee” in un materiale spazio-temporale, che ri- mane indifferente, allora anche la T. P. può essere compresa come la direttiva per l’esecuzione dei contenuti della rivelazione, cioè della teologia dogmatica e della teologia morale, dati appunto come idee. Ma se questa concezione di fondo vienecontestata da un’antropologia profana e da una migliore comprensione della rivelazione, intesa come storia, allora la teologia pratica, anche se teorica, non sarà più vista come originata dalla teoria teologica»5. Per Rahner la pastorale sarà il metro della teologia e il pertugio per l’ingresso della categoria “storia” nel dato rivelato: così la fede sarà meglio comprensibile con la storia, o meglio sarà la storia a far comprendere meglio la fede in quanto originante la riflessione teologico-pastorale.

3. Card. G. Siri: «I concetti di pastoralità e di ecumenicità, che hanno un significato chiaro ed eccellente esprimendo qualità e finalita' degne, sono stati usati in modo da costituire: a) l’equivoco ombra del Concilio; b) Lo strumento probabilmente sleale per eli- minare o spingere schemi a seconda di determinate posizioni teologiche, le quali nulla avevano a che fare con la pastorale e colla volontà di unione (ecumenismo)»6

4. Scuola bolognese: Alberigo non nasconde che la categoria “pastoralità” poteva essere fraintesa. Scrive: «Il gesuita Tromp fu particolarmente perentorio affermando che si parla di un uomo moderno che non esiste. Si vuole essere “pastorali”. Ma il primo dovere pastorale è la “dottrina”. Marcel Lefèbvre non negava che la caratteristica di questo concilio fosse proprio quella pastorale. Questa sarà un’idea di cui progressivamente si impadronirà anche la minoranza, ma per negare dignità dottrinale al Vaticano II, interpretando quindi la pastoralità in un senso molto diverso da quello inteso da Giovanni XXIII»7. Ma sarà lo stesso che dirà: «La “pastoralità” ha messo in discussione anche l’ecumenismo “dottrinale”, sollecitando un’impostazione globale della ricerca dell’unità. È la concezione stessa dell’unità che trova nella visione pastorale del cristianesimo un impulso a disegnarsi in termini articolati e flessibili. Il superamento dell’egemonia della “teologia” appare oggi equivalente al su- peramento dell’egemonia del “giuridismo”, e come quella gravi- da di complesse e ricche conseguenze»8.

5. Card. G. Biffi: «La ragione sorgiva e sintetica di questi indirizzi era il proposito dichiarato di mirare a un “concilio pastorale”. Tutti, dentro e fuori l’aula vaticana, si mostravano contenti e compiaciuti di tale qualifica. Io però, nel mio angolino, periferico, sentivo nascere in me, mio malgrado, qualche difficoltà. Il concetto mi pareva ambiguo, e un po’ sospetta l’enfasi con cui la pastoralità era attribuita al Concilio in atto: si voleva forse dire implicitamente che i precedenti concili non intendevano essere “pastorali” o non lo erano stati abbastanza? Non aveva avuto rilevanza pastorale il mettere in chiaro che Gesù di Nazaret era Dio e consostanziale al Padre, come si era definito a Nicea? Non aveva avuto rilevanzapastorale precisare il realismo della presenza eucaristica e la natura sacrificale della Messa, come era avvenuto a Trento? Non aveva avuto rilevanza pastorale presentare in tutto il suo valore e in tutte le sue implicanze il primato di Pietro, come aveva insegnato il Concilio Vaticano I? [...] c’era il pericolo di non ricordare più che la prima ed insostituibile “misericordia” per l’umanità smarrita è, secondo l’insegnamento chiaro della Rivelazione, la “misericordia della verità”; misericordia che non può essere esercitata senza la condanna esplicita, ferma, costante di ogni travisamento e di ogni alterazione del “deposito” della fede, che va custodito»9.

Come si vede, questo lemma “pastoralità”, che designò la natura e il fine del Concilio, non trovò una strada univoca nella sua esecuzione e nella seguente interpretazione dei teologi. Le buone intenzioni e gli auspici di Giovanni XXIII dovettero fare i conti con un Concilio che nel suo interno fremeva per un cambiamento significativo. Non si può pertanto trascurare questo dato per rendersi conto della posta in gioco: la dottrina è divenuta pastorale col Concilio? Il Concilio avallava il progresso pastorale della dottrina? No, non lo poteva. Se la dottrina, molto spesso, si è allontanata dalla retta fede e questo in nome del Concilio, ciò non è imputabile al Concilio stesso, ma al lemma “pastorale”, lasciato in una sorta di ondeggiamento, letto in modo volutamente ambiguo e surrettizio rispetto alla perenne Tradizione della Chiesa.

Ora, se pastorale significa applicazione pratica dei principi di fede, dobbiamo leggere il Concilio, nel suo insieme, come una proposta omiletica per il tempo nuovo, già però diverso da quello presente al Concilio. Se pastorale, invece, significa progresso della dottrina della fede senza il grattacapo di pronunciamenti dogma- tici definitivi, allora possiamo sempre obiettare che ci si trova dinanzi ad un errore metodologico d’approccio: la pastorale promana dalla dogmatica e mai viceversa, altrimenti si corre il rischio – in alcuni autori lo si è già corso – di introdurre la categoria “storia” nell’impianto soprannaturale e misterico della fede. Tutto allora diverrebbe. Anche la fede. E la misericordia verso l’errante si tra- sformerebbe – già purtroppo si è verificato – in una misericordia verso l’errore, senza più il coraggio e la forza di denunciarlo.

c) Un Concilio pastorale: né dogmatizzazione, né liquidazione. Ma distinzione.

Il Vaticano II è un concilio legato soprattutto al tempo, in ragione della sua richiesta fontale d’apertura e di dialogo con la cultura, col mondo in quanto tale, con i cristiani, con le altre religioni. Pastorale, ancora, fu letto da diversi teologi come “svolta epocale”: si pensi soprattutto a Chenu a Congar e a Rahner. “Pastorale” sarebbe assurto a cerniera tra storia (nuova) e dialogo nella fede. La definizione che il Vaticano II dà di se stesso, soprattutto grazie a Giovanni XXIII, è emblematica e ci preserva da due eccessi: una dogmatizzazione del Concilio perché concilio ecumenico, e di conseguenza un’infallibilità attribuitagli in toto in quanto concilio, e dall’altra, il rigetto sic et simpliciter delle sue “dottrine nuove” perché scostantesi dalla Tradizione viva della Chiesa.

Le sue dottrine vanno inquadrate in un contesto piu' ampio, che è la natura e il fine stesso dell’Assise, i quali caratterizzeranno il tenore dei documenti, anche lì dove il Concilio insegna una dottrina che effettivamente segna uno sviluppo dogmatico (si pensi alla sacramentalità dell’episcopato: LG 21) o quando reitera il Magistero appellandosi ai Concili precedenti o alla stessa Tradizione della Chiesa, o quando insegna una dottrina nuova (o una prassi, soprattutto in materia di ecumenismo, di libertà religiosa e di dialogo interreligioso). Si pensi al problema della duplicità delle fonti, la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione.

Il Magistero precedente aveva indicato le due fonti con un et-et, superando la proposta del partim. Il Vaticano II non lo nega, ma tenta una sintesi per ovvi motivi ecumenici, che rientravano nel suo disegno pastorale generale. Dei verbum 9 tenta l’unificazione quando dice: «esse (Scrittura e Tradizione) formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine», ma a conclusione dello stesso numero riprende il Concilio di Trento e afferma la venerazione di entrambe con pari sentimenti di pietà (dunque la distin- zione). Si potrebbe però chiedere: è affermato chiaramente che la Tradizione è anche costitutiva della fede e non solo interpretativa?

La Tradizione del Vaticano II è solo la predicazione apostolica? Altrimenti, si corre sempre il rischio di fare delle due una sola cosa, come risulta da diversi manuali post-conciliari, che hanno semplicemente inglobato la Tradizione nella trasmissione delle Scritture. Qui il Concilio lascia la questione aperta (particolarmente quanto all’insufficienza materiale della Scrittura: non sono contenute in essa tutte le verità rivelate da Dio) e fa solo un riferimento alla precedenza della Tradizione sulla Scrittura quanto al Canone dei Libri sacri (cf. DV 8). Evidentemente, si richiede l’ausilio dei Concili dogmatici precedenti e non si può far iniziare l’insegnamento sulla divina Rivelazione partendo dal Vaticano II (anche perché qui fu rifiutato in modo compatto lo schema De fontibus). Per Congar si potrebbe solo dire, lasciando aperta la questione della Traditio costitutiva, che «non tutto nella dottrina cattolica si può provare in modo sufficiente con la Scrittura» (No- ta, De habitudine inter Traditionem [apostolicam] et S. Scriptura).Questa sarà la visione ufficiale che si imporrà nella discussione conciliare, seguita anche dal P. U. Betti, uno dei protagonisti principali nella redazione della Dei Verbum.

In sintesi, ecco il pensiero del Betti, circa il valore dommatico della Tradizione, portatrice della Rivelazione e potenzialmente inerente ad ogni sua manifestazione, ma effettivo solo quando la Chiesa, fondandosi su di essa, propone una verità come divinamente rivelata: «Il Concilio indica – dice – soltanto due casi del genere: il canone dei libri sacri e l’interpretazione della Scrittura. Pur non escludendo che possano esserci anche altri casi, si è deliberatamente astenuto dallo stabilire un principio generale al riguardo»10. Qui si potrebbe ancora chiedere: non sarebbe stato più agile se il Concilio si fosse pronunciato proprio su questo, dirimendo l’annosa questione dell’insufficienza materiale della Scrittura? Il Concilio accantonò la questione per motivi pastorali? Non ci troviamo però di fronte ad un certo ridimensionamento del dato già acquisito dalla fede cattolica?

Il problema ermeneutico del Vaticano II.

Il Vaticano II non è pertanto un unicum. Bisogna in esso distinguere il tenore magi- steriale fontale che è pastorale, dai documenti stessi, che sono 16 e sono tripartiti in costituzioni, dichiarazioni e decreti, con valore magisteriale differente. Una dichiarazione non ha valore dogmatico pari ad una costituzione e le stesse costituzioni non sono magisterialmente omogenee: una costituzione pastorale non può essere equiparata ad una dogmatica. Nel Concilio perciò bisogna distinguere frequentemente e leggere i nuovi insegnamenti non come un’assoluta novitas – il Concilio stesso non lo desiderava – ma come uno sviluppo della dottrina della Chiesa, il quale prima di ascendere al grado dell’infallibilità, quando non definitivo, passa necessariamente per gli stadi intermedi della proposta ordinaria: infallibile solo quando reiterata, aggan- ciata perciò al patrimonio perenne della Fede.

Il problema del Vaticano II non sono principalmente le sue dottrine nuove, ma il modo di leggerle e di capirle. Si esige perciò, a priori, un giusto criterio ermeneutico, in ragione del fatto che il Concilio sposa un metodo discorsivo e dialogico e non definitorio. Non è sempre facile distinguere quando il Concilio dichiara una dottrina definitiva, quando invece si esprime a modo di allocuzione o di semplice insegnamento omiletico. Una scarsa chiarezza espositiva – ciò che da alcuni teologi sarà letto come una certa compromissione del testo stesso – e la stessa assenza di canoni con cui viene formulata la dottrina, ci spingono ad essere cauti nella lettura del Concilio. Solo la perenne Tradizione della Chiesa è la chiave giusta d’approccio: una Tradizione viva perché principiante dagli Apostoli e perché dinamica secondo uno sviluppo omogeneo. La Tradizione è presente anche nel Concilio a cui si fa ripetutamente riferimento, ma non è abrogata, perché il Concilio stesso non ne era capace: la Chiesa, con la sua vita, è prima del Concilio, di ogni concilio.

Conclusione.

Il “Vaticano II” è un tema scottante e molto delicato. L’approccio richiede che si parta da un presupposto forse ancora previo a quello sopra enunciato: un grande amore alla Chiesa. L’amore ci fa capire meglio e ci fa distinguere, ma mai calpestare o rigettare quanto è cattolico ed apostolico. Ciò che è da rifiutare nettamente è la conciliarità che, al dire della Scuola bolognese, il Vaticano II avrebbe inaugurato. Una sorta di precedenza del Concilio sulla Chiesa e sulla stessa fede: un neo- conciliarismo, un modo nuovo di dirsi Chiesa oggi, rinnegando la Chiesa di prima, chiusa e inetta dinanzi alle sfide del mondo. Se Alberigo avesse ragione allora dovremmo dire che il Vaticano II ha segnato un fallimento: dopo più di quarant’anni la Chiesa non è diventata più bella e più splendente, si è invece mondanizzata, secolarizzata. Il mondo l’ha in parte trasformata in una logica del mondo. Probabilmente il concetto di “mondo” assunto da Gaudium et spes era stato epurato dei connotati più fastidiosi, ma ancora presenti nel Vangelo di Giovanni. Cristo è ancora segno di contraddizione.

Quello che non può non stare a cuore ad ogni figlio della “Cattolica”, come direbbe sant’Agostino, è il ritrovarsi figli, umili e devoti, intorno all’unica mensa della Madre Chiesa e dei suoi 21 Concili. Dobbiamo necessariamente trovare una via per realizzare l’unità e questa via non può che passare attraverso una vera ermeneutica del Vaticano II.

1 A. LIVI, Teologia, filosofia e magistero nella dottrina e nelle iniziative pa- storale di Giuseppe Siri, in P. Gheda (a cura di) Siri, la Chiesa, l’Italia, Genova 2009, p. 312.
2 Ivi, p. 311.
3 Y. CONGAR, Le Concile du Vatican II. Son Église peuple de Dieu et corps du Christ, in Théologie historique, 71 (1984) 64, cit. in Idem, Diario del Concilio, I, Cinisello Balsamo 2005, p. 46.
4 Introduzione, in Ibidem.5 K. RAHNER, Teologia pastorale, in Dizionario di pastorale, a cura di K. Rahner – F. Klostermann – H. Schild – T. Goffi [per l’edizione italiana, riveduta e ampliata], Queriniana, Brescia 1979, p. 796.
6 Testo dattiloscritto, cit. da A. Tornielli, in P. Gheda (a cura di) Siri, la Chiesa, l’Italia, op. cit., p. 274.
7 G. Alberigo, Le ragioni dell’opzione pastorale del Vaticano II, in Synaxis, 3 (2002) 503.
8 Ivi, p. 508.
9 G. BIFFI, Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Siena 2010, pp. 183-184.
10 U. BETTI, La Rivelazione divina nella Chiesa, Roma 1970, p. 237.



fonte: approndimenti di "Fides Catholica"

domenica 20 novembre 2011

Il rito Latino nella sua forma extraordinaria vede il ripristino del servizio all Altare e quindi degli "ordini minori"

Il Blog Rorate Caeli un paio di settimane fa ha riportato la notizia che alcuni seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP) avevano ricevuto gli ordini minori di Esorcista e Accolito da Sua Eccellenza l'Arcivescovo Pendergrast di Ottawa. Ora altri cinque seminaristi sono stati ordinati Portiere e Lettore.

Gli ordini minori sono di origine molto antica nella Chiesa. Ci sono quattro ordini minori e tre ordini principali, l'ultimo dei quali è il sacerdozio. Così, gli ordini minori segnano passi importanti nella formazione verso il sacerdozio. Ogni ordine minore porta con sé alcune funzioni ad esso proprie che consentono al chierico di partecipare più da vicino nella sacra liturgia.

Oggi, con la Universae Ecclesiae:
31. Soltanto negli Istituti di Vita Consacrata e nelle Società di Vita Apostolica che dipendono dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei e in quelli dove si mantiene l’uso dei libri liturgici della forma extraordinaria, è permesso l’uso del Pontificale Romanum del 1962 per il conferimento degli ordini minori e maggiori.

Secondo la Tradizione della Chiesa:
l'episcopato si identifica nel sacerdozio di Melchisedech e ricorda quello di Aronne
i sacerdoti - presbiteri (anziani) (come i 72 mandati da Gesù) sono come i 70 anziani (i "cohanim" ebraico=cohen è "colui che sta in piedi" davanti e alla guida dell'Assemblea); gli ordini maggiori o sacri (suddiacono, diacono, sacerdote)
tutti gli altri ordini minori (accolito, esorcista, lettore, portiere) si identificano con i leviti, e cioè gli aggiunti gli aiutanti
Fu nel 1972 che Paolo VI (con la Ministeria quaedam) abolì [sospese,ndr] i cosiddetti "ordini minori" (ostiariato, esorcistato -svolto in altre forme -, suddiaconato) e cambiò la definizione stessa degli "ordini sacri" in "ministeri", rendendoli parzialmente accessibili anche ai laici, secondo l'indirizzo del Concilio Vaticano II. Giustificava Paolo VI la sua decisione con queste parole: "Corrisponde inoltre alla realtà stessa e alla mentalità odierna che i menzionati uffici non siano più chiamati ordini minori e che il loro conferimento sia denominato non «ordinazione» ma «istituzione», ed ancora che siano e vengano ritenuti propriamente chierici soltanto coloro che hanno ricevuto il Diaconato."

L'abolizione da parte di Paolo VI degli ordini minori ha cambiato la "scaletta" più esterna del sacerdozio e aggiornato l'ordine-taxis-ordo voluto da Dio per il culto pubblico che è innanzitutto uno ius divinum, modificando il lettorato e l'accolitato, che sono diventati ministeri per far posto ai laici. In questo modo, non solo Paolo VI ha rivisitato il sacerdozio, ma ha inteso dare una nuova immagine di servizio all'Altare, ottenendo però di essere preso troppo alla lettera: l'Altare, col Novus Ordo, si è praticamente ovunque trasformato in mensa... Ecco perché nella Chiesa (e nel mondo) tutto è sovvertito. E il sovvertimento va aggravandosi sempre più: gli abusi e gli arbìtri vanno moltiplicandosi. Non c'è bisogno di essere disfattisti. Basta guardarsi intorno... Non per questo la fiducia (che è Fede, adesione, attenzione amorosa, fedeltà) viene meno, così come non vengono meno la Speranza e l'Attesa... Il Signore è Risorto ed è con noi se rimaniamo in Lui e, quindi, non dobbiamo aver timore di nulla!

Ma le cose stanno così. Chi ha sovvertito e continua a sovvertire la Tradizione sostituendo l'antropocentrismo dell'assemblea al Cristocentrismo del Sacrificio se ne infischia. C'è chi sa ed è connivente. C'è chi non sa. C'è chi minimizza per ignoranza o per incuria o per eccessiva fiducia nell'uomo messo al posto di Dio.

Dunque un adeguamento della Chiesa "alla mentalità moderna" che non solo ha introdotto le figure dei diaconi permanenti cui è lecito amministrare alcuni sacramenti e persino essere sposati (dei preti a metà, insomma). Ma ha anche introdotto quelle figure di zelanti catechisti e affini che amano mettere un piede nello stato clericale, diventando lettori e accoliti.

Cosa ha eliminato Paolo VI? Ha eliminato l'ordine ossia la "classe sacerdotale" cui venivano introdotti i giovani seminaristi attraverso la tonsura. Così il clero stesso si è trasformato ideologicamente in "servizio", visto che tutti i fedeli sono anch'essi sacerdoti. Una riforma che se nelle intenzioni era volta ad eliminare la distanza fra fedeli e clero, e a ridurre gli effetti del clericalismo degli "ordinati", in realtà non ha fatto altro che portare un certo scompiglio nel cattolicesimo, producendo ciò che Benedetto XVI ha definito saggiamente "la clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero".

Con la tonsura è stato eliminato quindi l'ingresso nello stato sacerdotale. Pertanto, fino al diaconato i futuri sacerdoti sono dei semplici laici. La cerimonia della tonsura non consta infatti soltanto del taglio di alcune ciocche di capelli, simbolo della rinuncia al mondo e dell'appartenenza a Cristo. Nel corso del rito i futuri sacerdoti vestono per la prima volta la veste sacerdotale, veste che, se non abbandoneranno il seminario prima della loro ordinazione presbiteriale, resterà la stessa per tutta la loro vita futura.


fonte: http://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2011/11/il-rito-latino-nella-sua-forma.html