sabato 17 settembre 2011

“meno Messe, più Messa”, ma i conti non tornano…


di Mauro Faverzani



«Meno messe, più messa» recitava uno slogan più o meno di trent’anni fa. Di cui oggi si pagano le conseguenze, come testimonia la reazione di una piccola comunità del Mantovano, quella della frazione di San Giacomo di Cavriana, trovatasi di punto in bianco senza il «servizio liturgico domenicale».

L’unica S. Messa, dopo tre secoli, è stata sospesa. «Un vero e proprio sopruso», scrivono i fedeli, che precisano come l’ordine sia giunto dall’alto, «Vescovo in primis e sacerdoti dell’unità pastorale». Senza «alcuna ragione realistica», bensì con un atto definito «autoritaristico», benché sempre più frequente in quella Diocesi: situazioni simili vi sarebbero a Volta Mantovana, Goito e Castiglione delle Stiviere.

Nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da commentare, citando l’Ecclesiaste. Anzi, prassi purtroppo ormai comune in molte nazioni. In Francia, ad esempio, ed il “costo spirituale” lo si vede in termini di frequenza alla S. Messa, con chiese pressoché deserte. Ma anche in Austria, Svizzera, Belgio, Germania, Olanda. In molte parrocchie, specie in quelle di frazioni e paesi, semplicemente manca un sacerdote, che celebri regolarmente. Passa una tantum consacrando le particole, cosicché bastino per settimane o mesi, fino al “prossimo giro”. E lasciando che siano i laici ad assicurare – per quanto possibile e con “acrobazie” spesso scadenti nell’abuso – servizi liturgici e paraliturgici.

Il rischio (ben più che un rischio, in realtà) è il solito: quello di un neo-protestantesimo in salsa cattolica. Andiamo alla fonte: “Vita Pastorale” n. 6 del giugno 2004, nell’affrontare l’argomento, fa riferimento ad un documento, pur discutibile, emanato nel 1984 dalla Cei col titolo Il Giorno del Signore. Ma, così, fa autogol. Perché al n. 32 questo testo lamenta sì il fatto che si moltiplichino «oltre il giusto il numero delle Messe domenicali». Ma cosa dobbiamo intendere con «oltre il giusto»? E poi le frasi van lette intere. E

la Cei parla chiaro: ciò vien detto proprio per non sottrarre i sacerdoti «alla cura delle zone meno ricche di clero» oppure per promuovere «attività» che rendano «più feconda la celebrazione del Giorno del Signore».

Esattamente il contrario di quanto avvenuto invece a San Giacomo di Cavriana. Allora pare che il problema non sia prima di tutto “quantitativo”, bensì “qualitativo”: non mancano ancora – almeno non ovunque – i sacerdoti. È che sempre più vengon chiamati (dal Vescovo, dalle circostanze o dalla propria indole) ad improvvisarsi imprenditori, giornalisti, architetti, guide turistiche, critici d’arte, conservatori e quant’altro. Tutti ruoli assolvibili da un laico, lasciando loro invece la buona, sana cura animarum. Lapalissiano? No, tant’è vero che spesso il “fare” prevale sull’“essere”.

Basta dare uno sguardo ai tanti siti Internet di molte, troppe Diocesi e parrocchie (l’elenco è a disposizione, ma triste e noioso). Vi si legge come «la scelta di diminuire il numero di Messe» intenda dare più «spazio all’annuncio del Vangelo, un maggior decoro celebrativo, una maggiore disponibilità all’ascolto ed alla preghiera». Il che rappresenta una fin troppo evidente contraddizione in termini. V’è chi sostiene anche come ciò dipenda dal tentativo di «favorire una partecipazione più comunitaria alle altre Messe festive». Il che andrebbe bene, se la massa dei fedeli fosse il risultato di una somma algebrica. Il che non è, sono troppo i fattori che incidono. Ed un prete, questo, lo sa fin troppo bene, perché possa realisticamente illudersi del contrario. Non mancano le analisi sociologiche.

Un allarmato parroco “vaticina” addirittura la fine della fede, se le celebrazioni non fossero «un significativo punto di riferimento per i problemi di fondo dell’esistenza umana» e «la condivisione di un progetto di vita». Meglio togliere «doppioni» (vengon definiti proprio così!) o funzioni «concorrenziali», come si legge nel citato testo della Cei. Oppure – come caldeggiano o impongono certi Vescovi – premere sempre più verso le concelebrazioni. Ma il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice come il senso della S. Messa non sia proprio questo. Al numero 1330: il «Santo sacrificio della Messa» vien definito «“sacrificio di lode”, spirituale, puro e santo». In esso «tutta la liturgia della Chiesa trova il suo centro». Numero 1367: «in questo divino sacrificio» è «contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo». Numero 1378: «Nella Liturgia della Messa esprimiamo la nostra fede nella presenza reale di Cristo sotto la specie del pane e del vino». Non si parla di «progetti di vita» o quant’altro, roba da filosofi e sindacalisti più che da preti.

Nel 1994 il beato Giovanni Paolo II nella Grande preghiera per l’Italia disse che al nostro Paese «è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale, innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo». Lo ha ripetuto nel 2006 Benedetto XVI, definendo il nostro come «un terreno assai favorevole per la testimonianza cristiana», «una presenza capillare in mezzo alla gente» con «tradizioni spesso ancora radicate» e tali da portar frutto. Certo, ma lo si ottiene cancellando Messe?

Fonte: editoriale di Corrispondenza romana - 16 settembre

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