sabato 30 aprile 2011

Il Papa buono? È sempre quello morto




di Massimo Introvigne

30-04-2011


Una denuncia è presentata al Tribunale Internazionale dell’Aja contro il Papa per crimini contro l’umanità. Una serie di personalità e organizzazioni omosessuali denuncia le sue parole sull’AIDS e afferma che il Pontefice, mettendo in dubbio l’efficacia del preservativo come mezzo di contrasto alla malattia, è un criminale personalmente responsabile della morte di milioni di africani.

Il lettore penserà che stiamo parlando di Benedetto XVI e delle polemiche seguite alle sue dichiarazioni sul volo che lo portava in Africa nel 2009. La tesi del Papa sul preservativo che non ferma l’AIDS era scientificamente fondata, ma non è questo ora il punto. La denuncia all’Aja fu proposta, in effetti, nel novembre 2004 contro Giovanni Paolo II (1920-2005). È difficile oggi immaginare l’autentica offensiva d’insulti che colpì il Pontefice polacco quando ripeté le condanne contro la contraccezione artificiale e riaffermò che gli atti omosessuali costituiscono un disordine oggettivo, come quando prese posizione contro la teologia della liberazione d’ispirazione marxista. Fu contro Papa Wojtyla che il movimento radicale transnazionale promosse le sue più grandi manifestazioni anticlericali e coniò lo slogan «No Taliban no Vatican». Trasformatisi rapidamente in teologi - ma anche sostenuti da teologi veri, cattolici dell’ala più progressista -, molti esponenti del sistema dei media laicisti c’intrattenevano su come il Papa venuto dalla Vistola, con il suo rozzo anticomunismo, stesse smantellando il Concilio Vaticano II e tramasse nell’ombra per una restaurazione anticonciliare.

E molti rimpiangevano Paolo VI (1897-1978). Papa Montini, si diceva, con la sua sapienza bresciana e democristiana e il lungo dialogo dell’Ostpolitik con l’Unione Sovietica avrebbe evitato le ingenue intemperanze di Giovanni Paolo II. Celebrare Paolo VI significava per molti, ogni volta che Giovanni Paolo II disturbava i manovratori dell’opinione pubblica su temi morali o politici, contestare la vera o presunta «restaurazione» wojtyliana e dare un brivido ai teologi progressisti nostalgici dei (per loro) gloriosi anni 1970. La nostalgia di Paolo VI era sorprendente: contagiava persone che nel 1968, dopo l’enciclica Humanae vitae e la rinnovata condanna della contraccezione artificiale, avevano attaccato Papa Montini con parole raramente usate nel XX secolo contro un Pontefice. Ma Paolo VI aveva soprattutto un grande pregio per i laicisti e i progressisti che attaccavano Papa Wojtyla: era morto. Per i nemici del Papato e del Magistero, infatti, da molti anni il Papa buono è sempre il Papa morto.

Oggi sappiamo - dalle memorie dei più conseguenti animatori della fazione ultraprogressista al Concilio Ecumenico Vaticano II come il vescovo brasiliano Hélder Câmara (1909-1999) - che la contrapposizione del Papa morto al Papa vivo non è un semplice fenomeno psicologico. Per qualche verso, fu studiata a tavolino. Quando apparve chiaro che sugli anticoncezionali, il celibato dei sacerdoti, la guida collegiale della Chiesa e l’ordinazione delle donne la frangia ultraprogressista avrebbe trovato in Paolo VI un ostacolo invalicabile, fu messa in atto una vera e propria strategia per contrapporre a Papa Montini, il Papa «che frenava il Concilio», il mito di Giovanni XXIII (1881-1963), il «Papa buono».

Un Papa molto amato, certo, ma che fu ricordato - sia durante il Concilio, sia ai tempi della polemica sull’Humanae vitae - con chiassose manifestazioni che costituivano un attacco neppure troppo velato al suo successore. Convenientemente, si dimenticava che in materia morale Papa Roncalli non era certamente un progressista, e che nel 1959 aveva approvato e sottoscritto un documento del Sant’Uffizio che dichiarava illecito per i cattolici «dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano».

Nulla di nuovo, dunque, quando vediamo celebrare Giovanni Paolo II come un "Papa buono" per contrapporlo al "Papa cattivo" Benedetto XVI. La logica è sempre quella di opporre il Papa morto al Papa vivo, un escamotage nei cui confronti i cattolici dovrebbero essere ormai vaccinati da decenni. Purtroppo non è sempre così, e ci sono anche oggi cattolici che cadono facilmente in trappola. Le lodi interessate e pelose a Giovanni Paolo II hanno influenzato anche alcuni "tradizionalisti" che - cambiando semplicemente di segno lo schema dei media laicisti - contrappongono il buon «conservatore» Benedetto XVI al cattivo "progressista" Giovanni Paolo II, di cui contestano la beatificazione. Costoro insistono sulla presentazione mediatica del primo incontro di Assisi o sulla politica della distensione con Cuba praticata in una certa stagione dalla diplomazia vaticana, dimenticando completamente le encicliche e i discorsi fermissimi sul piano dottrinale del Papa polacco e il suo contributo decisivo - riconosciuto ormai anche da storici insospettabili - alla caduta dell’impero sovietico.

Che cosa si debba pensare di chi contrappone un Pontefice all’altro allo scopo di creare confusione e divisioni tra i cattolici ce lo insegna Benedetto XVI al numero 12 della sua enciclica Caritas in veritate, con parole riferite a chi contrappone il Magistero sulla politica e l’economia di Paolo VI a quello dei suoi predecessori, e che non valgono solo per la dottrina sociale: «Non contribuiscono a fare chiarezza certe astratte suddivisioni della dottrina sociale della Chiesa che applicano all'insegnamento sociale pontificio categorie ad esso estranee. Non ci sono due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo. È giusto rilevare le peculiarità dell’una o dell’altra Enciclica, dell’insegnamento dell’uno o dell’altro Pontefice, mai però perdendo di vista la coerenza dell’intero corpus dottrinale».

fonte: La Bussola Quotidiana

Perché la preghiera



di Augustin Guillerand, certosino

La parola del divin Maestro ha tutto esplorato e illuminato: il mondo umano così come il mondo di Dio. Del mondo umano ha rivelato il fondo quando ha detto: «Senza di me non potete nulla».

Noi leggiamo ciò senza riuscire a penetrarlo. Il «nulla» ci sfugge tanto quanto il «tutto». «Ciò che noi siamo ce lo nasconde». Noi non vediamo questa particella die ssere, dinanzi e nella Luce del Tutto; noi non confrontiamo le nostre ore di vita, così breve e passeggera, con la sua immutabile eternità; non vediamo il posto che occupiamo nell'universo dinanzi alla sua immensità che supera tale universo infinitamente e che supererebbe miliardi di mondi più grandi del nostro.

Noi dimentichiamo soprattutto che questo essere non ci appartiene. Noi ne riceviamo ad ogni secondo la piccola stilla che Dio vuole donarci; noi non l'abbiamo se non perché Dio ce la dona; appena ricevuta, essa sfugge, ci scivola tra le dita, viene sostituita da un'altra che ci sfugge con la stessa rapidità. Queste piccole goccioline vengono da Lui e ritornano a Lui; esse non dipendono che da Lui. Noi siamo come dei vasi dove Egli versa un istante per creare con Lui un rapporto di dipendenza nel quale il suo Essere si manifesta, viene conosciuto, accolto con amore e glorificato.

La preghiera è il vaso intelligente che conosce, ama, ringrazia, glorifica. La preghiera dice essenzialmente: «Mio Dio, questo istante è tuo, la luce che me lo mostra è tua, l'intelligenza che lo vede è tua, lo slancio del cuore che riconosce ciò e ringrazia è tuo, la relazione vivente che si stabilisce attraverso questo istante è tua; ...tutto è tuo, ...tutto ciò che è in me e tutto ciò che è fuori di me... tutti gli esseri e i loro movimenti, tutto il mio essere e la sua attività... ; senza di te nulla. Al di fuori di te non vi è che il nulla; al di fuori dell'Essere non si ha che ciò che non è». Questo rapporto, profondamente e frequentemente meditato, come m'impressionerebbe! Sento che esso mi pone nella Realtà profonda, nella Verità.

Tuttavia esso non l'esprime interamente. Questo nulla si è drizzato un giorno contro Colui che è; ha voluto farne a meno; ha preferito se stesso a Lui, ha rifiutato di obbedirgli, si è separato da Lui; è diventato il suo nemico; ha distrutto la sua immagine nella città del suo cuore, dove regnava..., e si è posto sul suo trono.[...].

Noi peggioriamo ogni giorno questa situazione già così grave. Ogni colpa personale ce la fa accettare, scegliere, amare, preferire all'unione con Dio. Noi beviamo le colpe come l'acqua; ci immergiamo in esse come per gusto; il flutto si sprigiona da esse incessantemente, ci avvolge, ci trascina, ci rotola come una paglia; ci sommerge. Pensieri, sentimenti, parole, atti, atti positivi malvagi e omissioni innumerevoli riempiono i nostri giorni e le nostre notti [...]. Un focolaio, sempre acceso, di concupiscenza occupa il centro dell'anima, diffonde nelle potenze il suo calore malsano [...].

Le nostre colpe personali ogni giorno aumentano tale peso. Che cosa potremmo sperare senza il soccorso dall'alto, che oppone il suo movimento a tale movimento? Bisogna pregare per ottenere questo aiuto necessario, il perdono dei nostri stessi peccati, le grazie di pentimento che li cancelli, di espiazione che ne offra tutto il prezzo di cui siamo capaci, di carità che ci risollevi. [...].

La preghiera, la sua necessità, la sua grandezza, gl'immensi benefici che essa procura, la sua dolcezza feconda, la gloria che assicura a Dio, il suo ruolo nel mondo... non basta solamente aver letto e compreso tutto questo un giorno, bisogna ritornarvi continuamente, ridirselo ogni momento e viverne […].

Bisogna pregare innanzi tutto perché Dio viva in noi e noi in Lui. Bisogna pregare perché le prove servano a questa vita divina, che è la sola vita vera e il solo vero bene. Persecuzioni, ingiustizie, calunnie, insidie molteplici ai nostri interessi e ai nostri diritti, malattie che abbattono il corpo e dolori che martirizzano la sensibilità: noi possiamo domandare che la bontà di Dio ci preservi da tutto ciò, ma in conformità al suo piano d'amore che è la regola suprema della nostra preghiera.

Orbene, questo piano d'amore ha previsto che la prova ci visiterà, che la pazienza nel sopportarla in unione con Gesù ci sarà fonte eccezionalmente ricca e pura di merito e d'espiazione, che la nostra statura naturale e soprannaturale (questa impossessantesi di quella) vi si cimenterà, e che l'immagine divina, la rassomiglianza col Modello di ogni bellezza risplenderà in noi sotto tali colpi.

La preghiera ci eleva fino a Dio, ci pone dinanzi a Lui, ci trasforma in Lui. In ciò sta la sua essenza e la sua bellezza indispensabile [...]. Un aspetto profondo riunisce tutte queste forme di preghiera: è quel movimento dell'anima che s'innalza al di sopra di se stessa e che vuole fissarsi all'altezza di Dio. Questo movimento è la vita: la preghiera è dunque vita e, al tempo stesso, condizione di vita. Ancora una volta tutto ciò che si può dire o scrivere si riduce a questo... e in questo si conclude.

venerdì 29 aprile 2011

Il vero significato della legge sul celibato sacerdotale. Un dono non un'imposizione


Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici.
A cura del card. Piacenza per l'Osservatore Romano


di GIUSEPPE VERSALDI
Vescovo di Alessandria

Mentre sta tornando di attualità il dibattito sulla tradizione della Chiesa latina, che richiede il celibato a coloro che accedono agli ordini sacri, ritorna anche l'obiezione circa la presunta forzatura da parte della stessa Chiesa, la quale - si sostiene - imporrebbe per legge, a chi è chiamato al presbiterato, il celibato, che è invece un dono (carisma) dello Spirito. Conviene però chiarire bene qual è il significato della norma canonica in questa tradizionale scelta della Chiesa in Occidente.

Tralasciando la questione delle origini apostoliche del celibato legato al ministero sacerdotale - che, peraltro, sono sempre più convincenti - e limitandoci al problema del ruolo della legge canonica, giova riprendere il testo approvato il 7 dicembre 1965 dal concilio Vaticano II con 2.390 voti favorevoli dei padri conciliari (con solo 4 contrari): "Il celibato, che prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto per legge nella Chiesa latina a tutti coloro che si avviano a ricevere gli ordini sacri. Questo sacro Sinodo torna ad approvare e confermare tale legislazione per quanto riguarda coloro che sono destinati al presbiterato, avendo piena certezza nello Spirito che il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della Nuova Legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del sacerdozio di Cristo con il sacramento dell'ordine, anzi la Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza" (Presbyterorum ordinis, n. 16).

Come si vede, il testo conciliare contiene entrambi i termini del problema: conferma che il celibato è un dono dello Spirito, ma anche che nella Chiesa latina esiste per legge il legame tra sacerdozio e celibato, che prima era solo raccomandato. La deliberazione conciliare è stata poi formulata nel nuovo Codice di diritto canonico del 1983, al canone 277 § 1, che recita: "I chierici sono obbligati ad osservare la perfetta e perpetua castità per il Regno dei cieli, per cui sono vincolati al celibato, che è un dono speciale di Dio".

Ma come conciliare i due termini della disposizione così che, da una parte, non sia stravolta la natura del carisma e, dall'altra, possa essere mantenuta la legislazione attuale? In altre parole, cosa stabilisce la legge della Chiesa, dal momento che nessuna autorità umana può imporre il celibato a chi non lo ha ricevuto come dono dallo Spirito? In realtà, con questo legame giuridico la Chiesa d'Occidente, fin dal IV secolo con il concilio di Elvira, non imponeva il celibato a chi non ne era chiamato per dono dello Spirito, ma restringeva l'ordinazione sacra a coloro che erano anche chiamati alla castità perfetta per il Regno. La legge canonica, dunque, non altera il significato del celibato come carisma che viene dallo Spirito, ma limita l'accesso al sacerdozio a coloro che, attraverso opportuno discernimento, sono dotati anche di questo prezioso dono.

A questo punto si potrebbe obiettare che così viene violato il diritto di chi si sente chiamato al sacerdozio senza aver ricevuto la chiamata al celibato. Con Paolo VI va risposto che "la vocazione sacerdotale, benché divina nella sua ispirazione, non diventa definitiva e operante senza il collaudo e la responsabilità del ministero ecclesiale; e quindi spetta all'autorità della Chiesa stabilire, secondo i tempi e i luoghi, quali debbano essere in concreto gli uomini e quali i loro requisiti, perché possano ritenersi adatti al servizio religioso e pastorale della Chiesa medesima" (Sacerdotalis caelibatus, n. 15).

In altre parole, nessuno può dirsi chiamato al sacerdozio senza il discernimento da parte della Chiesa che stabilisce i criteri oggettivi per verificare l'idoneità al sacro ministero. Ne consegue che nella Chiesa latina dal IV secolo fino a oggi, nessuno può dirsi chiamato al sacerdozio, se non è anche chiamato dallo Spirito al celibato. Due sono le conseguenze di questa chiarificazione circa il rapporto tra celibato come carisma e legge canonica che lo esige per la sacra ordinazione: a nessuno viene imposto il celibato per accedere al sacerdozio e nessuno può sentirsi privato del diritto di accedere al sacerdozio se non ha ricevuto anche il dono del celibato. Chiarito così che l'attuale legislazione non cancella la natura del celibato come carisma né viola alcun diritto soggettivo, si potrà, se si vuole, ancora discutere sulla convenienza di mantenere tale tradizione, purché non si usino false argomentazioni giuridiche non corrispondenti alla realtà.

In buona sostanza, come sapientemente nella citata enciclica ricordava Paolo VI, stando la indiscutibile convenienza del legame tra sacerdozio e celibato, la radice dei problemi di infedeltà alle promesse e gli scandali passati e presenti tra i sacerdoti sono spiegabili nella maggioranza dei casi o per l'inadeguatezza della formazione al sacerdozio o per il venir meno della volontà di seguire Cristo dopo l'ordinazione oppure per errori nel discernimento vocazionale, quando viene considerato idoneo al sacerdozio chi non ha la duplice chiamata al sacerdozio e al celibato. Giustamente ancora Paolo VI ricordava che "una vita così totalmente e delicatamente impegnata nell'intimo e all'esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude, infatti, soggetti di insufficiente equilibrio psico-fisico e morale, né si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura" (Sacerdotalis caelibatus, n. 64).

D'altra parte "non si può senza riserve credere che con l'abolizione del celibato ecclesiastico crescerebbero per ciò stesso, e in misura considerevole, le sacre vocazioni: l'esperienza contemporanea delle Chiese e delle comunità ecclesiali che consentono il matrimonio ai propri ministri sembra deporre in contrario" (Sacerdotalis caelibatus, n. 49). Più di ogni altra cosa, dunque, sembra necessario rendere più efficace e attenta la formazione umana e spirituale e il discernimento vocazionale prima dell'ordinazione sacra come pure fare ogni sforzo per una reale attuazione della formazione permanente dei sacerdoti che Giovanni Paolo II definiva come "vocazione nel sacerdozio" (Pastores dabo vobis, n. 70), in cui il dono della chiamata viene continuamente ravvivato (cfr. 2 Timoteo, 1, 6) per una risposta perseverante e fedele.

Fonte: L'Osservatore Romano 29 aprile 2011

giovedì 28 aprile 2011

La gioia di Maria alla Risurrezione


da Omelie Mariane – OM. VI
Amedeo di Losanna


LA GIOIA PASQUALE

«C'è un tempo per la gioia, e un tempo per la tristezza», dice Salomone. La tristezza è passata, è arrivato il tempo della gioia, della vera gioia che proviene dalla risurrezione di Cristo. Infatti è risorto, ed ha sollevato l'animo della Madre sua. Ella giaceva infatti nell'angustissima tomba del dolore fino a che il Signore giaceva nel sepolcro. Quando egli risuscitò, anche il suo spirito tornò alla vita e, come se si risvegliasse da un profondo sonno, ella scorse nella luce del mattino il Sole di giustizia e i raggi di luce del Risorto, e vide realizzarsi in suo Figlio, primizia di ogni creatura, l'aurora nascente di un mondo nuovo e la futura risurrezione della carne. I suoi occhi si saziavano del corpo radioso del Risorto e la sua anima contemplava la gloria della divinità: così, sia nell'intimo che nell'esteriore, rientrando e uscendo da se stessa si saziava nei pascoli della felicità vera ed eterna. Rapita fuori da se stessa, e dimentica di sé nella gioia, aderiva così con cuore dilatato al Padre degli spiriti e, radicata in Dio, era interamente trasportata in Colui del cui amore immenso era ricolma.

IL CRISTO, CORONA DI MARIA

Signore, ella si è allietata della tua forza e ha intensamente esultato per la tua salvezza; hai soddisfatto il desiderio del suo cuore e non hai deluso la preghiera delle sue labbra poiché l'hai prevenuta con la dolcezza delle tue benedizioni.
Hai posto sul suo capo una corona di pietre preziose. La corona del suo capo è il Cristo, come dice l'uomo sapientissimo: "Un figlio ricolmo di sapienza è la corona di sua madre". E chi è più sapiente di Colui che è la stessa sapienza del Padre? É anche bene che sia definito "corona di pietre" dal momento che, sia nell'antico che nel nuovo testamento, il Cristo è designato col nome di "pietra". Pietra a causa della sua potenza, e "pietra preziosa" a causa della sua gloria. Il salmista ha riunito questi due aspetti dicendo sinteticamente: "Il Signore degli eserciti è il Re
della gloria". È pietra perché Signore degli eserciti, è pietra preziosa perché Re della gloria. Non c'è nulla più forte di questa pietra, né più prezioso di questa gloria.

MARIA CONDIVIDE LA VITTORIA Dl SUO FIGLIO

Possiedi dunque, o beatissima Vergine, pienamente il tuo gaudio. Il tuo desiderio è esaudito; e Cristo, corona del tuo capo, ti ha portato per grazia la sovranità del cielo, per misericordia la regalità del mondo, per vendetta il dominio sull'inferno. Per te è salito vittorioso dagli inferi, ha infranto le porte di bronzo, ha spezzato le sbarre di ferro e si è impadronito della fortezza dell'inferno, ha calpestato la testa del dragone. Ha fatto una strage immane dei tuoi nemici; ha incatenato nell'abisso il sovrano degli inferi. Ha ucciso la morte e ne ha imprigionato l'autore. Ed è con catene di fuoco che l'autore della morte è stato legato.
Poi ha condotto i suoi fuori dalle tenebre e ha spezzato i loro legami. Si è associato le anime di tutti i giusti che camminano alla luce del suo volto e che esultano nel suo nome. Esse sono state esaltate nella sua giustizia, dopo essere state umiliate per le loro ingiustizie. Nella sua discesa agli inferi il Signore fu solo, come ha cantato Davide della sua persona, dicendo: "Io sono solo nel mio cammino". Solo all'ingresso, ma per niente all'uscita, poiché conduce con sé innumerevoli migliaia di santi. È caduto in terra, è morto per portare molto frutto. È stato messo nella terra come un piccolo seme, per raccogliere come messe l'intero genere umano.

MARIA, TERRA OVE GERMOGLIA LA NUOVA UMANITÀ

Beato il grembo di Maria, dove si è radicato un tal seme! Felice colei alla quale è stato detto: "Il tuo ventre è come un mucchio di grano circondato di gigli". Non è forse come un mucchio di grano questo grembo che si gonfiò sotto l'azione di questo seme e da dove sorse tutta la messe dei redenti? Sì, morti in noi stessi al peccato, al fonte battesimale, attraverso il bagno di rigenerazione noi rinasciamo in Cristo, per vivere in Colui che è morto per noi. Per questo l’Apostolo può dire: "Voi tutti che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo". Da un solo seme venne dunque un raccolto abbondantissimo, ed è dal grembo della Vergine che esce questo grano. Ed ecco perché è chiamato "mucchio", a causa della forza del seme, non per il numero; per la sua efficacia, non per la molteplicità.

mercoledì 27 aprile 2011

“Dominus Iesus”. Quella volta che papa Wojtyla picchiò il pugno sul tavolo



In un libro-intervista uscito alla vigilia della beatificazione di Giovanni Paolo II, il cardinale Tarcisio Bertone ha svelato i retroscena della “Dominus Iesus“, la dichiarazione dogmatica pubblicata dalla congregazione per la dottrina della fede il 6 settembre del 2000, che ribadì l’assoluta unicità di Gesù Cristo in ordine alla salvezza di tutti gli uomini.

Quella dichiarazione fu molto criticata fuori e dentro la Chiesa, anche a livelli gerarchici alti. Si diffuse la leggenda che papa Karol Wojtyla, personalmente svogliato, la pubblicò solo per dare soddisfazione al cardinale Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della congregazione per la dottrina della fede, di cui Bertone era segretario.

Bertone smantella del tutto questa leggenda. Dice all’intervistatore:

“Un elemento tipico della fermezza dottrinale di Giovanni Paolo II riguarda proprio la sua passione per una cristologia vera, autentica. Il papa stesso ha voluto in prima persona la dichiarazione dogmatica circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, ‘Dominus Jesus’, nonostante le dicerie che hanno attribuito a una ‘fissazione’ del cardinale Ratzinger o della congregazione per la dottrina della fede il fatto di aver voluto questa famosa dichiarazione, dicerie che si erano propagate anche in campo cattolico.

Sì, è Giovanni Paolo II stesso che aveva chiesto in prima persona la dichiarazione, perché era rimasto colpito dalle reazioni critiche alla sua enciclica sulla missionarietà, la ‘Redemptoris Missio‘, con la quale voleva incoraggiare i missionari ad annunciare il Cristo anche nei contesti dove sono presenti altre religioni, per non ridurre la figura di Gesù a un qualsiasi fondatore di un movimento religioso.

Le reazioni erano state negative, soprattutto in Asia, e il papa ne era rimasto molto amareggiato. Allora, nell’Anno Santo – anno cristologico per eccellenza – disse: ‘Per favore, preparate una dichiarazione dogmatica’. È stata così preparata la ‘Dominus Jesus’, densa, scarna e con un linguaggio dogmatico. Essa permane assai importante nell’attuale temperie della Chiesa perché, partendo dall’analisi di una situazione preoccupante a raggio mondiale, offre ai cristiani le linee di una dottrina fondata sulla rivelazione che deve guidare il comportamento coerente e fedele al Signore Gesù, unico e universale salvatore”.

E all’intervistatore che gli chiede come il Vaticano reagì alle critiche, Bertone prosegue:

“Non solo in campo laico, ma anche in campo cattolico alcuni si allinearono a queste critiche. Il papa rimase doppiamente amareggiato. Ci fu una sessione di riflessione proprio su queste reazioni, soprattutto dei cattolici. Alla fine della riunione, con forza il papa ci disse: ‘Voglio difenderla e voglio parlarne domenica 1° ottobre, durante la preghiera dell’Angelus – eravamo presenti io, il cardinale Ratzinger e il cardinale Re – e vorrei dire questo e quest’altro’. Abbiamo preso nota delle sue idee e abbiamo redatto il testo che lui ha approvato e poi pronunciato.

Era la domenica in cui venivano canonizzati i martiri cinesi. La coincidenza aveva suggerito a qualcuno una certa prudenza: «Non conviene – gli suggerivano taluni – che lei parli della ‘Dominus Iesus’ proprio in quel giorno, è meglio che lo faccia in un altro contesto. È meglio che lo rimandi, potrebbe renderlo pubblico l’8 ottobre, nella domenica del giubileo dei vescovi, alla presenza di centinaia di presuli’. Ma il papa rispose così a tali obiezioni: ‘Come? Adesso devo rimandare? Assolutamente no! Ho deciso per il primo ottobre, ho deciso per questa domenica, e domenica lo farò!’”.

All’Angelus di quel 1 ottobre 2000, in effetti, Giovanni Paolo II presentò la “Dominus Iesus” come “approvata da me in forma speciale”.

Il libro:

Tarcisio Bertone, “Un cuore grande. Omaggio a Giovanni Paolo II”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2011, pp. 124, euro 14,00.

Fonte: Settimo cielo di Sandro Magister - 25 aprile, 2011

Ciclo di catechesi alla Madonna del Carmine di Pistoia



CATECHESI

nella Chiesa della Madonna del Carmine
p.zza del Carmine - Pistoia


venerdì 29 aprile 2011
ore 21

Don Enrico Bini:

“La liturgia nel pensiero teologico di Benedetto XVI”

sabato 23 aprile 2011

Discese agli inferi...



Da un'antica «Omelia sul Sabato santo». (Pg 43, 439. 451. 462-463)



La discesa agli inferi del Signore



Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c'è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita.



Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione.Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore».



E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite! A coloro che erano nelle tenebre: Siate illuminati! A coloro che erano morti: Risorgete! A te comando: Svegliati, tu che dormi!



Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura.Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra.



Per te uomo ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta.Guarda sul mio dorso la flagellazione subita per liberare le tue spalle dal peso dei tuoi peccati.



Guarda le mie mani inchiodate al legno per te, che un tempo avevi malamente allungato la tua mano all'albero. Morii sulla croce e la lancia penetrò nel mio costato, per te che ti addormentasti nel paradiso e facesti uscire. Eva dal tuo fianco. Il mio costato sanò il dolore del tuo fianco. Il mio sonno ti libererà dal sonno dell'inferno. La mia lancia trattenne la lancia che si era rivolta contro di te. Sorgi, allontaniamoci di qui. Il nemico ti fece uscire dalla terra del paradiso. Io invece non ti rimetto più in quel giardino, ma ti colloco sul trono celeste.



Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Ho posto dei cherubini che come servi ti custodissero. Ora faccio sì che i cherubini ti adorino quasi come Dio, anche se non sei Dio.Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l'eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli».

giovedì 21 aprile 2011

Gesti e movimenti dei fedeli durante la celebrazione




Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi



di Uwe Michael Lang, C.O.*



ROMA, mercoledì, 20 aprile 2011 (ZENIT.org).- I gesti e movimenti dei fedeli durante la celebrazione della Santa Messa appartengono a quegli aspetti materiali del culto divino che non si possono trascurare. San Tommaso d’Aquino è molto chiaro nell’osservare che dobbiamo rendere onore a Dio non solo in spirito. Siccome gli uomini sono creature corporee, i sensi esterni sono sempre coinvolti. Nella sacra liturgia è necessario «servirsi di cose materiali come di segni, mediante i quali l’anima umana venga eccitata alle azioni spirituali che la uniscono a Dio» (S.Th. IIa IIae q. 81 a. 7).

Abbiamo quindi bisogno di segni sensibili per purificare il nostro cuore e nutrire il nostro desiderio di unione con il Dio invisibile. L’Aquinate riconosce che il fine della liturgia è l’offerta spirituale compiuta da coloro che partecipano ad essa. Ma la costituzione umana è tale, che l’espressione interna dell’anima cerca allo stesso tempo una manifestazione corporea. D’altro canto la vita interna è sostenuta dagli atti esterni. Per provvidenziale volontà di Dio, siamo chiamati ad offrirgli i segni visibili della nostra offerta spirituale, perché, in quanto creature corporee, comunichiamo con segni esterni. Il Doctor communis osserva: «Queste cose esterne non vengono offerte a Dio, come se Egli ne avesse bisogno […], ma come segni degli atti interni spirituali» (S.Th. IIa IIae q. 81 a. 7 ad 2).

In questa prospettiva, si mette in luce anche l’importanza dei gesti ed atteggiamenti nella liturgia. Tali consuetudini fanno parte della tradizione viva del popolo di Dio e sono trasmesse da una generazione all’altra insieme ai contenuti della fede. Dal canto suo, la Chiesa, come Madre e Maestra, interviene a volte, dando indicazioni più precise per educare i fedeli allo spirito della liturgia.

La normativa per la forma ordinaria della Santa Messa di Rito Romano si trova nell’attuale Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 43, dove viene spiegato che il giusto atteggiamento dei fedeli nelle varie parti della Celebrazione eucaristica è segno di unità e favorisce la partecipazione all’azione liturgica:

I fedeli stiano in piedi dall’inizio della Messa fino alla conclusione dell’orazione colletta, durante l’Alleluia, la proclamazione del Vangelo, il Credo e la preghiera universale; si alzino all’invito Orate, fratres prima dell’orazione sulle offerte e rimangano in piedi fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito.

I fedeli stiano seduti per le letture prima del Vangelo e il salmo responsoriale, all’omelia e durante l’offertorio; possono stare seduti anche durante il sacro silenzio dopo la Sacra Comunione, se viene osservato.

I fedeli s’inginocchino alla consacrazione, se non sono impediti da un motivo ragionevole, come il cattivo stato di salute o la ristrettezza del luogo. Dove esiste il costume che i fedeli rimangano in ginocchio dal Sanctus fino alla dossologia della Preghiera eucaristica e prima della Sacra Comunione, all’Ecce Agnus, si conservi lodevolmente tale uso.

Secondo l’Ordinamento Generale, spetta alle Conferenze dei Vescovi, con la recognitio della Sede Apostolica, adattare queste norme secondo le sensibilità delle culture e tradizioni locali. Tuttavia, bisogna stare attenti che i gesti corrispondano sempre al vero senso di ciascuna parte della liturgia.

Un gesto da rivalutare in non poche celebrazioni liturgiche odierne è l’inginocchiarsi. L’adorazione inizia dal riconoscimento di Dio e della sua sacra presenza, che sollecita l’uomo ad una risposta di riverenza e devozione. Nell’ambito biblico, il gesto più caratteristico dell’adorazione è quello di prostrarsi o di mettersi in ginocchio davanti alla presenza di Dio (cf., ad esempio, 1Re 8,54-55; Lc 5,8; 8,41; 22,41; Gv 11,32; Atti 7,60; Ap 5,8 e 14; 19,4; 22,8). I primi cristiani hanno recepito questa prassi, come attestano Tertulliano e Origene nel terzo secolo.

La ben nota prescrizione del canone ventesimo del primo Concilio di Nicea (325), di stare in piedi per la preghiera liturgica, ad imitazione del Risorto, si riferisce specificamente alle domeniche e al tempo pasquale, mentre nei giorni di digiuno e nei giorni stazionali si pregava in ginocchio, così come attestato riguardo alla preghiera personale quotidiana. D’altronde, già in una lettera scritta nel 400, sant’Agostino dichiarava di non sapere se la prescrizione di Nicea fosse una consuetudine propria a tutta la Chiesa (cf. Ep. 55 ad Ianuarium, XVII, 32).

Durante i secoli, la Chiesa ha sempre ricercato espressioni rituali il più adeguate possibile, dando così una testimonianza visibile della sua fede e del suo amore verso il culto divino e in particolare l’Eucaristia. Così si è sviluppata in Occidente la consuetudine che i fedeli si inginocchino per il Canone della Messa, o almeno nelle sue parti centrali: la consacrazione. In tal modo, si è anche diffusa la prassi di ricevere la Sacra Comunione in ginocchio. Per fornire un esempio a tutta la Chiesa, il Santo Padre Benedetto XVI, a partire dalla solennità del Corpus Domini del 2008, ha cominciato a distribuire la Sacra Comunione direttamente sulla lingua ai fedeli che la ricevono inginocchiati.

In risposta ad alcune difficoltà che sono emerse nella vita liturgica, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ribadisce che «la pratica di inginocchiarsi per la Sacra Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate» (Lettera This Congregation, 1 luglio 2002: trad. it. Enchiridion Vaticanum vol. XXI, p. 471 n. 666). Il Dicastero chiarisce che non è lecito rifiutare la Sacra Comunione per la semplice ragione che i comunicandi scelgono di riceverla in ginocchio (cf. Istruzione Redemptionis Sacramentum, n. 91).


fonte: www.zenith.org




*Padre Uwe Michael Lang è Officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

mercoledì 20 aprile 2011

Treviso, no alla Messa una tantum. Il Papa e' un optional....


di Andrea Tornielli


Le resistenze al motu proprio Summorum Pontificum, con il quale nel 2007 Benedetto XVI volle liberalizzare la messa antica, concedendo ai parroci di celebrarla in presenza di un gruppo stabile di fedeli, senza il bisogno di una speciale autorizzazione del vescovo, raggiungono livelli di guardia.

L’ultimo caso è accaduto in quel di Vetrego, paese vicino a Mirano in provincia di Venezia ma in diocesi di Treviso. Qui, con l’accordo del parroco e del consiglio parrocchiale, che non è affatto composto da tradizionalisti, era stato stabilito di celebrare il 1° maggio – domenica in Albis e festa della Divina Misericordia – una messa antica (solo per una volta, solo in quella speciale occasione), per festeggiare il sessantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale e il quarantesimo anniversario di permanenza dello stesso parroco, don Pietro Mozzato. Che avrebbe dunque rivissuto la messa della sua ordinazione sacerdotale. Nessuna nostalgia borbonica, nessun inno al Papa re (sentimenti peraltro difficilmente riscontrabili in Veneto, che non fece mai parte dello Stato Pontificio), nessuna finalità “politica”, nessuna polemica contro il Concilio Vaticano II… Solo una messa secondo il rito antico, con il messale del 1962, quello promulgato dal beato Giovanni XXIII, quello liberalizzato dal suo successore Papa Ratzinger.

A celebrare la messa in onore di don Pietro sarebbe stato padre Konrad Zu Loewenstein, della Fraternità San Pietro, cappellano di San Simon Piccolo a Venezia, che celebra more antiquo nel capoluogo lagunare in accordo con il cardinale patriarca Angelo Scola. I manifestini per invitare i fedeli erano già pronti. Ma… il parroco di un paese vicino, Spinea, vedendoli, ha pensato bene di dire al collega di Vetrego che quell’iniziativa avrebbe urtato la curia di Treviso. Così, nonostante la decisione presa in accordo con il consiglio pastorale (quando serve, s’invoca sempre l’importanza di questi organismi, quando non serve la si dimentica; quando fa comodo i laici e le loro inziative scompaiono, in barba allo stesso Concilio) e nonostante si ricadesse in tutto e per tutto nelle facoltà concesse da un motu proprio papale che è legge universale nella Chiesa, il parroco di Vetrego è stato vivamente sconsigliato di procedere. E’ stato infatti avvertito il vicario generale del vescovo Gianfranco Agostino Gardin, monsignor Giuseppe Rizzo, il quale ha fatto sapere (per interposto sacerdote) che la curia era contraria e la messa non s’aveva da fare.

Così don Pietro, che avrebbe potuto tranquillamente procedere come previsto e annunciato, si è sentito sotto pressione e ha pensato di annullare tutto, in barba ai manifesti già stampati e alle norme sancite dal Pontefice. I fedeli di Vetrego che avevano sostenuto l’iniziativa – ricordiamolo, celebrazione straordinaria una tantum per un giubileo sacerdotale della messa liberalizzata da Benedetto XVI – hanno provato invano a contattare vicario e vescovo, che, come spesso purtroppo accade in questi casi, han pensato bene di non rispondere. Sui laici faranno molte omelie, convegni, progetti pastorali. Ma non si sentono in dovere di dar loro risposte, perché facendolo dovrebbero spiegare in base a che cosa proibiscono ciò il Papa ha liberalizzato.

Qualcosa del genere era già accaduto nei mesi scorsi a Mirano, sempre in diocesi di Treviso. Inutile dire che questo zelo e questa volontà di stabilire norme ad personam viene applicato a senso unico, in un’unica direzione. Fingendo di non vedere ciò che accade in tante altre parrocchie (mi riferisco a certe liturgie, per così dire, ”disinvolte”, di cui non mancano esempi).

Chi segue questo blog sa come negli ultimi mesi il sottoscritto sia stato piuttosto severo nei suoi giudizi verso certi atteggiamenti del mondo tradizionalista. Ma ciò che sta accadendo, con pastori che pretendono di far valere la loro autorità al di sopra di quella del Papa, dimenticando le leggi della Chiesa e non degnando neppure di una risposta i fedeli laici “colpevoli” di aver proposto per una volta soltanto la celebrazione della messa antica, è davvero grave. La diocesi di Treviso, che ha dato i natali a san Pio X, non risulta – almeno per il momento – dispensata dalla comunione con il vescovo di Roma, né risulta seguire il rito ambrosiano o mozarabico. Celebra il rito romano. E dal 2007 di quel rito romano, accanto alla forma ordinaria, esiste, pienamente legittima e legittimata, la forma straordinaria. Anche nella curia trevigiana dovrebbero farsene una ragione.

Fonte: www.andreatornielli.it

martedì 19 aprile 2011

Nel VI anniversario di Pontificato: Benedetto XVI è un Maestro di liturgia




L'intervista a Mons. Guido Marini,
Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie


Il Papa ci ricorda spesso che la bellezza della Liturgia, per quanto noi riusciamo ad esprimerla, è un modo per rendere presente qui, tra di noi, la bellezza stessa dell'amore di Dio per noi.

Nell'ambito liturgico, ciò che il Papa sta indicando con la sua parola e con il suo esempio, è l'applicazione compiuta e fedele del Concilio Vaticano II, in sviluppo armonico con tutta la tradizione liturgica precedente della Chiesa.

Dal mio punto di vista il Santo Padre è un Maestro di liturgia, per quanto riguarda i contenuti, l'insegnamento e il pensiero, e allo stesso tempo un grande 'liturgo', perché ci insegna l'arte della celebrazione.

Benedetto XVI ha mutato la liturgia con il suo stesso stile celebrativo e allo stesso tempo con le sue indicazioni e orientamenti. Se c'è una sottolineatura nelle celebrazioni presiedute dal Papa è proprio questa ricerca di andare al cuore e all'essenza della Liturgia, che è il Mistero del Signore celebrato nel quale tutti siamo chiamati ad entrare, in quel clima di adorazione e di preghiera che anche il momento del silenzio contribuisce a creare.

Questo VI anniversario dell'inizio del Pontificato è sicuramente per me un momento di gioia e anche di gratitudine al Signore, proprio per il fatto che dall'ottobre del 2007 ho avuto questo dono di poter essere chiamato a servire da vicino Benedetto XVI in un aspetto della vita della Chiesa così importante, anche per lo stesso Santo Padre.

Ci sono tanti momenti che rimangono scritti nella memoria e nel cuore. Ogni celebrazione porta con sé tanti ricordi, ma credo in modo particolare quelli legate ai viaggi papali. Da una parte costituiscono un impegno, anche più gravoso del solito, ma portano con sè tanta gioia spirituale per come il Papa viene accolto, in uno spirito di grande fede.


Fonte: Radio Vaticana - 19 aprile 2011

Celebrazioni nella forma straordinaria a Pistoia


Chiesa della Madonna del Carmine
piazza del Carmine
Pistoia

24 aprile 2011

Domenica di Pasqua
Resurrezione del Signore


Santa Messa

ore 19:00

lunedì 18 aprile 2011

Ma una storia non ideologica si può scrivere. Il Concilio Vaticano II nella lettura di Roberto de Mattei




Pubblichiamo una recensione di mons. Marchetto al libro di de Mattei



Da "L'Osservatore Romano" del 14 aprile 2011

di Agostino Marchetto

Opera interessante, frutto di un lungo studio e di uno sforzo notevole di ricerca, ma tendenziosa è quella sul Vaticano II di Roberto de Mattei: "Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta" (Torino, Lindau, 2010, pagine 630, euro 38).

I talenti dell’autore avrebbero meritato l’impegno per una storia finalmente più obiettiva – e non ideologica, polarizzata e di parte – su un concilio che alla fin fine de Mattei presenta come modernista. Siamo di fronte in effetti a una storia simile a quella orchestrata dalla «scuola» di Bologna, anche se di segno contrario. Il risultato non cambia: di rottura si tratta rispetto alla Tradizione, e lo conferma il frequente richiamo analogico alla Rivoluzione francese. Anzi, l’autore si serve della critica storica, ma ideologica, della scuola bolognese per appoggiare il suo procedere, di polo contrario. Nel primo caso espressione principe del cosiddetto progressismo estremo, qui del tradizionalismo.

In entrambi i casi non viene accolto l’aggiornamento, cioè il rinnovamento nel contesto della Tradizione voluto da Giovanni XXIII e da Paolo VI e confluito nei testi del Vaticano II, approvati quasi all’unanimità dai Padri conciliari. Tra l’altro, per me è fonte di amara sorpresa costatare che la mia critica, pur lodata dall’autore (cfr. p. 7, nota 1), non scalfisce nel concreto quanto egli cita a piene mani proprio dall’opera da me criticata: de Mattei anzi si appropria per i suoi fini delle note negative, perdendo così un’occasione. E dispiace molto perché si è costruito un altro libro a tesi.

A sua difesa l’autore porta l’argomento che la sua ricerca è storica e che egli non è teologo, per cui la questione ermeneutica presentata da Benedetto XVI nel discorso del 22 dicembre 2005 non lo sfiora. Ma può procedere così uno storico rispettoso del cattolicesimo, ritenendo il suo approfondimento indipendente da quello ermeneutico?

Se mi è permesso tornare al mio «contrappunto» per una storia della grande assemblea ("Il Concilio Ecumenico Vaticano II", Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2004), io stesso mi ponevo sul piano storico e criticavo una ricerca ideologica, non tendente all’obiettività, affascinata dall’evento e dimentica quasi dei testi conciliari, che soli esprimono quanto i Padri approvarono e il Papa confermò.

Abbiamo ora due storie di tendenza estremista, delle quali quella tradizionalista pesca nell’altra, giungendo allo stesso giudizio di rottura che contrasta quello del Magistero e di tutti i Pontefici succedutisi dal 1958. Fra questi, come fa de Mattei a ritenere progressisti Giovanni XXIII e Paolo VI, definizione che per lui significa in fondo affetti di modernismo?

È questo il chiodo fisso dell’autore, che per di più con esso identifica i vari movimenti – liturgico, biblico, patristico, ecumenico, e via dicendo – che hanno preparato il Vaticano II e che sono qui analizzati. Con una scelta necessaria, non compiuta nell’opera diretta da Alberigo ed effettuata invece, mutatis mutandis, da Jedin per il concilio di Trento. L’autore considera però questi movimenti «bacati» di modernismo (il che non significa che qualche tendenza modernista non possa essere affiorata in concilio).

Dal giudizio negativo non si salva neppure Pio XII, che sarebbe stato blando con la nuova teologia, e ancor meno Pio XI. Solo brillano Pio X e la sua Pascendi. Ma allora dove va a finire il Magistero ordinario papale? È forse autentico solo quello che passa dal filtro dell’autore?

Un’altra storia, dunque. Sì, ma un’altra si dovrebbe ormai scrivere, storicamente lontani dagli estremismi: nella linea di quella maggioranza formatasi in concilio, nel dialogo (e a volte nello scontro) tra opinioni, nella ricerca del consenso e del compromesso – «una via di mezzo, attraverso la quale tutti possano avanzare», secondo l’espressione del cardinale Frings – preso ovviamente in senso non negativo. E intendo maggioranza nell’accezione non parlamentare, contrariamente al pensiero, ripetuto dall’autore, per il quale ci furono invece due minoranze.

Che una storia non ideologica ora si possa scrivere è una mia convinzione, lontana dall’iperbole usata da de Mattei, secondo il quale per la vera storia del Vaticano II si dovrà attendere «che tutti gli archivi siano esplorati e tutti i documenti portati alla luce» (pp. 27-28). Ciò significherebbe, in pratica, mai. Invece ora si potrebbe – anzi si dovrebbe – procedere: con i testi ufficiali, con tanti archivi esplorati, con molti importanti diari pubblicati, da sottomettere peraltro a un vaglio critico incrociato e rispettando la gerarchia delle fonti.

Potremmo aggiungere, ritornando all’autore, che egli esagera il ruolo del Coetus Internationalis Patrum e l’apporto brasiliano (in direzione progressista o tradizionalista), non facendo le distinzioni dovute e operate per esempio da Perrin, con ripercussioni evidenti nella valutazione del post-concilio. A questo proposito bisogna rilevare che per de Mattei il termine «post-concilio» è «storicamente improprio perché suppone una inesistente frattura tra la fase storica aperta dal concilio e quella immediatamente seguente» (p. 527). Questo permette all’autore – ma è un errore – di parlare di «epoca del concilio» fino alla morte di Paolo VI e, aggiungo, di accusare la grande assemblea sinodale per quanto avvenuto negli anni successivi al Vaticano II.

Un periodo in cui ci fu la tendenza di appropriarsi di nuovo, ciascuno, del proprio punto di vista, di avere il proprio «gusto» (per riprendere un’espressione del cardinale Ratzinger), che in concilio aveva trovato equilibrio e consenso nel rinnovamento secondo la Tradizione. Ciò causò la crisi post-conciliare. Ma "post hoc, non propter hoc", come si disse più di una volta in interventi del Magistero.

Sempre in linea generale, va osservato che nel libro si preferisce riportare specialmente il pensiero della minoranza e tralasciare il lavoro compiuto nelle commissioni conciliari. Si può capire, dal punto di vista dell’autore, e del resto forse è reazione a quanti in passato hanno spostato il baricentro conciliare dall’assemblea alle commissioni. Nei diari, di cui è riportato qualche stralcio ad usum delphini, vi è comunque eco delle discussioni nelle commissioni stesse. E si può aggiungere infine che l’autore usa un linguaggio eccessivo, battagliero, se non addirittura bellicista – guerra di qua, battaglia di là – e sembra dimenticare che sinodo significa camminare insieme. Ciò vale per tutti, pur tra fatiche, discussioni e contrapposizioni. Legittime, ma fino a un certo punto.

domenica 17 aprile 2011

"Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"





OMELIA DEL SANTO PADRE
CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE


Cari fratelli e sorelle,
cari giovani!

Ci commuove nuovamente ogni anno, nella Domenica delle Palme, salire assieme a Gesù il monte verso il santuario, accompagnarLo lungo la via verso l’alto. In questo giorno, su tutta la faccia della terra e attraverso tutti i secoli, giovani e gente di ogni età Lo acclamano gridando: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!"

Ma che cosa facciamo veramente quando ci inseriamo in tale processione – nella schiera di coloro che insieme con Gesù salivano a Gerusalemme e Lo acclamavano come re di Israele? È qualcosa di più di una cerimonia, di una bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà della nostra vita, del nostro mondo? Per trovare la risposta, dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù stesso abbia in realtà voluto e fatto. Dopo la professione di fede, che Pietro aveva fatto a Cesarea di Filippo, nell’estremo nord della Terra Santa, Gesù si era incamminato come pellegrino verso Gerusalemme per le festività della Pasqua. È in cammino verso il tempio nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo popolo. È in cammino verso la comune festa della Pasqua, memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della speranza nella liberazione definitiva.

Egli sa che Lo aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso una nuova via di liberazione, verso la comunione con il Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce, verso il momento dell’amore che si dona. Il termine ultimo del suo pellegrinaggio è l’altezza di Dio stesso, alla quale Egli vuole sollevare l’essere umano.

La nostra processione odierna vuole quindi essere l’immagine di qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme con Gesù, c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra delle nostre proprie possibilità.

Da sempre gli uomini sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del desiderio di "essere come Dio", di raggiungere essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le invenzioni dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci, ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e continuano ad affliggere l’umanità.

I Padri hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.

Dopo la liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: "Sursum corda – in alto i cuori!" Secondo la concezione biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo "cuore" deve essere elevato. Ma ancora una volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio.

Non ne siamo in grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce.

Egli è disceso fin nell’estrema bassezza dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé, verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, ci dice la seconda lettura. Soltanto così la nostra superbia poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso l’alto.

Il Salmo processionale numero 24, che la Chiesa ci propone come "canto di ascesa" per la liturgia di oggi, indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi farci Dio. Abbiamo bisogno di Lui: Egli ci tira verso l’alto, nell’essere sorretti dalle sue mani – cioè nella fede – ci dà il giusto orientamento e la forza interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si affida alla verità del suo amore.

La questione di come l’uomo possa arrivare in alto, diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio, ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere all’altezza del suo vero essere, all’altezza della divinità.

Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci solleva all’altezza di Dio, nonostante tutta la nostra miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci conduce in alto.

Noi andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto. Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti, siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio. Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col Salmo processionale; che possiamo appartenere alla generazione che cerca Dio, "che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe" (Sal 24,6). Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 16 aprile 2011

Buon compleanno, Santità!


Ad Multos Annos, Sancte Pater!


. Che Dio Vi conservi!





Oremus pro Pontifice nostro BENEDICTO



Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra



et non tradat eum in animam inimicorum eius

La necessità teologica ed ecclesiale di una “terza via”: né vortice “scismatico” né conformismo “allineato”



Pubblichiamo la seconda parte dell'articolo apparso sulla rivista online Disputationes Theologicae.




Risposta alle obiezioni d’ordine pratico-politico:



1) Non abbiamo mai sostenuto che tale Fraternità sia scismatica o che lo sia stata: abbiamo detto che nel suo interno ci sono tendenze in tal senso, che non sembrano affatto diminuire, e che questo dato avrebbe dovuto consigliare mons. Fellay ad accettare, anni fa, l’accordo offerto da Roma. Accordo che non era “inaccettabile” e che avrebbe lentamente stemperato gli eccessi da “pétite église” nella società religiosa. Che al suo interno vi siano esponenti che già si esprimono con attitudine gravemente scismatica è invece un dato di fatto. In generale rinviamo allo studio C. Héry, “Non lieu sur un schisme” (2005), le cui conclusioni ci paiono più che condivisibili.






2) Gli accordi dottrinali così come erano stati illustrati da S. Ecc.za Mons. De Galarreta, capo della delegazione della Fraternità, sono falliti. L’autorevole ecclesiastico il 19 dicembre 2009 nel corso della nota omelia a la Reja disse che la delegazione andava «semplicemente a dare una testimonianza di fede» o ancora «andiamo fin là (a Roma ndr) per predicare, così come sto predicando a voi» (!). Questi non condivisibili toni s’univano alla perentoria dichiarazione: «noi sappiamo molto chiaramente quello che non abbiamo assolutamente l’intenzione di fare : primo, cedere sulla dottrina e secondo, fare un accordo puramente pratico». Se Econe non ha ceduto sulla dottrina, di per sé ha fatto bene; se passasse all’accordo cosiddetto pratico, o meglio sostanzialmente canonico (ammesso che sia ancora fattibile, viste le resistenze esterne e interne maggiormente sviluppatesi), di per sé farebbe bene. Ma fare un “accordo pratico” significherebbe che c’è stato un ripensamento rispetto ai proclami sopracitati fatti a la Reja, all’omelia di Mons. Fellay a Flavigny il 2 febbraio 2010, ai contenuti del libro di Mons. Tissier, “L’etrange théologie de Benoit XVI”, sul quale è meglio stendere un velo pietoso, all’asserita impossibilità di “communicatio in sacris” con chi è sottomesso al Papa e ai Vescovi territoriali, sostenuta dal superiore di Francia abbé de Caqueray (vedi qui), e soprattutto alla più che ufficiale dichiarazione dell’ultimo Capitolo della FSSPX (2006), che testualmente definiva un accordo pratico, senza preliminare conversione di Roma “impossibile”. Se tale cambiamento ha avuto luogo ce ne rallegriamo, ma sarebbe serio e onesto dichiararlo.






3) Se la Fraternità procederà ad un tale accordo, accettando un Ordinariato personale, sarà magari un atto di saggezza e di romanità. Ma in tal caso dovrà fare prova d’umiltà, riconoscendo onestamente che tanti suoi proclami dello scorso decennio sulla necessità preliminare della conversione di Roma, dalla quale si andava unicamente per “predicare” la verità, erano del tutto fuori strada. L’eventuale accettazione di un ordinariato personale può non essere in contraddizione col fallimento dei colloqui dottrinali, ma significherebbe semplicemente che si è saggiamente scelto “l’accordo pratico”, finora disprezzato ed escluso in maniera categorica. Aggiungiamo che la proposta di un ordinariato personale (o similia) non sarebbe conseguenza del buon esito degli “accordi dottrinali”, ma una vecchia e mai ritirata proposta di Roma fin dal 2001-2002 (speriamo che a tutt’oggi le condizioni richieste da Roma siano limitate, almeno quanto lo erano allora e non siano diventate più esigenti - come sembrerebbe indicare la Nota ufficiale della Segreteria di Stato Vaticana del febbraio 2009). Questa vecchia e ragionevole proposta è già stata rifiutata in passato da Mons. Fellay, quando ancora la si chiamava “Amministrazione apostolica personale”. Il rifiuto della proposta fu anche comunicato alla stampa nel mese di gennaio del 2006 (cfr. La Croix del 13 gennaio 2006). Nel caso accettare oggi un tale accordo si rivelerà difficile o il prezzo da pagare sarà maggiore per le fortissime resistenze interne, sarà giusto che mons. Fellay si assuma la responsabilità di essere stato lui stesso una causa importante di tanta avversione: dopo aver disprezzato tale soluzione per un decennio e in maniera martellante, non potrà lamentarsi se molti fedeli e preti lo avranno ascoltato. E’ chiaro che sulla dichiarazione (non infallibile) “Dignitatis Humanae” n. 2, ad esempio, è difficile trovare dottrinalmente una “via mediana”, ma è sempre stato altresì chiaro che in questo momento storico il Sommo Pontefice difficilmente potrebbe imporre una nuova formulazione, pur avendo di principio la facoltà di farlo. Tuttavia Roma a suo tempo aveva proposto alla FSSPX di affiancare alla dichiarazione di accettazione del “Concilio alla luce della Tradizione” l’istituzione, contestualmente alla regolarizzazione canonica, di una Commissione bilaterale di discussione dei punti controversi, segno che il giudizio su di essi restava aperto, almeno all’epoca tale era la disponibilità (oggi, vedremo).






4) Non abbiamo affatto scordato la parabola del “figliol prodigo”, cui il padre riserva la più festosa accoglienza, tant’è che avevamo scritto che se la FSSPX farà onestamente l’accordo tutti l’aspettiamo a braccia aperte: vien da chiedersi se i nostri critici hanno letto quello che criticano, oppure se alcuni ad arte gettano fumo negli occhi. Semmai questa parabola ci sembra offensiva della Fraternità, poiché essa non è uscita dalla Chiesa né deve scusarsi – il linciaggio subito da Mons. Lefebvre non fu giusto – per ogni sofferenza patita quando era relegata “fuori casa”. Abbiamo sempre sostenuto infatti che questo stato di cose, per un certo tempo, fosse giustificato; esso era realmente coperto dallo “stato di necessità”, il quale - per definizione - non dura all’infinito. Del figliol prodigo invece dovrebbe assumere almeno l’atteggiamento umile e filiale verso il Papa e sconfessare pubblicamente alcune affermazioni, soprattutto le aberranti teorie eucaristiche dell’abbé de Caqueray e le accuse violente al Santo Padre di Mons. Tissier. Ci si obietterà che la maggior parte dei sacerdoti della Fraternità non condivide questi deliri. Benissimo. Allora che la parte romana della Fraternità trovi il coraggio d’esprimersi e di smentire tali farneticanti affermazioni. Finora nessuna voce pubblica si è levata contro l’inconcepibile dottrina che nega, ipso facto, la “communicatio in sacris” con gli Istituti Ecclesia Dei (vedi qui). Il punto è che l’eventuale ritorno, per così dire, l’eventuale accordo, avvenga nella verità. Se realmente si crede al suo primato.






Per riassumere, ribadiamo quanto già scritto. I colloqui dottrinali, è evidente a chiunque abbia occhi per vedere, non hanno portato al risultato prefisso. Si può e si deve tentare lo stesso l’accordo canonico, che siamo convinti potrà portare del bene a tutti. Se le autorità della Fraternità non vogliono l’“amministrazione personale” già rifiutata nel 2006 o l’ “ordinariato personale” – come si dice oggi –, perché aspettano la soluzione dei problemi del Concilio, come dichiarato da Mons. De Galarreta, che lo dicano inequivocabilmente e una volte per tutte. La peggiore prospettiva, purtroppo non del tutto esclusa, sarebbe infatti quella di rinviare “sine die” la definizione della questione, barcamenandosi. Se Roma vorrà presto dare un “ultimatum” di tal genere – non è una novità, lo propone da dieci anni – sarà un segno positivo che la Santa Sede non rinuncia al potere che le spetta; ma va riconosciuto nel contempo che molte questioni teologico-dottrinali sono ancora aperte.

S.C.

venerdì 15 aprile 2011

Le ragioni del celibato sacerdotale. In un libro le risposte a trenta domande scottanti (Péter Erdő)






È appena uscito il libro "Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato sacerdotale", a cura di Arturo Cattaneo (Rivoli, Elledici, 2011, pagine 144, euro 9). Il cardinale arcivescovo di Esztergom-Budapest, primate d'Ungheria, lo ha recensito per il nostro giornale.


di PETER ERDO

Il tema del celibato sacerdotale è stato ed è tuttora spesso dibattuto, sebbene sull'argomento siano stati pubblicati già molti libri. Negli ultimi tempi sembrano moltiplicarsi gli argomenti a favore di un'apertura ai preti sposati. Si obietta che il celibato non è un dogma, ma solo una disciplina sorta nel medioevo; che è contro natura e quindi dannoso per l'equilibrio psicofisico della persona. Si sottolineano inoltre la crescente penuria di preti in quasi tutto l'occidente, l'abbandono del ministero da parte di preti che si sposano o che non vogliono sposarsi neppure civilmente e lo scandalo degli abusi sessuali. Tutto ciò ha ridato attualità alla domanda se alla Chiesa non converrebbe abbandonare l'obbligo del celibato per questi suoi ministri.
Non sorprende quindi che molti fedeli si sentano confusi e fatichino a comprendere le ragioni per cui la Chiesa continua a ribadire l'importanza del celibato sacerdotale.

Questo libro è quindi quanto mai opportuno. Scritto in modo semplice, conciso e documentato, rende comprensibile al grande pubblico il motivo per cui il celibato sacerdotale sta tanto a cuore alla Chiesa, dando risposta alle obiezioni più frequenti e più critiche nei suoi confronti. Inoltre, alla fine del volume sono stati raccolti stralci dei principali documenti del magistero e una bibliografia che permette ulteriori approfondimenti. Arturo Cattaneo, curatore dell'opera, docente di diritto canonico (Venezia) e di teologia (Lugano) si è avvalso della collaborazione di tre colleghi della facoltà di teologia di Lugano: don André-Marie Jerumanis (medico e docente di teologia morale) don Manfred Hauke (docente di patrologia e teologia dogmatica) e don Ernesto William Volonté (rettore del seminario diocesano e docente di teologia del matrimonio). Oltre alla magnifica prefazione e a un poderoso contributo del cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, intervengono diversi esperti per aspetti specifici: quello biblico, storico, giuridico, psicologico, pastorale e per l'inculturazione (Africa, India e America latina).

Il curatore del volume osserva giustamente che "molte delle critiche al celibato sacerdotale provengono da coloro che vedono nel sacerdote semplicemente un assistente sociale e non ne riconoscono il ruolo soprannaturale. Chi vede nel prete semplicemente qualcuno che anima la comunità dei fedeli, presiede le celebrazioni liturgiche o distribuisce consigli spirituali del genere take-away, darà importanza alle relative competenze, ma non saprà apprezzare il valore del celibato" (p.7).

Le domande cui si risponde in questo libro sono eterogenee e, di conseguenza, anche le risposte propongono considerazioni molto diverse. Se si volesse tuttavia individuare un filo rosso fra le ragioni che hanno portato la Chiesa - guidata dallo Spirito Santo - ad acquisire la consapevolezza delle molteplici e importanti ragioni a favore del celibato, va certamente ricordato l'esempio della vita di Cristo. Esso ha illuminato la vita della Chiesa sin dai primi secoli, come testimonia la ricerca storica: dai primi secoli cristiani abbiamo diversi documenti che indicano una disciplina che a partire dall'ordinazione, richiedeva l'impegno della continenza - o astinenza - poi ci si è orientati a richiedere quello del celibato.

L'ideale del celibato vive chiaramente anche nel mondo ortodosso e nelle Chiese cattoliche orientali che apprezzano tutte la vita monastica e che scelgono i vescovi tra i sacerdoti celibi.
Con sempre maggior chiarezza il magistero della Chiesa ha effettivamente individuato la ragione teologica del celibato sacerdotale nella configurazione del sacerdote a Gesù Cristo, Capo e Sposo della Chiesa. Così si esprime - e in termini anche suggestivi - l'esortazione apostolica Pastores dabo vobis (1992): "La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in e con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in e con il Signore" (n.29). Da questo consegue una visione nettamente positiva del celibato, che non appare più una rinuncia difficile, ma il frutto di una libera scelta d'amore, continuamente da rinnovare. È insomma la risposta all'invito di Dio a seguire Cristo nel suo donarsi come "Sposo della Chiesa", partecipando così alla paternità e alla fecondità di Dio.

La prospettiva biblica, teologica e spirituale, che associa il sacerdozio ministeriale a quello di Cristo e che trae esempio dalla sua totale ed esclusiva dedizione alla missione salvifica, è così profonda e ricca di conseguenze che l'enciclica di Paolo VI sul celibato invita tutti "a penetrare nelle sue intime e feconde realtà, così che il vincolo fra sacerdozio e celibato sempre meglio appaia nella sua logica luminosa" (n.25). Una logica che permette al sacerdote di considerare e vivere il celibato non come un elemento isolato o puramente negativo - rinuncia difficile - ma in un senso sommamente positivo, frutto cioè di una libera scelta d'amore - continuamente da rinnovare - in risposta a un invito di Dio a seguire Cristo nel suo donarsi come "Sposo della Chiesa", partecipando così alla paternità e alla fecondità di Dio.

La lettura di questo libro è sicuramente di grande aiuto per comprendere come le profonde ragioni teologiche a favore del celibato sacerdotale non possano venire minimamente intaccate né dalla carenza di vocazioni sacerdotali, né dall'eventuale diffondersi di fallimenti o di alcuni comportamenti gravemente scandalosi - e assolutamente deplorevoli e intollerabili - da parte di alcuni preti. Il libro mette inoltre bene in evidenza il valore - oggi forse specialmente attuale - del celibato. Più che del Dio dei filosofi e dei teologi, il nostro mondo ha bisogno del Dio degli apostoli, dei discepoli di Gesù Cristo, nei quali Lui continua a rendersi presente e ad agire. Nelle conclusioni, il cardinale Piacenza scrive: "Non dobbiamo perciò lasciarci condizionare o intimidire da un mondo senza Dio che non comprende il celibato e vorrebbe eliminarlo, ma al contrario dobbiamo recuperare la motivata consapevolezza che il nostro celibato sfida il mondo, mettendo in profonda crisi il suo secolarismo e il suo agnosticismo e gridando, nei secoli, che Dio c'è ed è Presente!". Con il cardinale Piacenza, ci auguriamo quindi che questo libro trovi la più ampia diffusione, contribuendo a rendere il celibato sacerdotale sempre più apprezzato come dono prezioso dello Spirito di Cristo, che continuamente rinnova e santifica la sua Chiesa.


(©L'Osservatore Romano 16 aprile 2011)

giovedì 14 aprile 2011

La "terza via"


Pubblichiamo la prima parte dell'articolo apparso ieri sulla rivista online Disputationes Theologicae, su un argomento attualmente molto dibattuto


La necessità teologica ed ecclesiale di una “terza via”: né vortice "scismatico" né conformismo "allineato"


Nel quadro della disputa sollevata dal nostro recente editoriale siamo in dovere, come la nostra rivista si prefigge, di dare risposta ad alcuni interrogativi ed ad alcune obiezioni, violente, violentissime a volte - probabile segno che il problema denunciato era reale -, ma sempre prive di nome e cognome. Infatti né l’amor di verità degli strenui difensori di un tradizionalismo “duro”, né il desiderio d’ unità dei fautori d’un liberale “ecumenismo della Tradizione” sono stati capaci d’infondere il coraggio d’una firma. Si noti anche la strana convergenza dei due poli apparentemente opposti, ma in realtà uniti dall’avversione alla linea teologico-ecclesiale, chiara e dichiarata, da noi espressa. Davanti a questa strana attitudine vogliamo attirare l’attenzione su una “terza via”. Si può essere “romani”, e nutrire un rispetto – anche verbale – nei confronti dell’autorità ecclesiastica, ma al tempo stesso esprimere anche pubblicamente il proprio dissenso quando un pericolo per la dottrina della fede lo richieda.



Nell’intento di essere sintetici, riassumeremo i differenti interventi, alcuni d’ordine teologico, altri di tipo pratico-politico, ma con connessioni teologiche, cercando al tempo stesso di illustrare questa “terza via” di cui nel titolo di fa menzione.



Obiezioni teologiche:



1) La posizione della vostra rivista si è appiattita, come ormai quella di tutti gli istituti Ecclesia Dei, sulla difesa del testo conciliare, sostenendo che tutto, nei testi del Vaticano II, è assolutamente e indistintamente vincolante ed è da interpretare nell’ermeneutica della continuità.



2) Avete attaccato il neotomismo degli anni ’30 perché ormai anche la vostra linea teologica è quella del nuovo corso, che disprezza il rigore di quella linea di pensiero, mescolandovi le novità moderniste.



3) Voi siete sottomessi visibilmente e canonicamente ad un’autorità che indice l’incontro d’Assisi, quindi voi siete implicitamente favorevoli all’attuale ecumenismo; l’unica soluzione fedele sarebbe la vostra rottura con le autorità ecclesiastiche.



4) Non denunciate con sufficiente convinzione l’ecumenismo e soprattutto “Assisi III”.



Obiezioni d’ordine pratico-politico:



5) Avete accusato la Fraternità d’essere scismatica in ragione delle sue posizioni.



6) I colloqui dottrinali tra i teologi romani e quelli d’Êcone vanno bene, i responsabili ne sono soddisfatti.



7) La prova ne è il fatto che presto ci sarà un ordinariato personale.



8) Gli Istituti dell’Ecclesia Dei, scordando la parabola del figliol prodigo, non vogliono l’accordo di Roma con la Fraternità.



Risponderemo basandoci prima sul dato teologico, poi su quello pratico. In una prospettiva realista terremo conto del primato del vero sull’utile, senza per questo disprezzare l’ “arte politica”, nel senso aristotelico del termine, e soprattutto - come disse anche Mons. Lefebvre alla fine degli anni ’70 - tenendo conto delle varie sfumature della realtà che è irriducibile ad una sorta di “impazzimento ideologista”.



1) Le norme teologiche di valutazione cui ci atteniamo sono quelle classiche; su questo noi ci fondiamo per esprimere una posizione di assenso o dissenso su un argomento teologico non infallibilmente definito o comunque suscettibile di approfondimenti. E’ anche il Codice di diritto canonico che sottolinea la “giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza”, in ossequio al Magistero della Chiesa, le proprie opinioni (can. 218). La Pontificia Commissione Ecclesia Dei è infatti un organismo canonico-giuridico e non un organismo che avrebbe “sue” posizioni teologiche, come ideologicamente sostenuto dal tradizionalismo “intransigente” e dall’Osservatore Romano... Inoltre è ben noto, anche dagli statuti dell’Istituto del Buon Pastore cui appartiene il direttore di questo libero sito, che non sosteniamo l’assoluta intangibilità dei testi di tale Concilio pastorale. Essi possono essere rivisti da chi detiene la somma autorità nella Chiesa. Si tratta infatti di testi che non godono dell’infallibilità del Magistero straordinario infallibile, né di quella dell’ordinario infallibile in ogni loro frase. Sulla possibilità di tale prospettiva è sufficiente la “Nota teologica” del Concilio stesso del 16 novembre 1964 (Denz. 4350 e ss.) e su queste pagine si è espressa con sufficiente chiarezza anche l’autorevole voce di Mons. Gherardini. Ci preme tuttavia aggiungere che limitare il discorso ai documenti del Concilio, in maniera peraltro fortemente esasperata e smisuratamente ideologica, è assai riduttivo, il problema essendo ben più ampio.



2) Non abbiamo sconfessato il “neotomismo”, continuando a nutrire grande rispetto per la “Scuola”, anche quella detta “dei commentatori”. Verrebbe da chiedersi se l’obiettante sa leggere con attenzione e soprattutto con obiettività i nostri editoriali. Abbiamo riportato il facile giudizio della parte vaticana. E’ tuttavia nostro avviso che la prospettiva vada ampliata, senza assolutizzare il “neotomismo”, proprio per evitare il gioco facile di alcuni teologi moderni, che vorrebbero chiamare “disputa di scuola” ciò che meriterebbe semplicemente il nome di “errore di dottrina”. Se questi problemi e queste facili accuse, da una parte e dall’altra, si sono prodotte è perché questi “colloqui dottrinali” sono stati impostati male.



3) Essere canonicamente, quindi visibilmente, sottomessi al Romano Pontefice e ai Vescovi in comunione con Lui, non significa condividere tutti e singoli gli atti non infallibili che l’autorità fa o subisce, propone o sembra proporre. Significa rispettare la Divina Costituzione della Chiesa, pur riservandosi la facoltà di esprimere rispettosamente un dissenso teologicamente compatibile con le materie in oggetto. Soprattutto affermiamo un principio teologico, e di legge naturale: ciò che regola, ed eventualmente permette, la resistenza alla piena sottomissione alla gerarchia è l’imposizione di un ordine moralmente inaccettabile, al contrario la circostanza che la gerarchia faccia o dica cose non condivisibili non autorizza ad estendere la resistenza ad una dimensione abituale o universale.



4) In merito alla denuncia delle derive ecumeniche, quando l’Osservatore Romano ha scritto, con firma di Renzo Gattegna, che la Chiesa Cattolica deve rinunciare a convertire gli ebrei, la nostra rivista ha sottoscritto una pubblica denuncia presentata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, già nel dicembre 2010 (un mese prima dell’annuncio d’Assisi III) e ha in seguito pubblicato un articolo in merito. Su un avvenimento tanto grave, poiché in aperta e dichiarata opposizione al magistero ecclesiastico, il dissenso s’impone ad ogni cattolico, benché non consti che una chiara voce si sia levata da quanti hanno attaccato la nostra testata di complice silenzio. Nell’evidenza di un’affermazione in contrasto aperto con la dottrina cattolica, è nostra posizione che tali errori in materia di fede siano da denunciare senza reticenze. In merito ad Assisi III restiamo in linea di principio fortemente avversi agli incontri interreligiosi, posizione pubblica e nota sia al Santo Padre sia alla Chiesa in generale, ma conoscendo il pensiero dell’allora card. Ratzinger e le sue passate affermazioni sull’impatto disastroso di questi avvenimenti, aspettiamo gli eventi per conoscere a fondo quale sia, nella “mens” del Papa, il motivo di un tale incontro. Forse legato, più di quanto si creda, all’attuale equilibrio internazionale o ad equilibri interni al mondo ecclesiastico. Vista la complessità della situazione non ci sembrano opportuni i rapidissimi commenti, e comunque gli epiteti, che sono stati riservati al successore di Pietro su siti d’area tradizionale. Impossibile poi capire la logica di chi, affermando l’indicibile gravità dell’incontro Assisi III, vuole al tempo stesso sostenere che i colloqui teologici Êcone-Roma vadano bene; in effetti, vista l’impostazione “dottrinale” che si è voluto dare a tali incontri, se vanno bene allora vorrà dire che di fatto l’attuale ecumenismo non pone problemi agli interlocutori.

Il catechismo dei giovani nasce vecchio. E casca sull'eutanasia




di Sandro Magister




Ieri correva voce che la congregazione per la dottrina della fede avesse ordinato il ritiro dell’edizione italiana del nuovo Catechismo dei giovani, “YouCat”, e la sua ristampa emendata dall’errore di cui ha dato conto il precedente post di “Settimo Cielo”.

Invece no. Il libro resta in vendita. Sulle righe sbagliate hanno tirato una croce a penna gli impiegati della sala stampa vaticana, il 13 aprile, giorno della presentazione ufficiale del libro, prima di consegnarlo ai giornalisti con infilato un foglietto con la traduzione giusta.

Il guaio è che quell’errore non è il solo. Ce n’è almeno un altro che è molto più grave. E riguarda non soltanto la traduzione italiana, ma anche l’originale in tedesco.

Alla domanda n. 382 “L’eutanasia è permessa?”, il Catechismo dei giovani risponde così:

“Provocare attivamente la morte è sempre una violazione del comandamento: ‘non uccidere’ (Es 20, 13); al contrario, assistere una persona durante il processo di morte è addirittura un dovere di umanità”.

E fin qui tutto normale. Ma subito dopo, nel paragrafo che dovrebbe sviluppare e spiegare la prima risposta sintetica, si legge:

“Spesso le definizioni di eutanasia attiva ed eutanasia passiva rendono poco chiaro il dibattito; la questione dirimente è propriamente se si uccide o se si lascia morire la persona. Chi aiuta a morire una persona nel senso dell’eutanasia attiva viola il quinto comandamento; chi invece aiuta una persona durante la morte nel senso di un’eutanasia passiva obbedisce invece al comandamento dell’amore del prossimo. Si intende con questo che, essendo la morte del paziente ormai sicura, si rinuncia a procedure mediche straordinarie, onerose o sproporzionate rispetto ai risultati attesi. Questa decisione spetta al paziente stesso, oppure deve essere messa per iscritto in anticipo. Se il paziente non è più cosciente, una persona delegata deve soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente. La cura di un morente non può mai essere interrotta, trattandosi di un dovere di carità e di misericordia; in questo senso può essere legittimo e corrispondere alla dignità umana l’uso di palliativi, anche col rischio di abbreviare la vita del paziente; è però decisivo che la morte non sia ricercata né come fine né come mezzo”.

Interpellato su come si possa sostenere che “un’eutanasia passiva obbedisce al comandamento dell’amore”, il cardinale Christoph Schönborn, primo responsabile dell’edizione originale in tedesco del libro, si è difeso sostenendo che in tedesco non si è voluta usare, qui, la parola “Euthanasie”, ma quella di “Sterbehilfe”, cioè di aiuto alla morte, passibile di significati più ampi, anche in senso positivo.

Ma è intervenuto monsignor Rino Fisichella, che invece ha rigettato in blocco – anche nella loro formulazione in tedesco – le formule “eutanasia attiva” ed “eutanasia passiva”, poiché si prestano a fraintendimenti e “non dovrebbero essere più usate”.

In effetti, nei documenti della Chiesa sul tema, tra i quali l’enciclica “Evangelium vitae” di Giovanni Paolo II, non si parla mai di eutanasia “passiva”, ma piuttosto di eutanasia “di omissione”, che cioè tralascia di prestare i trattamenti medici o di sostegno vitale necessari per la persona e proporzionati al suo stato, portandola così volutamente a morte.

E in questi stessi documenti magisteriali l’eutanasia di omissione è anch’essa severamente condannata. Mentre invece è approvata l’astensione dal cosiddetto accanimento terapeutico, cioè da quei trattamenti il cui unico effetto è di aggravare e prolungare le sofferenze.

Non ci voleva molto, nel nuovo Catechismo dei giovani, per dire con parole chiare e semplici un doppio no: a ogni tipo di eutanasia da un lato, e all’accanimento terapeutico dall’altro.

Invece i suoi compilatori si sono imbarcati in un tortuoso giro di frasi, che cominciano col negare la bontà dei termini adottati e finiscono col trasformare in benemeriti gli autori dell’eutanasia “passiva”.

Per non dire del seguito del paragrafo, che, imponendo di “soddisfare le volontà dichiarate o presumibili del morente” non più cosciente, arriva a dar ragione, tra l’altro, a chi sentenziò la morte di Eluana Englaro.

Il cardinale Schönborn ha annunciato che presso la congregazione per la dottrina della fede sarà costituito un gruppo di lavoro per riesaminare l’intero testo del nuovo Catechismo, nell’originale e nelle traduzioni, e per raccogliere tutte le correzioni da apportare nelle successive edizioni.

Anzi, dell’edizione francese 30 mila copie sono già state mandate al macero, per un clamoroso errore a corredo della domanda n. 136, dove la libertà di religione veniva assimilata all’affermazione che tutte le religioni sono uguali ed ugualmente vere.

Mica male, per un testo che si apre con la commossa prefazione autografa di Benedetto XVI, che lo consegna ai giovani come “straordinario per il suo contenuto e per come si è formato”.

In chiusura della conferenza stampa Schönborn, a freddo, ha scaricato la responsabilità degli errori dell’edizione italiana sul cardinale Angelo Scola, che doveva esserne – ha detto – il “garante” e in effetti figura sul frontespizio del libro come titolare della “revisione dei contenuti della traduzione italiana”.

Il paradosso è che Schönborn e Scola sono nel collegio cardinalizio le stelle più fulgenti della “scuola” ratzingeriana. Chissà cosa ne pensa, questa volta, il loro maestro.

mercoledì 13 aprile 2011

Comunicato dell'Associazione Pratese




Domenica 17 aprile 2011
ore 17

nella chiesa parrocchiale dello Spirito Santo
(Piazza del Collegio) di Prato

verrà celebrata la
Santa Messa secondo il rito di San Pio V

con la benedizione delle palme e
con il canto del “Passio” in lingua latina
Parteciperà il coro Corte Bardi diretto dalla maestra Elisabetta Ciani.


La celebrazione avverrà secondo le disposizioni del motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI, che ha liberalizzato l’uso della millenaria liturgia della chiesa cattolica.
Alla celebrazione sono quindi invitati tutti coloro che si sentono legati all’antica tradizione liturgica della chiesa.

La Domenica delle Palme




di dom Prosper Guéranger



La partenza da Betania.

Di primo mattino, Gesù lascia a Betania Maria sua madre, le due sorelle Marta e Maria Maddalena, con Lazzaro, e si dirige a Gerusalemme in compagnia dei discepoli. Trema la Vergine, nel vedere così il Figlio avvicinarsi ai suoi nemici, che bramano versare il suo sangue; però oggi, Gesù, non va incontro alla morte a Gerusalemme, ma al trionfo. Bisogna che il Messia, prima d'essere sospeso alla croce, sia, in Gerusalemme, proclamato Re dal popolo; e che di fronte alle aquile romane, sotto gli occhi dei Pontefici e dei Farisei rimasti muti per la rabbia e lo stupore, la voce dei fanciulli, mescolandosi con le acclamazioni della cittadinanza, faccia echeggiare la lode al Figlio di David.

Avveramento della Profezia.

Il profeta Zaccaria aveva predetta l'ovazione preparata dalla eternità al Figlio dell'uomo, alla vigilia delle sue umiliazioni: "Esulta grandemente, o figlia di Sion, giubila, o figlia di Gerusalemme; ecco viene a te il tuo Re, il Giusto, il Salvatore: egli è povero, e cavalca un'asina e un asinello" (Zc 9,9). Vedendo Gesù ch'era venuta l'ora del compimento di questo oracolo, prende in disparte due discepoli, e comanda loro di portargli un'asina ed un puledro d'asina che troveranno poco lontano di lì. Mentre il Signore giungeva a Betfage, sul monte degli Olivi, i due discepoli s'affrettano ad eseguire la commissione del loro Maestro.

I due popoli.

I santi Padri ci han data la chiave del mistero di questi due animali. L'asina figura il popolo giudeo sottoposto al giogo della Legge; "il puledro sul quale, dice il Vangelo, nessuno è ancora montato" (Mc 11,2), rappresenta la gentilità, non domata da nessuno fino allora. La sorte di questi due popoli sarà decisa da qui a pochi giorni: il popolo giudaico, per aver respinto il Messia, sarà abbandonato a se stesso e in suo luogo Dio adotterà le nazioni che, da selvagge che erano, diventeranno docili e fedeli.

Il corteo del trionfo.

I discepoli stendono i mantelli sull'asinello; allora Gesù, perché fosse adempita la figura profetica, monta su quell'animale (ivi 11,7) e s'accinge così ad entrare nella città. Nel contempo si sparge la voce in Gerusalemme che arriva Gesù. Mossa dallo Spirito divino, la moltitudine dei Giudei, convenuta d'ogni parte nella santa città per celebrare la festa di Pasqua, esce ad incontrarlo, agitando palme e riempiendo l'aria di evviva. Il corteo che accompagnava Gesù da Betania si confonde si confonde con quella folla trasportata dall'entusiasmo: ed alcuni stendono i loro mantelli sulla terra che Gesù dovrà calcare, altri gettano ramoscelli di palme al suo passaggio. Echeggia un grido: Osanna! E la grande nuova per la città è, che Gesù, figlio di David, vi sta facendo il suo ingresso come Re.

Regalità del Messia.

In tal modo Dio, con la potenza che ha sui cuori, approntò un trionfo al Figliol suo in questa città, che di lì a poco doveva a gran voce reclamare il suo sangue. Questo giorno fu un momento di gloria per Gesù; e la santa Chiesa vuole che tutti gli anni noi rinnoviamo tale trionfo dell'Uomo-Dio. Al tempo della nascita dell'Emmanuele, vedemmo arrivare i Magi dal lontano Oriente e cercare e chiedere, in Gerusalemme, del Re dei Giudei per offrirgli i loro doni; oggi è la stessa Gerusalemme che si muove al suo incontro. Questi due fatti sono in rapporto ad un unico fine: riconoscere la regalità di Gesù Cristo: il primo da parte dei Gentili, il secondo da parte dei Giudei. Mancava che il Figlio di Dio, prima di soffrire la Passione, ricevesse l'uno e l'altro omaggio insieme: e l'iscrizione che presto Pilato farà collocare sul capo del Redentore, Gesù Nazareno, Re dei Giudei, esprimerà il carattere indispensabile del Messia. Invano i nemici di Gesù si sforzeranno in tutti i modi di far cambiare i termini di quella scritta; non ci riusciranno. "Quel che ho scritto ho scritto", risponderà il governatore romano, che, senza saperlo, di sua mano dichiarò l'adempimento delle Profezie. Oggi Israele proclama Gesù suo Re; domani Israele sarà disperso in punizione del suo rinnegamento; ma Gesù da lui oggi proclamato Re, tale rimane nei secoli. Così s'adempiva esattamente l'oracolo dell'Angelo che parlò a Maria, annunciandole le grandezze del figlio che doveva nascere da lei: "Il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre, e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe" (Lc 1,32-33). Oggi comincia Gesù il suo regno sulla terra; e se il primo Israele non tarderà a sottrarsi al suo scettro, un nuovo Israele, sorto dalla porzione fedele dell'antico, e formato da tutti i popoli della terra, offrirà a Cristo un impero più vasto, che mai conquistatore sognò.

Tale è il mistero glorioso di questo giorno, in mezzo alla tristezza della Settimana dei dolori. La santa Chiesa oggi vuole che siano sollevati i nostri cuori da un momento di allegrezza, e che salutiamo Gesù nostro Re. Ella ha perciò disposto il sevizio divino di questa giornata, in modo da esprimere insieme la gioia, unendosi agli evviva che risuonarono nella città di David; la tristezza, tornando subito a gemere sui dolori del suo Sposo divino. Tutta la funzione è suddivisa come in tre atti distinti, di cui successivamente spiegheremo i misteri e le intenzioni.

La benedizione delle palme.

La benedizione delle palme, o dei rami, è il primo atto che si svolge sotto i nostri occhi; e se ne può giudicare l'importanza dalla solennità di cui fa pompa la Chiesa. Si disse per tanto tempo, che il Sacrificio veniva offerto con l'unico intento di celebrare l'anniversario dell'ingresso di Gesù in Gerusalemme. L'Introito, la Colletta, l'Epistola, il Graduale, il Vangelo e lo stesso Prefazio si succedevano come a preparare l'immolazione dell'Agnello senza macchia; ma arrivati al triplice: Sanctus! Sanctus! Sanctus! la Chiesa sospendeva queste formule solenni, e per mezzo dei suo ministro procedeva alla santificazione dei rami che sono lì accanto.

Dopo la recente riforma, appena cantata l'antifona Osanna, questi rami, oggetto della prima parte della funzione, ricevono, in virtù di una sola preghiera seguita dall'incensazione e dall'aspersione di acqua benedetta, una forza che li eleva all'ordine soprannaturale e li rende capaci di santificare le anime, di proteggere i nostri corpi e le nostre case. Durante la processione, i fedeli devono tenere rispettosamente in mano questi rami e portarli poi nelle loro case come segno della loro fede e promessa dell'aiuto divino.

Antichità del rito.

È superfluo spiegare al lettore, che le palme ed i ramoscelli di olivo che ricevono in questo momento la benedizione della Chiesa, stanno a ricordare quelle con le quali il popolo di Gerusalemme onorò l'entrata trionfale del Salvatore; ma è opportuno aggiungere qualche parola sull'antichità di questa tradizione. Essa cominciò presto in Oriente, probabilmente dalla pace della Chiesa a Gerusalemme. Nel IV secolo san Cirillo, vescovo di questa città, pensava che ancora esistesse nella valle del Cedron il palmizio che fornì i rami al popolo che andò incontro a Gesù (Catechesi, x); quindi, niente di più naturale che prendere da ciò occasione per istituire una commemorazione anniversaria di questo avvenimento. Nel secolo seguente si vede questa cerimonia, non solo fissata nelle chiese d'Oriente, ma anche nei monasteri, di cui erano popolate le solitudini dell'Egitto e della Siria. Arrivata la Quaresima, molti santi monaci ottenevano il permesso dal loro abate d'internarsi nel deserto, per passare questo tempo in un profondo ritiro; ma dovevano rientrare al monastero per la Domenica delle Palme, come sappiamo dalla vita di sant'Eutimio, scritta dal suo discepolo Cirillo. In Occidente, questo rito non si stabilì così presto; la prima traccia la riscontriamo nel Sacramentarlo di san Gregorio: il che equivale alla fine del VI secolo, od all'inizio del VII. Man mano che la fede si propagava verso il Nord, non era più possibile solennizzare tale cerimonia in tutta la sua integrità, poiché in quei climi non crescevano né palmizi né oliveti. Fu giocoforza sostituirli con rami d'altri alberi; però la Chiesa non permise di cambiare nulla delle orazioni che erano prescritte nella benedizione di questi rami, perché i misteri che si espongono in queste belle preghiere si fondano sull'olivo e sulla palma del racconto evangelico, figurati dai nostri rami di bossolo o di lauro.

La processione.

Il secondo rito di questa giornata è la celebre processione che segue alla benedizione delle palme. Essa ha lo scopo di rappresentare al vivo l'avvicinarsi del Salvatore a Gerusalemme ed il suo ingresso in quella città; appunto perché nulla manchi all'imitazione del fatto descritto nel santo Vangelo, le palme benedette vengono portate da tutti quelli che prendono parte a detta processione. Presso i Giudei, tenere in mano dei rami d'albero significava allegria; e la legge divina sanzionava loro quest'uso. Dio aveva detto nel libro del Levitino, stabilendo la festa dei Tabernacoli: "Nel primo giorno prenderete i frutti dell'albero più bello, dei rami di palma e dell'albero più frondoso, dei salici del torrente, e vi rallegrerete dinanzi al Signore Dio vostro" (Lv 23,40). Fu dunque con l'intenzione di manifestare l'entusiasmo per l'arrivo di Gesù fra le loro mura, che gli abitanti di Gerusalemme, compresi i bambini, ricorsero a tale gioiosa dimostrazione. Andiamo incontro anche noi al nostro Re, e cantiamo Osanna al vincitore della morte ed al liberatore del suo popolo.

Nel Medio Evo, in molte chiese, si portava in processione il libro dei santi Vangeli, che per le parole che contengono rappresentano Gesù Cristo. A un punto stabilito e preparato per una stazione, la processione si fermava: allora il diacono apriva il sacro libro e cantava il passo ov'è narrato l'ingresso di Gesù in Gerusalemme. Quindi si scopriva la croce, fino allora rimasta velata; e tutto il clero veniva a prostrarsi solennemente in adorazione, depositando ciascuno ai suoi piedi un frammento di ramoscello che teneva in mano. Poi la processione ripartiva preceduta dalla croce, che rimaneva senza velo, fino a che il corteo non fosse rientrato in chiesa.

In Inghilterra e in Normandia, nell'XI secolo, si praticava un rito che rappresentava ancora più al vivo la scena di questo giorno a Gerusalemme. Alla processione veniva portata in trionfo la santa Eucaristia. Difatti a quest'epoca era scoppiata l'eresia di Berengario contro la presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia; ed un tale trionfo della sacra Ostia doveva essere un lontano preludio dell'istituzione della Festa e della Processione del Ss. Sacramento.

A Gerusalemme, nella Processione delle Palme, si pratica anche un'altra usanza, sempre allo scopo di rinnovare la scena evangelica. L'intera comunità dei Francescani, che sta alla custodia dei luoghi sacri, si reca di mattina a Betfage, ove il Padre Guardiano di Terra Santa, in abiti pontificali, monta un asinello adorno di vestiti e, accompagnato dai religiosi e dai cattolici di Gerusalemme, tenendosi tutti in mano la palma, fa l'ingresso nella città e smonta alla porta della chiesa del Santo sepolcro, dove si celebra la Messa con la maggiore solennità.

Abbiamo qui riuniti, secondo il nostro costume, i differenti fatti che possono servire ad elevare il pensiero dei fedeli ai diversi misteri della Liturgia. Queste manifestazioni di fede li aiuteranno a comprendere come nella Processione delle Palme, la Chiesa intenda onorare Gesù Cristo, presente al trionfo che oggi gli tributa. Cerchiamo dunque con amore "quest'umile e mite Salvatore che viene a visitare la figlia di Sion", come dice il Profeta. Egli è qui in mezzo a noi: a lui s'indirizzi l'omaggio delle nostre palme, insieme a quello dei nostri cuori; egli viene a noi per diventare nostro Re: accogliamolo anche noi, dicendo: Osanna al figlio di David!

L'entrata in chiesa.

La fine della processione, prima della recente riforma, si distingueva per una cerimonia improntata al più alto e profondo simbolismo. Al momento di rientrare in chiesa, il corteo trovava le porte serrate. S'arrestava la marcia trionfale; ma non venivano sospesi i canti di gioia; un lieto ritornello risuonava nell'inno speciale a Cristo Re, fino a che il Suddiacono batteva con l'asta della croce la porta; questa s'apriva, e la folla, preceduta dal clero, rientrava in chiesa, glorificando colui che, solo, è la Risurrezione e la Vita.

Questa scena sta ad indicare l'entrata del Salvatore in un'altra Gerusalemme, di cui quella della terra è soltanto la figura. Quest'altra Gerusalemme è la patria celeste, di cui Gesù ci ha aperte le porte. Il peccato del primo uomo le aveva chiuse; ma Gesù il Re della Gloria, ce le ha riaperte in virtù della Croce, alla quale non hanno potuto resistere.

Il canto in onore di Cristo Re è stato conservato, mentre invece è stato soppresso il particolare della porta chiusa. Continuiamo pertanto a seguire i passi del Figlio di David; egli è pure Figlio di Dio e ci invita a partecipare al suo regno.

Nella Processione delle Palme, commemorazione dell'avvenimento realizzatosi in questo giorno, la santa Chiesa solleva la nostra mente al mistero dell'Ascensione col quale termina, in cielo, la missione del Figlio di Dio sulla terra. Ma, ahimé, i giorni che separano l'uno dall'altro questi due trionfi del Figlio di Dio, non sono sempre giorni di gioia; infatti, è appena terminata la processione con la quale la Chiesa s'è liberata per un attimo della sua tristezza, che già iniziano i gemiti e i lamenti.

La Messa.

La terza parte della funzione odierna è l'offerta del santo Sacrificio. Tutti i canti che l'accompagnano esprimono desolazione e per completare la tristezza che è caratteristica della giornata, la Chiesa ci fa leggere il racconto della Passione del Redentore. Da cinque o sei secoli fa, la Chiesa ha adottato un particolare recitativo per la lettura di questo brano evangelico, che diventa così un vero dramma. Si sente prima lo storico raccontare quei fatti in tono grave e patetico; le parole di Gesù hanno un accento nobile e dolce, che contrastano in una maniera penetrante col tono elevato degli altri interlocutori e coi gridi della plebaglia giudaica.

Nel momento in cui, nel suo amore per noi, si lascia calpestare sotto i piedi dei peccatori, noi dobbiamo proclamarlo più solennemente nostro Dio e nostro Re.

Questi sono in genere i riti della grande giornata. Non ci rimane che inserire nel corso delle sacre letture, secondo il solito, quei dettagli che crederemo necessari per completare il significato.

Nomi dati a questa Domenica.

Oltre al nome liturgico e popolare di Domenica delle Palme, essa è chiamata anche Domenica dell'Osanna, per il grido di trionfo col quale i Giudei salutarono l'arrivo di Gesù. Anticamente i nostri padri la chiamarono Domenica della Pasqua fiorita, perché la Pasqua dalla quale ci separano solo otto giorni, oggi si considera in fiore, e i fedeli possono, fin da oggi, adempiere il dovere della comunione annuale. Per il ricordo di tale denominazione gli Spagnoli, avendo scoperta, la Domenica delle Palme del 1513, quella vasta regione che confina col Messico, la chiamarono Florida. Questa domenica la troviamo chiamata anche Capitilavium, cioè lava-testa, perché nei secoli della media antichità, quando si rinviava al Sabato Santo il battesimo dei bambini nati nei mesi precedenti, che potevano aspettare questo tempo senza pericolo, i genitori lavavano oggi il capo dei loro neonati, affinché il prossimo sabato si potesse fare con decenza l'unzione del Sacro Crisma. In epoca più remota tale Domenica, in certe chiese, veniva chiamata la Pasqua dei Competenti, cioè dei Catecumeni ammessi al santo battesimo. Questi si riunivano oggi in chiesa, e si faceva loro una spiegazione particolare del Simbolo che avevano ricevuto nello scrutinio precedente. Nella chiesa gotica di Spagna lo si dava solo oggi. Infine, presso i Greci, tale Domenica è designata col nome di Bifora, cioè Porta Palme.

M E S S A

La Stazione è a Roma, nella Basilica Lateranense, la chiesa Madre e Matrice di tutte le chiese. Ai nostri giorni, però, la funzione papale ha luogo a S. Pietro; ma tale deroga non arreca pregiudizio ai diritti dell'Arcibasilica la quale, anticamente, aveva oggi l'onore della presenza del Sommo Pontefice, ed ha tuttora conservate le indulgenze accordate a quelli che oggi la visitano.

Alla Messa solenne, il Sacerdote si porta all'altare, e dopo aver tralasciato il salmo Iudica me, Deus, e il Confiteor, sale i gradini e lo bacia nel mezzo e lo incensa.

EPISTOLA (Fil 2,5-11) – Fratelli: abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il quale, esistendo nella forma di Dio, non considerò questa sua uguaglianza con Dio come una rapina, ma annichilò se stesso, prendendo la forma di servo, e, divenendo simile agli uomini, apparve come semplice uomo; umiliò se stesso fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo però anche Dio lo esaltò e gli donò un nome, che è sopra ogni altro nome, tale che nel nome di Gesù si deve piegare ogni ginocchio in cielo, in terra e nell'inferno, ed ogni lingua deve confessare che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre.

Umiliazione e gloria di Gesù.

La santa Chiesa prescrive di genuflettere al punto dell'Epistola dove l'Apostolo dice, che ogni ginocchio si deve piegare nel pronunciare il nome di Gesù; e noi ne abbiamo seguito il comando. Dobbiamo comprendere che, se vi è un'epoca dell'anno in cui il Figlio di Dio ha diritto alle nostre più profonde adorazioni è soprattutto in questa Settimana, nella quale è lesa la sua maestà, e lo vediamo calpestato sotto i piedi dei peccatori. Indubbiamente i nostri cuori saranno animati da tenerezza e compassione alla vista dei dolori che sopporta per noi; ma non meno sensibilmente dobbiamo risentire gli oltraggi e le bassezze di cui è fatto segno, lui che è uguale al Padre e Dio come lui. Con le nostre umiliazioni, rendiamo a lui, per quanto ci è possibile, la gloria di cui egli si sveste per riparare la nostra superbia e le nostre ribellioni; ed uniamoci ai santi Angeli che, testimoni di tutto ciò che Gesù ha accettato per il suo amore verso l'uomo, s'annientano più profondamente, nel vedere l'ignominia alla quale è ridotto.

Ma è ormai tempo d'ascoltare il racconto della Passione del Signore. La Chiesa ne legge la narrazione secondo i quattro Vangeli, nei quattro differenti giorni della Settimana. Oggi comincia col racconto di san Matteo, che per primo scrisse i fatti della vita e della morte del Redentore.

Le lacrime di Gesù.

Terminiamo questa giornata del Redentore a Gerusalemme, richiamando alla memoria gli altri fatti che la segnalarono. San Luca c'informa, che fu durante la sua marcia trionfale verso questa città che Gesù, vicino ad entrarvi, pianse su di lei e manifestò il suo dolore con queste parole: "Oh se conoscessi anche tu, e proprio in questo giorno quel che giova alla tua pace! Ora invece è celato agli occhi tuoi. Ché verranno per te i giorni nei quali i nemici ti stringeranno con trincee, ti chiuderanno e ti assedieranno d'ogni parte, e distruggeranno te e i tuoi figli che sono in te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata" (Lc 19,42-44).

Qualche giorno fa il santo Vangelo ci mostrò Gesù che piangeva sulla tomba di Lazzaro; oggi lo vediamo spargere nuove lacrime sopra Gerusalemme. A Betania piangeva pensando alla morte del corpo, conseguenza e castigo del peccato; ma questa morte non è senza rimedio. Gesù è "la risurrezione e la vita; chi crede in lui non rimarrà nella morte eterna" (Gv 11,25). Ma lo stato dell'infedele Gerusalemme rappresenta la morte dell'anima; ed una tale morte è senza risurrezione, se l'anima non ritorna tempestivamente all'autore della vita. Ecco perché sono tanto amare le lacrime che sparge oggi Gesù. Il suo cuore è triste, proprio in mezzo alle acclamazioni che fanno accoglienza al suo ingresso nella città di David: perché sa, che molti "non conosceranno il tempo che furono visitati". Consoliamo il cuore del Redentore, e siamogli una Gerusalemme fedele.

Gesù torna a Betania.

Sappiamo da san Matteo che il Signore andò a chiudere la giornata a Betania. Naturalmente la sua presenza dovette sospendere le materne inquietudini di Maria e tranquillizzare la famiglia di Lazzaro. Ma in Gerusalemme nessuno si presentò ad offrire ospitalità a Gesù; almeno il Vangelo non fa alcuna menzione a questo riguardo. Le anime che meditarono la vita del Signore si sono soffermate su questa considerazione: Gesù onorato la mattina con solenne trionfo, alla sera è ridotto a cercarsi il nutrimento e il riposo fuori della città che lo aveva accolto con tanti applausi. Nei monasteri dei Carmelitani della riforma di santa Teresa esiste una consuetudine che si propone d' offrire a Gesù una riparazione, per l'abbandono in cui fu lasciato dagli abitanti di Gerusalemme. Si presenta una tavola in mezzo al refettorio e vi si serve un pasto; dopo che la comunità ha finito di cenare, quel pasto offerto al Salvatore del mondo, viene distribuito ai poveri, che sono le sue membra.

PREGHIAMO

O Dio onnipotente ed eterno, che per dare al genere umano esempio d'umiltà da imitare, hai deciso l'incarnazione del Salvatore e la sua passione in croce; concedici propizio d'imitarlo nella sofferenza per poter poi partecipare alla risurrezione.



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 674-683