giovedì 31 marzo 2011

LA SECOLARIZZAZIONE LITURGICA COME NEGAZIONE DEL CULTO



di don Matteo De Meo


(Contributo letto nell'ambito del convegno organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bari il 25 marzo scorso in occasione della visita di S.E. il Cardinal Raymond Burke.)

Sicuramente la genesi di gran parte del crollo della Liturgia, a cui da decenni stiamo assistendo nella Chiesa, è da rintracciarsi in ciò che Sua Eminenza il Cardinal Raymond Leo Burke ha acutamente evidenziato all’inizio della sua Lectio magistralis: “...un’esasperata attenzione rivolta all’aspetto umano della liturgia...” ovvero la sua secolarizzazione.


Essa si dettaglia in tutti quegli infiniti e variegati tentativi di “adeguamento” tra la fede e il suo linguaggio da una parte e il mondo dall'altra, tra liturgia e mondo. Un mondo, però, che viene sempre più concepito etsi Deus non daretur. E proprio Benedetto XVI ha affermato che “la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal culto della liturgia che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur”.


Negli ultimi anni la secolarizzazione è stata analizzata, descritta e definita in molti modi, ma, per quanto ne sappia, nessuna di queste descrizioni ha sottolineato un punto che ritengo sia essenziale e che rivela in effetti meglio di ogni altra cosa la vera natura della secolarizzazione. La secolarizzazione, a mio avviso, è innanzitutto una negazione del culto. Sottolineo: non una negazione dell’esistenza di Dio, o di un qualche tipo di trascendenza e quindi di ogni sorta di religione. Se il secolarismo in termini teologici è un’eresia, si tratta innanzitutto di un’eresia sull’uomo. È la negazione dell’uomo in quanto essere che adora, in quanto homo adorans: colui per il quale l’adorazione è l’atto fondamentale, che allo stesso tempo “colloca” la sua umanità e la compie. È il rifiuto “decisivo” ontologicamente ed epistemologicamente, delle parole, che “sempre, dovunque e per tutti” sono state la vera “epifania” del rapporto dell’uomo con Dio, con il mondo e con sé stesso.


Questa definizione di secolarizzazione ha certamente bisogno di una precisazione. E ovviamente non può essere accettata da coloro che, assai numerosi, oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, riducono il cristianesimo in categorie intellettuali (“credenza futura”) o in categorie etico-sociologiche (“servizio cristiano al mondo”), e che quindi pensano debba essere possibile trovare non solo un qualche tipo di adeguamento, ma anche un’armonia profonda tra la nostra “età secolare”, da un lato e il culto, dall’altro. Se i fautori di ciò che fondamentalmente non è altro che l’accettazione cristiana della secolarizzazione sono nel giusto, allora naturalmente tutto il nostro problema è solo quello di trovare o inventare un culto più accettabile, più “rilevante” per la moderna visione del mondo dell’uomo secolarizzato. E tale è, infatti, la direzione presa oggi dalla stragrande maggioranza dei riformatori liturgici. Quello che cercano è un culto le cui forme e contenuti “riflettano” i bisogni e le aspirazioni dell’uomo secolarizzato, o ancor meglio della secolarizzazione stessa. Un aspetto che ha la sua ricaduta in un vasto raggio dalla ritualità, all’arte e alla architettura sacra.


Basti pensare che la “stessa incapacità dell’uomo di oggi di rapportarsi con il mistero” diventa un criterio per realizzare nuovi spazi liturgici; o si traduce nel tentativo di entrare in dialogo con una certa cultura definita oggi proteiforme: “...l’architettura contemporanea è fluida, cangiante, proteiforme; così come un liquido si adatta al suo contenitore, essa si conforma alla sensibilità dell’artefice. Tutte le modalità di espressione artistica sono strettamente connesse alla soggettività...”- in questi termini si esprime D. Bagliani, docente al politecnico di Torino (opinione riportata in un articolo “Nuove Chiese, progetti da premio” di L. Servadio, in merito ai tre progetti pilota di nuove chiese vincenti alla quinta edizione del concorso Cei, 2009).


Un edificio può mettere in evidenza il silenzio, un altro un certo connubio fra natura e architettura (bioarchitettura), un altro un certo collegamento tra passato e futuro; oppure può adottare semplicemente forme stravaganti: una gemma di roccia poggiata al suolo, con un ingresso che invita ad un senso di protezione, simbologie ricercate e analogie, ecc.
Allo stesso modo questa "incapacità di rapportarsi col mistero" può tradursi nell'adozione nell’ambito dell’arte sacra di un astrattismo proprio dell’arte contemporanea: l’arte nella sua astrattezza e fluidità tenderebbe pertanto ad esprimere “l’inesprimibilità” del sacro e del mistero: “...anche le parole più astratte del Signore quale, via verità e vita, potrebbero essere rivestite di forma e colore...” (vedi T. Verdon in un suo articolo comparso sull’Osservatore Romano del 12 gennaio 2008).


Sono solo alcuni esempi che ci rivelano un assoggettamento della liturgia, e quindi della stessa arte sacra e religiosa in genere, alla capacità di comprensione attuale. Il risultato è un vago spiritualismo, un simbolismo figurativo confuso e astratto, una liturgia intellettualizzata. A chiunque abbia avuto, sia pure una sola volta, la vera esperienza del culto, tutto questo si rivela subito come un semplice surrogato. Egli sa che il culto secolarista è semplicemente incompatibile con il vero culto. Ed è qui, in questo miserabile fallimento liturgico, i cui risultati terribili stiamo solo cominciando a vedere, che il secolarismo rivela il suo ultimo vuoto religioso e, non esiterò a dirlo, la sua essenza del tutto anti-cristiana.


La società è ormai pervasa da questa mentalità secolarizzata che sembra non risparmiare nemmeno la Chiesa, aggredendo particolarmente l’integrità della Liturgia. Quelli che dovrebbero essere chiaramente definiti e condannati come abusi liturgici diventano sempre più la norma. Si celebra in ogni luogo, in ogni modo, e in ogni forma. É difficile ormai trovare una celebrazione “cattolica”, nel vero senso della parola, “unica e universale”. Non entriamo poi in merito degli edifici e degli spazi liturgici, dove convivono tranquillamente, banalità sciatteria e bruttezza. É difficile definirli “casa” ancor meno “casa di Dio”. Luoghi che consacrati per il culto a Dio possono tranquillamente essere usati per qualsiasi “celebrazione”, o spettacolo, o teatro, o conferenza col risultato di far perdere definitivamente la loro identità di luogo sacro.


Ma non vorrei scadere nella mera polemica fine a se stessa!


Per cui, ripetiamo ancora una volta, la secolarizzazione non è affatto identica all’ateismo, e per quanto paradossale possa sembrare, può essere dimostrato che essa ha sempre avuto un desiderio particolare per l’espressione “liturgica”. Se, tuttavia, la mia definizione è corretta, allora tutta questa ricerca di “adeguamento” perviene ad uno scopo irrimediabilmente morto, se non addirittura senza senso. Quindi la formulazione stessa del nostro tema – “liturgie secolarizzate” – vuol mettere in evidenza, a mio avviso, innanzitutto una contraddizione interna, in termini; una contraddizione che esprime l’impossibilità stessa di una “liturgia secolarizzata”.


Rendere culto è, per definizione una azione, una realtà di dimensione cosmica, storica ed escatologica; è espressione, in tal modo, non solo di “pietà”, ma di una totalizzante “visione del mondo”. E quei pochi che si sono presi la pena di studiare il culto in generale e il culto cristiano, in particolare, (J. Ries, M. Eliade, per citare solo i più rappresentativi, che furono fra i primi nell’immediato post concilio a suonare il campanello d’allarme di una pericolosa ideologia di desacralizzazione all’interno della Chiesa stessa, e non vennero ascoltati) sarebbero certamente d’accordo che su un livello storico e fenomenologico questa nozione di culto è oggettivamente verificabile.
Il secolarismo, ho detto, è soprattutto una negazione del culto. E, in effetti, se quello che abbiamo detto circa il culto è vero, non è altrettanto vero che il secolarismo consiste nel rifiuto, esplicito o implicito, precisamente di quella concezione dell'uomo e del mondo che proprio il culto ha lo scopo di esprimere e comunicare?

Fonte: Fides et Forma

L'attualità di Sant'Alfonso Maria de' Liguori


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE
Mercoledì, 30 marzo 2011



Sant'Alfonso Maria de' Liguori

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei presentarvi la figura di un santo Dottore della Chiesa a cui siamo molto debitori, perché è stato un insigne teologo moralista e un maestro di vita spirituale per tutti, soprattutto per la gente semplice. E’ l’autore delle parole e della musica di uno dei canti natalizi più popolari in Italia e non solo: Tu scendi dalle stelle.

Appartenente a una nobile e ricca famiglia napoletana, Alfonso Maria de’ Liguori nacque nel 1696. Dotato di spiccate qualità intellettuali, a soli 16 anni conseguì la laurea in diritto civile e canonico. Era l’avvocato più brillante del foro di Napoli: per otto anni vinse tutte le cause che difese. Tuttavia, nella sua anima assetata di Dio e desiderosa di perfezione, il Signore lo conduceva a comprendere che un’altra era la vocazione a cui lo chiamava. Infatti, nel 1723, indignato per la corruzione e l’ingiustizia che viziavano l’ambiente forense, abbandonò la sua professione - e con essa la ricchezza e il successo - e decise di diventare sacerdote, nonostante l’opposizione del padre. Ebbe degli ottimi maestri, che lo introdussero allo studio della Sacra Scrittura, della Storia della Chiesa e della mistica. Acquisì una vasta cultura teologica, che mise a frutto quando, dopo qualche anno, intraprese la sua opera di scrittore. Fu ordinato sacerdote nel 1726 e si legò, per l’esercizio del ministero, alla Congregazione diocesana delle Missioni Apostoliche. Alfonso iniziò un’azione di evangelizzazione e di catechesi tra gli strati più umili della società napoletana, a cui amava predicare, e che istruiva sulle verità basilari della fede. Non poche di queste persone, povere e modeste, a cui egli si rivolgeva, molto spesso erano dedite ai vizi e compivano azioni criminali. Con pazienza insegnava loro a pregare, incoraggiandole a migliorare il loro modo di vivere. Alfonso ottenne ottimi risultati: nei quartieri più miseri della città si moltiplicavano gruppi di persone che, alla sera, si riunivano nelle case private e nelle botteghe, per pregare e per meditare la Parola di Dio, sotto la guida di alcuni catechisti formati da Alfonso e da altri sacerdoti, che visitavano regolarmente questi gruppi di fedeli. Quando, per desiderio dell’arcivescovo di Napoli, queste riunioni vennero tenute nelle cappelle della città, presero il nome di “cappelle serotine”. Esse furono una vera e propria fonte di educazione morale, di risanamento sociale, di aiuto reciproco tra i poveri: furti, duelli, prostituzione finirono quasi per scomparire.

Anche se il contesto sociale e religioso dell’epoca di sant’Alfonso era ben diverso dal nostro, le “cappelle serotine” appaiono un modello di azione missionaria a cui possiamo ispirarci anche oggi per una “nuova evangelizzazione”, particolarmente dei più poveri, e per costruire una convivenza umana più giusta, fraterna e solidale. Ai sacerdoti è affidato un compito di ministero spirituale, mentre laici ben formati possono essere efficaci animatori cristiani, autentico lievito evangelico in seno alla società.

Dopo aver pensato di partire per evangelizzare i popoli pagani, Alfonso, all’età di 35 anni, entrò in contatto con i contadini e i pastori delle regioni interne del Regno di Napoli e, colpito dalla loro ignoranza religiosa e dallo stato di abbandono in cui versavano, decise di lasciare la capitale e di dedicarsi a queste persone, che erano povere spiritualmente e materialmente. Nel 1732 fondò la Congregazione religiosa del Santissimo Redentore, che pose sotto la tutela del vescovo Tommaso Falcoia, e di cui successivamente egli stesso divenne il superiore. Questi religiosi, guidati da Alfonso, furono degli autentici missionari itineranti, che raggiungevano anche i villaggi più remoti esortando alla conversione e alla perseveranza nella vita cristiana soprattutto per mezzo della preghiera. Ancor oggi i Redentoristi, sparsi in tanti Paesi del mondo, con nuove forme di apostolato, continuano questa missione di evangelizzazione. A loro penso con riconoscenza, esortandoli ad essere sempre fedeli all’esempio del loro santo Fondatore.

Stimato per la sua bontà e per il suo zelo pastorale, nel 1762 Alfonso fu nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti, ministero che, in seguito alle malattie da cui era afflitto, lasciò nel 1775, per concessione del Papa Pio VI. Lo stesso Pontefice, nel 1787, apprendendo la notizia della sua morte, avvenuta dopo molte sofferenze, esclamò: “Era un santo!”. E non si sbagliava: Alfonso fu canonizzato nel 1839, e nel 1871 venne dichiarato Dottore della Chiesa. Questo titolo gli si addice per molteplici ragioni. Anzitutto, perché ha proposto un ricco insegnamento di teologia morale, che esprime adeguatamente la dottrina cattolica, al punto che fu proclamato dal Papa Pio XII “Patrono di tutti i confessori e i moralisti”. Ai suoi tempi, si era diffusa un’interpretazione molto rigorista della vita morale anche a motivo della mentalità giansenista che, anziché alimentare la fiducia e la speranza nella misericordia di Dio, fomentava la paura e presentava un volto di Dio arcigno e severo, ben lontano da quello rivelatoci da Gesù. Sant’Alfonso, soprattutto nella sua opera principale intitolata Teologia Morale, propone una sintesi equilibrata e convincente tra le esigenze della legge di Dio, scolpita nei nostri cuori, rivelata pienamente da Cristo e interpretata autorevolmente dalla Chiesa, e i dinamismi della coscienza e della libertà dell’uomo, che proprio nell’adesione alla verità e al bene permettono la maturazione e la realizzazione della persona. Ai pastori d’anime e ai confessori Alfonso raccomandava di essere fedeli alla dottrina morale cattolica, assumendo, nel contempo, un atteggiamento caritatevole, comprensivo, dolce perché i penitenti potessero sentirsi accompagnati, sostenuti, incoraggiati nel loro cammino di fede e di vita cristiana. Sant’Alfonso non si stancava mai di ripetere che i sacerdoti sono un segno visibile dell’infinita misericordia di Dio, che perdona e illumina la mente e il cuore del peccatore affinché si converta e cambi vita. Nella nostra epoca, in cui vi sono chiari segni di smarrimento della coscienza morale e – occorre riconoscerlo – di una certa mancanza di stima verso il Sacramento della Confessione, l’insegnamento di sant’Alfonso è ancora di grande attualità.

Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera»... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).

Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia. “Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione). La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina. Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.

In conclusione, vorrei ricordare che il nostro Santo, analogamente a san Francesco di Sales – di cui ho parlato qualche settimana fa – insiste nel dire che la santità è accessibile ad ogni cristiano: “Il religioso da religioso, il secolare da secolare, il sacerdote da sacerdote, il maritato da maritato, il mercante da mercante, il soldato da soldato, e così parlando d’ogni altro stato” (Pratica di amare Gesù Cristo. Opere ascetiche I, Roma 1933, p. 79). Ringraziamo il Signore che, con la sua Provvidenza, suscita santi e dottori in luoghi e tempi diversi, che parlano lo stesso linguaggio per invitarci a crescere nella fede e a vivere con amore e con gioia il nostro essere cristiani nelle semplici azioni di ogni giorno, per camminare sulla strada della santità, sulla strada strada verso Dio e verso la vera gioia. Grazie.

martedì 29 marzo 2011

LA VERA PACE DEL CUORE


Ogni qual volta si desidera una cosa contro il volere di Dio, subito si diventa interiormente inquieti. Il superbo e l’ avaro non hanno mai requie; invece il povero e l’umile di cuore godono della pienezza della pace.

Colui che non è perfettamente morto a se stesso cade facilmente in tentazione ed è vinto in cose da nulla e disprezzabili.

Colui che è debole nello spirito ed è, in qualche modo, ancora volto alla carne e ai sensi, difficilmente si può, distogliere del tutto dalle brame terrene; e, quando pur riesce a sottrarsi a queste brame, ne riceve tristezza. Che se poi qualcuno gli pone ostacolo, facilmente si sdegna; se, infine, raggiunge quel che bramava, immediatamente sente in coscienza il peso della colpa, perché ha assecondato la sua passione, la quale non giova alla pace che cercava.

Giacché la vera pace del cuore la si trova resistendo alle passioni, non soggiacendo ad esse. Non già nel cuore di colui che è attaccato alla carne, non già nell' uomo volto alle cose esteriori sta la pace; ma nel cuore di colui che è pieno di fervore spirituale.

Imitazione di Cristo

lunedì 28 marzo 2011

Dell’astinenza e castità



di Tommaso da Kempis

Per custodire la perla preziosa della castità è necessario circondare l'orto chiuso della propria anima con le alte mura delle virtù, praticando particolarmente una profonda umiltà, una continua preghiera ed una vigilante mortificazione. Solo chi si affida a Dio con umile fiducia e custodisce con fortezza i propri sensi, otterrà vittoria sulla carne e si eleverà nello spirito. Cibo e bevanda sobri sono la salute dell'anima e del corpo. La scarsità insegna ad amare la povertà. La continenza in mezzo ai piaceri è una virtù molto rara: l'abbondanza di beni temporali è un’occasione di discordie e la madre di tutti i vizi.

La carità è più sicura nella povertà che in mezzo alle ricchezze. L'indigenza corporale è una medicina per l'anima fedele. Il dolore del cuore impedisce la dissipazione, e il timore di Dio chiude gli occhi orgogliosi.

Come è dannosa la vita impudica, così è dannoso ascoltare cose disoneste. L'anima santa eviti sempre la soverchia vicinanza dei corpi, poiché la carne impressiona presto la carne. Amare il bello e cercare la soavità non favorisce la virtù della castità. Al contrario, colui che abbraccia le cose modeste e amare per amore della castità, può vincere più facilmente la carne, poiché, quanto più viene mortificata la carne, tanto più si eleva lo spirito.

Chi si tiene lontano da ogni contatto del corpo, riceverà nell'anima la soavità della castità. Chi ama la solitudine, si conserverà più puro dalle macchie delle cose mondane. Chi crederà che il suo corpo è il carcere dell'anima, non si darà pensiero d'adornarlo e di metterlo in mostra, sapendo che si trasformerà presto in fango e fetore. Apprezzare l'esteriore dell'uomo e gloriarsi della bellezza e della forza è cosa vana e viziosa.

I santi vissero in molta astinenza e disciplina del corpo, e, in ricompensa della presente afflizione, ricevettero la consolazione dello Spirito Santo. Non è degno di venir consolato da Dio chi si diletta dei beni transitori e si rattrista per la loro scarsità.

Chi sopporta con pazienza la fatica e il dolore nel servizio di Cristo riceverà una grande ricompensa, per quanto sia piccolo quello che ha fatto.
La castità ha molti nemici; ma quelli che si umiliano sinceramente, chiedono prontamente l'aiuto di Dio e custodiscono diligentemente i loro sensi, otterranno la vittoria seguendo Cristo come loro condottiero.

domenica 27 marzo 2011

Bagnasco e l'incognita dei cattolici adulti




di Stefano Fontana

26-03-2011


Dall'ultimo libro di Stefano Fontana, "L'età del Papa scomodo. Chiesa e politica negli ultimi tre anni" (Cantagalli, pp. 254, euro 16), che raccoglie una serie di articoli usciti in questi anni, pubblichiamo il testo "Il sogno di Bagnasco si infrange contro la realtà dei cattolici adulti" del 27 gennaio 2010.

«Il sogno del cardinale Bagnasco»: la questione dei cattolici in politica sara forse chiamata così dopo che il presidente dei vescovi italiani, ha rivelato di avere – nonostante tutto, viene da aggiungere – il sogno che «questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni».

Una vocazione, insomma, in una società in cui ogni vocazione, e non solo quella politica, sembra profondamente in crisi. Viene in mente quanto Benedetto XVI aveva auspicato in un famoso discorso tenuto a Cagliari il 7 settembre 2008: «Serve una nuova generazione di politici cattolici». Con una differenza, pero. Quello di Bagnasco e “un sogno”, qualcosa di irreale e destinato a rimanere tale, oppure destinato a diventare realta? Le interpretazioni sono aperte. Forse il “sogno” di Bagnasco ha a che fare con la speranza cristiana, che non muore mai e purifica la ragione dal suo pessimismo.

Ma cosa ci vorrebbe perche il sogno si avverasse? Giustamente il cardinale ricorda che ormai la questione sociale è diventata la «questione antropologica». La crisi ci attraversa trasversalmente perchè vogliamo mettere le mani sulla identità umana senza piu sapere cosa l’uomo sia. Viene allora da pensare che ciò di cui hanno bisogno i cattolici della sognata “nuova generazione” sia di ripartire dall’uomo, dalla dignità della persona. Però questo è gia stato fatto e, purtroppo, i cattolici adulti e non adulti si sono ampiamente divisi proprio sul significato di dignità della persona. Da quando Emma Bonino si è candidata per la presidenza della regione Lazio fioriscono molte indagini su come potrebbe essere il voto cattolico in quella regione. Dalle interviste e dalle statistiche non risulta affatto che i cattolici siano compattamente schierati per il no alla Bonino e le donne cattoliche del Pd, come Mariapia Garavaglia per esempio, hanno dichiarato che la candidata radicale sapra ampiamente andare incontro alle attese dei cattolici. Ora, se la dignità della persona umana non è nemmeno in grado di motivare agli occhi di molti cattolici un voto contrario a Emma Bonino, con tutto ciò che questo nome significa nei campi della vita e della famiglia, potrà essa costituire il terreno ove far maturare e fruttificare una nuova generazione di cattolici?

Il problema politico dei cattolici, prima ancora che un problema di fede, è un problema di ragione. Credono in modi talmente diversi nella capacità della ragione di vedere la verità delle cose che questo si ripercuote perfino sulla loro concezione della fede e molti ritengono che i veri peccati siano votare Pdl, sprecare l’acqua quando ci si lavano i denti, non andare a far spesa al chilometro zero; pensano che nella loro parrocchia tutto vada bene se ci sono i pannelli solari sulla canonica come forma di lotta contro il riscaldamento globale e ritengono che affermare delle verità naturali sul matrimonio o il diritto alla vita sia una forma superata di ideologia. Ma se alla Cattolica di Milano nessun docente parla piu di Tommaso d’Aquino e se l’editrice Vita e Pensiero, fondata da padre Gemelli, pubblica un Lessico dei diritti umani in cui non si parla del diritto alla vita e dei diritti della famiglia, come sarà possibile formare una nuova generazione di politici senza che rimangano vittime delle piu trite ideologie dei nostri tempi e da esse divisi?

In Francia, ove i cattolici in politica non ci sono più da tempo, si sta discutendo se vietare il velo integrale usato da certe donne islamiche. Come potranno uscirne ricorrendo alla dignità della persona umana se si è persa la fiducia di conoscere con la nostra ragione cosa questo significhi? Alla fine ridurranno gli argomenti per vietare il velo alla tutela dell’ordine pubblico e alla necessità di impedire le sostituzioni di persona agli esami universitari. Ben poca cosa rispetto alla dignità della persona.

Ma il discorso del cardinale Bagnasco contiene anche una frase che indica una via d’uscita: i cattolici "imparino a vivere con intensità il mistero di Dio nella vita". Il cardinale ha ragione. In fondo, dal punto di vista cattolico, la questione sociale è non tanto la questione antropologica quando la questione teologica. Secondo la Rerum novarum non c’e soluzione alla questione sociale fuori dal Vangelo e che per la Caritas in veritate, la recente enciclica sociale di Benedetto XVI, il cristianesimo non è solo utile ma indispensabile alla costruzione di una società veramente umana. Non è questione di sistema elettorale nè di contingenze politiche.

Una nuova generazione di politici richiede che i cattolici pensino che ci sia un posto per Dio nel mondo. Niente di più e niente di meno. Secondariamente, che pensino che questo Dio non toglie nulla alla legittima autonomia della politica, non le si sovrappone, ma la invita dall’interno a essere più pienamente se stessa, a essere compiutamente adulta. Concetto questo che il cardinale Bagnasco ha espresso affermando che la fede "include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani".

Può essere utile, allora, ribadire i principi "irrinunciabili", come ha fatto il cardinale nel suo discorso alla Cei. Forse bisognerebbe però non moltiplicare troppo questi elenchi. Li ha già enumerati il Papa, bisognerebbe ricorrere a quelle sue espressioni altrimenti ci saranno i principi irrinunciabili secondo Enzo Bianchi, secondo il cardinale Bagnasco o secondo padre Sorge. Secondariamente bisognerebbe distinguere meglio tra alcuni di questi principi che, secondo la morale cattolica, non permettono deroghe – come il diritto alla vita – e altri che possono venire perseguiti in molti modi discrezionali, come per esempio la solidarietà e il lavoro, per attenermi all’elenco proposto dal cardinale.


Fonte: La Bussola Quotidiana

sabato 26 marzo 2011

Le esortazioni del Santo Padre


"chiedo che i futuri sacerdoti siano preparati a celebrare la santa Messa in latino e ad utilizzare testi latini e canto gregoriano. Non si trascuri la possibilità che i fedeli siano educati a conoscere le preghiere in latino e a cantare in gregoriano parti della liturgia"

Sacramentum Caritatis, n. 62
Esortazione apostolica post-sinodale di Benedetto XVI (2007)

venerdì 25 marzo 2011

Il valore pedagogico della Confessione


UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CORSO SUL FORO INTERNO PROMOSSO DALLA PENITENZIERIA APOSTOLICA, 25.03.2011

Alle ore 12 di questa mattina, nell’Aula delle Benedizioni, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Corso sul Foro Interno, promosso dalla Penitenzieria Apostolica, e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cari amici,

sono molto lieto di rivolgere a ciascuno di voi il più cordiale benvenuto. Saluto il Cardinale Fortunato Baldelli, Penitenziere Maggiore, e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha indirizzato. Saluto il Reggente della Penitenzieria, Mons. Gianfranco Girotti, il personale, i collaboratori e tutti i partecipanti al Corso sul Foro Interno, che è diventato ormai un appuntamento tradizionale e un’importante occasione per approfondire i temi riguardanti il Sacramento della Penitenza.

Desidero soffermarmi con voi su un aspetto talora non sufficientemente considerato, ma di grande rilevanza spirituale e pastorale: il valore pedagogico della Confessione sacramentale. Se è vero che è sempre necessario salvaguardare l’oggettività degli effetti del Sacramento e la sua corretta celebrazione secondo le norme del Rito della Penitenza, non è fuori luogo riflettere su quanto esso possa educare la fede, sia del ministro, sia del penitente.

La fedele e generosa disponibilità dei sacerdoti all’ascolto delle confessioni, sull’esempio dei grandi Santi della storia, da san Giovanni Maria Vianney a san Giovanni Bosco, da san Josemaría Escrivá a san Pio da Pietrelcina, da san Giuseppe Cafasso a san Leopoldo Mandić, indica a tutti noi come il confessionale possa essere un reale "luogo" di santificazione.

In che modo il Sacramento della Penitenza educa? In quale senso la sua celebrazione ha un valore pedagogico, innanzitutto per i ministri? Potremmo partire dal riconoscere che la missione sacerdotale costituisce un punto di osservazione unico e privilegiato, dal quale, quotidianamente, è dato di contemplare lo splendore della Misericordia divina. Quante volte nella celebrazione del Sacramento della Penitenza, il sacerdote assiste a veri e propri miracoli di conversione, che, rinnovando l’"incontro con un avvenimento, una Persona" (Lett. enc. Deus caritas est, 1), rafforzano la sua stessa fede.

In fondo, confessare significa assistere a tante "professiones fidei" quanti sono i penitenti, e contemplare l’azione di Dio misericordioso nella storia, toccare con mano gli effetti salvifici della Croce e della Risurrezione di Cristo, in ogni tempo e per ogni uomo.

Non raramente siamo posti davanti a veri e propri drammi esistenziali e spirituali, che non trovano risposta nelle parole degli uomini, ma sono abbracciati ed assunti dall’Amore divino, che perdona e trasforma: "Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve" (Is 1,18). Conoscere e, in certo modo, visitare l’abisso del cuore umano, anche negli aspetti oscuri, se da un lato mette alla prova l’umanità e la fede dello stesso sacerdote, dall’altro alimenta in lui la certezza che l’ultima parola sul male dell’uomo e della storia è di Dio, è della sua Misericordia, capace di far nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5). Quanto può imparare poi il sacerdote da penitenti esemplari per la loro vita spirituale, per la serietà con cui conducono l’esame di coscienza, per la trasparenza nel riconoscere il proprio peccato e per la docilità verso l’insegnamento della Chiesa e le indicazioni del confessore.

Dall’amministrazione del Sacramento della Penitenza possiamo ricevere profonde lezioni di umiltà e di fede! E’ un richiamo molto forte per ciascun sacerdote alla coscienza della propria identità. Mai, unicamente in forza della nostra umanità, potremmo ascoltare le confessioni dei fratelli! Se essi si accostano a noi, è solo perché siamo sacerdoti, configurati a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, e resi capaci di agire nel suo Nome e nella sua Persona, di rendere realmente presente Dio che perdona, rinnova e trasforma.

La celebrazione del Sacramento della Penitenza ha un valore pedagogico per il sacerdote, in ordine alla sua fede, alla verità e povertà della sua persona, e alimenta in lui la consapevolezza dell’identità sacramentale.

Qual è il valore pedagogico del Sacramento della Penitenza per i penitenti? Dobbiamo premettere che esso dipende, innanzitutto, dall’azione della Grazia e dagli effetti oggettivi del Sacramento nell’anima del fedele.

Certamente la Riconciliazione sacramentale è uno dei momenti nei quali la libertà personale e la consapevolezza di sé sono chiamate ad esprimersi in modo particolarmente evidente. È forse anche per questo che, in un’epoca di relativismo e di conseguente attenuata consapevolezza del proprio essere, risulta indebolita anche la pratica sacramentale. L’esame di coscienza ha un importante valore pedagogico: esso educa a guardare con sincerità alla propria esistenza, a confrontarla con la verità del Vangelo e a valutarla con parametri non soltanto umani, ma mutuati dalla divina Rivelazione. Il confronto con i Comandamenti, con le Beatitudini e, soprattutto, con il Precetto dell’amore, costituisce la prima grande "scuola penitenziale".

Nel nostro tempo caratterizzato dal rumore, dalla distrazione e dalla solitudine, il colloquio del penitente con il confessore può rappresentare una delle poche, se non l’unica occasione per essere ascoltati davvero e in profondità.

Cari sacerdoti, non trascurate di dare opportuno spazio all’esercizio del ministero della Penitenza nel confessionale: essere accolti ed ascoltati costituisce anche un segno umano dell’accoglienza e della bontà di Dio verso i suoi figli. L’integra confessione dei peccati, poi, educa il penitente all’umiltà, al riconoscimento della propria fragilità e, nel contempo, alla consapevolezza della necessità del perdono di Dio e alla fiducia che la Grazia divina può trasformare la vita. Allo stesso modo, l’ascolto delle ammonizioni e dei consigli del confessore è importante per il giudizio sugli atti, per il cammino spirituale e per la guarigione interiore del penitente.

Non dimentichiamo quante conversioni e quante esistenze realmente sante sono iniziate in un confessionale! L’accoglienza della penitenza e l’ascolto delle parole "Io ti assolvo dai tuoi peccati" rappresentano, infine, una vera scuola di amore e di speranza, che guida alla piena confidenza nel Dio Amore rivelato in Gesù Cristo, alla responsabilità e all’impegno della continua conversione.

Cari sacerdoti, sperimentare noi per primi la Misericordia divina ed esserne umili strumenti, ci educhi ad una sempre più fedele celebrazione del Sacramento della Penitenza e ad una profonda gratitudine verso Dio, che "ha affidato a noi il ministero della riconciliazione" (1Cor 5,18), Alla Beata Vergine Maria, Mater misericordiae e Refugium peccatorum, affido i frutti del vostro Corso sul Foro interno e il ministero di tutti i Confessori, mentre con grande affetto vi benedico.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

Il Concilio rivisto dallo storico de Mattei



Domani a San Marino importante incontro della Fondazione Giovanni Paolo II sul libro di de Mattei

di Paolo Facciotto



Importante incontro, domani sera alle 21 nella Sala del Castello di Domagnano (San Marino), con il professor Roberto de Mattei, docente di Storia della Chiesa e del Cristianesimo all’Università Europea di Roma e vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR).
La Fondazione Internazionale Giovanni Paolo II ha organizzato la presentazione del suo libro “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”, editore Lindau. Con l’autore ci saranno Vincenzo Sansonetti, giornalista e scrittore, e il presidente della Fondazione, Mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, che tirerà le conclusioni. Al Concilio (1962-1965), nonostante le attese e le speranze di tutti, seguì un periodo di crisi e di difficoltà, con cui la Chiesa si misura tuttora, in Italia e nel mondo. Abbiamo intervistato de Mattei per farci spiegare alcuni temi del libro, un contributo storico e non teologico, sui quali si è aperto un vivace dibattito.

Professor de Mattei, nella conclusione del suo libro lei ha parole di venerazione per Papa Benedetto XVI e lo ringrazia “per aver aperto le porte a un serio dibattito sul Concilio Vaticano II”, chiedendogli poi di “promuoverne un approfondito esame” al fine di “verificare la sua continuità con i venti Concilii precedenti”. Come sappiamo il Papa ha invitato la Chiesa a leggere il Vaticano II secondo l’“ermeneutica della continuità”, e non “della rottura” con il magistero precedente. Eppure lei in alcune recensioni è stato accusato di non credere nella possibilità di questa lettura “in continuità”. Che cosa risponde a queste critiche?

«Nel mio libro, come è evidente a chiunque lo abbia letto, non ho inteso assumere una posizione sull’ermeneutica della continuità. Io ho inteso pormi su di un terreno diverso, storico e non teologico, senza per questo negare l’importanza dell’ermeneutica teologica. Alcuni miei critici hanno commesso un errore epistemologico confondendo piani diversi. Lo storico cerca la verità cosiddetta fattuale, il teologo cerca la verità sul piano dei princìpi alla luce della rivelazione divina. Certo non si tratta di due settori impermeabili ma sono due campi di indagine diversi. La pretesa di giudicare il mio lavoro su aspetti riguardanti altre discipline è un errore epistemologico che io respingo. Nel mio operare mi ispiro agli storici della Chiesa. Lo stesso Papa Leone XIII disse che la Chiesa non deve temere la verità dei fatti e assegnò agli storici il compito di cercare la verità senza inutili veli, perché la Chiesa non ha paura della verità ma della menzogna; la Chiesa è la verità. Questo è il compito dello storico. Se devo essere confutato, mi attendo di esserlo sul piano storiografico, se in tutto o in parte la mia ricostruzione storica fosse vera o falsa, ma non ha senso farlo applicando criteri diversi. Sull’ermeneutica io mi affido al Magistero, al Papa: lui mi assicura che i testi del Concilio Vaticano II vanno letti secondo l’ermeneutica della continuità con il Magistero precedente, perciò mi affido al suo giudizio. La mia opera di storico non riguarda questo aspetto della discussione. Ma ho l’impressione da certe recensioni che i critici non abbiano letto il libro... Molti interventi giornalistici mi sono sembrati mossi da apriori ideologici, in un senso o nell’altro.»

Dal punto di vista storiografico ha ricevuto critiche o approvazioni?

«C’è stato in realtà un solo intervento di uno specialista. Con una lettera privata, che mi ha autorizzato a divulgare nei suoi contenuti, il Cardinal Brandmüller, il più grande specialista vivente della storia dei concilii, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, ha elogiato e apprezzato il mio libro dando un giudizio positivo sul metodo storico usato.
Mentre sul fronte opposto Alberto Melloni della “scuola di Bologna”, specialista della storia del Vaticano II, non della storia dei concilii, nella sua recensione sul Corriere della Sera mi ha mosso l’appunto di alcuni refusi, poi corretti nella seconda edizione del libro, ma nessun rilievo storiografico. Se ha trovato solo questo... Poi ha usato un certo sarcasmo, mostrandosi meravigliato come nel libro uscisse una critica a Pio XII: non è vero, io sono un grande ammiratore di Pio XII e del suo straordinario corpus magisteriale. Nel libro ho mostrato che dal punto di vista del governo talvolta Pio XII non ha avuto fermezza nel reprimere l’errore. E’ un giudizio che può essere condiviso o no, ma è paradossale che ci si meravigli di questo, Pio XII è stato accusato di ben altro e da altri...
Infine, il libro è stato accolto non molto bene da alcuni cattolici preoccupati che potesse apparire in contasto con l’ermeneutica della continuità proposta dal Papa, ma non è vero.»

Mi può fare un esempio, dal suo punto di vista, di affermazioni del Concilio dubbie o riformabili, in rapporto alla tradizione del Magistero?

«Non ho la competenza per poter rispondere a questa domanda.
L’opera di mons. Brunero Gherardini (Concilio Vaticano II. Un discorso da fare, 2009, ndr) solleva alcuni problemi del genere ma non ho competenza al riguardo. Come storico, osservo che una grave mancanza del Concilio fu la mancata condanna del comunismo, in un momento in cui per i cristiani e il cristianesimo l’espansione dell’imperialismo comunista costituiva il più macroscopico dei problemi. Parliamo di una omissione, ma è una lacuna grave il fatto che il Concilio non abbia detto una parola forte, che sia mancata una voce profetica».

Vorrei affrontare con lei il tema dell’attuazione della riforma liturgica, in rapporto al testo approvato dal Vaticano II, la costituzione sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium, del dicembre 1963. Il Card. Antonelli nelle sue memorie parla di procedure molto poco chiare seguite nella commissione attuativa, il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia: ad esempio la mancanza di verbalizzazione delle sedute, in generale la gran fretta con cui si affrontavano argomenti epocali che avrebbero richiesto al contrario molta calma e ponderazione. D’altra parte il volto che ha assunto oggi la liturgia ordinaria del Novus Ordo, non lo si ritrova quasi per nulla leggendo la Sacrosanctum Concilium. Qual è il suo giudizio di storico al riguardo?

«La riforma liturgica culminata nel Novus Ordo in effetti non è conciliare ma post-conciliare, la ‘nuova messa’ infatti è del 1969.
La Sacrosanctum Concilium si pone in una prospettiva molto diversa e in effetti il punto è il rapporto fra Concilio e post-concilio. Ma non si può affermare che la riforma del ’69 sia una totale contraddizione della Sacrosanctum Concilium.
Il Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia fu istituito da Paolo VI proprio per attuare la riforma liturgica ‘implicita’ nella Sacrosactum Concilium. Che poi questa commissione, il Consilium, abbia forzato e deformato certe cose, non cambia la sostanza: storicamente non c’è una cesura fra Concilio e post-concilio. Le radici vanno cercate nel Concilio. Abusi e deformazioni ce ne sono state, però va detto che la maggior parte delle dichiarazioni approvate dal Concilio erano una sorta di ‘leggi-quadro’ la cui applicazione era demandata alle Conferenze episcopali, quindi c’è un certo rapporto di causa-effetto. Oggi la situazione è un po’ paradossale: ieri esisteva il Vetus Ordo; a partire dalla nascita del Novus Ordo, ciò che si è sviluppato nella prassi è una vera e propria anarchia liturgica. Mentre per quanto riguarda il rito antico la messa è la stessa dappertutto, che sia celebrata a Washington o a Roma, in quelle nuove invece, le messe celebrate, mettiamo, a Roma, a Bruxelles o in Africa, sono quasi irriconoscibili l’una con l’altra. Sono contento che il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI abbia restituito piena cittadinanza al rito antico, d’altra parte auspico che ci siano interventi fermi della Congregazione per il Culto Divino per la celebrazione della nuova messa».

Qual è a suo parere il punto decisivo che fece affermare a Papa Paolo VI, il 29 giugno 1972, che il fumo di Satana era entrato nella Chiesa?

«Quello che succedeva in quegli anni. Ci fu la plateale contestazione della sua enciclica Humanae Vitae del 1968 da parte di vescovi, come il Cardinal Suenens che la contestò apertamente…»

Lo stesso Card. Suenens che durante il Concilio era stato uno dei più stretti collaboratori di Paolo VI…«…

così come altri vescovi del centro-Europa la contestarono. E poi la nascita della teologia della liberazione. E il periodo in cui nella chiesa ci fu un’euforia nella liquidazione di altari, paramenti sacri, svenduti in breve tempo e per pochi soldi: fra il ’68 e l’inizio Anni Settanta molti uomini di chiesa sembravano presi dalla frenesia di sbarazzarsi di ogni sorta di uso e costume della Chiesa. Ci fu anarchia. Per questo Paolo VI fece quei due discorsi, in cui parlò dell’autodemolizione della Chiesa (7 dicembre 1968, discorso ai membri del Pontificio Seminario Lombardo, ndr) e del fumo di Satana che era “entrato nel tempio di Dio”».

I lupi vespertini, tuttavia, non sono riusciti a fare razzia completa dell’ovile, non crede?

«Sì, però nella sua prima messa da Papa, Benedetto XVI disse “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi” (inizio del ministero petrino, omelia, 24 aprile 2005, ndr), essendo ben consapevole che i lupi esistono. Noi dobbiamo pregare per lui, ma dobbiamo anche aiutarlo a difendersi dai lupi, ciascuno facendo ciò che sa fare: i teologi facendo i buoni teologi, i pastori facendo i buoni pastori, gli storici facendo i buoni storici. Non è un’ora facile per lui e per la Chiesa, quindi dobbiamo essere consapevoli della drammaticità del momento e impegnarci, tutti in quanto battezzati, ad offrire la nostra testimonianza nella vita di fede».

L’intervista telefonica con de Mattei si chiude qui. Sono passati quasi sei anni eppure sembra ieri, quando Joseph Ratzinger apparve al balcone dicendo di essere “un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”: sorprese tutti. Oggi è lo stesso, la vigna e l’ovile sono sempre quelli, seminascosti nelle oscurità occhieggiano i lupi, ci provano. “Nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti”, disse il Papa, “Maria starà dalla nostra parte”.

© Copyright La Voce di Romagna, 23 marzo 2011

giovedì 24 marzo 2011

Le cose buone che fanno bene secondo Sant'Agostino



Chi riconosce i propri peccati e li condanna è già d'accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L'uomo e il peccatore sono due cose distinte: l'uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. E’ necessario che tu detesti in te l'opera tua e ami in te l'opera di Dio. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive.

Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce, affinché sia manifesto che le tue opere sono state fatte in Dio. E infatti il tuo peccato, che ti è dispiaciuto, non ti sarebbe dispiaciuto se Dio non ti avesse illuminato e se la sua verità non te l’avesse manifestato. Ma chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d'avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare. Dice a Dio: Distogli la tua faccia dai miei peccati. Ma con quale faccia direbbe così, se non aggiungesse: poiché io riconosco la mia colpa e il mio peccato è sempre davanti a me (Sal 50,5)? Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto.

Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre ( Gv 12,35); siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell'orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa ma anche a punire quelli che si difendono ritenendosi giusti, quelli che credono di essere qualcosa mentre sono niente. Chi cammina nel suo amore e nella sua misericordia, non si accontenta di liberarsi dai peccati gravi e mortali, quali sono il delitto, l'omicidio, il furto, l'adulterio; ma opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi, come i peccati di lingua, di pensiero o d'intemperanza nelle cose lecite, e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte.

Sono piccole le gocce che riempiono i fiumi; sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono numerosi, pesano e schiacciano. Una piccola falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l'acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un'ondata irrompente: continuando ad entrare poco alla volta, senza mai essere eliminata, affonda la nave. E che significa eliminare, se non fare in modo con opere buone -gemendo, digiunando, facendo elemosine, perdonando - di non essere sommersi dai peccati?

Il cammino di questa vita è duro e irto di prove: quando le cose vanno bene non bisogna esaltarsi, quando vanno male non bisogna abbattersi. La felicità che il Signore ti concede in questa vita è per consolarti, non per corromperti. E, se in questa vita ti colpisce, lo fa per correggerti, non per perderti. Accetta il padre che ti corregge, se non vuoi provare il giudice che punisce. Son cose che vi diciamo tutti i giorni, e vanno ripetute spesso perché sono buone e fanno bene.

Sant'Agostino

mercoledì 23 marzo 2011

Mistica della Quaresima




del Servo di Dio Dom Prosper Guéranger


Il sacro tempo di Quaresima è ricco di profondi misteri che hanno lo scopo non solo di ripresentare eventi e circostanze fondamentali della storia della salvezza, ma anche di risvegliare nel cuore dei cristiani, attraverso la meditazione di tali misteri, un più vivo fervore nell'applicarsi all'opera della personale santificazione, e un più intenso raccoglimento per ben disporsi a degnamente celebrare l'opera mirabile della Redenzione.

Non ci si deve meravigliare se un tempo così sacro come quello del1a Quaresima sia pieno di misteri. La Chiesa, che la considera come la preparazione alla più gloriosa delle sue feste, ha voluto che questo periodo di raccoglimento e di penitenza fosse caratterizzato dalle circostanze più idonee a risvegliare la fede dei cristiani ed a sostenere la loro costanza nell'opera dell'espiazione annuale. [...].

IL NUMERO 40 E IL SUO SIGNIFICATO

Ricordiamo la pioggia dei quaranta giorni e delle quaranta notti, causata dai tesori della collera di Dio, quando si pentì d'aver creato l'uomo (Gn 7,12) e sommerse nei flutti il genere umano, ad eccezione d'una sola famiglia. Pensiamo al popolo ebreo che errò quarant'anni nel deserto, in punizione della sua ingratitudine, prima di poter entrare nella terra promessa (Nm 14,33). Ascoltiamo il Signore, che ordina al profeta Ezechiele (4,6) di starsene coricato quaranta giorni sul suo lato destro, per indicare la durata d'un regno al qua1e doveva seguire la rovina di Gerusalemme.

Due uomini, nell'Antico Testamento, hanno la missione di raffigurare nella propria persona le due manifestazioni di Dio: Mosè, che rappresenta la legge, ed Elia, nel quale è simboleggiata la profezia. L'uno e l’altro s'avvicinano a Dio; il primo sul Sinai (Es 24,18), il secondo sull'Oreb (IRe 19,8); ma sia l'uno che l'altro non possono accostarsi alla divinità, se non dopo essersi purificati con l'espiazione di un digiuno di quaranta giorni. Rifacendoci a questi grandi avvenimenti, riusciremo a capire perché mai il Figlio di Dio incarnato per la salvezza degli uomini, avendo deciso di sottoporre la sua divina carne ai rigori del digiuno, vol1e scegliere il numero di quaranta giorni per quest'atto solenne. L'istituzione della Quaresima ci apparirà allora in tutta la sua maestosa severità, e quale mezzo efficace per placare la collera di Dio e purificare le nostre anime.

L'ESERCITO DI DIO

Dopo queste considerazioni relative alla durata del tempo che dobbiamo passare, apprendiamo ora dalla Chiesa sotto quale simbolo essa considera i suoi figli durante la santa Quarantena. La Chiesa vede in essi un immenso esercito, che combatte giorno e notte contro il nemico di Dio. Per questa ragione, il Mercoledì delle Ceneri, essa ha chiamato la Quaresima la carriera della milizia cristiana. Per ottenere, infatti, quella rigenerazione che ci farà degni di ritrovare le sante allegrezze dell'Alleluia, noi dobbiamo aver trionfato dei nostri tre nemici: il demonio, la carne e il mondo. Insieme al Redentore che lotta sulla montagna contro la triplice tentazione e lo stesso Satana, dobbiamo esser armati e vegliare senza stancarci.

Per sostenerci con la speranza della vittoria ed animarci a confidare nel divino soccorso, la Chiesa ci presenta il Salmo 90, che colloca fra le preghiere della Messa nella prima Domenica di Quaresima, e da1 quale attinge quotidianamente molti versetti per le diverse Ore dell'Ufficio. Con la meditazione di quel salmo vuole che contiamo sulla protezione che Dio stende sopra di noi come uno scudo; che attendiamo all'ombra delle sue ali; che abbiamo fiducia in lui, perché egli ci strapperà dal laccio del cacciatore infermale, che ci aveva rapita la santa libertà dei figli di Dio; che siamo assicurati del soccorso dei santi Angeli, nostri fratelli, ai quali il Signore ha dato ordine di custodirci in tutte le nostre vie, e che, testimoni riverenti della lotta sostenuta dal Salvatore contro Satana, s'avvicinarono a lui dopo la vittoria per servirlo e rendere i loro omaggi. Entriamo nei sentimenti che la santa Chiesa ci vuole ispirare, e durante questi giorni in cui dovremo lottare ricorriamo spesso al bel canto che essa ci indica come l'espressione più completa dei sentimenti che devono animare, in questa santa campagna, i soldati della milizia cristiana.

martedì 22 marzo 2011

Ritiro spirituale quaresimale


Sabato 2 aprile 2011, ore 10,00-16,30
Convento di Ognissanti dei Padri Francescani dell'Immacolata
Borgo Ognissanti, 42 - Firenze

RITIRO SPIRITUALE QUARESIMALE
DEL COORDINAMENTO TOSCANO «BENEDETTO XVI»



Il ritiro spirituale d'Avvento organizzato dal Coordinamento Toscano "Benedetto XVI" è rivolto a tutti i fedeli che intendono approfondire la spiritualità legata all'antica tradizione liturgica romana.

Esso avrà luogo sabato 2 aprile 2011 presso il Convento di Ognissanti a Firenze (Borgo Ognissanti, 42) e sarà predicato dai Padri Francescani dell'Immacolata.



PROGRAMMA


Ore 10,00 - Ritrovo dei partecipanti e conferenza spirituale.

Ore 12,00 - S. Messa in rito romano antico.

Ore 13,00 - Pranzo (al sacco: ognuno porta il necessario per sé). Tempo libero per approfondimento personale.

Ore 14,30 - Conferenza spirituale e riflessioni condivise.

Ore 16,00 - Adorazione e Benedizione Eucaristica.

Ore 16,30 - Congedo dei partecipanti.


È possibile, come sempre, partecipare ad una parte soltanto del ritiro, compatibilmente coi propri impegni.



Il ritiro è aperto a tutti, senza bisogno di previa iscrizione.

Per informazioni e adesioni: coordinamentotoscano@hotmail.it

Il significato cristiano della penitenza: sulle parole del Papa all'Angelus, la riflessione di don Nicola Bux







A Quaresima, siamo chiamati a schierarci con Cristo contro il peccato: è l’esortazione ai fedeli di Benedetto XVI, che all’Angelus di domenica scorsa si è soffermato sull’atteggiamento che deve contraddistinguere questo tempo forte dell’anno. In particolare, riprendendo un pensiero di Paolo VI, il Papa ha esortato i cristiani “a rispondere al precetto divino della penitenza con qualche atto volontario, al di fuori delle rinunce imposte dal peso della vita quotidiana”. Un passaggio dal quale muove la riflessione del teologo don Nicola Bux, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede. L’intervista è di Alessandro Gisotti:

R. - E’ chiaro che le rinunce che ogni giorno facciamo per il peso della quotidianità sono, in qualche modo, indotte dalla condizione che viviamo, dallo stato di vita in cui ci troviamo. Invece le altre – quelle cui allude sempre il Santo Padre – sono quelle che noi, volontariamente, decidiamo di fare. Queste ultime non sono perciò indotte dalla condizione di ogni giorno, ma sono piuttosto esito di una nostra scelta e dovrebbero, in un certo senso, vertere sulla correzione di quegli atteggiamenti viziosi, proprio per potenziare le virtù.

D. - Questo aspetto è fondamentale: preghiera, digiuno ed elemosina a volte il fedele le sente, in questo periodo di Quaresima, come un dovere, un qualcosa che viene dall’esterno. Evidentemente è invece un qualcosa che deve venire dal di dentro…
R. - Indubbiamente, perché preghiera, digiuno ed elemosina sono certamente le grandi vie della misericordia che la tradizione della Chiesa e i Padri in modo particolare raccomandano. E’ chiaro che poi queste vie vanno attraversate da ciascuno secondo modalità e prospettive che ciascuno cerca di prefissarsi. Come direbbe San Francesco di Sales a proposito della devozione, ogni stato di vita può indubbiamente applicare queste opportunità alla propria condizione.

D. - Benedetto XVI, nel suo discorso alla fine degli esercizi spirituali tenuti in Vaticano, ha sottolineato quanto sia importante la vita dei Santi, anche come esempio - soprattutto in questo periodo forte della Quaresima - per noi fedeli…

R. - Certamente, perché i Santi sono una delle prove inconfutabili della verità della religione cristiana cattolica. I Santi dimostrano che Cristo è sempre imitabile ed attualizzabile e la loro esistenza è una delle prove apologetiche più importanti della verità cristiana cattolica. Talvolta, un certo “liturgismo” vorrebbe isolare i Santi da Dio. Si teme che i fedeli, onorando i Santi, non onorino Dio, ma non è vero, perchè Dio non vive da solo. Egli vive in una grande famiglia, che è quella dei Santi, e quindi, quando si onora un Santo si onora Dio e quando si onora Dio si onorano i Santi. Su questo la Quaresima potrebbe essere un ottimo esercizio sia spirituale sia pastorale per pastori e fedeli. (vv)


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lunedì 21 marzo 2011

Catechesi alla Madonna del Carmine di Pistoia





venerdì 25 marzo 2011
ore 21
nella chiesa della Madonna del Carmine
a Pistoia in piazza del Carmine
si terrà la catechesi di
don Diego Pancaldo
"La preghiera in Santa Teresa d'Avila e San Giovanni della croce"

Un rinnovato amore per il mistero di Cristo


Sul linguaggio dell'«ars celebrandi»



Pubblichiamo ampi stralci della relazione sul «Linguaggio della celebrazione liturgica» che il maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie, Mons. Guido Marini, ha tenuto il 24 febbraio scorso in apertura del corso sull'ars celebrandi presso la Pontificia Università della Santa Croce.



Iniziare un corso sulla ars celebrandi, trattando il tema del linguaggio della celebrazione liturgica, non è possibile farlo senza richiamare alla memoria il noto passaggio dell'esortazione apostolica Sacramentum caritatis di Benedetto XVI: «Altrettanto importante per una giusta ars celebrandi è l'attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori liturgici dei paramenti. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l'essere umano. La semplicità dei gesti e la sobrietà dei segni posti nell'ordine e nei tempi previsti comunicano e coinvolgono di più che l'artificiosità di aggiunte inopportune. L'attenzione e l'obbedienza alla struttura propria del rito, mentre esprimono il riconoscimento del carattere di dono dell'Eucaristia, manifestano la volontà del ministro di accogliere con docile gratitudine tale ineffabile dono» (n. 40).

Alcuni anni fa, nel 2009, è stata pubblicata una raccolta di contributi sulla liturgia del cardinale Joseph Ratzinger, dal titolo: Davanti al protagonista. Alle radici della liturgia. Si tratta semplicemente di un titolo, non c'è dubbio. Eppure è particolarmente indicativo di ciò che troviamo alle radici del discorso sulla liturgia. Alle radici vi troviamo Gesù Cristo, il Protagonista, il vero e più importante Protagonista della liturgia.

Attraverso la liturgia, infatti, il Signore continua nella sua Chiesa l'opera della nostra redenzione (cfr. Sacrosanctum concilium, 2). Ciò che è stato nella storia, ovvero il mistero pasquale, il mistero della nostra salvezza, si rende oggi presente nella celebrazione liturgica della Chiesa. In tal modo il Salvatore non è un ricordo del tempo passato, ma è il Vivente che continua la sua azione salvifica nella Chiesa, comunicando la sua vita, che è grazia e anticipo di eternità.

Nella stessa celebrazione eucaristica, l'assemblea radunata risponde al «Mistero della fede», successivo alla consacrazione, con le parole tanto significative: «Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta». In questa formulazione della liturgia romana ritroviamo descritti i tre momenti propri di ogni celebrazione sacramentale: ovvero, la memoria del passato evento salvifico, la presente azione di grazia nella celebrazione, l'anticipazione della gloria futura. In tal modo, la Chiesa, convocata per la celebrazione liturgica, rinnova ogni volta l'esperienza della verità dell'affermazione paolina: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Ebrei, 13, 9). Quel Gesù che ieri, in un preciso momento storico, ha vissuto il mistero della sua incarnazione, passione, morte e risurrezione, è lo stesso Gesù di cui oggi, nel tempo che scorre, si rinnova sacramentalmente il mistero della salvezza, così che tutti possano accedervi personalmente. Ed è sempre lo stesso Gesù che la Chiesa attende tornare nella gloria, pregustando però fin da ora, come anticipazione, la gioia della sua presenza e della sua opera.

La presenza misteriosa e reale di Cristo nella liturgia e il suo essere protagonista nel rito celebrato richiede al linguaggio liturgico lo splendore della nobile semplicità, secondo la celebre dizione del concilio Vaticano II (cfr. Sacrosanctum concilium, n. 34). Ho parlato di «splendore della nobile semplicità», perché questa è l'espressione completa usata dai padri conciliari. In essa è dato riscontrare l'intrinseca relazione tra bellezza, nobiltà, semplicità. Come sempre, ogni indicazione magisteriale deve essere letta e compresa nel contesto più ampio del tema di cui si tratta e in relazione di sviluppo armonico con l'intero insegnamento della Chiesa. In tal modo, si vede con chiarezza quanto siano distanti dal vero quelle marcate insistenze nel richiamare una certa semplicità che, a volte, hanno indotto a rendere il rito liturgico sciatto, banale, noioso, insignificante. Si tratta di un modo di intendere la semplicità non fondato sull'insegnamento della Chiesa e la sua grande tradizione liturgica. Per non dire che, in alcune occasioni, un tale modo di considerare la nobile semplicità si traduce in quella che potremmo definire una poco nobile nuova complessità. Non si tratta di questo quando la liturgia diventa teatro di trovate soggettive ed estemporanee, con l'inserimento di simboli privi di autentico significato o talmente complessi da dover essere a lungo spiegati?

Torniamo all'autentica nobile semplicità ascoltando Benedetto XVI, nell'esortazione apostolica postsinodale sull'Eucaristia Sacramentum caritatis: «Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia, infatti, come del resto la Rivelazione cristiana, ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor (…) Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina, ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore (…) La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra (…) La bellezza pertanto non è un fatto decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la propria natura» (n. 35).

Le parole del Papa, come sempre, hanno il grande dono della chiarezza. Ne consegue che non è ammissibile alcuna forma di minimalismo e di pauperismo nella celebrazione liturgica. E questo, certo, non per fare spettacolo o per un vuoto estetismo. Il bello, nelle diverse forme antiche e moderne in cui trova espressione, è la modalità propria in virtù della quale risplende nelle nostre liturgie, pur sempre pallidamente, il mistero della bellezza dell'amore di Dio. Ecco perché non si farà mai abbastanza per rendere semplici, in quanto chiari nel loro svolgimento, nobili e belli i nostri riti. Ce lo insegna la Chiesa, che nella sua lunga storia non ha mai avuto timore di «sprecare» per circondare la celebrazione liturgica con le espressioni più alte dell'arte: dall'architettura, alla scultura, alla musica, agli oggetti sacri. Ce lo insegnano i santi che, pur nella loro personale povertà ed eroica carità, hanno sempre desiderato che al culto fosse destinato il meglio.
Ascoltiamo ancora Benedetto XVI: «Le nostre liturgie della terra, interamente volte a celebrare questo atto unico della storia, non giungeranno mai ad esprimerne totalmente l'infinita densità. La bellezza dei riti non sarà certamente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita. Le nostre liturgie terrene non potranno essere che un pallido riflesso della liturgia, che si celebra nella Gerusalemme del cielo, punto d'arrivo del nostro pellegrinaggio sulla terra. Possano tuttavia le nostre celebrazioni avvicinarsi ad essa il più possibile e farla pregustare!» (Omelia alla celebrazione dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, 12 settembre 2008).

«La bellezza intrinseca della liturgia ha come soggetto proprio il Cristo risorto e glorificato nello Spirito Santo, che include la Chiesa nel suo agire» (Sacramentum caritatis, n. 36). È Benedetto XVI, con queste parole, a ricordarci che la liturgia è azione del Cristo totale e, dunque, anche della Chiesa. Dall'affermazione che la liturgia è azione della Chiesa derivano alcune considerazioni di non poca importanza per quell'essenza della liturgia che vado illustrando. In effetti, quando si dice che la Chiesa è soggetto agente si fa riferimento alla Chiesa tutta, in quanto soggetto vivente che attraversa il tempo, che si realizza nella comunione gerarchica, che è insieme realtà ancora pellegrinante sulla terra e realtà già approdata sulle rive della Gerusalemme celeste.

Nell'agosto del 2006, a Castel Gandolfo, Benedetto XVI, rispondendo alla domanda di un sacerdote, nel corso di un incontro con il clero della diocesi di Albano, si esprimeva così nello stile discorsivo tipico di un colloquio: «La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa. Nella misura in cui noi abbiamo interiorizzato questa struttura, compreso questa struttura, assimilato le parole della Liturgia, possiamo entrare in questa interiore consonanza e così non solo parlare con Dio come persone singole ma entrare nel “noi” della Chiesa che prega. E così trasformare anche il nostro “io” entrando nel “noi” della Chiesa, arricchendo, allargando questo “io”, pregando con la Chiesa, con le parole della Chiesa, essendo realmente in colloquio con Dio».

Entrare nel «noi» della Chiesa che prega. Questo «noi» ci parla di una realtà, la Chiesa appunto, che va al di là dei singoli ministri ordinati e dei singoli fedeli, delle singole comunità e dei singoli gruppi. Perché lì la Chiesa si manifesta e si rende presente nella misura in cui si vive la comunione con la Chiesa intera, quella Chiesa che è cattolica, universale, di una universalità che raggiunge tutti i tempi, tutti i luoghi, e varca la soglia del tempo per lasciarsi raggiungere dall'eternità.
Ne consegue che fa parte dell'essenza della liturgia il fatto che questa abbia anzitutto il tratto della cattolicità, dove unità e varietà si compongono in armonia così da formare una realtà sostanzialmente unitaria, pur nella legittima diversità delle forme. E poi il tratto della non arbitrarietà, che evita di consegnare alla soggettività del singolo o del gruppo ciò che invece appartiene a tutti come tesoro ricevuto, da custodire e trasmettere. E ancora il tratto della continuità storica, in virtù della quale l'auspicabile sviluppo appare quello di un organismo vivo che non rinnega il proprio passato, attraversando il presente e orientandosi al futuro. E, infine, il tratto della partecipazione alla liturgia del cielo, per il quale è quanto mai appropriato parlare della liturgia della Chiesa come dello spazio umano e spirituale nel quale il cielo si affaccia sulla terra. Si pensi, solo a titolo esemplificativo, al passaggio della Preghiera eucaristica i, nella quale chiediamo: «Fa' che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull'altare del cielo».

Quanto fin qui detto in merito alla liturgia come azione della Chiesa non sarebbe sufficiente se non si aggiungesse il tema della partecipazione. Infatti è proprio la liturgia, intesa come azione della Chiesa, che esige una partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa (cfr. Sacrosanctum concilium, n. 11). Ogni considerazione in merito rischia di essere senza costrutto e fuorviante se il punto di partenza non è l'azione di Cristo e della Chiesa. È proprio questa azione quella che chiede di essere partecipata in modo consapevole, attivo e fruttuoso. E ciò è possibile se si realizza un'autentica comunione del fedele con l'agire della Chiesa e l'agire di Cristo.

Ma qual è l'agire della Chiesa? È l'agire della Sposa che tende a diventare un'unica realtà con Cristo Sposo e con il suo agire. E qual è l'agire di Cristo? La sua offerta di amore al Padre per la nostra salvezza. Di conseguenza, la partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa in liturgia si ha nella misura in cui ciascuno e tutti condividiamo l'azione della Chiesa che tende allo Sposo e, dunque, ci lasciamo coinvolgere dall'azione dello Sposo che è donazione d'amore al Padre per la salvezza del mondo.

Il tema della partecipazione offre ora l'opportunità di ampliare quanto già detto in merito all'agire di Cristo nella liturgia. Lo facciamo lasciandoci condurre per mano da una fondamentale argomentazione del teologo Ratzinger: «Con il termine “actio” riferito alla liturgia, si intende nelle fonti il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è la oratio: la grande preghiera, che costituisce il nucleo della celebrazione liturgica e che proprio per questo, nel suo insieme, è stata chiamata dai Padri con il termine oratio. Questa definizione era corretta già a partire dalla stessa forma liturgica, poiché nella oratio si svolge ciò che è essenziale alla Liturgia cristiana (…) Questa oratio -- la solenne preghiera eucaristica, “il canone” -- (…) è actio nel senso più alto del termine. In essa accade, infatti, che l'actio umana (…) passa in secondo piano e lascia spazio all'actio divina, all'agire di Dio» (Introduzione allo spirito della Liturgia, pp. 167-168).

Nella oratio, di conseguenza, si svolge ciò che è essenziale alla liturgia cristiana. Ci domandiamo: «Che cosa è questo essenziale che si svolge?» Rispondiamo, seguendo il testo di Ratzinger: «L'agire di Dio».
E tutto questo è quanto la Chiesa, sposa di Cristo, vive nella celebrazione della liturgia. In effetti, ciò che ancora risulta essenziale per la liturgia è che coloro che vi partecipano preghino per condividere lo stesso sacrificio del Signore, il suo atto di adorazione, diventando una solo cosa con lui, vero corpo di Cristo. In altre parole, ciò che è essenziale è che alla fine venga superata la differenza tra l'agire di Cristo e il nostro agire, che vi sia una progressiva armonizzazione tra la sua vita e la nostra vita, tra il suo sacrificio adorante e il nostro, così che vi sia una sola azione, a un tempo sua e nostra. Quanto affermato da san Paolo non può che essere l'indicazione di ciò che è essenziale conseguire in virtù della celebrazione liturgica: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Galati, 2, 19-20).

Avviandomi alla conclusione, ritengo importante sottolineare quella che mi pare essere una grave urgenza del nostro tempo, ovvero la necessità della formazione alla liturgia e al suo linguaggio, a tutti i livelli. Nulla, lo sappiamo, è ormai possibile dare per scontato. In un tale processo formativo ritengo vi siano quattro priorità. Anzitutto, è necessario far approfondire e assimilare i temi portanti della teologia della liturgia come fondamento della prassi celebrativa. In secondo luogo è importante aiutare a capire il linguaggio liturgico in quanto radicato in una tradizione secolare, soggetto al discernimento ecclesiale, sempre in una logica di sviluppo armonico che sa valorizzare insieme antico e nuovo. Inoltre, è fondamentale introdurre al senso autentico della celebrazione che, in quanto culto spirituale, deve plasmare la vita in ogni suo aspetto, fornendo un nuovo linguaggio -- quello di Cristo -- alla quotidianità. Infine, è indispensabile suscitare un rinnovato amore per ciò che è oggettivo, una convinta e ministeriale adesione al rito, da intendere non come aspetto coercitivo dell'espressività, ma piuttosto come condizione indispensabile per un'espressività autentica e davvero comunicativa del mistero di Cristo celebrato nella Chiesa.

(©L'Osservatore Romano 19 marzo 2011)

domenica 20 marzo 2011

La benedizione sacerdotale



Proponiamo un articolo sul grande valore della benedizione sacerdotale. In questo periodo, nelle parrocchie, cominciano le benedizioni delle famiglie nelle case, ma non è difficile aprire la porta e, invece del sacerdote o del diacono, trovarsi davanti un laico, anche se, forse, accolito o ministro straordinario dell'Eucaristia.



Chi ebbe l'occasione di vedere papa Pio XII quando benediceva i pellegrini non lo potrà più dimenticare: quelle braccia stese, quelle mani alzate verso il cielo come se avesse voluto far scendere tutte le grazie sulla terra.
Quelle benedizioni fatte in tutte le direzioni erano attimi che commuovevano i cuori!
La benedizione di un papa, di un vescovo, o quella di un sacerdote è qualche cosa di grande e di santo. La mano di un semplice sacerdote che benedice non è da meno di quella del papa. Le mani del sacerdote sono state consacrate dal vescovo e unte dallo Spirito Santo. Esse quindi danno anche la forza della Spirito Santo e comunicano alle anime le grazie e l'aiuto di Dio.

Un sacerdote anziano un giorno disse: «Per me è una grande consolazione il pensiero di aver benedetto molto nella mia vita, non solo i miei cari, ma tutti gli uomini, specialmente i malati, i sofferenti, i peccatori, le persone consacrate a Dio».
Gesù disse a Teresa Neuman, la stigmatizzata tedesca che viveva solo dell'Eucaristia: «Cara figlia, voglio insegnarti a ricevere la mia benedizione con fervore. Cerca di capire che qualche cosa di grande ha luogo quando ricevi la benedizione di un mio Sacerdote. La benedizione è uno straripamento della mia divina Santità. Apri la tua anima e lascia che diventi santa attraverso la mia benedizione. Tramite il potere di benedire, ho dato al Sacerdote il potere di aprire il tesoro del mio Cuore e di riversare una pioggia di grazie sulle anime.
Quando il Sacerdote benedice, sono io che benedico. Allora una sterminata corrente di grazie fluisce dal mio Sacro Cuore all'anima fino a riempirla completamente. Tieni perciò aperto il tuo cuore per non perdere il beneficio della benedizione. Attraverso la mia benedizione ricevi la grazia di amore e aiuto per l'anima e per il corpo. Per mezzo di essa ti è data la forza ed il desiderio di cercare il bene, di sfuggire il male, di godere della protezione dei miei figli contro i poteri del Maligno. Perciò non ricevere mai la benedizione in modo piatto o distratto, ma con tutta la tua attenzione! Tu sei povera prima di ricevere la benedizione, sei ricca dopo averla ricevuta. La buona volontà per suo mezzo è rafforzata, le iniziative ricevono la mia Provvidenza particolare, la debolezza è potenziata dal mio potere, i pensieri sono spiritualizzati e tutte le cattive influenze neutralizzate.
Ho dato alla mia benedizione poteri senza confini. Maggiore è lo zelo con il quale la mia benedizione è data e ricevuta, maggiore è la sua efficacia. Io do a ciascuno a seconda della misura della sua fede.
Spesso io tengo nascosti i risultati della mia benedizione in modo che siano conosciuti soltanto nell'Eternità. Spesso sembra che le benedizioni non abbiano risultato, invece è meravigliosa la loro influenza; anche i risultati "apparentemente" infruttuosi, sono una benedizione ottenuta attraverso la santa benedizione: questi sono i misteri della mia Provvidenza che non desidero manifestare.
Le mie benedizioni producono molte volte effetti sconosciuti all'anima, perciò ricevila con buona volontà e con l'intenzione di diventare migliore, allora essa penetrerà nelle profondità del tuo cuore e produrrà i suoi effetti».

Certe anime mistiche hanno avuto il carisma della "ierognosi", cioè la facoltà di riconoscere le cose sante (per es.: la Sacra ParticoIa, i Rosari, le Reliquie, ecc.) e di distinguerli immediatamente e senza esame dagli oggetti non benedetti, dagli oggetti profani.
II caso meglio studiato e comprovato fu certamente quello della famosa mistica Luisa Lateau di Bois d'Haine (Francia). Se le presentavano una Reliquia sorrideva soddisfatta, pronta a baciarla. Lo stesso faceva con gli oggetti benedetti, mentre si mostrava del tutto indifferente e insensibile per gli oggetti non benedetti, anche se fossero immagini sacre. Un sacerdote, travestito da secolare, le presentò un Crocifisso non benedetto e lei si mostrò indifferente. Allora il sacerdote si voltò dall'altra parte e con la sua mano consacrata tracciò sul Crocifisso il segno della Croce, quindi si girò e glielo ripresentò. Solo allora Luisa mostrò il suo caratteristico sorriso e lo baciò. I presenti a questa scena furono costretti ad esclamare: «Che sublime realtà e la benedizione del sacerdote, di cui si fa così poco conto».

Maria Simma è un'anima santa che ha avuto il carisma di venire a contatto con le anime del Purgatorio e svolgere un grande apostolato in loro favore. A pagina 80 del libro Le Anime del Purgatorio mi hanno detto ... , viene riportato quanto segue: «Un incontro rimasto indimenticabile per me fu quello di un prete la cui mana destra era nera. Gli chiesi la causa: "Avrei dovuto benedire di più - mi disse - di' a tutti i preti che incontri che devono benedire di più; essi possono dare numerose benedizioni e scongiurare le forze del male"».
La benedizione del sacerdote attinge dalle ricchezze infinite del Cuore di Gesù e perciò ha una forza curativa e santificante, una potenza esorcizzante e protettiva. Una contadina molto credente racconta: «In casa mia si ha una grande fede. Quando un Sacerdote viene da noi, è come se venisse il Signore. La sua visita ci rende felici. Prima che il Sacerdote vada via, gli chiediamo sempre la benedizione. Nella nostra famiglia di dodici figli la benedizione sacerdotale è qualche cosa di tangibile».
Un sacerdote ha detto: «Nelle mie mani è stato messo un preziosissimo tesoro. Cristo stesso vuole operare con grande forza, mediante la benedizione fatta da uomini deboli. Come un tempo Egli andava benedicendo attraverso la Palestina, così vuole che il Sacerdote continui a benedire. Sì, noi Sacerdoti siamo ultra miliardari non in denaro, ma nella grazia che comunichiamo agli altri. Noi possiamo essere delle radio trasmittenti di benedizioni. In tutto il mondo ci sono antenne che captano le onde delle nostre benedizioni: malati, sofferenti, carcerati, emarginati, ecc.».

La mistica Anna Caterina Emmerick (1774-1824), al riguardo della benedizione sacerdotale diceva: «É molto triste vedere come ai nostri giorni i Sacerdoti siano trascurati quando si tratta di benedire. Pare che essi non conoscono più il valore della benedizione sacerdotale. Molti non ci credono più e si vergognano della benedizione come se essa fosse una cerimonia antiquata e superstiziosa. Molti infine si servono di questa forza e grazia che Gesù Cristo ha dato loro, senza pensarci e superficialmente».

Un'altra anima santa, Maria T. Meyer, morta nel 1952, afferma: «Ogni benedizione sacerdotale che io posso ricevere è come una nuova forza vitale che mi viene regalata. Noi non possiamo misurare l'effetto di una benedizione sacerdotale." Con la benedizione di Cristo eresse il suo amore nei nostri cuori, specialmente l' amore per la purezza ... io me ne sono convinta già da giovane. La benedizione sacerdotale è una grande grazia».

La benedizione sacerdotale presente è una necessità dei tempi in cui viviamo.
Essa non è mai stata così preziosa come oggi. Un famoso predicatore ha definito il nostro tempo "un'era di demoniocrazia". Effettivamente quanti demoni stanno lavorando ai nostri giorni! Quanti disordini, quanti scandali, quanti incidenti che capitano giornalmente, gliene danno la forza. E quindi è necessario sottrarsi dal potere del maligno stando in grazia di Dio, frequentando la Confessione, la Comunione, pregando, e infine ricevendo frequentemente la benedizione sacerdotale.
Come le onde magnetiche della radio, della televisione, dei telefonini, ecc. incrociano l'atmosfera, così le benedizioni dovrebbero incrociare il mondo per frenare e allontanare l'azione malefica dei demoni.

Ogni benedizione del sacerdote è sempre una nuova vittoria sul maligno. In questo modo i sacerdoti benedicenti possono essere continuamente delle stazioni trasmittenti spirituali. Al mondo ci sono ovunque antenne riceventi, cioè dei cuori che hanno bisogno di benedizione per essere fortificati dalla loro forza. La benedizione però ha bisogno di anime ricettive. Gesù ha detto ai suoi Apostoli (Lc 10,5): «in qualunque casa entriate, dite prima: "Pace a questa casa". Se vi sarà un figlio della pace la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi». - Questo significa che la pace e il bene saranno per la casa e per le persone che vi abitano a condizione però che queste persone siano ricettive, cioè devono chiedere la benedizione con fede e con fiducia.

Diceva un'anima molto provata dal dolore e malata da molti anni: «Durante la mia malattia ricevo spesso la benedizione del Sacerdote ed ogni volta sento come una forza che mi viene data per accettare la mia sofferenza, per abbandonarmi sempre più alla volontà del Signore che mi domanda molto sacrificio. La consapevolezza di essere benedetta molte volte da un Sacerdote, anche da lontano, mi dà improvvisamente forza e coraggio per affrontare le grandi tentazioni e le ore di profondo abbattimento. Quante volte la benedizione del Sacerdote mi ha dato pace e tranquillità nelle lotte interiori e nelle grandi burrasche spirituali».
É una cosa stupenda che il sacerdote alzi molto spesso la sua mano consacrata per benedire. Da questa benedizione scorre una forza esorcizzante contro il maligno e una forza salutare per i corpi e santificante per le anime, perché è lo stesso Gesù che benedice, tramite il sacerdote, con le sue mani trafitte da cui scorre il suo Sangue di Amore.

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, 6 marzo 2011 - n. 9

sabato 19 marzo 2011

Benedetto XVI e la liturgia



del prof. Davide Ventura



Conferenza tenuta a Bologna, presso la chiesa di S. Maria della Pietà, il 22-2-2009, in occasione del III anniversario dellíapertura della causa di beatificazione del Servo di Dio Tomas Josef M. Tyn O.P.


Importanza e centralità della liturgia


Che la liturgia sia un tema che sta a cuore a Papa Benedetto XVI è cosa ampiamente dimostrata dalla mole e dalla frequenza dei suoi interventi in tale materia in questi primi anni del suo pontificato. Innumerevoli sono ormai i discorsi, le allocuzioni, le catechesi rivolte a tale soggetto, che ritorna poi con insistenza anche nei documenti "maggiori", dalle encicliche al recente motu proprio "Summorum Pontificum". Questi interventi, avvenuti in tempi a noi prossimi e "sotto i riflettori" del pontificato, sono abbastanza noti, anche se non risulterà inutile rivolgere loro uno sguardo d'assieme. Meno note ai più sono forse invece le tante opere che il Papa ha scritto riguardo alla liturgia prima della sua elezione, come teologo - insieme a svariate interviste e discorsi. Tutto questo materiale manifesta una totale continuità con il suo attuale magistero, e si svolge con una potenza di pensiero e una profondità di analisi che lascia ammirato il lettore. Inoltre, per il loro essere meno "irrigiditi" dei documenti magisteriali, di norma relativamente brevi e mirati a circostanze particolari, gli scritti dell'allora Cardinal Ratzinger sono di grande aiuto per manifestarne pienamente il pensiero nella sua ispirazione di fondo. Senza pretendere di sostituire una lettura delle opere in questione (che è al contrario fortemente raccomandata), queste pagine mirano a prendere in esame alcune direttive fondamentali del pensiero liturgico del Papa basandosi sulle sue parole, scritte o pronunciate sia prima che dopo la sua elezione; e questo per aiutare a meglio orizzontarsi anche nelle controversie che tale insegnamento ha occasionalmente suscitato - come sempre capita quando il sale del Vangelo si rifiuta ostinatamente di perdere il suo sapore.

Perché mai un tale posto centrale per la liturgia? Non hanno piuttosto ragione quegli ambienti ecclesiali che tendono a relegarla in secondo piano, come se si trattasse di un semplice elemento formale - una questione in fondo poco importante di usi e di abitudini? Non per il Papa. Nel libro-intervista Rapporto sulla fede così si esprime l'allora cardinale: "Dietro ai modi diversi di concepire la liturgia ci sono, come di consueto, modi diversi di concepire la Chiesa, dunque Dio e i rapporti dell'uomo con Lui. Il discorso liturgico non è marginale: è stato proprio il Concilio a ricordarci che qui siamo nel cuore della fede cristiana".

Il punto non è banale: se il fine dell'uomo è conoscere, amare e servire Dio, allora diviene del tutto essenziale il modo in cui ci si pone di fronte a Lui per riceverne i doni sacramentali, per espiare le proprie cadute, per rendere grazie della salvezza offerta in Cristo. La vita cristiana è un rapporto personale con il Padre che chiama a sé i suoi figli; è dunque fondamentalmente dialogo. Questo dialogo può ben essere privato e individuale; ma per essere realmente tale ha comunque bisogno di essere sorretto e quasi immerso in quel perenne canto d'amore della Sposa per il suo Sposo che è la liturgia pubblica della Chiesa. E questo canto ha ritmi e tonalità tutti propri, che divengono essi stessi contenuto, e non meramente forma. Lex orandi, lex credendi, dicevano i cristiani dei primi secoli: i modi e le forme del pregare - inteso come pregare pubblico, liturgico - determinano i contenuti del credere. E, storicamente, è innegabile che i cambiamenti avvenuti nella lex orandi accompagnano e segnalano invariabilmente parallele mutazioni delle accentuazioni e della comprensione dei contenuti di fede.

In un'altra opera, l'allora cardinale riprende lo stesso tema richiamando l'atteggiamento a suo parere superficiale con cui da più parti venne accolto l'invito del Concilio Vaticano II a un rinnovamento della liturgia: "Poté sembrare a molti che la preoccupazione per una forma corretta della liturgia fosse una questione di pura prassi, una ricerca della forma di Messa più adeguata e accessibile agli uomini del nostro tempo. Nel frattempo si è visto sempre più chiaramente che nella liturgia si tratta della nostra comprensione di Dio e del mondo, del nostro rapporto a Cristo, alla Chiesa e a noi stessi. Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Così la questione liturgica ha acquistato oggi un'importanza che prima non potevamo prevedere" (J. Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo, p. 9).

In un altro luogo ancora lo stesso concetto viene espresso con drastica concisione: "Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia" (J. Ratzinger, La mia vita, p. 112).
Ma nel pensiero del Papa l'importanza della liturgia si estende persino al di là dei limiti della Chiesa, per costituire un elemento fondamentale della vita e dell'ambiente umano: "Il diritto e la morale non stanno insieme se non sono ancorati nel centro liturgico e non traggono da esso ispirazione. [] Solo se il rapporto con Dio è giusto anche tutte le altre relazioni dell'uomo - quelle degli uomini tra di loro e dell'uomo con le altre realtà create - possono funzionare" (J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, p. 16). È un testo estremamente impegnativo, e verrebbe la tentazione di metterlo in dubbio se le circostanze dei nostri tempi non ne confermassero così clamorosamente la validità.

Ma dove risiede il fondamento di questa influenza del culto liturgico sulla vita umana in generale? Il futuro Papa risponde nel seguito del testo citato: "L'adorazione, la giusta modalità del culto, del rapporto con Dio, è costitutiva per la giusta esistenza umana nel mondo: essa lo è proprio perché attraverso la vita quotidiana ci fa partecipi del modo di esistere del «cielo», del mondo di Dio, lasciando così trasparire la luce del mondo divino nel nostro mondo. [] (Il culto) prefigura una vita più definitiva e, in tal modo, dà alla vita presente la sua misura. Una vita in cui manca tale anticipazione, in cui il cielo non è più abbozzato, diverrebbe plumbea e vuota". Si tratta di una visione di notevole potenza: per il Papa la liturgia della Chiesa diviene il canale privilegiato del governo divino sulla terra, e possiede di per sé una potenza demiurgica che plasma sul suo modello gli eventi mondani, facendosi "misura" alla "vita presente". La liturgia è il cielo sulla terra; essa perciò deve parlare la lingua del cielo - questo è il motivo per cui non si tratta di cercare la forma "più adeguata e accessibile agli uomini del nostro tempo", come riportato sopra.

Il valore del messale antico e il "Motu proprio" Summorum Pontificum
Paghiamo subito il necessario tributo all'attualità, e fra le tante questioni aperte legate alla liturgia soffermiamoci su quella che il magistero del Papa ha più di recente affrontato - e che ha suscitato le maggiori reazioni anche nell'opinione "laica". È noto ai più che nel 1970 Papa Paolo VI promulgò il nuovo messale elaborato negli anni precedenti dalla commissione incaricata dell'attuazione della riforma liturgica avviata per impulso del concilio Vaticano II. Tale messale conteneva in effetti sostanziosi cambiamenti rispetto a quello fino ad allora in vigore, edito a sua volta da Giovanni XXIII nel 1962. Quest'ultimo non era in effetti altro che l'ultima revisione minore di un tipo liturgico che risaliva con continuità alla riforma effettuata dal Concilio di Trento (il cosiddetto messale di Pio V). A sua volta, Pio V aveva nel XVI secolo semplicemente rivisto e riproposto un repertorio di testi liturgici che si era tramandato con minimi cambiamenti durante tutto il Medio Evo, risaliva nella sua sostanza a Gregorio Magno (VI secolo), e conteneva parti che risalivano alla più remota antichità cristiana.
E qui si dà il problema: mentre, come si è visto, il messale romano ha conosciuto fino al 1962 - lungo diciassette secoli di storia - solo modifiche graduali e non particolarmente sostanziali, di un tratto nel 1970 venne introdotta una forma liturgica che si discostava in modo significativo da tale immemorabile tradizione. Contestualmente all'introduzione del nuovo si ebbe nella pratica la proibizione dell'uso del messale tradizionale, cosa che provocò vivaci reazioni in molti ambienti, fino a divenire una delle maggiori motivazioni dietro allo scisma promosso da Mons. Lefebvre.

Il documento pubblicato da Benedetto XVI il 7 luglio scorso, dal titolo "Summorum Pontificum", mette finalmente ordine definendo la situazione giuridica, che era divenuta alquanto ambigua, della liturgia tradizionale di fronte a quella riformata. Vale la pena, vista la storica importanza del documento, scorrere i suoi contenuti fondamentali. In primo luogo il Papa dichiara che il precedente messale non è mai stato abrogato. Non si tratta perciò di una "reintroduzione", bensì del riconoscimento di una perenne validità che l'introduzione del nuovo messale del 1970 non ha affatto menomato. Al contrario, dopo alcune osservazioni storiche che ne lodano l'antichità e la continuità di uso durante tutta la storia della Chiesa latina, il Papa definisce il rapporto fra i due Messali con le seguenti parole: "Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della «lex orandi» della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve essere considerato come espressione straordinaria della stessa «lex orandi» e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della «lex orandi» della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella «lex credendi» della Chiesa; sono infatti due usi dell'unico rito romano. Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l'edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa".

Dopo questa capitale affermazione, il Papa prosegue definendo che ogni sacerdote può usare del messale tradizionale nelle sue Messe private, a cui possono di propria volontà associarsi anche altri fedeli. Gli istituti di vita consacrata sono poi liberi di celebrare, saltuariamente o anche abitualmente, con il vecchio messale. Gruppi stabili di fedeli all'interno delle parrocchie possono a loro volta chiedere al parroco di celebrare per loro con il messale del 1962. Il parroco è invitato ad "accogliere volentieri" le loro richieste; qualora sia personalmente impossibilitato (e - si suppone - per validi e non pretestuosi motivi), la richiesta deve passare al Vescovo diocesano. "Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Pontificia Commissione «Ecclesia Dei». Il vescovo che vuole soddisfare a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause ne è impedito, può affidare la questione alla Pontificia Commissione «Ecclesia Dei», che gli darà consiglio ed aiuto". Se la situazione lo consiglia, il Vescovo può raggruppare le richieste con la costituzione di una "parrocchia personale".

Si comprende chiaramente l'intenzione del Papa: la Messa tradizionale, essendo tuttora in vigore, costituisce un diritto dei fedeli; le loro richieste (purché non fatte per spargere discordiaÖ) di accedere a tale forma liturgica vanno esaudite: a livello parrocchiale, ove possibile, ovvero diocesano. In nessun caso tale richiesta può essere semplicemente ignorata - l'autorità stessa della Santa Sede, tramite la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", se ne fa garante.

Viene poi riconosciuto che i membri del clero, obbligati alla recita quotidiana del breviario, possono adempiere a tale obbligo mediante il breviario pubblicato da Giovanni XXIII.

Estremamente ricca di contenuto è anche la lettera inviata dal Papa a tutti i vescovi in concomitanza con l'uscita del Motu proprio. Vi si dice che, all'atto della pubblicazione del nuovo messale di Paolo VI, vi era chi pensava che l'uso della forma più antica sarebbe sparita da sé. Questo non è però avvenuto, e l'attaccamento all'uso antico è rimasto proprio "nei Paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica e una profonda, intima familiarità con la forma anteriore della Celebrazione liturgica". Non si tratta perciò necessariamente, secondo il Papa, di una forma di ribellione contro l'autorità della Chiesa, anzi "Ö molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia". E non si tratta solo di anziani: "È emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia".

Se questa liturgia, così antica e venerabile, non è mai stata giuridicamente abrogata, da cosa nasce la sua pressoché totale sparizione, specialmente considerando che già Papa Giovanni Paolo II aveva pubblicato durante il suo pontificato atti che chiedevano ai vescovi di provvedere affinché le legittime richieste di celebrare secondo tale forma venissero più largamente accolte? Più che da Roma, il problema è evidentemente sorto dagli episcopati nazionali, "anzitutto perché spesso i Vescovi, in questi casi, temevano che l'autorità del Concilio fosse messa in dubbio". Così, mentre i documenti di Giovanni Paolo II avevano lasciato ai vescovi un largo margine applicativo, Benedetto XVI conclude che "è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu Proprio del 1988 non era prevedibile; queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni".

"Roma locuta, causa soluta" dicevano gli antichi: Roma ha parlato, la causa è risolta. Oggi, purtroppo, questo è lontano dall'essere un fatto scontato; ma che Roma abbia parlato chiaro, questo nessuno potrà metterlo in dubbio.

L'applicazione della riforma liturgica

Il Vaticano II ha richiamato in molti documenti la necessità di un rinnovamento liturgico, che accogliesse le acquisizioni migliori di un movimento liturgico che aveva saputo nei decenni precedenti investigare i tesori storici della Chiesa per trovare il modo di restituire al loro originario splendore forme rituali che il tempo aveva ricoperto di un velo di polvere. Se poi, come osserva il Papa nel documento citato, proprio persone di "cospicua formazione liturgica" hanno preso partito di non seguire le forme liturgiche emerse dall'auspicato rinnovamento liturgico, è segno che qualcosa non ha funzionato. Sentiamo di nuovo il Papa nella citata lettera di accompagnamento al Motu proprio: "Questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo messale, ma esso addirittura veniva inteso come un'autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch'io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa".

Papa Benedetto parla quindi di "deformazioni arbitrarie"; si tratta, secondo questa analisi, di applicazioni errate sopraggiunte più tardi, e non del messale di Paolo VI in sé. Circa quest'ultimo, in più riprese nei suoi scritti il Papa ammonisce quelli che lo ritengono esso stesso una deformazione della tradizione ecclesiale ed espressione di una teologia eterodossa. Non a caso preferisce non parlare di due riti, ma di "due forme di uno stesso rito": forma extraordinaria, l'antico messale; forma ordinaria il nuovo; e "non c'è nessuna contraddizione tra l'una e l'altra edizione del Missale Romanum". La stessa cosa l'allora cardinale Ratzinger la aveva dichiarata più estesamente in un discorso del 24 ottobre 1998: "Si può dire questo: che viene spesso ampliata la libertà che il nuovo Ordo Missae lascia alla creatività, e che la differenza fra liturgie che si celebrano secondo i nuovi libri, così come vengono di fatto messe in pratica e celebrate nei diversi luoghi, è spesso più grande di quella tra l'antica e la nuova liturgia, quando l'una e l'altra vengono celebrate in conformità con le prescrizioni dei libri liturgici. Il cristiano medio, privo di una cultura liturgica specialistica, ha difficoltà a distinguere tra una Messa cantata in latino secondo il vecchio messale ed una cantata in latino secondo quello nuovo. La differenza fra una celebrazione liturgica che si attiene fedelmente al messale di Paolo VI e la realtà di celebrazioni in lingua corrente, con tutte le possibili libertà di partecipazione e di creatività, quella differenza sì che può essere enorme!".

Questa affermazione, netta e reiterata, che la differenza fra il vecchio e il nuovo "ordo Missae" non è sostanziale, e che si tratta anzi di due forme dello stesso rito, può piacere o meno - si tratta in ogni caso del parere del Papa, espresso in modo piuttosto formale in atti di elevato valore magisteriale. Prestiamo dunque a tale parere il religioso assenso che esso richiede, e passiamo ad esaminare quali siano le deformazioni "al limite del sopportabile" di cui si parla, avvertiti dalle stesse parole del Papa che "Ö resta da vedere sino a che punto le singole tappe della riforma liturgica dopo il Vaticano II siano state veri miglioramenti o non, piuttosto, banalizzazioni; sino a che punto siano state pastoralmente sagge o non, al contrario, sconsiderate" (J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, pp. 123-124).

La liturgia non è prodotto umano

Nel "mirino" del Papa, sia prima che dopo la sua elezione, c'è in primo luogo il concetto di "creatività liturgica": è parso infatti spesso, in questi ultimi decenni, che ogni comunità, ogni singolo sacerdote, fossero chiamati a "inventare" le forme del culto secondo la propria sensibilità. In una intervista del 5 settembre 2003 l'allora cardinale dichiara: "In generale, ritengo che la riforma liturgica non sia stata applicata bene, perché si trattava di una idea generale. Oggi la liturgia è una cosa della comunità. La comunità rappresenta se stessa, e con la creatività dei preti o di altri gruppi si creano le loro liturgie particolari . Si tratta più della presenza delle loro esperienze ed idee personali, che dell'incontro con la Presenza del Signore nella Chiesa; e con questa creatività e questa auto-presentazione della comunità sta scomparendo l'essenza della liturgia. Con l'essenza della liturgia noi possiamo superare le nostre proprie esperienze e ricevere ciò che non deriva da esse, ma che è un dono di Dio. Così penso che dobbiamo restaurare non tanto certe cerimonie, ma l'idea essenziale della liturgia - capire che nella liturgia non rappresentiamo noi stessi, ma riceviamo la grazia della presenza del Signore nella Chiesa del cielo e della terra. E mi sembra che l'universalità della liturgia sia essenziale". Le ultime righe sono fondamentali: nel pensiero costante del Papa, la liturgia è data dall'alto. Poi certo, questo dono passa attraverso mediazioni umane (ciò che costituisce la Chiesa come comunità profetica), ma rimane tutt'altro che un prodotto umano; e visto il suo carattere di culto pubblico, esso è e deve rimanere universale.

Nel libro "Introduzione allo spirito della liturgia", p. 17-18, troviamo espresso in modo molto forte lo stesso concetto. Parlando della nascita del culto del popolo di Dio sul Sinai, ma pensando all'oggi, il cardinal Ratzinger scrive: "L'uomo non può «farsi» da sé il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra. Quando Mosè dice al faraone: «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore» (Es 10,26), nelle sue parole emerge di fatto uno dei principi basilari di tutte le liturgie. [] la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla nostra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice autoconferma". Questo carattere non arbitrario del culto emerge per contrasto in modo drammatico nell'episodio del vitello d'oro. "Questo culto, guidato dal sommo sacerdote Aronne, non doveva affatto servire un idolo pagano. L'apostasia è più sottile. [] non si riesce a mantenere la fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso. Lo si fa scendere al proprio livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni. [] L'uomo si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui. [] Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa. Dall'adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira intorno a se stesso [] La storia del vitello d'oro è un monito contro un culto realizzato a propria misura e alla ricerca di se stessi []. Ma alla fine resta anche la frustrazione, il senso di vuoto. Non c'è più quell'esperienza di liberazione che ha luogo lì dove avviene un vero incontro con il Dio vivente".

A queste righe impressionanti si può obiettare (come di fatto si è da più parti obiettato): ma la comprensibilità della liturgia non è un valore positivo? Se essa è "segno", il segno non deve necessariamente essere decifrabile dal suo destinatario umano? Nel libro "Il sale della terra", p. 199, il cardinal Ratzinger risponde: "Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più «piatta». In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità". È la condanna del razionalismo teologico, la stessa in fondo che già nel XVI secolo la Chiesa aveva opposto a Lutero: Dio, ragione assoluta, è al di sopra della nostra ragione limitata. E la liturgia, con i suoi simboli sottili, è appunto una delle modalità soprarazionali con cui Dio si comunica all'uomo.

In seguito all'abuso della "creatività" "è andato disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è lo assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi" (dal libro-intervista "Rapporto sulla fede"). Continua lo stesso testo: "Per il cattolico, la liturgia è la Patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere «predeterminata», «imperturbabile», perché attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata «la vecchia rigidità rubricistica», accusata di togliere «creatività», ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del «fai-da-te», banalizzandola perché l'ha resa conforme alla nostra mediocre misura".

Lo sviluppo organico della liturgia

Questo carattere ultramondano della liturgia ne determina due caratteri apparentemente in contrasto fra loro. Da una parte, come si è appena visto, essa è "predeterminata" e "imperturbabile", sottratta quindi agli arbitri del celebrante della comunità o del celebrante. D'altra parte essa non è fissa in senso assoluto. Come tutte le forme della Chiesa, essa accompagna l'uomo nel suo corso storico; e come mutano le condizioni storiche e culturali dell'uomo, anche essa può mutare, e di fatto è mutata. Ma lo fa in modo "organico". Il termine è del concilio Vaticano II, che lo introduce normativamente al punto 23 della costituzione Sacrosanctum Concilium: "Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti".
Questo termine significa che la liturgia cresce e si modifica come lo fanno gli organismi vitali, cioè lentamente, senza strappi, e in virtù non di forze esterne ma di un impulso vitale interno (in questo caso rappresentato dallo Spirito Santo). Così come avviene nelle Chiese orientali, e come è sempre avvenuto anche in Occidente fino a tempi recenti, i cambiamenti possono sopraggiungere, ma devono essere interpretabili nel senso della continuità con l'esistente; e il giudizio su di essi non deve soggiacere solo alla Gerarchia: è anche l'uso e l'accettazione dei fedeli che, nei secoli, determina l'accoglimento di una modifica o la soppressione di un'altra.

Quello della "organicità" del cambiamento è per Benedetto XVI l'unico e vero criterio di legittimità liturgica. "La liturgia non è paragonabile a una apparecchiatura tecnica, a qualcosa che si fa, ma a una pianta, a qualcosa, cioè, di organico, che cresce e le cui leggi di crescita determinano le possibilità di un ulteriore sviluppo" (Introduzione allo spirito della liturgia, p. 161). Nel seguito dello stesso testo il Papa si pone il problema del ruolo dello stesso papato nella definizione dello sviluppo liturgico. Il pontefice, osserva, "ha sempre più chiaramente rivendicato anche la legislazione liturgica". Ma "quanto più fortemente si imponeva questo primato, tanto più emergeva la questione dell'estensione e dei limiti di tale autorità che, certamente, non è mai stata, in quanto tale, oggetto di riflessione. Dopo il concilio Vaticano II si è ingenerata l'impressione che il papa potesse fare qualunque cosa in materia liturgica, soprattutto se agiva su incarico di un concilio ecumenico. È accaduto così che l'idea della liturgia come qualcosa che ci precede e che non può essere «fatta» a proprio arbitrio sia andata ampiamente perduta nella coscienza diffusa dell'Occidente. Difatti, però, il concilio Vaticano I non ha per nulla inteso definire il papa come un monarca assoluto, ma, al contrario, come il garante dell'obbedienza rispetto alla parola tramandata: la sua potestà è legata alla tradizione della fede e questo vale anche nel campo della liturgia. Essa non è «fatta» da funzionari. Anche il papa può solo essere umile servitore del suo giusto sviluppo e della sua permanente integrità e identità". Questa sorprendente riflessione prosegue comparando l'esperienza dell'Oriente cristiano con quella occidentale, concludendo che "la via battuta dall'Occidente, con la sua specificità e lo spazio lasciato alla libertà e alla storia, non può essere in nessun modo condannata in blocco. Ma se si abbandonano le intuizioni fondamentali dell'Oriente, che sono le intuizioni fondamentali della Chiesa antica, si giungerebbe davvero alla dissoluzione dei fondamenti dell'identità cristiana. L'autorità del papa non è illimitata; essa sta al servizio della santa tradizione". Ci sia consentito di osservare che queste fondamentali righe, se prese sul serio da entrambe le parti, sarebbero probabilmente sufficienti al superamento del fossato creatosi fra la Chiesa romana e quelle ortodosse.

Da questi principi fondamentali, Papa Benedetto XVI trae le logiche conclusioni: la liturgia tradizionale, anche dopo l'introduzione del nuovo messale, non è mai stata abrogata in quanto non abrogabile. "Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa" (dalla conferenza "A dieci anni del Motu proprio Ecclesia Dei", 24 ottobre 1998). Lo stesso concetto è ripreso, come abbiamo visto, anche dal recente Motu proprio "Summorum pontificum". Ma, al di là delle pur importanti forme giuridiche, è l'atteggiamento stesso verso la liturgia tradizionale a provocare il corruccio del Papa. "Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l'atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all'indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente del genere; così è l'intero passato della Chiesa ad essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, ad essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all'interno della Chiesa". (Dio e il mondo. Una conversazione con Peter Seewald, p. 380).

Ma il testo più significativo per una valutazione storica della rottura di continuità avvenuta nel 1970 si trova ne "La mia vita: ricordi, 1927-1977", p. 110. All'atto della pubblicazione del nuovo messale, dice l'allora cardinale, "rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale". L'autore prosegue rammentando una possibile obiezione: anche Pio V, esattamente quattro secoli prima, con l'introduzione del suo messale aveva proibito l'uso dei testi precedenti. Ma si trattava di una circostanza completamente diversa: la diffusione della riforma protestante si era insinuata in molti rituali, approfittando del pluralismo liturgico che aveva caratterizzato la Chiesa medievale, "tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire". In questa situazione di emergenza, nell'impossibilità di controllare una per una tutte le innumerevoli varianti locali, Pio V impose di adottare il Messale romano, sicuramente ortodosso, a tutte le chiese locali i cui rituali non potessero vantare una antichità di almeno due secoli. Svariati usi liturgici, come quello mozarabico in Spagna o quello ambrosiano a Milano, rimasero dunque intatti accanto a quello romano. Alcuni riti ortodossi finirono sicuramente vittime di questa prescrizione, ma non intenzionalmente: l'intenzione del papa fu quella di supporre che qualunque rituale nato dopo il 1370 fosse a forte rischio di deviazione dall'ortodossia, e fu in base a questa presupposizione che essi vennero aboliti. "Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati", prosegue il testo. "Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell'introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l'edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. Non c'è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest'ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l'impressione che la liturgia sia «fatta», che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di «donato», ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un'autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna «comunità» voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l'incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita".

Si scorge in questo lungo testo che il punto fondamentale non è, come si è detto, la natura del nuovo rituale, per sé perfettamente ortodosso, bensì la soppressione (mediante abuso di autorità) di quello tradizionale, cosa che ha generato una artificiale contrapposizione fra un "vecchio" da eliminare frettolosamente e un "nuovo" prodotto a tavolino da una commissione di esperti.
Esiste un'altra obiezione: per alcuni, l'essenza della riforma liturgica sarebbe determinata non tanto dalla rottura della tradizione, ma al contrario dal tentativo di ricondurre il rito a una sua "primitiva purezza", disincrostandolo dalle aggiunte accumulate nei secoli. Al capitolo nono del citato "Rapporto sulla fede", l'allora cardinal Ratzinger risponde a tale "archeologismo romantico di certi professori di liturgia, secondo i quali tutto ciò che si è fatto dopo Gregorio Magno sarebbe da eliminare come un'incrostazione, un segno di decadenza. A criterio del rinnovamento liturgico non hanno posto la domanda: «Come deve essere oggi?», ma l'altra: «Come era allora?». Si dimentica che la Chiesa è viva, che la sua liturgia non può essere pietrificata in ciò che si faceva nella città di Roma prima del Medio Evo. In realtà, la Chiesa medievale (o anche, in certi casi, la Chiesa barocca) hanno proceduto a un approfondimento liturgico che occorre vagliare con attenzione prima di eliminare. Dobbiamo rispettare anche qui la legge cattolica della sempre migliore e più profonda conoscenza del patrimonio che ci è stato affidato. Il puro arcaismo non serve, così come non serve la pura modernizzazione".

L'abbandono della bellezza

Delineato a sufficienza il "trauma" ecclesiale determinato dalla abolizione forzata delle forme tradizionali, rimane da esaminare nel dettaglio i principali elementi che le parole del Papa chiamano "deformazioni arbitrarie della liturgia" intervenute in quegli anni.
Vi è in primo luogo il fattore estetico e artistico. È noto come nei secoli la Chiesa abbia tributato culto a Dio anche tramite l'impiego delle migliori e più magnifiche forme di espressione artistica, non accontentandosi delle esistenti, ma suscitando dal suo interno continuamente nuovi stili di espressione del bello e del sublime.

Durante l'ultimo mezzo secolo (con consistenti anticipi anteriori) si è invece manifestata all'interno della Chiesa l'opposta tendenza alla semplificazione delle forme estetiche, all'insegna della "povertà" del culto, nella presupposizione che il "trionfalismo" delle forme artistiche, figurative, architettoniche e sonore, non farebbe che ricoprire e falsare la vera natura della liturgia.
Ora, per Benedetto XVI "«l'abbandono della bellezza» si è dimostrato, alla prova dei fatti, un motivo di sconfitta pastorale" (Rapporto sulla fede, p. 132). Il testo continua: "È divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all'utile. L'esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull'unica categoria del «comprensibile a tutti» non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, più aperte, ma solo più povere. Liturgia «semplice» non significa misera o a buon mercato: c'è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica".

Per quanto il Papa abbia dedicato pagine notevoli alla iconografia e alla architettura religiosa, è soprattutto la musica sacra che attira la sua attenzione come insostituibile veicolo di reale partecipazione liturgica. Il testo citato sopra continua: "Si è messa da parte la grande musica della Chiesa in nome della «partecipazione attiva»: ma questa «partecipazione» non può forse significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi? Non c'è proprio nulla di «attivo» nell'ascoltare, nell'intuire, nel commuoversi? Non c'è qui un rimpicciolire l'uomo, un ridurlo alla sola espressione orale, proprio quando sappiamo che ciò che vi è in noi di razionalmente cosciente ed emerge alla superficie è soltanto la punta di un iceberg rispetto a ciò che è la nostra totalità? Chiedersi questo non significa certo opporsi allo sforzo per far cantare tutto il popolo, opporsi alla «musica d'uso»: significa opporsi a un esclusivismo (solo quella musica) che non è giustificato né dal Concilio né dalle necessità pastorali". E ancora: "Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica «corrente» cade nell'inetto e diviene essa stessa inetta. La Chiesa ha il dovere di essere anche «città della gloria», luogo dove sono raccolte e portate all'orecchio di Dio le voci più profonde dell'umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano".

"Actuosa participatio"

Come ricordato in quest'ultimo testo, il concilio Vaticano II ha in più riprese richiesto una "actuosa participatio", una "partecipazione attiva" dei fedeli al culto. Come si sa, questo è stato di solito interpretato nel senso di una condanna al preteso ruolo "passivo" a cui la liturgia tradizionale avrebbe relegato i fedeli. La frase sopra citata, "Non c'è proprio nulla di «attivo» nell'ascoltare, nell'intuire, nel commuoversi?", rivela chiaramente il pensiero del Papa in merito. Più notevoli ancora, e in parte sorprendenti, sono le righe che leggiamo in "Introduzione allo spirito della liturgia" a p. 167: "In che cosa consiste, però, questa partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile. La parola «partecipazione» rinvia, però, a un'azione principale, a cui tutti devono avere parte". Quale sarà dunque in realtà questa "actio", questa azione a cui tutta l'assemblea è chiamata, ora come sempre, a partecipare? Come accenna il Papa, si sa che di solito si è dato a questa domanda la risposta pratica di moltiplicare e distribuire a quante più persone possibile i servizi paraliturgici durante la celebrazione: vi è chi accende le candele e chi le spegne, chi bada all'acqua e chi al vino, chi legge il profeta e chi l'epistola, chi canta il salmo e chi il Gloria; la preghiera dei fedeli deve vedersi alternare una persona diversa per ogni invocazione, e la processione dell'offertorio deve a volte somigliare a un corteo.

Non così per il Papa. Continua il testo citato: "Con il termine «actio», riferito alla liturgia, si intende nelle fonti il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è la oratio: la grande preghiera, che costituisce il nucleo della celebrazione liturgica e che proprio per questo, nel suo insieme, è stata chiamata dai Padri con il termine oratio. [] Questa oratio - la solenne preghiera eucaristica, il «canone» - è davvero più che un discorso, è actio nel senso più alto del temine. In essa accade, infatti, che l'actio umana (così come è stata sinora esercitata dai sacerdoti nelle diverse religioni) passa in secondo piano e lascia spazio all'actio divina, all'agire di Dio. [] Ma come possiamo noi avere parte a questa azione? [] noi dobbiamo pregare perché (il sacrificio del Logos) diventi il nostro sacrificio, perché noi stessi, come abbiamo detto, veniamo trasformati nel Logos e diveniamo così vero corpo di Cristo: è di questo che si tratta". Qui, all'interno della fornace ardente che è il centro stesso della fede cristiana, siamo realmente a miglia di distanza dalle interpretazioni sociologiche banalizzanti di cui si diceva. E infatti prosegue il Papa: "La comparsa quasi teatrale di attori diversi, cui è dato oggi di assistere soprattutto nella preparazione delle offerte, passa molto semplicemente a lato dell'essenziale. Se le singole azioni esteriori (che di per sé non sono molte e che vengono artificiosamente accresciute di numero) diventano l'essenziale della liturgia e questa stessa viene degradata in un generico agire, allora viene misconosciuto il vero teodramma della liturgia, che viene anzi ridotto a parodia".

Il problema della lingua liturgica

Chi abbia poco frequentato i testi (invero voluminosi) del concilio Vaticano II, è di solito persuaso che esso abbia decretato la soppressione della lingua latina nella Messa a favore di quella volgare. Si resta perciò colpiti nel leggere, all'inizio del punto 36 della costituzione dogmatica Sacrosanctum Concilium, la perentoria affermazione: "L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini (cioè salvo che nei riti orientali, N.d.R.)". La medesima costituzione delimita con precisione il possibile ambito della lingua volgare: "Dato però che, sia nella Messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti". Il successivo punto 54, dopo aver ripreso tali possibili concessioni, definisce che "si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'ordinario della messa che spettano ad essi". È del tutto evidente che i Padri conciliari, nell'approvare questo testo, non avevano minimamente l'intenzione di provocare la totale o quasi scomparsa della lingua latina dalla liturgia, cosa che invece accadde ben presto.

Non valendo per i chierici, che si supponeva ovviamente istruiti nella antica lingua liturgica, il problema di comprensibilità dei riti, la medesima costituzione conciliare afferma perentoriamente al punto 101: "Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell'ufficio divino la lingua latina". Come è noto, anche questa richiesta del concilio è stata quasi immediatamente e totalmente disattesa.

Nella già menzionata intervista del 5 settembre 2003, l'allora cardinal Ratzinger chiarisce in merito il suo pensiero. "In generale", dichiara, "io penso che tradurre la liturgia nelle lingue parlate sia stata una cosa buona, perché dobbiamo capirla, dobbiamo prendervi parte anche con il nostro pensiero, ma una presenza più marcata di alcuni elementi latini aiuterebbe a dare una dimensione universale, a far sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: «io sono nella stessa Chiesa». Perciò in generale, le lingue parlate sono una soluzione. Ma una qualche presenza del latino potrebbe essere utile per avere una maggiore esperienza di universalità.
In "Dio e il mondo", p. 381, dice: "Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti".

Oltre alla lingua latina, anche un'altra lingua liturgica comune è caduta, salvo qualche eccezione, sotto i colpi delle riforme postconciliari: la lingua del silenzio. Nella liturgia tradizionale, offertorio e canone eucaristico formavano grandi zone di silenzio sacro, in cui il sacerdote celebrava sottovoce di fronte all'altare, mentre il popolo accompagnava l'azione in silenzio orante. Come si è visto, sotto i colpi della interpretazione sociologica della "actuosa participatio" questo sacro silenzio si è ridotto a una breve pausa durante l'elevazione.

Nel più volte citato e fondamentale "Introduzione allo spirito della liturgia", a p. 210-211, l'allora cardinale scrive: "Con disgusto di molti liturgisti nel 1978 avevo sostenuto che non è affatto detto che tutto il canone deve essere pronunciato a voce alta. Dopo averci riflettuto, vorrei ripeterlo ancora una volta con forza, nella speranza che dopo vent'anni questa tesi possa trovare un po' di comprensione. [Ö] Non è affatto vero che la recitazione ad alta voce, ininterrotta, della preghiera eucaristica sia la condizione per la partecipazione di tutti a questo atto centrale della celebrazione eucaristica. La mia proposta di allora era: da una parte l'educazione liturgica deve far sì che i fedeli conoscano il significato essenziale e l'indirizzo fondamentale del canone; dall'altra, le prime parole delle singole preghiere dovrebbero essere pronunciate a voce alta come un invito a tutta la comunità, così che, poi, la preghiera silenziosa di ciascuno faccia propria l'intonazione e possa portare la dimensione personale in quella comunitaria, quella comunitaria nella dimensione personale. Chi ha personalmente vissuto l'unità della Chiesa nel silenzio della preghiera eucaristica ha sperimentato che cos'è il silenzio davvero pieno, che rappresenta insieme un forte e penetrante grido rivolto a Dio, una preghiera colma di spirito".

Versus orientem

L'attuale papa ha sempre sostenuto, con numerosi interventi orali e scritti, il carattere arbitrario, contrario a una tradizione risalente ai tempi apostolici e pastoralmente poco produttivo, dell'orientamento verso il popolo del celebrante. Fino all'antichità cristiana più remota risale invece il fatto liturgico del comune orientamento di assemblea e celebrante, orientamento che - secondo la stessa etimologia del termine - era rivolto ad oriente, verso la direzione del sole nascente, simbolo del Cristo e della sua futura, definitiva venuta.
Nella citata intervista del 5 settembre 2003 l'allora cardinale Ratzinger afferma: "«Versus orientem», direi che potrebbe essere un aiuto, perché si tratta realmente di una tradizione dei tempi apostolici. Non è solo una norma, ma è anche l'espressione della dimensione cosmica e della dimensione storica della liturgia. Noi celebriamo con il cosmo, con il mondo. È la direzione del futuro del mondo, della nostra storia rappresentata dal sole e dalle realtà cosmiche. Io penso che oggi questa nuova scoperta del nostro rapporto con il mondo creato può essere capita anche dalla gente, forse meglio di 20 anni fa. E ancora, si tratta di una direzione comune - prete e popolo orientati insieme verso il Signore. Per questo penso che potrebbe essere un aiuto. Da sempre, i gesti esteriori non sono semplicemente un rimedio in se stessi, ma possono essere un aiuto, perché si tratta della classica interpretazione di cos'è la direzione nella liturgia".

Un intero capitolo di "Introduzione allo spirito della liturgia" è dedicato a questo problema. Vi si legge ad esempio: "Al di là di tutti i cambiamenti, una cosa è rimasta chiara per tutta la cristianità, fino al secondo millennio avanzato: la preghiera rivolta a oriente è una tradizione che risale alle origini ed è espressione fondamentale della sintesi cristiana di cosmo e storia, di attaccamento alla unicità della storia della salvezza e di cammino verso il Signore che viene"(p. 70-71).

Si dà di solito una duplice motivazione dell'innovazione consistente nell'orientamento del sacerdote verso il popolo: in primo luogo, egli rappresenterebbe Cristo nell'ultima cena seduto a tavola dirimpetto agli Apostoli; in secondo luogo, le grandi basiliche romane, e in primis San Pietro, sono rivolte verso occidente: il celebrante, se voleva volgersi a oriente durante la preghiera, doveva perciò guardare verso l'ingresso, e quindi verso il popolo. Nel testo sopra citato, il cardinal Ratzinger rivolge queste osservazioni a tali tesi, citando a sua volta e facendo proprio il testo di L. Bouyer "Architettura e liturgia": "È evidente che in questo modo si è frainteso il senso della basilica romana e della disposizione dell'altare al suo interno. [] Cito in proposito, ancora una volta Bouyer: «Prima di quella data (cioè prima del secolo XVI) non abbiamo mai e da nessuna parte la benché minima indicazione che si sia attribuita qualche importanza o solo anche qualche attenzione al fatto che il presbitero celebrasse con il popolo davanti a sé oppure dietro a sé. Come ha dimostrato Cyrille Vogel, l'unica cosa su cui si sia veramente insistito e di cui sia fatta menzione è che egli doveva dire la preghiera eucaristica, al pari di tutte le altre preghiere, rivolto verso oriente Ö Anche quando l'orientamento della Chiesa permetteva al celebrante di pregare rivolto verso il popolo allorché era all'altare, non era solo il presbitero a doversi volgere verso oriente: era l'assemblea intera che lo faceva insieme a lui".
Quanto all'Ultima Cena, si legge: "In nessun pasto dell'inizio dell'era cristiana il presidente di un'assemblea di commensali stava di fronte agli altri partecipanti. Essi stavano tutti seduti, o distesi, sul lato convesso di una tavola a forma di sigma. Da nessuna parte, dunque, nell'antichità cristiana, sarebbe potuta venire l'idea di mettersi di fronte al popolo per presiedere un pasto. Anzi, il carattere comunitario del pasto era messo in risalto proprio dalla disposizione contraria, cioè dal fatto che tutti i partecipanti si trovassero dallo stesso lato della tavola".

In ogni caso, l'autore si prende immediatamente cura di segnalare che secondo la dottrina cattolica l'immagine del "pasto" e del "banchetto" è totalmente insufficiente a determinare la natura della celebrazione eucaristica. Per l'allora cardinale "il Signore ha indubbiamente istituito la novità del culto cristiano nell'ambito di un banchetto pasquale ebraico, ma ci ha comandato di ripeter questa novità, non il banchetto come tale".
All'atto pratico, l'effetto più notevole della modifica apportata è di aver reso il sacerdote (e non più Dio) il centro della celebrazione. "Tutto termina su di lui. È lui cui bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde; è la sua creatività a sostenere l'insieme della celebrazione []. L'attenzione è sempre meno rivolta a Dio ed è sempre più importante quello che fanno le persone []. Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l'aspetto di un tutto chiuso in se stesso. Essa non è più - nella sua forma - aperta in avanti e verso l'alto, ma si chiude su se stessa. L'atto con cui ci si rivolgeva tutti verso oriente non era «celebrazione verso la parete», non significava che il sacerdote «volgeva le spalle al popolo»: egli non era poi considerato così importante" (p. 76 del testo cit.). Insomma "si è così introdotta una clericalizzazione quale non si era mai data in precedenza" - in stridente contrasto con i fini dichiarati della riforma.

Vale la pena di sottolineare che le righe citate poco sopra, in cui l'attuale Papa disapprova la riduzione della celebrazione eucaristica a memoria di una cena, vanno a toccare tutto l'argomento della svalutazione dell'aspetto sacrificale proprio dell'eucaristia, svalutazione portata avanti da molti ambienti nel postconcilio. Nel citato libro-intervista "Rapporto sulla fede" leggiamo: "La Messa non è solamente un pasto tra amici, riuniti per commemorare l'ultima cena del Signore mediante la condivisione del pane. La messa è il sacrificio comune della Chiesa, nel quale il Signore prega con noi e per noi e a noi si partecipa. È la rinnovazione sacramentale del sacrificio di Cristo". La presenza reale del Signore nelle specie consacrate genera poi del tutto legittimamente forme di culto eucaristico anche esterne al rito della Messa: "Si è dimenticato che l'adorazione è un approfondimento della comunione. Non si tratta di una devozione «individualistica» ma della prosecuzione o della preparazione del momento comunitario. Bisogna poi continuare in quella pratica, così cara al popolo (a Monaco di Baviera, quando la guidavo, vi partecipavano decine di migliaia di persone) della processione del Corpus Domini. Anche su questa gli «archeologi» della liturgia hanno da ridire, ricordando che quella processione non c'era nella Chiesa romana dei primi secoli. Ma ripeto qui quanto già dissi: al sensus fidei del popolo cattolico deve essere riconosciuta la possibilità di approfondire, di portare alla luce, secolo dopo secolo, tutte le conseguenze del patrimonio che gli è affidato".

Unità nella diversità

Abbiamo seguito i dettagli di una riforma liturgica che, secondo papa Benedetto XVI, non ha rispettato al meglio le richieste del concilio Vaticano II. Nelle parole del Papa che abbiamo riportato sono emerse varie proposte concrete di revisione della riforma: reintroduzione della celebrazione verso oriente, valorizzazione del sacro silenzio nel canone eucaristico, maggior spazio alla lingua liturgica universale e al canto gregoriano - e si tratta sempre di punti che vanno nella direzione di una maggiore aderenza all'ultimo concilio, nello spirito da più parti richiamato di una "riforma della riforma". Un altro punto caldeggiato nei suoi scritti precedenti l'elezione papale, cioè la liberalizzazione dell'antica liturgia, è oggi in via di compimento per impulso del suo motu proprio Summorum Pontificum. Quale dovrebbe essere dunque l'evoluzione della riforma liturgica secondo il Papa? I due filoni menzionati sono infatti ben distinti: Benedetto XVI mira a una restaurazione della antica liturgia, ovvero punta a rettificare la liturgia esistente? Il Papa stesso non ha mancato di accennare una risposta a questa fondamentale questione. Ne "Il sale della terra", p. 200, in replica a una domanda sulla opportunità di restaurare il rito tradizionale, il futuro Benedetto XVI risponde: "Da sola, questa non è una soluzione. [Ö] un semplice ritorno all'antico non è una soluzione. La nostra cultura si è così trasformata negli ultimi trent'anni che una liturgia celebrata esclusivamente in latino comporterebbe un'esperienza di estraniamento insuperabile per molte persone. Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova educazione liturgica, soprattutto dei sacerdoti. [] I luoghi dove la liturgia viene celebrata senza fronzoli e in modo riverente esercitano notevole forza di attrazione, anche se non si capisce ogni suo singolo elemento. Abbiamo bisogno di luoghi come questi, capaci di offrire dei modelli". Indietro non si torna. Piaccia o meno, l'atteggiamento che prevede la pura e semplice restaurazione del passato non è in sintonia con l'intenzione del Papa. I motivi allegati sono stringenti: un conto è non piegarsi a concessioni eccessive e gratuite alla attualità, un altro è il non accorgersi dei devastanti mutamenti culturali sopraggiunti dagli anni dell'ultimo concilio in poi. In un altro luogo Papa Benedetto XVI rammenta come, da professore in Germania, poteva ancora permettersi di citare passi in latino all'uditorio studentesco certo di essere compreso; adesso non più.

Si tratta dunque di prendere in esame la liturgia riformata, espungerne gli abusi mano a mano introdotti, e ricondurla nell'alveo delle intenzioni espresse a chiare lettere dal concilio Vaticano II. Qual è in tale progetto il ruolo della restituzione all'uso della liturgia tradizionale? Lo stesso Pontefice lo spiega nella lettera di accompagnamento al motu proprio Summorum Pontificum scritta ai vescovi: "Le due forme dell'uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione «Ecclesia Dei» in contatto con i diversi enti dedicati all' «usus antiquior» studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale". La evoluzione "organica" delle due forme del rito romano deve dunque, per il Papa, riprendere di nuovo. Ed esse possono influenzarsi a vicenda: la forma tradizionale dovrà compiere gli aggiornamenti minimali (ad esempio circa il calendario liturgico) richiesti dal suo essere rimasta cristallizzata per quarantacinque anni. E soprattutto la forma riformata potrà e dovrà riconoscere nella forma antica un polo di attrazione, una norma a cui ispirarsi per tornare gradualmente nell'alveo della medesima evoluzione organica da cui gli anni della sperimentazione estrema l'avevano fatta uscire.

Le due forme potranno poi in futuro confluire in una - il Papa lascia aperta questa eventualità. Ma se anche non dovessero farlo, molte dichiarazioni passate e presenti dello stesso Pontefice lasciano capire che un certo pluralismo liturgico - pur nell'unità di fondo del rito - non sarebbe un male. Anzi, tale situazione di pluralismo si è sempre data all'interno del rito latino, senza minimamente danneggiare il culto: "Prima di Trento, la Chiesa ammetteva nel suo seno una diversità di riti e di liturgie. I Padri tridentini imposero a tutta la Chiesa la liturgia della città di Roma, salvaguardando, tra le liturgie occidentali, solo quelle che avessero più di due secoli di vita. È il caso, ad esempio, del rito ambrosiano della diocesi di Milano. Se potesse servire a nutrire la religiosità di qualche credente, a rispettare la pietas di certi settori cattolici, sarei personalmente favorevole al ritorno alla situazione antica, cioè a un certo pluralismo liturgico" (Rapporto sulla fede, cap. 9).
Nel già citato discorso tenuto a Roma, presso l'Hotel Ergife il 24 ottobre 1998, in occasione delle celebrazioni per i dieci anni del Motu proprio "Ecclesia Dei", il futuro Papa Benedetto pronuncia le seguenti parole, che citiamo per esteso a conclusione di queste pagine: "C'è una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa e ad indurre alla sparizione del mistero e del sacro con il pretesto - un pretesto asserito imperativo - che in questo modo ci si fa comprendere meglio. Infine si percepisce la tendenza a frammentare la liturgia, mettendo arbitrariamente in rilievo il suo carattere comunitario e conferendo all'assemblea il potere di decidere riguardo alla celebrazione.

Esiste anche, fortunatamente, una certa avversione per un razionalismo pieno di banalità e per un pragmatismo di certi liturgisti, siano essi dei teorici o dei pratici, e si constata un ritorno al mistero, all'adorazione, al sacro e al carattere cosmico ed escatologico della liturgia, come sottolineato dalla "Oxford Declaration on the Liturgy" del 1996. Occorre riconoscere, d'altra parte, che la celebrazione della vecchia liturgia aveva perduto molto, rifugiandosi nell'individualismo e nel privato, e che la comunione fra sacerdote e popolo era insufficiente. Ho grande rispetto per i nostri vecchi che durante la Messa bassa recitavano le orazioni contenute nei loro libri di preghiere, ma non si può certo considerare questo come l'ideale di una celebrazione liturgica. Forse, queste riduzioni delle forme celebrative sono la vera ragione per cui in molti paesi la scomparsa dei vecchi libri liturgici non ha avuto peso e la loro perdita non ha causato dolore. Non c'era mai stato, infatti, un contatto con la liturgia in sé. D'altra parte, là dove il Movimento liturgico aveva suscitato un certo amore per la liturgia e aveva anticipato le idee essenziali del Concilio - come, ad esempio, la partecipazione di tutti nella preghiera all'azione liturgica ñ proprio lì è stato maggiore il dolore, di fronte ad una riforma intrapresa troppo frettolosamente e spesso limitata all'esteriorità. Là dove, invece, il Movimento liturgico non è mai esistito la riforma non ha sollevato, in un primo tempo, dei problemi. Questi sono sorti solo sporadicamente là dove il mistero sacro ha ceduto il posto ad una creatività selvaggia.

Per questo è molto importante osservare i principi essenziali della «Costituzione sulla sacra liturgia», che ho ricordati sopra, anche quando si celebra con il vecchio Messale. Nel momento in cui questa liturgia tocca profondamente i fedeli con la sua bellezza e ricchezza, allora essa sarà amata e non la si porrà più in contrapposizione inconciliabile con la nuova liturgia, purché i criteri siano fedelmente applicati secondo i desideri del Concilio.

Continueranno ad esistere, certamente, accenti spirituali e teologici differenti: non saranno due modi opposti di essere cristiani ma, al contrario, patrimonio della stessa ed unica fede.

Quando, pochi anni fa, qualcuno ha proposto «un nuovo movimento liturgico» per evitare che le due forme liturgiche si distanziassero troppo fra loro e per portare a frutto la loro intima convergenza, alcuni amici della vecchia liturgia hanno espresso il timore che questo fosse solo uno stratagemma o un trucco per ottenere finalmente la completa eliminazione della vecchia liturgia. Queste preoccupazioni e queste paure debbono finire! Se l'unità della fede e l'unicità del mistero appaiono chiaramente in entrambe le forme di celebrazione, ciò può essere solo motivo di rallegrarsi e ringraziare Dio. Quanto più noi tutti crediamo, viviamo e agiamo con tale motivazione, tanto più saremo capaci di persuadere i vescovi che la presenza dell'antica liturgia non turba né rompe l'unità delle loro diocesi, ma è invece un dono destinato a rafforzare il Corpo di Cristo, del quale siamo tutti i servitori.

Così, miei cari amici, vorrei esortarvi a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere dalla liturgia la forza per rendere testimonianza al Signore in questo nostro tempo.

Bibliografia

Riportiamo una bibliografia essenziale dei libri pubblicati dall'attuale Pontefice, dandone l'edizione italiana consultata. Le citazioni nel testo, per quanto estese, non fanno ovviamente giustizia a un pensiero vasto e articolato, in cui il tema liturgico ricorre di frequente, a volte anche intrecciato insieme ad altri argomenti. Laddove possibile, un accesso diretto a tali opere è quindi insostituibile.

La festa della fede - Jaca Book - 1984
Rapporto sulla fede - Edizioni Paoline - 1985
Il sale della terra - San Paolo - 1997
Introduzione allo spitito della liturgia - San Paolo - 2001
Il Dio vicino - San Paolo - 2003
La comunione nella Chiesa - 2004
La fraternità cristiana - Queriniana - 2005
Fede, verità e tolleranza - Cantagalli - 2005
L'Europa di Benedetto - Cantagalli - 2005
Ragione e fede in dialogo - Marsilio - 2005
(prefazione a) Uwe Michael Lang - Rivolti al Signore - Cantagalli - 2006