lunedì 28 febbraio 2011

Solo la liturgia ci pone dinanzi a Dio stesso



Pubblichiamo un ampio estratto dell'intervista che il cardinale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti, Antonio Cañizares Llovera, ha rilasciato al settimanale Vida Nueva.

di Antonio Pelayo

Lei è a Roma già da abbastanza tempo per fare un bilancio personale di questo periodo.

Sono stati due anni intensi, molto intensi; com'è ovvio, nella mia vita e nel mio agire personale al servizio totale della Chiesa c'è stato un grande cambiamento. Quanti fatti, quante esperienze nuove e significative, quante esperienze vissute di fede, profondamente ecclesiali, sono accadute in questi anni! Una tappa molto ricca in tutti i sensi, un tempo di grazia, un vero passaggio di Dio nella mia vita; solo Dio lo sa. Questo è il primo e principale aspetto.
Il bilancio, la valutazione di questi anni? Lo lascio nelle mani di Dio e della Chiesa. Comunque, con sguardo sereno e obiettivo, vedo questo tempo come un cammino aperto di speranza, con non pochi progetti che meritano tutta l'attenzione e la dedizione, volti tutti e nel loro insieme a promuovere un deciso e ampio movimento per ravvivare il genuino significato e lo spirito della liturgia nella Chiesa. Questo è ciò che mi è stato chiesto. E, con l'aiuto di Dio e gli altri aiuti di cui abbiamo tanto bisogno e che non mancano mai, stiamo cercando di portarlo a compimento.

La Curia l'ha delusa? La definirebbe un organismo necessario, efficace, rispettoso delle Chiese particolari?

Perché doveva deludermi se proprio presso di essa, senza volerlo né pretenderlo, mi hanno chiamato a lavorare come operaio nella vigna del Signore? Deludermi, in cosa, visto che non ho posto alcuna condizione, non ho chiesto nulla e nessun «salario»? Molto semplicemente, il mio inserimento nei lavori della Curia romana per collaborare con il Santo Padre e aiutarlo nella missione che mi ha affidato al servizio della Chiesa universale si sta dimostrando per me un dono di Dio. Qui si sentono e si vivono con un'intensità particolare la realtà e il mistero della Chiesa, la presenza del Signore in essa, le gioie, le speranze, le pene e le sofferenze dell'umanità intera; qui si allarga la visione ecclesiale e di fede. È vero che questo inserimento nella Curia è stato, in qualche modo, una novità nella mia vita di pastore. La mia esistenza ha assunto una direzione nuova e inattesa, ho vissuto l'esperienza innegabile di una certa spoliazione, e indubbiamente sento la mancanza del lavoro pastorale diretto e in trincea, per fare una similitudine con la lotta sempre inerente alla fede e alla missione. Dal di dentro si vedono l'importanza e il grande servizio che la Curia romana presta alle Chiese particolari, il lavoro ingente e silenzioso che si porta avanti, l'estrema cura che si pone nel rispondere alle loro richieste e necessità, l'enorme lavoro che si svolge. La Curia è necessaria, imprescindibile direi, come servizio di comunione e animazione. Sicuramente si potrebbero e si dovrebbero rinnovare varie cose per renderla più agile, rapida, «pastorale» e creare maggiore interazione e fecondità reciproca fra i suoi dicasteri e tra noi che in essa lavoriamo. Forse alcuni pensano che dovrebbe essere più energica e animare maggiormente, in un certo senso come il grande motore della Chiesa. Credo che lo sia e che possa e debba esserlo ancora di più, senza soffocare nulla.

C'è un regresso in materia liturgica? Quali sono le chiavi della «riforma della riforma»?

Non so se possiamo parlare di regresso, perché prima bisognerebbe sapere se c'è stato o no un avanzamento, o in quali punti e in quali aspetti c'è stato un progresso. È possibile che, in alcune occasioni e casi soggettivi, sia stato considerato o visto come un progresso ciò che in realtà non lo era, o non lo era abbastanza, o che non si fondava sulle basi su cui si sarebbe dovuto fondare. Nessuno può mettere in dubbio che il concilio Vaticano II abbia posto la sacra liturgia, con la Parola di Dio, al centro della vita e della missione della Chiesa. È molto significativo, nel linguaggio degli eventi attraverso i quali Dio parla, il fatto che la costituzione Sacrosanctum concilium sia stata il primo testo approvato; è innegabile, inoltre, che da quel momento si sia prodotto un grande rinnovamento liturgico.
Ora, si può affermare che tutto quello che è stato fatto e si fa è il rinnovamento voluto dal Concilio? Il rinnovamento voluto e promosso veramente dal Concilio è penetrato in modo sufficiente ed è giunto agli aspetti essenziali della vita e della missione del Popolo di Dio? Si può chiamare rinnovamento conciliare e sviluppo tutto ciò che è venuto dopo? Dobbiamo essere umili e sinceri: il principale e grande invito del Concilio a far sì che la liturgia fosse la fonte e la meta, il vertice di tutta la vita cristiana, si sta realizzando nella coscienza di tutti, sacerdoti e laici o, al contrario, si è ancora lontani da ciò? Il popolo di Dio, fedeli e pastori, vive veramente della liturgia, la liturgia è al centro della nostra vita? Gli insegnamenti conciliari sono stati impartiti e assimilati, si è restati fedeli a essi, sono stati interpretati correttamente nella linea della continuità che il Papa chiede?

Le mie non sono domande retoriche e oggi è particolarmente necessario porsele. Le risposte non sempre ricondurranno alla stessa origine: il Concilio.
Per questo le chiavi per la cosiddetta «riforma della riforma» sulle quali verteva la sua domanda non sono altro che quelle date dal concilio Vaticano II nella Sacrosanctum concilium e dal successivo magistero dei Papi, che indicano e interpretano in modo autentico i loro insegnamenti secondo una «ermeneutica della continuità».

Questa è la nostra situazione attuale. Aggiungo che viviamo in una situazione drammatica caratterizzata dal dimenticarsi di Dio e dal vivere come se Dio non esistesse. Tutto ciò, com'è evidente e tangibile, sta avendo conseguenze gravissime. Solo la vita liturgica posta al centro di tutto, solo un rinnovamento liturgico profondo, solo il ridare alla liturgia, e in particolare all'Eucaristia, il posto che le corrisponde nella vita della Chiesa, dei sacerdoti e dei fedeli, così come la Chiesa l'intende, l'orienta e la regola, fedelmente alla sua natura e alla tradizione, potrà ricondurci veramente a Dio, porre Dio quale centro, fondamento, senso e meta di tutto, e rendere così possibile un'umanità nuova, fatta di uomini e donne nuovi che adorano Dio, aprire cammini di speranza e illuminare il mondo con la luce e la bellezza della carità che nasce dalla liturgia.

La liturgia ci pone dinanzi a Dio stesso, all'azione di Dio, al suo amore; potremo promuovere un'urgente e nuova evangelizzazione solo se la liturgia riacquisterà il posto che le compete nella vita di tutti i cristiani. È necessario, a mio parere, riconoscere che la liturgia oggi non è «l'anima», la fonte e la meta della vita di molti cristiani, fedeli e sacerdoti. Quanta routine e mediocrità, quanta banalizzazione e superficialità nella nostra vita! Quante messe celebrate senza attenzione o alle quali si partecipa senza una particolare disposizione. Da qui la nostra grande debolezza. È oltremodo necessario far comprendere ai fedeli che la liturgia è, prima di tutto, opera di Dio e che nulla si può anteporre ad essa. Solo Dio, la «rivoluzione di Dio», Dio al centro di tutti, potrà rinnovare e cambiare il mondo.

Si parla molto di una ristrutturazione del dicastero che lei presiede, il quale perderebbe tutto ciò che corrisponde alla disciplina dei sacramenti. Cosa ci può dire al riguardo?

Fra i progetti più immediati, nel quadro della risposta che la Congregazione deve dare alle sfide presenti, abbiamo quello della ristrutturazione del dicastero, che include, per esempio, la creazione di una sezione nuova per la musica e l'arte sacre al servizio della liturgia. Un altro aspetto di questa stessa ristrutturazione riguarda il trasferimento a un altro organismo della Santa Sede dell'«ufficio matrimoniale» per i casi di matrimonio rato e non consumato; anni fa è già passata al clero la dispensa dagli obblighi sacerdotali.

Si dice, come lei ha ricordato, che non si occuperà più dei sacramenti o che non sarà più di nostra competenza l'aspetto della «disciplina» dei sacramenti. Entrambe le cose sono impossibili, poiché liturgia e sacramenti sono uniti, sono la stessa cosa. Inoltre, la disciplina appartiene allo stesso nucleo dei sacramenti e della liturgia; la liturgia comporta sempre una regola, un regolamento, anche canonico, e questo è un aspetto che si deve curare e seguire con grande attenzione. In ultima analisi, si tratta del ius divinum, che è in gioco nella disciplina dei sacramenti. Ci sono norme da osservare, una legge da rispettare -- quella di Dio -- e anche abusi da correggere. Per questo, in nessun modo può scomparire dalla Congregazione la «disciplina dei sacramenti», che al contrario, verrà rafforzata. D'altro canto tutto ciò permetterà di dedicare e di concentrare la maggior parte dei non pochi sforzi e lavori necessari su tutto ciò che è in grado d'intensificare il movimento liturgico, ancora vivo, quale opera dello Spirito Santo, del concilio Vaticano II.

Benedetto XVI sta per compiere 84 anni e da quasi sei anni è a capo della Chiesa. Le chiedo di definire il suo maggiore contributo alla Chiesa.

Lei mi chiede di «definire» e ciò è impossibile. Sarebbe un'insolenza da parte mia. «Definire» è sempre ridurre.
E una personalità così ricca e un'opera così immensa e grandiosa come quella che il Papa sta portando avanti io non saprei «definirla» senza mutilarla e impoverirla. In ogni modo, osando molto, le dico che è il «Papa dell'essenziale», e che «l'essenziale», come ci ha detto nell'omelia della santa messa con la quale ha iniziato ufficialmente il suo Pontificato, è «fare la volontà di Dio», essere testimone di Dio e di ciò che Dio vuole, fare quello che Egli vuole, e la sua voce è molto chiara. È il Papa che sta ponendo Dio al centro di tutto, che ci ricorda permanentemente Dio, e la centralità di Dio, che ha un volto umano, il suo Figlio Unigenito, Gesù Cristo, che è Amore, e che la sua «passione» è l'uomo, totalmente inseparabile da Dio. È questo il punto più importante, sempre, e soprattutto in questo momento.

È a partire da tutto ciò che intendo il suo pontificato. Per esempio le sue tre encicliche, le sue esortazioni apostoliche, il suo massimo interesse e la sua attenzione per la liturgia e l'Eucaristia, per la Parola di Dio, il suo appello costante alla purificazione della Chiesa, alla conversione degli stessi cristiani nel significato radicale in cui egli la intende, il suo lavoro instancabile a favore dell'unità, e la sua difesa, superiore a qualsiasi altra, della verità e della ragione, e pertanto della libertà vera di ogni uomo.

In questo momento quali sono le maggiori preoccupazioni circa il futuro della Chiesa in Spagna?

L'ho detto molte volte e in diverse occasioni: la mia preoccupazione più grande è che gli uomini credano, perché credere o non credere non è la stessa cosa. Il problema principale della Spagna, che è alla base della situazione così grave che sta attraversando, come se si stesse dissanguando e svenando, ha la sua radice nel dimenticarsi di Dio, nel pretendere di vivere come se Dio non esistesse, e al margine di Dio, nella laicizzazione così grande e radicale voluta da alcune correnti o nella secolarizzazione interna della Chiesa stessa, nel dimenticarsi, da parte della Spagna, della sua identità e delle sue radici e del suo ricco apporto alla Chiesa e al mondo. Per questo la Chiesa in Spagna dovrebbe rileggere e meditare tutto ciò che il Papa ci ha detto nel suo recente viaggio nel nostro Paese e meditare nuovamente lo stesso magistero dei vescovi spagnoli, tanto ricco e suggestivo; per esempio, la loro istruzione del 2006, Orientaciones morales, o anche La verdad os hará libres, oppure Testigos del Dios vivo, per vedere che la grande sfida che abbiamo dinanzi è una nuova, pressante e coraggiosa evangelizzazione, un deciso rinnovamento di una nuova pastorale per l'«iniziazione cristiana», per fare cristiani.

In questo si riassume tutto, è tutto il suo futuro, le sue azioni improrogabili. Il Papa, in fondo, ci ha detto la stessa cosa che Giovanni Paolo II disse da Santiago all'Europa: «Spagna, sii te stessa». Con la ricchezza, la forza della tua fede, la capacità di evangelizzare e di creare cultura che questa fede e queste radici profondamente cristiane comportano.

Una grande sfida per la Chiesa in Spagna è quella di riacquistare il vigore di una fede vissuta capace di edificare un'umanità nuova, di avere più fiducia in se stessa, di non avere paura, di essere libera, di vivere in profonda unità, di rinnovare il tessuto della società, rinnovando contemporaneamente il tessuto delle nostre comunità. L'incoraggiamento e il vigore dei sacerdoti, le vocazioni sacerdotali, le vocazioni religiose, l'iniziazione cristiana, la presenza dei fedeli cristiani nella vita pubblica, non malgrado la loro fede ma proprio per la loro fede, la pastorale della santità, il rafforzamento dell'unità e della comunione: sono queste le sfide che abbiamo dinanzi a noi. Motivo di grande speranza è la Giornata mondiale della gioventù, un dono di Dio alla Chiesa in Spagna in questo momento. Il grande mandato è quello che ci ha lasciato Giovanni Paolo II nel suo ultimo viaggio nella nostra patria: «Spagna evangelizzata, Spagna evangelizzatrice. Questo è il tuo cammino».

La Chiesa spagnola le sembra preparata ad affrontare queste sfide?

Naturalmente sì. La Chiesa in Spagna ha una grande vitalità che, a volte, noi spagnoli non sappiamo riconoscere e apprezzare in modo adeguato. Siamo fatti così; dal di fuori si apprezza e si valorizza di più e meglio la forza interiore della Chiesa in Spagna, manifestata nella sua ripetutamente provata fedeltà al Vangelo, nella sua ineguagliabile attività evangelizzatrice e nella sua vasta presenza missionaria, in tante iniziative, in tante prese di posizione, in tanti impegni apostolici, nella sua grande storia, che, malgrado le lacune e gli errori umani, è degna di ammirazione e di stima. Questa storia dovrebbe fungere da ispirazione e stimolo nell'offrire l'esempio per andare avanti e migliorare il futuro.

Ritengo necessario ravvivare la fiducia nelle capacità della Chiesa in Spagna; non sono altro che quelle di Gesù Cristo presente in essa, il gran novero di santi e di martiri che riempiono la sua storia, le famiglie che hanno ancora principi e fondamenti cristiani, la ricchezza nascosta e la forza così straordinaria della vita contemplativa, la religiosità popolare, il suo ricco e vivo patrimonio culturale e sociale cristiano, il suo senso profondamente mariano, la scuola cattolica e le università della Chiesa… I timori e i complessi ci possono soffocare.
È il momento della fede e della fiducia; è il momento della verità e dell'essere liberi con la libertà di chi si appoggia a Dio; è il momento della speranza che non delude; il momento di vivere e di annunciare la sua grande e unica ricchezza, Gesù Cristo: questa non si può dimenticare, né tacere, né lasciar morire. Dobbiamo ricordarci, in questo preciso momento storico, delle incisive parole di Papa Giovanni Paolo II al suo arrivo all'aeroporto di Barajas nel suo primo viaggio: «Occorre che i cattolici spagnoli sappiano recuperare il vigore pieno dello spirito, il coraggio di una fede vissuta, la lucidità evangelica illuminata dall'amore profondo per il fratello». È questa la preparazione di cui si ha bisogno.

La stampa in generale, e quella che si occupa più specificatamente dell'informazione religiosa, è distratta da altri temi?

Alcuni sembrano essere distratti, non sanno o non vogliono sapere. I problemi di fondo spesso non sono laddove li segnalano. Per esempio, il problema non consiste nel fatto che il Governo detti questa o quella legge, o che faccia un gesto, dica una parola o abbia una reazione piuttosto che un altra. Non si gioca tutto sullo scacchiere della politica, né la Chiesa entra in tale gioco, né si può vedere tutto in chiave politica, e neppure ridurre tutto a una semplice interpretazione politica della presenza e delle relazioni della Chiesa con il mondo, con l'uomo di oggi. E neppure giudicare ogni cosa secondo lo schema conservatori o progressisti, moderni o estranei alla modernità che regna in questo ambiente. Non consiste neanche nelle questioni di «politica ecclesiastica» o nei commenti «clericali da sacrestia» che recano tanto danno e non costruiscono né seminano alcunché. No. Ciò non è entrare in quello che la Chiesa è e in quello che essa può e deve offrire alle persone e al nostro Paese. Riconosco che mi piacerebbe trovare una visione più ampia e aperta, più incentrata su ciò che è veramente importante, più profonda e approfondita delle questioni vere, che sono quelle che edificano e offrono un contributo.

L'episcopato spagnolo è diviso?

No, decisamente no. Grazie a Dio non è un episcopato monocromatico e neppure omogeneo. Ci sono pareri diversi e normali preferenze. Non si può però concludere che ci sia divisione. Nulla e nessuno, né dentro né fuori, dovrebbe attenuare o indebolire questa unione nella diversità. Tutto ciò che rafforza l'unità è fondamentale per una nuova evangelizzazione e per un futuro di speranza. Se prima ho detto «Spagna evangelizzata, Spagna evangelizzatrice, questo è il tuo cammino», ora aggiungo che è possibile percorrere questo cammino solo con una forte unità dell'episcopato. Credo che tutti ne siamo consapevoli.

L'Osservatore Romano - 28 febbraio - 1 marzo 2011

Il nunzio in Argentina difende il papa


di Sandro Magister
27 febbraio 2011


Meno diplomatico di così non poteva essere, il nunzio apostolico in Argentina, l’arcivescovo Adriano Bernardini, 68 anni, nativo di una diocesi, quella di San Marino e Montefeltro, anch’essa governata da un vescovo dalla parola sferzante, Luigi Negri, oltre che prossima meta di una visita di papa Benedetto XVI.

Il 22 febbraio scorso, festa della Cattedra di San Pietro, il nunzio ha infatti pronunciato a Buenos Aires un’omelia che ha scosso non solo i presenti, ma anche una fetta consistente di cattolici di tutto il mondo, in Italia grazie alla traduzione messa in rete dal blog messainlatino.it

Bernardini non ha esitato a denunciare quei sacerdoti, quei religiosi e persino quei vescovi che da anni remano contro i papi di oggi e di ieri, intrepidi difensori della verità, mentre invece loro sono “convinti che l’appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l’adesione a una dottrina oggettiva”.

Meno male, ha concluso il nunzio, che in difesa della verità ci sono tanti semplici fedeli, quelli che “continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il rosario. E soprattutto, sperano nel papa”.

Ecco il testo integrale dell’omelia.

*

“E ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e il potere della morte non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18).

Il testo di Matteo contiene due elementi molto importanti: il primato di Pietro e dei suoi successori nella Chiesa che Cristo ha fondato, e pertanto del Santo Padre; l’assistenza di Gesù per la Sua Chiesa contro le forze del male.

Diamo per scontato il primo punto, fondamentale per la Chiesa, perché senza questo primato di Pietro e la comunione con lui, non c’è la Chiesa cattolica. Permettetemi, però, alcune riflessioni sul secondo punto: le forze del male, che Matteo chiama “il potere della morte”.

Assistiamo oggi ad un accanimento molto speciale contro la Chiesa cattolica in generale e contro il Santo Padre in particolare. Perché tutto questo? Qual è la ragione principale? Si può articolare in poche parole: perché è la Verità che ci dà il messaggio di Cristo!

Quando questa Verità non si oppone alle forze del male, tutto va bene. Invece, quando avanza la minima opposizione, insorge una lotta che utilizza la diffamazione, l’odio e persino la persecuzione contro la Chiesa e più specificamente contro la persona del Santo Padre.

Diamo un’occhiata ad alcuni momenti della storia, che è “maestra della verità”.

Gli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II passano in un’euforia generale per la Chiesa e di conseguenza per il papa. Ma è sufficiente la pubblicazione dell’”Humanae vitae”, con cui il Santo Padre conferma la dottrina tradizionale per cui l’atto coniugale e l’aspetto procreativo non possono essere lecitamente separati, che esplode la critica più feroce contro papa Paolo VI, che fino a quel momento era nelle grazie del mondo. Le sue simpatie per Jacques Maritain e per l’umanesimo integrale avevano aperto le speranze degli ambienti modernisti interni alla Chiesa e al progressismo politico e mondano.

Lo stesso si è ripetuto più volte nel lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Quando viene eletto, le élites culturali occidentali sono ammaliate dalla lettura marxista della realtà. Giovanni Paolo II non si adatta a questo conformismo culturale imbarazzante e intraprende col comunismo un duello duro, che lo porta sino ad essere un bersaglio fisico di un oscuro progetto omicida.

Lo stesso accadrà sempre a Giovanni Paolo II relativamente alla bioetica, con la pubblicazione dell’”Evangelium vitae”, nel 1995, un compendio solido e senza sconti sulle principali questioni della vita e della morte.

Ed ora, sempre per amore alla “Verità vera ed evangelica”, il bersaglio è diventato Benedetto XVI. Già marcato con disprezzo negli anni precedenti come il “guardiano della fede”, appena eletto, immediatamente è stato accolto da commentatori da tutto il mondo con una miscela di sentimenti, che vanno dalla rabbia alla paura, al vero e proprio terrore.

Ora, una cosa è certa: papa Benedetto XVI ha impresso al suo pontificato il sigillo della continuità con la tradizione millenaria della Chiesa e soprattutto della purificazione. Sì, perché all’insicurezza della fede segue sempre l’offuscamento della morale.

Infatti, se vogliamo essere onesti, dobbiamo riconoscere che è aumentato anno dopo anno, tra i teologi e religiosi, tra suore e vescovi, il gruppo di quanti sono convinti che l’appartenenza alla Chiesa non comporta il riconoscimento e l’adesione a una dottrina oggettiva.

Si è affermato un cattolicasimo “à la carte”, in cui ciascuno sceglie la porzione che preferisce e respinge il piatto che ritiene indigesto. In pratica un cattolicesimo dominato dalla confusione dei ruoli, con sacerdoti che non si applicano con impegno alla celebrazione della messa e alle confessioni dei penitenti, preferendo fare dell’altro. E con laici e donne che cercano di prendersi un poco per loro il ruolo del sacerdote, per guadagnare un quarto d’ora di celebrità parrocchiale, leggendo la preghiera dei fedeli o distribuendo la comunione.

Ecco, che qui papa Benedetto XVI, proprio a causa della sua fedeltà verso la “Verità”, fa una cosa che è sfuggita all’attenzione di molti commentatori: porta di nuovo, integralmente, il credo nella formula del Concilio di Costantinopoli, cioè nella versione normalmente contenuta nella messa. Il messaggio è chiaro: ricominciamo dalla dottrina, dal contenuto fondamentale della nostra fede. “Sì, perché – scrive il teologo e papa Ratzinger – il primario annuncio missionario della Chiesa oggi è minacciato dalle teorie di tipo relativistico, che intendono giustificare il pluralismo religioso, non solo de facto ma anche de jure”.

La conseguenza di questo relativismo, spiega il futuro Papa Benedetto XVI, è che si considerano superate un certo numero di verità, per esempio: il carattere definitivo e completo della rivelazione di Cristo; la naturalezza della fede teologica cristiana rispetto alla credenza nelle altre religioni; l’unicità e l’universalità salvifica nel mistero di Cristo; la mediazione salvifica universale della Chiesa; la sussistenza nella Chiesa cattolica romana dell’unica Chiesa di Cristo.

Ecco qui, pertanto, la Verità come la principale causa di questa avversione e direi quasi persecuzione al Santo Padre. Un’avversione che ha come conseguenza pratica il suo sentirsi solo, un po’ abbandonato.

Abbandonato da chi? Ecco la grande contraddizione! Abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi; però non dai fedeli.

Il clero sta vivendo una certa crisi, prevale nell’episcopato un basso profilo, ma i fedeli di Cristo sono ancora con tutto il loro entusiasmo. Accanitamente continuano a pregare e ad andare a messa, frequentano i sacramenti e dicono il rosario. E soprattutto, sperano nel papa.

C’è un sorprendente punto di contatto tra il papa Benedetto XVI e la gente, tra l’uomo vestito di bianco e le anime di milioni di cristiano. Loro capiscono e amano il papa. Questo perché la loro fede è semplice! D’altronde è la semplicità la porta di ingresso della Verità.

Durante questa celebrazione eucaristica chiediamo al buon Dio e alla Vergine di poter far parte, anche noi, di questo tipo di cristiani.

Fonte: Settimo Cielo

sabato 26 febbraio 2011

Donne «eucaristiche» e la sacra Comunione nella clandestinità sovietica - (III parte)



Tratto da: Athanasius Schneider, Dominus est, Libreria Editrice Vaticana

Il terzo esempio di donna «eucaristica» è Maria Stang, una tedesca del Volga, deportata in Kazakhstan. Questa madre e nonna santa ebbe una vita piena di incredibili sofferenze, di continue rinunce e sacrifici. Però, fu una persona con tanta fede, speranza e gioia spirituale. Già da fanciulla voleva dedicare sua vita a Dio. A causa della persecuzione comunista e della deportazione, il cammino della sua vita fu doloroso. Maria Stang scrive nelle sue memorie: « Ci hanno tolto i sacerdoti. Nel villaggio vicino c'era ancora la chiesa, ma purtroppo non c'era più un sacerdote, non più il Santissimo. Ma senza il sacerdote, senza il sacerdote, senza il Santissimo, la chiesa era così fredda. Io dovevo piangere amaramente ».

Da quel momento Maria cominciò a pregare ogni giorno e ad offrire sacrifici a Dio con questa preghiera: « Signore, dacci di nuovo un sacerdote, dacci la santa Comunione! Tutto soffro volentieri per amore Tuo, o sacratissimo Cuore di Gesù! ». Nello sconfinato luogo di deportazione del Kazakhstan orientale, Maria Stang radunava segretamente nella sua casa ogni domenica altre donne per la preghiera. Durante quelle assemblee domenicali, le donne hanno spesso pianto e così pregato: « Maria, nostra santissima e carissima Madre, vedi come siamo poveri. Donaci di nuovo sacerdoti, dottori e pastori! ».

A partire dall'anno 1965 Maria Stang poté viaggiare una volta all'anno in Kirghistan, dove viveva un sacerdote cattolico in esilio (a una distanza di più di mille chilometri). Negli sconfinati villaggi del Kazakhstan orientale, i cattolici tedeschi non vedevano un sacerdote già da più di 20 anni. Maria scrive: «Quando arrivai a Frunse (oggi Bishkek) in Kirghistan, trovai un sacerdote. Entrando nella sua casa, vidi il tabernacolo. Non potevo immaginare che nella mia vita potessi vedere ancora una volta il tabernacolo e il Signore eucaristico. Io mi inginocchiai e cominciai a piangere. Dopo mi avvicinai al tabernacolo e lo baciai». Prima di partire per il suo villaggio in Kazakhstan, il sacerdote consegnò a Maria Stang una pisside con alcune ostie consacrate. La prima volta, quando si radunarono i fedeli alla presenza del Santissimo, Maria disse loro: « Abbiamo una gioia e una felicità che nessuno può immaginare: abbiamo con noi il Signore eucaristico e possiamo riceverLo». Le persone presenti risposero: « Non possiamo ricevere la Comunione, perché già da tanti anni non ci siamo confessati». Poi i fedeli tennero un consiglio e presero la seguente decisione: « I tempi sono difficilissimi e giacché ci è stato portato il Santissimo da più di mille chilometri, Dio ci sarà propizio. Ci metteremo spiritualmente nel confessionale davanti al sacerdote. Faremo un atto di contrizione perfetta e ciascuno di noi s'imporrà una penitenza». Così fecero tutti, e poi ricevettero la sacra Comunione inginocchiati e con lacrime. Erano lacrime allo stesso tempo di contrizione e di gioia.

Per 30 anni Maria Stang radunava ogni domenica i fedeli per la preghiera, insegnava ai bambini e agli adulti il catechismo, preparava gli sposi al sacramento del matrimonio, compiva i riti di esequie e soprattutto amministrava la sacra Comunione. Ogni volta distribuiva la Comunione con cuore ardente e con timore reverenziale. Era una donna con un'anima veramente sacerdotale, una donna eucaristica!

giovedì 24 febbraio 2011

La vera riforma della Chiesa parte dalla conversione del cuore


UDIENZA GENERALE DEL SANTO PADRE

23.02.2011

Il Papa ha incentrato la sua meditazione sulla figura di San Roberto Bellarmino, della Compagnia di Gesù, Cardinale, Vescovo e Dottore della Chiesa (1542-1621).


Cari fratelli e sorelle,

San Roberto Bellarmino, del quale desidero parlarvi oggi, ci porta con la memoria al tempo della dolorosa scissione della cristianità occidentale, quando una grave crisi politica e religiosa provocò il distacco di intere Nazioni dalla Sede Apostolica.

Nato il 4 ottobre 1542 a Montepulciano, presso Siena, era nipote, per parte di madre, del Papa Marcello II. Ebbe un’eccellente formazione umanistica prima di entrare nella Compagnia di Gesù il 20 settembre 1560. Gli studi di filosofia e teologia, che compì tra il Collegio Romano, Padova e Lovanio, incentrati su san Tommaso e i Padri della Chiesa, furono decisivi per il suo orientamento teologico. Ordinato sacerdote il 25 marzo 1570, fu per alcuni anni professore di teologia a Lovanio. Successivamente, chiamato a Roma come professore al Collegio Romano, gli fu affidata la cattedra di “Apologetica”; nel decennio in cui ricoprì tale incarico (1576 – 1586) elaborò un corso di lezioni che confluirono poi nelle Controversiae, opera divenuta subito celebre per la chiarezza e la ricchezza di contenuti e per il taglio prevalentemente storico. Si era concluso da poco il Concilio di Trento e per la Chiesa Cattolica era necessario rinsaldare e confermare la propria identità anche rispetto alla Riforma protestante. L’azione del Bellarmino si inserì in questo contesto. Dal 1588 al 1594 fu prima padre spirituale degli studenti gesuiti del Collegio Romano, tra i quali incontrò e diresse san Luigi Gonzaga e poi superiore religioso. Il Papa Clemente VIII lo nominò teologo pontificio, consultore del Sant’Uffizio e rettore del Collegio dei Penitenzieri della Basilica di san Pietro. Al biennio 1597 – 1598 risale il suo catechismo, Dottrina cristiana breve, che fu il suo lavoro più popolare.

Il 3 marzo 1599 fu creato cardinale dal Papa Clemente VIII e, il 18 marzo 1602, fu nominato arcivescovo di Capua. Ricevette l’ordinazione episcopale il 21 aprile dello stesso anno. Nei tre anni in cui fu vescovo diocesano, si distinse per lo zelo di predicatore nella sua cattedrale, per la visita che realizzava settimanalmente alle parrocchie, per i tre Sinodi diocesani e un Concilio provinciale cui diede vita. Dopo aver partecipato ai conclavi che elessero Papi Leone XI e Paolo V, fu richiamato a Roma, dove fu membro delle Congregazioni del Sant’Uffizio, dell’Indice, dei Riti, dei Vescovi e della Propagazione della Fede. Ebbe anche incarichi diplomatici, presso la Repubblica di Venezia e l’Inghilterra, a difesa dei diritti della Sede Apostolica. Nei suoi ultimi anni compose vari libri di spiritualità, nei quali condensò il frutto dei suoi esercizi spirituali annuali. Dalla lettura di essi il popolo cristiano trae ancora oggi grande edificazione. Morì a Roma il 17 settembre 1621. Il Papa Pio XI lo beatificò nel 1923, lo canonizzò nel 1930 e lo proclamò Dottore della Chiesa nel 1931.

San Roberto Bellarmino svolse un ruolo importante nella Chiesa degli ultimi decenni del secolo XVI e dei primi del secolo successivo.

Le sue Controversiae costituirono un punto di riferimento ancora valido per l’ecclesiologia cattolica sulle questioni circa la Rivelazione, la natura della Chiesa, i Sacramenti e l’antropologia teologica. In esse appare accentuato l’aspetto istituzionale della Chiesa, a motivo degli errori che allora circolavano su tali questioni. Tuttavia Bellarmino chiarì gli aspetti invisibili della Chiesa come Corpo Mistico e li illustrò con l’analogia del corpo e dell’anima, al fine di descrivere il rapporto tra le ricchezze interiori della Chiesa e gli aspetti esteriori che la rendono percepibile.

In questa monumentale opera, che tenta di sistematizzare le varie controversie teologiche dell’epoca, egli evita ogni taglio polemico e aggressivo nei confronti delle idee della Riforma, ma utilizzando gli argomenti della ragione e della Tradizione della Chiesa, illustra in modo chiaro ed efficace la dottrina cattolica.

Tuttavia, la sua eredità sta nel modo con cui concepì il suo lavoro. I gravosi uffici di governo non gli impedirono, infatti, di tendere quotidianamente verso la santità con la fedeltà alle esigenze del proprio stato di religioso, sacerdote e vescovo. Da questa fedeltà discende il suo impegno nella predicazione. Essendo, come sacerdote e vescovo, innanzitutto un pastore d’anime, sentì il dovere di predicare assiduamente.

Sono centinaia i sermones – le omelie – tenuti nelle Fiandre, a Roma, a Napoli e a Capua in occasione di celebrazioni liturgiche. Non meno abbondanti sono le expositiones e le explanationes ai parroci, alle religiose, agli studenti del Collegio Romano, che hanno spesso per oggetto la sacra Scrittura, specialmente le Lettere di san Paolo. La sua predicazione e le sue catechesi presentano quel medesimo carattere di essenzialità che aveva appreso dall’educazione ignaziana, tutta rivolta a concentrare le forze dell’anima sul Signore Gesù intensamente conosciuto, amato e imitato.

Negli scritti di quest’uomo di governo si avverte in modo molto chiaro, pur nella riservatezza dietro la quale cela i suoi sentimenti, il primato che egli assegna agli insegnamenti del Signore. San Bellarmino offre così un modello di preghiera, anima di ogni attività: una preghiera che ascolta la Parola del Signore, che è appagata nel contemplarne la grandezza, che non si ripiega su se stessa, ma è lieta di abbandonarsi a Dio. Un segno distintivo della spiritualità del Bellarmino è la percezione viva e personale dell’immensa bontà di Dio, per cui il nostro Santo si sentiva veramente figlio amato da Lui ed era fonte di grande gioia il raccogliersi, con serenità e semplicità, in preghiera, in contemplazione di Dio. Nel suo libro De ascensione mentis in Deum - Elevazione della mente a Dio - composto sullo schema dell’Itinerarium di san Bonaventura, esclama: «O anima, il tuo esemplare è Dio, bellezza infinita, luce senza ombre, splendore che supera quello della luna e del sole. Alza gli occhi a Dio nel quale si trovano gli archetipi di tutte le cose, e dal quale, come da una fonte di infinita fecondità, deriva questa varietà quasi infinita delle cose. Pertanto devi concludere: chi trova Dio trova ogni cosa, chi perde Dio perde ogni cosa».

In questo testo si sente l’eco della celebre contemplatio ad amorem obtineundum – contemplazione per ottenere l’amore - degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio. Il Bellarmino, che vive nella fastosa e spesso malsana società dell’ultimo Cinquecento e del primo Seicento, da questa contemplazione ricava applicazioni pratiche e vi proietta la situazione della Chiesa del suo tempo con vivace afflato pastorale. Nel De arte bene moriendi – l’arte di morire bene - ad esempio, indica come norma sicura del buon vivere, e anche del buon morire, il meditare spesso e seriamente che si dovrà rendere conto a Dio delle proprie azioni e del proprio modo di vivere e cercare di non accumulare ricchezze in questa terra, ma di vivere semplicemente e con carità in modo da accumulare beni in Cielo. Nel De gemitu columbae - Il gemito della colomba, dove la colomba rappresenta la Chiesa - richiama con forza clero e fedeli tutti ad una riforma personale e concreta della propria vita seguendo quello che insegnano la Scrittura e i Santi, tra i quali cita in particolare san Gregorio Nazianzeno, san Giovanni Crisostomo, san Girolamo e sant’Agostino, oltre ai grandi Fondatori di Ordini religiosi quali san Benedetto, san Domenico e san Francesco.

Il Bellarmino insegna con grande chiarezza e con l’esempio della vita che non può esserci vera riforma della Chiesa se prima non c’è la nostra personale riforma e la conversione del nostro cuore.

Agli Esercizi spirituali di sant’Ignazio, il Bellarmino attingeva consigli per comunicare in modo profondo, anche ai più semplici, le bellezze dei misteri della fede: “Se hai saggezza, comprendi che sei creato per la gloria di Dio e per la tua eterna salvezza. Questo è il tuo fine, questo il centro della tua anima, questo il tesoro del tuo cuore. Perciò stima vero bene per te ciò che ti conduce al tuo fine, vero male ciò che te lo fa mancare. Avvenimenti prosperi o avversi, ricchezze e povertà, salute e malattia, onori e oltraggi, vita e morte, il sapiente non deve né cercarli, né fuggirli per se stesso. Ma sono buoni e desiderabili solo se contribuiscono alla gloria di Dio e alla tua felicità eterna, sono cattivi e da fuggire se la ostacolano” (De ascensione mentis in Deum, grad. 1).

Non sono parole passate di moda, ma da meditare a lungo per orientare il nostro cammino su questa terra. Ci ricordano che il fine della nostra vita è il Signore, il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo, nel quale Egli continua a chiamarci e a prometterci la comunione con Lui. Ci ricordano l’importanza di confidare nel Signore, di spenderci in una vita fedele al Vangelo, di accettare e illuminare con la fede e con la preghiera ogni circostanza e ogni azione della nostra vita, sempre protesi all’unione con Lui. Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 23 febbraio 2011

Donne «eucaristiche» e la sacra Comunione nella clandestinità sovietica - (II parte)


L'autore racconta alcuni esempi di donne «eucaristiche» al tempo della clandestinità sovietica: è qui presentata la testimonianza di Maria Schneider, madre dell'autore.

tratto da: Athanasius Schneider, Dominus est, Libreria editrice Vaticana


Maria Schneider, mia madre, mi raccontava: dopo la seconda guerra mondiale, il regime stalinista deportava molti tedeschi dal Mar Nero e dal fiume Volga ai monti Urali per impegnarli in lavori forzati. Tutti erano internati in poverissime baracche in un ghetto della città. C'erano alcune migliaia di tedeschi cattolici. Spesso, si recavano da loro, nella massima segretezza alcuni sacerdoti cattolici per amministrare i sacramenti. Lo facevano mettendo a repentaglio la loro vita.

Tra quei sacerdoti, che venivano più frequentemente, c'era Padre Alexij Saritski (sacerdote ucraino greco-cattolico e biritualista, morto come martire il 30.10.1963 vicino a Karaganda e beatificato da Papa Giovanni Paolo II nell'anno 2001). I fedeli lo chiamavano affettuosamente «il vagabondo di Dio ». Nel mese di gennaio dell'anno 1958, nella città di Krasnokamsk vicino a Perm nei monti Urali, all'improvviso arrivò segretamente Padre Alexij, proveniente dal luogo del suo esilio, dalla città di Karaganda nel Kazakhstan.

Padre Alexij si adoperava perché il maggior numero possibile di fedeli fosse preparato per ricevere la sacra Comunione. Perciò lui si disponeva ad ascoltare la confessione dei fedeli letteralmente giorno e notte, senza dormire e senza mangiare. I fedeli lo sollecitavano dicendo: «Padre, deve mangiare e dormire! ». Lui invece rispondeva: «Non posso, perché la po1izia mi può arrestare da un momento all'altro, e poi tante persone resterebbero senza confessione e quindi senza Comunione».

Dopo che tutti si furono confessati, Padre Alexij cominciò a celebrare la Santa Messa. Improvvisamente una voce risuonò: «La polizia è vicina!» Maria Schneider assisteva alla Santa Messa e disse al sacerdote: « Padre, io La posso nascondere, fuggiamo!». La donna condusse il sacerdote in una casa fuori dal ghetto tedesco e lo nascose in una stanza, portando anche qualcosa da mangiare e disse: «Padre, adesso Lei può finalmente mangiare e riposare un po' e quando comincia la notte, fuggiremo nella città più vicina». Padre Alexij era triste, perché tutti si erano confessati, ma non avevano potuto ricevere la sacra Comunione, perché la Santa Messa che aveva appena cominciato era stata interrotta a causa dell’irruzione della polizia. Maria Schneider disse: « Padre, tutti i fedeli faranno con molta fede e devozione la Comunione spirituale e speriamo che Lei potrà ritornare per darci la sacra Comunione ».

All’arrivo della sera si cominciò a preparare la fuga. Maria Schneider lasciò i suoi due figli piccoli (un bambino di due anni e una bambina di sei mesi) a sua madre e chiamò Pulcheria Koch (la zia di suo marito). Le due donne chiamarono Padre Alexj e fuggirono per 12 km attraverso il bosco, nella neve e nel freddo a 30 gradi sotto zero. Arrivarono in una piccola stazione, comprarono il biglietto per Padre Alexij e si sedettero nella sala d'attesa, perché dovevano aspettare ancora un'ora l'arrivo del treno. Improvvisamente si aprì la porta ed entrò un poliziotto, che si diresse direttamente da Padre Alexij. Stando davanti al Padre gli domandò: «Lei dove è diretto?» Il Padre non fu in grado di rispondere a causa dello spavento. Egli non temeva per la sua vita, ma per la vita e il destino della giovane madre Maria Schneider. Invece, la giovane donna rispose al poliziotto: « Questo è nostro amico e noi lo accompagniamo. Ecco il suo biglietto», e consegnò al poliziotto il biglietto. Questi, guardando il biglietto disse al sacerdote: «Per favore, non entri nell'ultimo vagone, perché questo sarà sganciato dal resto del treno alla prossima stazione. Buon viaggio! ». E subito il poliziotto uscì dalla sala. Padre Alexij guardò Maria Schneider e le disse: «Dio ci ha mandato un angelo! Non dimenticherò mai quello che Lei ha fatto per me. Se Dio me lo permetterà ritornerò per darvi la sacra Comunione ed in ogni mia Messa pregherò per Lei e suoi figli ».

Dopo un anno, Padre Alexij poté ritornare a Krasnokamsk. Questa volta poté celebrare la Santa Messa e dare la sacra Comunione ai fedeli. Maria Schneider gli chiese un favore: «Padre, potrebbe lasciarmi un'ostia consacrata, perché mia madre è gravemente malata e lei vorrebbe ricevere la Comunione prima di morire?». Padre Alexij lasciò un'ostia consacrata a condizione che si amministrasse la sacra Comunione con il massimo rispetto possibile. Maria Schneider promise di agire in questo modo. Prima di trasferirsi con la sua famiglia nel Kirghistan, Maria amministrò a sua madre malata la sacra Comunione. Per far questo lei si mise dei guanti bianchi nuovi e con una pinzetta dette la Comunione a sua madre. Dopo bruciò la busta, nella quale era contenuta l'ostia consacrata.

Le famiglie di Maria Schneider e di Pulcheria Koch si trasferirono poi in Kirghistan. Nel 1962 Padre Alexij visitò segretamente il Kirghistan e trovò Maria e Pulcheria nella città di Tokmak. Lui celebrò la Santa Messa nella casa di Maria Schneider e, in seguito, ancora un'altra volta nella casa di Pulcheria Koch. Per gratitudine a Pulcheria, questa donna anziana che lo aveva aiutato a fuggire nel buio e nel freddo dell'inverno sui monti Urali, Padre Alexij le lasciò un'ostia consacrata, dando però un'istruzione precisa: «Le lascio un'ostia consacrata. Fate la devozione dei primi nove mesi in onore del Sacro Cuore di Gesù. Ogni primo venerdì del mese Lei faccia l'esposizione del Santissimo nella sua casa, invitando per l'adorazione persone di assoluta fiducia, e tutto dovrà svolgersi con la massima segretezza. Dopo il nono mese, Lei potrà consumare l'ostia, ma lo faccia con grande riverenza! ». Così fu fatto. Per nove mesi ci fu a Tokmak un'adorazione eucaristica clandestina. Anche Maria Schneider era tra le donne adoratrici.
Stando in ginocchio davanti alla piccola ostia, tutte le donne adoratrici, queste donne veramente eucaristiche, desideravano ardentemente ricevere la sacra Comunione. Ma, purtroppo, c' era soltanto una piccola ostia e allo stesso tempo numerose persone desiderose di comunicarsi. Per questo Padre Alexij aveva deciso che alla fine dei nove mesi la ricevesse solamente Pulcheria e tutte le altre donne facessero la Comunione spirituale. Comunque queste Comunioni spirituali erano molto preziose, perché rendevano queste donne « eucaristiche » capaci di trasmettere ai loro figli, per così dire con il latte materno, una profonda fede e un grande amore per I'Eucaristia.

La consegna di quella piccola ostia consacrata a Pulcheria Koch nella città di Tokmak in Kirghistan fu l'ultima azione pastorale del Beato Alexij Saritski. Subito dopo il suo ritorno a Karaganda dal suo viaggio missionario in Kirghistan, nel mese di aprile dell'anno 1962, Padre Alexij fu arrestato dalla polizia segreta e messo nel campo di concentramento di Dolinka, vicino a Karaganda. Dopo tanti maltrattamenti e umiliazioni Padre Alexij ottenne la palma del martirio «ex aerumnis carceris », il giorno 30 di ottobre 1963. In questo giorno si celebra la sua memoria liturgica in tutte le chiese cattoliche del Kazakhstan e della Russia; la Chiesa greco-cattolica ucraina lo celebra con gli altri martiri ucraini il giorno 27 di giugno. Fu un Santo eucaristico, che poté educare donne eucaristiche. Queste donne eucaristiche erano come fiori cresciuti nel buio e nel deserto della clandestinità, rendendo così la Chiesa veramente viva.

martedì 22 febbraio 2011

Ciclo di catechesi alla Madonna del Carmine di Pistoia



Nella chiesa della Madonna del Carmine a Pistoia
Piazza del Carmine -
inizia un ciclo di catechesi aperte a tutti, ogni ultimo venerdì del mese

Programma della prima catechesi:

venerdì 25 febbraio 2011 alle ore 21

Can. Umberto Pineschi:

" La musica sacra: non ornamento, ma parte integrante della liturgia "

La cattedra di Pietro


La Chiesa di Cristo s’innalza sulla salda fede di Pietro

Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa.

Tra tutti gli nomini, solo Pietro viene scelto per essere il primo a chiamare tutte le genti alla salvezza e per essere il capo di tutti gli apostoli e di tutti i Padri della Chiesa. Nel popolo di Dio sono molti i sacerdoti e i pastori, ma la vera guida di tutti è Pietro, sotto la scorta suprema di Cristo. Carissimi, Dio si è degnato di rendere quest’uomo partecipe del suo potere in misura grande mirabile. E se ha voluto che anche gli altri principi della Chiesa avessero qualche cosa in comune con lui, è sempre per mezzo di lui che trasmette quanto agli altri non ha negato.

A tutti gli apostoli il Signore domanda che cosa gli uomini pensino di lui e tutti danno la stessa risposta, fino a che essa continua a essere l’espressione ambigua della comune ignoranza umana. Ma quando gli apostoli sono interpellati sulla loro opinione personale, allora il primo a professare la fede nel Signore è colui che è primo anche nella dignità apostolica.

Egli dice: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» e Gesù gli risponde «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,16-17). Ciò significa: tu sei beato perché il Padre mio ti ha ammaestrato, e non ti sei lasciato ingannare da opinioni umane, ma sei stato istruito da un’ispirazione celeste. La mia identità non te l’ha rivelata la carne e il sangue, ma colui del quale io sono il Figlio unigenito.

Gesù continua: «E io ti dico»: cioè come il Padre mio ti ha rivelato la mia divinità, così io ti manifesto la tua dignità. «Tu sei Pietro». Ciò significa che se io sono la pietra inviolabile, «la pietra angolare che ha fatto dei due un popolo solo» (Ef 2,20. 14), il fondamento che nessuno può sostituire, anche tu sei pietra, perché la mia forza ti rende saldo. Così la mia prerogativa personale è comunicata anche a te per partecipazione. «E su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16, 18). Cioè, su questa solida base voglio costruire il mio tempio eterno. La mia Chiesa, destinata a innalzarsi fino al cielo, dovrà poggiare sulla solidità di questa fede.

Le porte degli inferi non possono impedire questa professione di fede, che sfugge anche ai legami della morte. Essa infatti è parola di vita, che solleva ai cielo chi la proferisce e sprofonda nell’inferno chi la nega. E per questo che a san Pietro vien detto: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19).

Certo, il diritto di esercitare questo potere è stato trasmesso anche agli altri apostoli, questo decreto costitutivo è passato a tutti i principi della Chiesa. Ma non senza ragione è stato consegnato a uno solo ciò che doveva essere comunicato a tutti. Questo potere infatti è affidato personalmente a Pietro, perché la dignità di Pietro supera quella di tutti i capi della Chiesa.

lunedì 21 febbraio 2011

Donne «eucaristiche» e la sacra Comunione nella clandestinità sovietica - (I parte)



di Mons. Athanasius Schneider
tratto da: Dominus est

II regime comunista sovietico, che è durato circa 70 anni (1917-1991), aveva 1a pretesa di stabilire una specie di paradiso sulla terra. Ma questo regno non poteva avere consistenza giacché era fondato sulla menzogna, sulla violazione della dignità dell'uomo, sulla negazione e persino sull’odio di Dio e della Sua Chiesa. Era un regno, dove Dio e i valori spirituali non potevano e non dovevano avere nessuno spazio. Ogni segno, che poteva ricordare agli uomini Dio, Cristo e la Chiesa, era tolto dalla vita pubblica e dalla vista degli uomini. Esisteva però una realtà che per lo più ricordava agli uomini Dio: il sacerdote. Per questa ragione il sacerdote non doveva essere visibile, anzi non doveva esistere.

Per i persecutori di Cristo e della Sua Chiesa il sacerdote era la persona pili pericolosa. Forse loro, implicitamente, conoscevano la ragione per cui il sacerdote era ritenuto la persona più pericolosa. La vera ragione era questa: solo il sacerdote poteva dare Dio agli uomini, dare Cristo in maniera più concreta e diretta possibile, cioè attraverso l'Eucaristia e la sacra Comunione. Perciò era proibita la celebrazione della santa Messa. Ma nessun potere umano era in grado di vincere la potenza Divina, che operava nel mistero della Chiesa e soprattutto nei sacramenti.
Durante quegli anni bui, la Chiesa, nell'immenso impero sovietico, era costretta a vivere nella clandestinità.

Ma la cosa più importante era questa: la Chiesa era viva, anzi vivissima, benché le mancassero le strutture visibili, benché le mancassero edifici sacri, benché ci fosse un'enorme scarsità dei sacerdoti. La Chiesa era vivissima, perché non le mancava del tutto l'Eucaristia -benché raramente accessibile per i fedeli -, perché non le mancavano anime con fede salda nel mistero eucaristico, perché non le mancavano donne, spesso madri e nonne, con un' anima « sacerdotale» che custodivano e persino amministravano l'Eucaristia con amore straordinario, con delicatezza e con la massima riverenza possibile, nella spirito dei cristiani dei primi secoli, che s'esprimeva nell' adagio: «cum amore ac timore».

domenica 20 febbraio 2011

Le parole del Papa


Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande.
No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera.
Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, […]: non abbiate paura di Cristo!
Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo - e troverete la vera vita.
(Benedetto XVI)

sabato 19 febbraio 2011

Un libro per la tua biblioteca


RECENSIONE di Fabrizio Cannone

Fiaccole nella notte
di PAOLO RISSO, Edizioni l' Amore Misericordioso, Todi 2009, pp. 430, € 15,00


Il professor Paolo Risso, biografo, agiografo, apologeta, redattore per decine di riviste e giornali cattolici (tra cui l'Osservatore Romano), autore prolifico e di rara qualità intellettuale che ha il pregio di unire, con gran classe e misura, la consapevolezza critica dello studioso alla limpida fede del cattolico aperto e schierato.

In questa sua ultima Opera, il Risso d presenta 50 fiaccole nella notte, ovvero, fuor di metafora, 50 santi sacerdoti, vescovi, pontefici e laici che hanno, con la loro virtù insigne, illuminato quel "buio" e quelle "tenebre" che Paolo VI vide comparire all'indomani del Concilio all'interno della Santa Chiesa (cf Omelia del 29.06.1972), e che già da almeno 5 secoli penetravano a gran velocità nella cultura e nei costumi della cristianità europea.

Le opere di Paolo Risso sono tutte belle e incoraggianti -si pensi a La Messa è la mia vita o a In braccio a Gesù -ma qui le sue doti di biografo e di narratore trovano una certa vetta di sintesi espositiva e di bellezza letteraria. Dopo un breve preludio (pp. 9-15) in cui l' Autore ricorda, con il Curato d'Ars, che «non c'è al mondo nessuno più grande del sacerdote» (p. 14), la prima intensa parte del Libro tratta dei Pastori (pp. 19-129). Scorrono così, sotto i nostri occhi, le figure più belle del Cattolicesimo otto-novecentesco: da dom Chautard a don Poppe, dal beato Ildefonso Schuster al Servo di Dio Pio XII, dal domenicano padre Enrico Rossetti al cardinal Siri. Tutte anime caratterizzate da una grande conoscenza della Verità e da una vita nobile, alta e senza compromessi.

La terza e la quarta parte raccontano le gesta dei Martiri (pp. 259-356), cioè di quei sacerdoti che diedero la vita per Cristo, come i cardinali Mindzenty e Stepinac, e dei Chiamati (pp. 359418), cioè dei più giovani tra i chierici e gli apostoli della Chiesa contemporanea.

La seconda parte (pp. 133-256), dedicata agli Apologeti, è però quella che abbiamo preferito tra tutte. Essa riassume le azioni e le lotte di molti sacerdoti e religiosi che vissero nell'epoca burrascosa dell'immediato pre-Concilio, del Concilio e del post-Concilio, e che contro venti e maree, seppero tener ferma la fede e retto il giudizio, spesse volte pagando duramente e conoscendo persecuzioni violente e inattese da parte "dei buoni"...

Si pensi a padre Garrigou-Lagrange (cf pp. 165-174), faro della teologia, "il mostro sacro del tomismo" come fu definito, il quale già dalla metà degli anni '50 e sino alla morte (avvenuta nel 1964) dovette subire dolorosi attacchi da confratelli che si erano offuscati quando il Padre denunciò coraggiosamente sulla Revue Thomiste (nel 1949) il «ritorno del modernismo». Come dimenticare poi la bella figura sacerdotale di mons. Pier Carlo Landucci (19001986), ingegnere, teologo, rettore di seminario e splendido apostolo di Roma, dagli anni '30 agli anni '80 del Novecento. Le sue opere, come Maria SS. nel Vangelo (1944) o i suoi articoli di fondo tipo La vera carità verso il popolo ebraico (su Palestra del Clero del 1965) hanno illuminato e continuano a illuminare clero e seminaristi del mondo intero.

Oppure si pensi al cardinal Alfredo Ottaviani, nato a Roma nel 1890 e penultimo di 12fratelli; figlio di un semplice fornaio di Trastevere, con la sua immane scienza teologica e giuridica, e la sua brillante virtù, ascese tutti i gradi della Sacra Gerarchia, ma poi, durante le 4 sessioni del Concilio, subì critiche durissime, sberleffi e ingiurie! Fu proprio il suo coraggio, da buon "Carabiniere della Chiesa", come lo chiamavano, a fargli firmare il Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae (1969), ottenendo così una correzione decisiva da Paolo VI nella definizione del Santo Sacrificio della Messa.

Come dimenticare poi il passionista Emico Zoffoli (1915-1996), il francescano Ermenegildo Lio (1920-1992) e il domenicano Raimondo Spiazzi (t2002): tre esempi di fedeltà inconcussa alla Chiesa, al loro Ordine e alla Verità immutabile del Vangelo, modelli di ciò che queste illustri Congregazioni dovrebbero riscoprire per riannodare il legame con la Tradizione dottrinale, morale e spirituale del Cristianesimo. Questi ultimi, assieme ai Presuli sopra nominati e a tanti altri sacerdoti d'Italia, più o meno noti come i francescani padre Coccia e padre di Monda, lo stimmatino padre Fabro, il gesuita padre Giantulli, i domenicani padre Tyn, padre Colosio, padre Ceslao Pera e padre Tito Centi, don Dolindo Ruotolo, don Dario Composta, mons. Piolanti, mons. Romeo, mons. Spadafora e don Putti, mons. Ronca, il missionario del PIME padre Locati, mons. Mencucci, mons. Vaudagnotti - andranno un giorno ricordati, in un libro a parte, come i Resistenti, a titolo diverso, alla piaga pervasiva e soffocante del neo-modernismo degli ultimi 40 anni. E se osassimo chiedere al professor Risso di raccontarci queste vite e di raccoglierne gli scritti, specie in ordine alla difesa della Fede e della Chiesa?

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, N.4 - 30 gennaio 2011

Le parole dei santi




Un giorno, mi sono chiesta per quale ragione Nostro Signore amava tanto
la virtù dell'umiltà...
È perché Dio è la suprema Verità, e l'umiltà consiste nel camminare secondo la verità.

(Santa Teresa d'Avila)

giovedì 17 febbraio 2011

Quella luce nel buio di Giovanni della Croce




di Massimo Introvigne

16-02-2011

Proseguendo nelle sue catechesi sui santi del Cinquecento, Benedetto XVI ha presentato all’udienza generale del 16 febbraio la figura di san Giovanni della Croce (1542-1591), il Doctor mysticus. Nato vicino ad Avila, in Spagna, da famiglia poverissima, ancorché di origini nobili, e rimasto orfano di padre in tenera età, Giovanni, superando ogni difficoltà, riuscì a compiere gli studi necessari per essere ammesso come novizio presso i Carmelitani, che lo mandarono a studiare alla prestigiosa Università di Salamanca. Nel 1567 fu ordinato sacerdote e incontrò santa Teresa d’Avila (1515-1582), da cui rimase subito affascinato e di cui divenne confessore, adottando per un gruppo di Carmelitani la regola riformata che Teresa aveva dato alle sue suore.

L’adesione alla riforma carmelitana di santa Teresa, nota il Papa, «non fu facile e costò a Giovanni anche gravi sofferenze. L’episodio più traumatico fu, nel 1577, il suo rapimento e la sua incarcerazione nel convento dei Carmelitani dell’Antica Osservanza di Toledo, a seguito di una ingiusta accusa. Il Santo rimase imprigionato per mesi, sottoposto a privazioni e costrizioni fisiche e morali. Qui compose, insieme ad altre poesie, il celebre Cantico spirituale. Finalmente, nella notte tra il 16 e il 17 agosto 1578, riuscì a fuggire in modo avventuroso, riparandosi nel monastero delle Carmelitane Scalze della città». Come tutte le opere benedette dal Signore, anche la riforma carmelitana di Giovanni alla fine fu accolta dalla Chiesa. Il santo assunse incarichi sempre più importanti, fino a che fu destinato alla nuova Provincia religiosa del Messico come superiore. Mentre si preparava a partire, però, si ammalò gravemente e morì nel 1591, «mentre i confratelli – come ricorda il Papa – recitavano l’Ufficio mattutino. Si congedò da essi dicendo: “Oggi vado a cantare l’Ufficio in cielo”».

Il Pontefice ha ricordato i capisaldi delle quattro opere principali di san Giovanni: Cantico spirituale, Fiamma d’amor viva, Ascesa al Monte Carmelo e Notte oscura.

Nel Cantico spirituale, san Giovanni «presenta il cammino di purificazione dell’anima, e cioè il progressivo possesso gioioso di Dio, finché l’anima perviene a sentire che ama Dio con lo stesso amore con cui è amata da Lui. La Fiamma d’amor viva prosegue in questa prospettiva, descrivendo più in dettaglio lo stato di unione trasformante con Dio. Il paragone utilizzato da Giovanni è sempre quello del fuoco: come il fuoco quanto più arde e consuma il legno, tanto più si fa incandescente fino a diventare fiamma, così lo Spirito Santo, che durante la notte oscura purifica e “pulisce” l’anima, col tempo la illumina e la scalda come se fosse una fiamma. La vita dell’anima è una continua festa dello Spirito Santo, che lascia intravedere la gloria dell’unione con Dio nell’eternità».

L’Ascesa al Monte Carmelo, che è forse l’opera più importante del santo, «presenta – ha detto il Papa – l’itinerario spirituale dal punto di vista della purificazione progressiva dell’anima, necessaria per scalare la vetta della perfezione cristiana, simboleggiata dalla cima del Monte Carmelo. Tale purificazione è proposta come un cammino che l’uomo intraprende, collaborando con l’azione divina, per liberare l’anima da ogni attaccamento o affetto contrario alla volontà di Dio. La purificazione, che per giungere all’unione d’amore con Dio dev’essere totale, inizia da quella della vita dei sensi e prosegue con quella che si ottiene per mezzo delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità, che purificano l’intenzione, la memoria e la volontà».

Al nostro tempo difficile parla però anche la quarta opera fondamentale di san Giovanni della Croce, la Notte oscura, che «descrive l’aspetto “passivo”, ossia l’intervento di Dio in questo processo di “purificazione” dell’anima. Lo sforzo umano, infatti, è incapace da solo di arrivare fino alle radici profonde delle inclinazioni e delle abitudini cattive della persona: le può solo frenare, ma non sradicarle completamente. Per farlo, è necessaria l’azione speciale di Dio che purifica radicalmente lo spirito e lo dispone all’unione d’amore con Lui. San Giovanni definisce “passiva” tale purificazione, proprio perché, pur accettata dall’anima, è realizzata dall’azione misteriosa dello Spirito Santo che, come fiamma di fuoco, consuma ogni impurità. In questo stato, l’anima è sottoposta ad ogni genere di prove, come se si trovasse in una notte oscura».

Messe insieme, le quattro opere salienti del santo spagnolo insegnano una dottrina mistica «il cui scopo è descrivere un cammino sicuro per giungere alla santità, lo stato di perfezione cui Dio chiama tutti noi». Questa chiamata è una persona, Gesù Cristo. «Tutto quello che Dio voleva comunicare all’uomo, lo ha detto in Gesù Cristo, la sua Parola fatta carne. Gesù Cristo è l’unica e definitiva via al Padre (cfr Gv 14,6). Qualsiasi cosa creata è nulla in confronto a Dio e nulla vale al di fuori di Lui: di conseguenza, per giungere all’amore perfetto di Dio, ogni altro amore deve conformarsi in Cristo all’amore divino. Da qui deriva l’insistenza di san Giovanni della Croce sulla necessità della purificazione e dello svuotamento interiore per trasformarsi in Dio, che è la meta unica della perfezione. Questa “purificazione” non consiste nella semplice mancanza fisica delle cose o del loro uso; quello che rende l’anima pura e libera, invece, è eliminare ogni dipendenza disordinata dalle cose. Tutto va collocato in Dio come centro e fine della vita».

Quando si è stati capaci di compiere questo cammino, «l’anima si immerge nella stessa vita trinitaria, così che san Giovanni afferma che essa giunge ad amare Dio con il medesimo amore con cui Egli la ama, perché la ama nello Spirito Santo. Ecco perché il Dottore Mistico sostiene che non esiste vera unione d’amore con Dio se non culmina nell’unione trinitaria. In questo stato supremo l’anima santa conosce tutto in Dio e non deve più passare attraverso le creature per arrivare a Lui. L’anima si sente ormai inondata dall’amore divino e si rallegra completamente in esso.»

Ma, nota Benedetto XVI, «alla fine rimane la questione: questo santo con la sua alta mistica, con questo arduo cammino verso la cima della perfezione ha da dire qualcosa anche a noi, al cristiano normale che vive nelle circostanze di questa vita di oggi, o è un esempio, un modello solo per poche anime elette che possono realmente intraprendere questa via della purificazione, dell’ascesa mistica? Per trovare la risposta dobbiamo innanzitutto tenere presente che la vita di san Giovanni della Croce non è stata un “volare sulle nuvole mistiche”, ma è stata una vita molto dura, molto pratica e concreta, sia da riformatore dell’ordine, dove incontrò tante opposizioni, sia da superiore provinciale, sia nel carcere dei suoi confratelli, dove era esposto a insulti incredibili e a maltrattamenti fisici. E’ stata una vita dura, ma proprio nei mesi passati in carcere egli ha scritto una delle sue opere più belle».

Studiando san Giovanni della Croce «possiamo capire che il cammino con Cristo, l’andare con Cristo, “la Via”, non è un peso aggiunto al già sufficientemente duro fardello della nostra vita, non è qualcosa che renderebbe ancora più pesante questo fardello, ma è una cosa del tutto diversa, è una luce, una forza, che ci aiuta a portare questo fardello. Se un uomo reca in sé un grande amore, questo amore gli dà quasi ali, e sopporta più facilmente tutte le molestie della vita, perché porta in sé questa grande luce; questa è la fede: essere amato da Dio e lasciarsi amare da Dio in Cristo Gesù. Questo lasciarsi amare è la luce che ci aiuta a portare il fardello di ogni giorno. E la santità non è un’opera nostra, molto difficile, ma è proprio questa “apertura”: aprire e finestre della nostra anima perché la luce di Dio possa entrare». Da questo punto di vista, l’insegnamento principale di san Giovanni della Croce è che la santità non è riservata a pochi eletti destinati agli altari, ma «è la vocazione di noi tutti».

Fonte: La bussola quotidiana

mercoledì 16 febbraio 2011

Le parole dei santi



"Del gran mezzo della preghiera"
di S. Alfonso M. de'Liguori

Atti dopo la comunione (cap. IV)

Il tempo dopo la Comunione è tempo prezioso per guadagnare tesori di grazie, poiché in quel momento gli atti e le preghiere, essendo l'anima unita con Gesù Cristo, hanno altro merito e valore che fatti in altro tempo. Scrive S. Teresa che in quel momento il Signore sta nell'anima come in trono di misericordia e le dice: Figlia, chiedimi quel che vuoi: a questo fine io sono venuto in te per farti bene. Quali favori speciali ricevono coloro che si trattengono a parlare con Gesù Cristo, dopo la Comunione! Il P. Giovanni d'Avila dopo la Comunione non lasciava mai di trattenersi due ore in preghiera . E S. Luigi Gonzaga se ne stava tre giorni a ringraziare Gesù Cristo. Fai dunque i seguenti atti e procurati in tutto il resto del giorno di proseguire con affetti e preghiere a mantenerti unito con Gesù che hai ricevuto.


"Ecco, Gesù mio, già sei venuto! Ora stai dentro di me e già ti sei fatto tutto mio. Sii il benvenuto, amato mio Redentore! lo ti adoro e mi getto ai tuoi piedi, ti abbraccio, ti stringo al mio cuore e ti ringrazio d'esserti degnato di entrare nel mio cuore. O Maria, o Santi avvocati, o Angelo mio custode ringraziatelo voi per me. O divino mio Re, sei venuto a visitarmi con tanto amore: ti dono la mia volontà, la mia libertà e tutto me stesso. Tutto a me ti sei donato; io tutto a te mi dono. Non voglio più esser mio; da oggi in poi voglio esser tuo e tutto tuo. Voglio che l'anima mia sia tutta tua, il mio corpo, le mie potenze, i miei sensi, affinché tutti s'impieghino nel servirti e nel farti piacere. A te consacro tutti i miei pensieri, i miei desideri, gli affetti, tutta la mia vita. Basta Gesù mio, quanto ti ho offeso; la vita che mi resta, voglio spenderla tutta nell’amare te che mi hai tanto amato.

Accetta, o Dio dell'anima, il sacrificio che ti fa questo misero peccatore che altro non desidera che amarti e compiacerti. Fai in me e disponi di me e di tutte le cose mie come ti piace. Il tuo amore distrugga tutti gli affetti che ti dispiacciono, affinché io sia tutto tuo, e viva solo per piacere a te.
Non cerco beni terreni, né piaceri, né onori; dammi, ti prego, per i meriti della tua Passione, o Gesù mio, un continuo dolore dei miei peccati; dammi la tua luce, che mi faccia conoscere la vanità dei beni mondani e il merito che tu hai d'essere amato. Distoglimi dall’attaccamento ai beni della terra e legami tutto al tuo santo amore, affinché la mia volontà altro non voglia se non quello che vuoi tu. Dammi pazienza e rassegnazione nelle infermità, nella povertà e in tutte le cose contrarie al mio amor proprio. Dammi mansuetudine verso chi mi disprezza. Dammi una santa morte. Dammi il tuo santo amore. E sopra tutto ti prego di donarmi la perseveranza nella tua grazia fino alla morte. O Eterno Padre, Gesù tuo figlio mi ha promesso che mi darai tutto ciò che ti domando in suo nome. In nome dunque e per i meriti di tuo Figlio ti domando il tuo amore e la santa perseveranza, affinché un giorno venga ad amarti con tutta la tua misericordia, sicuro di non avere più a separarmi da te.
O Maria Santissima, Madre e speranza mia ottienimi le grazie che desidero; ed ottienimi che io molto ti ami, mia Regina, e sempre mi raccomandi a te in tutti i miei bisogni."

La liturgia nel pensiero di Joseph Ratzinger


Riflessioni del Card. Joseph Ratzinger tratte dal libro “Il sale della terra”, Ed. San Paolo, pp. 199-202


"Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più "piatta".

In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità. [...]

Personalmente ritengo che si dovrebbe essere più generosi nel consentire l'antico rito a coloro che lo desiderano. Non si vede proprio che cosa debba esserci di pericoloso o inaccettabile. Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive? [...] Purtroppo da noi c'è una tolleranza quasi illimitata per le modifiche spettacolari e avventurose, mentre praticamente non ce n'è per l'antica liturgia. Così siamo sicuramente su una strada sbagliata.


Fonte: Cordialiter

martedì 15 febbraio 2011

Il celibato sacerdotale nell'insegnamento dei Pontefici. Benedetto XVI e la "Sacramentum caritatis"




Benedetto XVI e la "Sacramentum caritatis"

Da una conferenza tenuta ad Ars dal cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, pubblichiamo la parte relativa a Papa Ratzinger..

di MAURO PIACENZA

L'ultimo Pontefice, che prendiamo in esame, è quello felicemente regnante, Benedetto XVI, il cui iniziale magistero sul celibato sacerdotale non lascia dubbio alcuno, sia sulla validità perenne della norma disciplinare, sia, soprattutto e antecedentemente, sulla sua fondazione teologica e particolarmente cristologico-eucaristica.
In particolare, il Papa ha dedicato al tema del celibato un intero numero dell'esortazione apostolica postsinodale, Sacramentum caritatis, del 22 febbraio 2007. In esso leggiamo: "I padri sinodali hanno voluto sottolineare che il sacerdozio ministeriale richiede, attraverso l'ordinazione, la piena configurazione a Cristo.

Pur nel rispetto della differente prassi e tradizione orientale, è necessario ribadire il senso profondo del celibato sacerdotale, ritenuto giustamente una ricchezza inestimabile, e confermato anche dalla prassi orientale di scegliere i vescovi solo tra coloro che vivono nel celibato e che tiene in grande onore la scelta del celibato operata da numerosi presbiteri. In tale scelta del sacerdote, infatti, trovano peculiare espressione la dedizione che lo conforma a Cristo e l'offerta esclusiva di se stesso per il Regno di Dio.

Il fatto che Cristo stesso, sacerdote in eterno, abbia vissuto la sua missione fino al sacrificio della croce nello stato di verginità costituisce il punto di riferimento sicuro per cogliere il senso della tradizione della Chiesa latina a questo proposito. Pertanto, non è sufficiente comprendere il celibato sacerdotale in termini meramente funzionali. In realtà, esso rappresenta una speciale conformazione allo stile di vita di Cristo stesso.

Tale scelta è innanzitutto sponsale; è immedesimazione con il cuore di Cristo Sposo che dà la vita per la Sua Sposa. In unità con la grande tradizione ecclesiale, con il concilio Vaticano II e con i Sommi Pontefici miei predecessori, ribadisco la bellezza e l'importanza di una vita sacerdotale vissuta nel celibato come segno espressivo della dedizione totale ed esclusiva a Cristo, alla Chiesa e al Regno di Dio, e ne confermo quindi l'obbligatorietà per la Tradizione latina. Il celibato sacerdotale vissuto con maturità, letizia e dedizione è una grandissima benedizione per la Chiesa e per la stessa società" (n. 24).

Come è facile notare, l'esortazione apostolica Sacramentum caritatis moltiplica gli inviti affinché il sacerdote viva nell'offerta di se stesso, fino al sacrificio della croce, per una dedizione totale ed esclusiva a Cristo.

Particolarmente rilevante è il legame, che l'esortazione apostolica ribadisce, tra celibato ed Eucaristia; se tale teologia del magistero sarà recepita in modo autentico e realmente applicata nella Chiesa, il futuro del celibato sarà luminoso e fecondo, perché sarà un futuro di libertà e di santità sacerdotale. Potremmo così parlare non solo di "natura sponsale" del celibato, ma della sua "natura eucaristica", derivante dall'offerta che Cristo fa di se stesso perennemente alla Chiesa, e che si riflette in modo evidente nella vita dei sacerdoti.

Essi sono chiamati a riprodurre, nella loro esistenza, il sacrificio di Cristo, al quale sono stati assimilati in forza dell'ordinazione sacerdotale.

Dalla natura eucaristica del celibato ne derivano tutti i possibili sviluppi teologici, che pongono il sacerdote di fronte al proprio ufficio fondamentale: la celebrazione della santa messa, nella quale le parole: "Questo è il mio Corpo" e "Questo è il mio Sangue" non determinano soltanto l'effetto sacramentale loro proprio, ma, progressivamente e realmente, devono modellare l'oblazione della stessa vita sacerdotale. Il sacerdote celibe è così associato personalmente e pubblicamente a Gesù Cristo. Lo rende realmente presente, divenendo egli stesso vittima, in quella che Benedetto XVI chiama: "La logica eucaristica dell'esistenza cristiana".

Quanto più si recupererà, nella vita della Chiesa, la centralità dell'Eucaristia, degnamente celebrata e costantemente adorata, tanto più grande sarà la fedeltà al celibato, la comprensione del suo inestimabile valore e, mi si consenta, la fioritura di sante vocazioni al ministero ordinato.
Nel discorso in occasione dell'udienza alla Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi, il 22 dicembre 2006, Benedetto XVI affermava ancora: "Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: "Dominus pars mea - Tu, Signore, sei la mia terra".

Può essere solo teocentrico. Non può significare rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, e imparare poi, grazie ad un più intimo stare con Lui, a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita, che solo a partire da Dio ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio e alla famiglia, significa che io accolgo e sperimento Dio come realtà e perciò posso portarLo agli uomini".

Solo l'esperienza dell'"eredità", che il Signore è per ciascuna esistenza sacerdotale, rende efficace quella testimonianza di fede che è il celibato.

Come lo stesso Benedetto XVI ha ribadito nel discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per il Clero, il 16 marzo 2009, esso è: "Apostolica vivendi forma (...) partecipazione ad una "vita nuova" spiritualmente intesa, a quel nuovo "stile di vita" che è stato inaugurato dal Signore Gesù ed è stato fatto proprio dagli Apostoli".

L'Anno sacerdotale recentemente concluso ha visto vari interventi del Santo Padre sul tema del sacerdozio, in particolare nelle catechesi del mercoledì, dedicate ai tria munera, e in quelle in occasione dell'inaugurazione e della chiusura dell'Anno sacerdotale e delle ricorrenze legate a san Giovanni Maria Vianney. Particolarmente rilevante è stato il dialogo del Papa con i sacerdoti, durante la grande veglia di chiusura dell'Anno sacerdotale, quando, interrogato sul significato del celibato e sulle fatiche, che si incontrano per viverlo nella cultura contemporanea, egli ha risposto, partendo dalla centralità della celebrazione eucaristica quotidiana nella vita del sacerdote, che, agendo in Persona Christi, parla nell'"Io" di Cristo, divenendo realizzazione della permanenza nel tempo dell'unicità del Suo sacerdozio, aggiungendo: "Questa unificazione del Suo "Io" con il nostro implica che siamo tirati anche nella Sua realtà di Risorto, andiamo avanti verso la vita piena della risurrezione (...) In questo senso il celibato è una anticipazione. Trascendiamo questo tempo e andiamo avanti, e così tiriamo noi stessi e il nostro tempo verso il mondo della risurrezione, verso la novità di Cristo, verso la nuova e vera vita".

È così sancita, dal magistero di Benedetto XVI, la relazione intima tra dimensione eucaristica-fontale e dimensione escatologica anticipata e realizzata del celibato sacerdotale. Superando d'un sol colpo ogni riduzione funzionalistica del ministero, il Papa lo ricolloca nella sua ampia e alta cornice teologica, lo illumina ponendone in evidenza la costitutiva relazione, dunque, con la Chiesa e ne valorizza potentemente tutta la forza missionaria derivante proprio da quel "di più" verso il Regno che il celibato realizza. In quella medesima circostanza, con profetica audacia, Benedetto XVI ha affermato: "Per il mondo agnostico, il mondo in cui Dio non c'entra, il celibato è un grande scandalo, perché mostra proprio che Dio è considerato e vissuto come realtà. Con la vita escatologica del celibato, il mondo futuro di Dio entra nelle realtà del nostro tempo".

Come potrebbe la Chiesa vivere senza lo scandalo del celibato? Senza uomini disposti ad affermare nel presente, anche e soprattutto attraverso la propria carne, la realtà di Dio? Tali affermazioni hanno avuto compimento e, in certo modo, coronamento nella straordinaria omelia pronunciata a chiusura dell'Anno sacerdotale nella quale il Papa ha pregato perché, come Chiesa, siamo liberati dagli scandali minori, perché appaia il vero scandalo della storia, che è Cristo Signore.

(©L'Osservatore Romano - 14-15 febbraio 2011)

Le parole dei santi


Atto di confidenza

«Mio Signore e Dio, sono così convinto che Tu hai cura di tutti quelli che sperano in Te e che niente può mancare a coloro che aspettano tutto da Te, che ho deciso, per l’avvenire, di vivere senza alcuna preoccupazione e di riversare su di Te ogni mia inquietudine».

San Claudio de la Colombière

Georg Ratzinger: casa è dove c'è mio fratello


di Angela Ambrogetti
12 Febbraio 2011

intervista al fratello del Papa

La Musica Sacra è anche oggi una occasione per avvicinarsi al mondo della musica in assoluto. 
Parola di monsignor Georg Ratzinger, fratello di papa Benedetto XVI, per decenni direttore del coro dei Passerotti del Duomo di Ratisbona. Lo scorso 25 ottobre è stato insignito del Premio "Fondazione pro musica ed arte sacra", legato al Festival internazionale di Musica ed Arte sacra dedicato a papa Benedetto nel V anno di Pontificato.

Georg Ratzinger viene spesso a Roma. Nei giorni scorsi è stato operato alle ginocchia ed ora affronta con il solito buon umore e disciplina la terapia riabilitativa, preparandosi a tornare a Roma appena possibile per rivedere il fratello. Un legame profondo quello tra i due fratelli. Così come lo racconta al mensile statunitense Inside the Vatican lo stesso monsignor Georg Ratzinger in un incontro personale.


Qual è il primo ricordo del “fratellino”?

E’ difficile rispondere e ricordare. Della nascita ricordo poco, eravamo piccoli e anche al battesimo non ero presente perché è stato battezzato subito, e noi fratelli più grandi non siamo andatiperchè era tanto freddo. Poi nella vita quotidiana è arrivato questo bambino tanto piccolo e sinceramente non sapevo molto che fare con questo bimbo così piccolo.

Poi quando siamo un po’ cresciuti eravamo i due maschi e abbiamo giocato molto insieme e fatto tante cose insieme. Cero all’inizio ero legato più con mia sorella perché eravamo i due figli maggiori, in casa, però con gli anni si è costruito un contatto più intenso con il fratello piccolo. Noi due costruivamo insieme il presepe, e poi tra i giochi più frequenti c’erano giochi spirituali, noi lo chiamiamo il “gioco del parroco” e lo facevamo noi due, nostra sorella non partecipava. Si celebrava la messa e avevamo delle casule fatte dalla sarta della mamma proprio per noi. E uno volta a turno eravamo il ministrante o il chierichetto.

Poi il seminario, e la passione per la liturgia, la musica, lo studio...
E’ stato uno sviluppo continuo. Fin da piccoli abbiamo vissuto con un amore per la liturgia e questo è proseguito via via nel seminario, ma non si è aggiunta la musica fuori della liturgia. E’ stato un tutt’ uno.
In quegli anni e da ragazzi, aveva preoccupazione o timori o speranze per il fratello più piccolo che seguiva la sua stessa strada?
Non c’era nessun motivo di preoccuparsi. Mi sono sempre interessato di quello che faceva dei suoi progetti, ma serenamente.

Dopo la prima Messa?

Per tre anni siamo stati separati perché nel 1947 Joseph è andato a Monaco e nel 1950 ci siamo ritrovati a Frisinga. Dopo l’ordinazione dal novembre del 1951 ad ottobre 1952 stavamo in parrocchie confinanti e c’era in mezzo solo un parco a Monaco. Io avevo la chiesa di San Ludwig e Joseph al Preziossismo Sangue.

E’ vero che soprattutto Joseph ha accettato di diventare professore a Bonn anche in vista della utilità della famiglia. Nel 1955 i nostri genitori si sono trasferiti da lui a Frisinga e nel 1956 si è aggiunta anche nostra sorella, e così quando io ero libero ho sempre raggiunto la famiglia a Frisinga. Il fratellino era il riferimento per tutti, non era un problema per noi tutti.

E quando è divenuto vescovo e cardinale?

Prima siamo stati separati mentre Joseph era a Bonn, a Münster e Tubinga. Poi alla fine ci siamo ritrovati a Ratisbona, io a dirigere i Domspatzen e mio fratello all’università. E’ stato un periodo molto bello ed intenso, noi tre fratelli eravamo riuniti. Certo con la nomina e il trasferimento a Monaco, ma la distanza non era tanta, era piuttosto la mancanza di tempo che ci teneva lontani perché Joseph era impegnato come vescovo e cardinale.

E il trasferimento a Roma?

In effetti è stata un po’ come una perdita quando si sono trasferiti a Roma, anche perché sapevo che era una grande responsabilità per mio fratello e sapevo che avremmo avuto pochi contatti.
Tre volte l’anno io andavo a Roma, soprattutto l’estate, e a Natale i miei fratelli venivano da me, nella sua casa a Pentling e ci teneva molto, quella era proprio casa sua. Ma soprattutto c’erano degli appuntamenti fissi per vedersi, come per l’Ascensione, quando mio fratello veniva per il ritiro spirituale e poi rimaneva qualche giorno a Pentling. Ad agosto andavamo in vacanza insieme, a Bad Hofgastein, a Bressanone, a Linz.

Nel periodo in cui eravate lontani c’è un episodio particolare che Joseph raccontava?

Il momento sempre più bello era l’arrivo del cardinale che tornava nel suo paese. Atterrava a Monaco, lo andava a prendere il sig. Künel, e quando ero ancora direttore del Coro, veniva per una cena solenne. Questo segnava l’inizio delle vacanze ed era molto bello. e poi dopo che sono andato in pensione questa cena si svolgeva nella Lutzgasse, dove vivo tuttora. Era un vero rito di accoglienza anche se non c’era una esibizione del coro. E si faceva sempre una cena di cose scelte che gli piacevano particolarmente.

E ora il Papa come lo accoglie a Roma? C’è un rito?

E’ sempre un momento molto festoso e solenne quando si scende dall’aereo. All’aeroporto mi vengono a prendere con la macchina sotto la stiva, con le auto della polizia. Tutti sono molto gentili, e io posso entrare in macchina e mi portano subito qui. E allora penso a tutti quelli che devono trovare un mezzo pubblico e i problemi con le valigie io invece arrivo solennemente…
E’ sempre un’accoglienza gioiosa da parte delle memores, i segretari, suor Christine, che rendono l’accoglienza molto bella. Poi vado a visitare mio fratello nella sua stanza. Quello è il nostro primo incontro, ed per me è tornare a casa, in questa situazione familiare con le memores e così via, e con l’incontro con lui, quando ci raccontiamo le ultime novità.
Per me la casa è l’ incontro con mio fratello dovunque sia. E sento che qui la famiglia del papa è diventata anche la mia famiglia.

Qualche ricordo del passato?

Maria completava il trio. Da quando non c’è non c’è più questo trio. Naturalmente la sua presenza richiamava anche la presenza dei nostri genitori. Anche se mancavano lei è sempre stata la persona che ci faceva pensare a loro.

E quando ha saputo la notizia che il fratello è diventato Papa?

Durante il conclave non ho mai pensato che mio fratello potesse diventare papa. Anche altri me lo hanno chiesto, ma io ero sempre convinto che non fosse possibile perché era troppo anziano ormai. Mi ricordavo di papa Giovanni XXIII che era anche un anno più giovane, e poi il collegio dei cardinali si era assottigliato. Papa Pio XII non aveva fatto più cardinali, e quindi c’era anche una scelta ristretta. Ma nel 2005 non era più così, per cui lui non se lo aspettava proprio.
Poi quando è arrivata la notizia la primissima reazione è stata di tristezza, perché ero consapevole del fatto che come papa sarebbe stato trasportato fuori dalla sua vita privata e personale. Ma non sapevo invece che si può mantenere un rapporto molto personale con il papa e incontralo come faccio adesso, con tutti i privilegi che ho ricevuto per arrivare e ripartire. Ho tutte le agevolazioni per incontrare comunque il papa come fratello.

Parlate della Baviera, c’è nostalgia per la terra di origine?

Non c’è una vera e propria nostalgia. Si cresce e si matura. Naturalmente lui si interessa di Regensburg, dei vicini, delle persone che conosce da prima, compagni di studio e così via. Questo gli interessa molto.

C’è una curiosità che abbiamo in molti, il Papa ha ancora dei gatti?

Sì, ci piacciono molto i gatti, quando ci siamo trasferiti a Hufschlag avevamo dei gatti nostri, e altri passavano nel giardino. Ci piacciano i gatti, ma ora ci sono solo quelli di Pentling.

Qual è il suo pensiero più frequente per suo fratello?

Il mio pensiero per lui è che ogni mattina possa avere la salute e la forza, di cui ha bisogno per compiere la sua missione.

Torniamo a parlare di musica: Suonate insieme ora?

Non insieme perché non riesco più a leggere la musica, posso solo suonare a memoria.

E a quattro mani?

Lo facevamo da giovani, ma non molto.

E il Papa come è come pianista?

Ha sicuramente tanto talento che poi non ha sviluppato molto, perché ha dedicato più tempo ai libri e quando c’ero io suonavo io, e lui era imbarazzato e così non suonava.

Alla fine con monsignor Ratzinger si parla sempre di musica, e anche di educazione alla musica, e di come la musica sacra oggi abbia ancora un valore non solo artistico ma anche didattico.

"Sicuramente è ancora molto importante parlare di "musica sacra" anche oggi. E del resto è anche una occasione per coloro che vivono nei piccoli centri di avere il primo contatto con la musica in assoluto. Spesso la prima conoscenza musicale avviene attraverso la musica sacra." Ci spiega infatti il fratello del papa che "è importante per chi si occupa di musica sacra, far scoprire il senso stesso della musica. E la musica sacra rende la liturgia più comunicativa anche più gioiosa e quindi tanto più bella e per questo ha un enorme valore." Poi un esempio concreto: " Mi ricordo di un grandissimo basso Walter Berry la cui voce meravigliosa è stata scoperta perché cantava nel coro della sua parrocchia, e così ha iniziato la sua carriera."

Nonostante i suoi 87 anni e gli occhi stanchi, Georg Ratzinger conserva il fresco entusiasmo di un ragazzo quando si parla di musica, e quando gli chiedo se il fratello oggi pontefice suona bene, risponde " Certo ha molto talento!" E si dispiace di non poter più suonare insieme a lui.

Fonte: www.angelambrogetti.org

lunedì 14 febbraio 2011

La Madonna che scioglie i nodi


Secondo la tradizione, questa immagine è stata ispirata da una meditazione di Sant’Ireneo sul peccato originale. Dice egli, infatti, «Eva, con la sua disubbidienza, fece il nodo della disgrazia per il genere umano; Maria invece, con la sua obbedienza, lo sciolse...»

«Maria che scioglie i nodi» è senz’altro una devozione utile per affrontare le situazioni bloccate o inestricabili, per le quali spesso non vediamo una soluzione. Affidiamo dunque i nodi della nostra vita, le nostre preoccupazioni e le nostre sofferenze a Maria e chiediamo alla Madre di Dio di scioglierli.

Possiamo essere fiduciosi che le nostre preghiere saranno ascoltate, perché Gesù stesso ce lo ha promesso: «Chiedete e riceverete, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto (...); tutto quello che chiederete al Padre mio, nel mio nome, ve lo concederà».

Così, bussando umilmente alla porta del cielo, chiedendo a Maria Vergine di intercedere presso Dio per tutte le nostre necessità, per mezzo della devozione a Maria che scioglie i nodi, la Madre di Dio andrà in soccorso a quanti la onorano con sincera devozione, e a quelli che patiscono gli effetti della dilagante immoralità, le famiglie rovinate o in difficoltà; ai ragazzi a rischio di traviarsi, alle anime in tremenda solitudine, a quelli che hanno grande bisogno di pace ed armonia interiore.

Pregando Maria che scioglie i nodi potremo trovare soluzione ai tanti mali che ci affliggono, alle situazioni più ingarbugliate. E aiutando a portare ad altri la devozione a Maria che scioglie i nodi, oltre ad onorarla, diventeremo anche apostoli della Madre di Dio.

Fonte: Spunti, Luci sull'est - feb. 2011

Nuove chiese. Il Vaticano boccia i vescovi italiani




Su "L'Osservatore Romano" il cardinale Ravasi e l'"archistar" Paolo Portoghesi criticano i nuovi edifici sacri costruiti in Italia col patrocinio della conferenza episcopale. Perché rompono con la tradizione e deformano la liturgia. Un commento di Timothy Verdon

di Sandro Magister






ROMA, 14 febbraio 2011 – Le tre immagini qui sopra accostate raffigurano l'una un particolare della porta in legno della basilica romana di Santa Sabina, del secolo V; un'altra l'interno della chiesa di Santo Stefano Rotondo a Roma, anch'essa del V secolo; e un'altra ancora lo schizzo di una chiesa inaugurata a Milano nel 1981, la parrocchia di Dio Padre.

La domanda è d'obbligo: edifici moderni come il terzo sopra raffigurato sono in continuità o in rottura con la tradizione architettonica, liturgica e teologica della Chiesa?

Varie chiese moderne sono costruite in forma circolare. Così come è il cerchio a caratterizzare i due esempi antichi di arte sacra sopra riprodotti. Ma basta questo a garantire la continuità con la tradizione?

O bastano i criteri estetici per giudicare la qualità di una nuova chiesa?

In questo inizio d'anno, a Roma e in Italia la polemica è esplosa vivace. E non soltanto tra gli specialisti. È entrato in campo "L'Osservatore Romano", il quotidiano della Santa Sede, che in ripetuti interventi ha criticato severamente alcuni dei più celebrati esempi di nuova architettura sacra patrocinati dall'episcopato italiano.

*

Ha cominciato il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio per la cultura, con una "lectio magistralis" alla facoltà di architettura dell'università "La Sapienza" di Roma riprodotta integralmente dal giornale vaticano del 17-18 gennaio.

Ravasi ha calato fendenti su quelle chiese moderne "nelle quali ci si trova sperduti come in una sala per congressi, distratti come in un palazzetto dello sport, schiacciati come in uno sferisterio, abbrutiti come in una casa pretenziosa e volgare".

Niente nomi. Ma il 20 gennaio, di nuovo su "L'Osservatore Romano", l'architetto Paolo Portoghesi ha preso esplicitamente di mira le tre chiese vincitrici del concorso nazionale indetto dalla conferenza episcopale italiana nel 2000, realizzate a Foligno da Massimiliano Fuksas, a Catanzaro da Alessandro Pizzolato e a Modena da Mauro Galantino.

Portoghesi è lui stesso un "archistar" di fama mondiale: la Grande Moschea di Roma porta la sua firma. Da tempo critica alcune delle nuove chiese costruite da architetti di grido col plauso delle gerarchie. Tra le più famose e discusse si possono citare quella di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo, sulla tomba di Padre Pio, e quella di Richard Meier nel quartiere romano di Tor Tre Teste.

Questa volta, su "L'Osservatore Romano", Portoghesi se la prende soprattutto con la chiesa di Gesù Redentore a Modena, ideata da Galantino. Ne riconosce i pregi estetici, l'armonia dei volumi, la pulizia razionalista. Riconosce anche l'intenzione dell'architetto di "dare maggior dinamismo all'evento liturgico".

Poi però chiede: "Dove sono i santi segni che rendono riconoscibile la chiesa?". All'esterno – osserva – nessuno, a parte le campane "che però potrebbero trovarsi anche in un municipio". Mentre all'interno "il ruolo iconologico è affidato a un 'orto degli ulivi' sistemato dietro l'altare in un esiguo cortiletto e alle 'acque del Giordano' ridotte a un canaletto di acqua stagnante stretto tra due muri che termina nel battistero".

Ma il peggio, a giudizio di Portoghesi, appare durante la celebrazione della messa:

"La comunità dei fedeli è divisa in due schiere contrapposte con al centro un grande vuoto ai cui due estremi si collocano l'altare e l'ambone. Le due schiere contrapposte e il vagare dei celebranti tra i due poli mettono in crisi non solo la tradizionale unità della comunità orante ma anche quella che è stata la grande conquista del concilio Vaticano II, l'immagine assembleare del popolo di Dio in cammino. Perché ci si guarda in faccia? Perché non si guarda insieme verso i luoghi fondamentali della liturgia e l'immagine del Cristo? Perché i luoghi della liturgia, l'altare e l'ambone, sono contrapposti anziché affiancati? Imprigionati nei banchi, divisi in settori come le coorti di un esercito, i fedeli sono costretti, rimanendo immobili, a cambiare la direzione dello sguardo ora a destra ora a sinistra. La figura del Crocifisso è collocata dalla parte dell'altare e in corrispondenza della schiera di sinistra, con l'inevitabile conseguenza di non essere raggiungibile dallo sguardo di molti dei fedeli se non a rischio di torcicollo".

Portoghesi cita frasi di Benedetto XVI e così prosegue:

"È da augurarsi che questi puntuali interventi dalla cattedra di San Pietro facciano capire a liturgisti e architetti che la rievangelizzazione passa anche attraverso le chiese con la 'c' minuscola e richiede sì lo sforzo creativo dell'innovazione, ma anche un'attenta considerazione della tradizione, che è sempre stata non pura conservazione, ma consegna di un'eredità da mettere a frutto".

E conclude:

"La nuova chiesa di Modena è la dimostrazione lampante del fatto che la qualità estetica dell'architettura non basta per fare di uno spazio una vera chiesa, un luogo in cui i fedeli siano aiutati a sentirsi pietre viventi di un tempio di cui Cristo è la pietra angolare".

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A queste critiche hanno replicato, sul "Corriere della Sera" dell'8 febbraio, sia l'architetto Galantino, sia il vescovo Ernesto Mandara, responsabile delle nuove chiese nella diocesi di Roma.

Galantino ha difeso le proprie scelte architettoniche, sostenendo di aver voluto disporre i fedeli "come intorno al tavolo, ricostruendo idealmente l'ultima cena". E ha ricordato di di aver maturato le sue riflessioni negli anni Ottanta a Milano, con il cardinale Carlo Maria Martini.

Anche il vescovo Mandara ha difeso l'operato suo e della conferenza episcopale italiana:
"Probabilmente se guardiamo al passato troviamo esempi di costruzioni non riuscite che danno ragione al cardinale Ravasi, ma dei risultati degli ultimi anni sono profondamente soddisfatto. Le chiese realizzate esprimono molto bene sia il senso del sacro sia quello dell’accoglienza".

Il 9 febbraio "L'Osservatore Romano" ha riportato entrambe le dichiarazioni di Galantino e Mandara. Ma ha ridato anche la parola a Portoghesi, il quale ha detto:

"Dopo il Concilio ci sono state molte fughe in avanti, in diverse direzioni. La chiesa ha perso specificità, è diventata un edificio come gli altri. La riconoscibilità, invece, è un fatto fondamentale, una tappa di quella ricristianizzazione dell’occidente di cui parla il papa. Quanto all'orientamento della preghiera liturgica, il popolo di Dio in cammino verso la salvezza non può essere statico, si muove verso una direzione; l’ideale sarebbe orientare la chiesa a est, dove il sole nasce. Non dobbiamo aver paura di quella modernità che la Chiesa stessa ha contribuito a creare; ogni generazione ha il dovere di rileggere i contenuti del passato, ma considerando la tradizione come un elemento di forza a cui attingere".

Non solo. Lo stesso 9 febbraio e il giorno successivo "L'Osservatore Romano" è tornato sul tema con due dotti interventi di due esperti, entrambi finalizzati a mostrare i caratteri distintivi della tradizione architettonica delle chiese cristiane.

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Il primo dei due interventi è di Maria Antonietta Crippa, ordinario di architettura al Politecnico di Milano.

Essa mostra come la preminenza data dall'architettura cristiana alle chiese a forma di croce latina si ispira sia alla classicità (Vitruvio con l'analogia tra le proporzioni del corpo e del tempio) sia soprattutto alla visione della Chiesa come corpo di Cristo, e di Cristo crocifisso.

Ma assieme al quadrato, anche il cerchio entra in questa tradizione architettonica. Secondo gli autori medievali, le chiese cristiane "hanno forma di croce per mostrare che il popolo cristiano è crocifisso al mondo; oppure di cerchio per simbolizzare l'eternità".

O anche di croce e di cerchio insieme. Come è avvenuto nel Cinquecento col prolungamento della navata della nuova basilica di San Pietro, inizialmente a pianta centrale nel progetto di Michelangelo.

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Il secondo e ancor più mirato intervento, su "L'Osservatore Romano" del 10 febbario, è di Timothy Verdon, americano, storico dell'arte e sacerdote, professore a Princeton e direttore dell'ufficio per l'arte sacra dell'arcidiocesi di Firenze.

E mostra come le prime grandi chiese a Roma furono costruite, nel secolo IV, proprio assumendo in chiave cristiana due modelli dell'architettura classica: quello longitudinale delle basiliche e quello circolare, a pianta centrale.

A Gerusalemme, la chiesa del Santo Sepolcro edificata dall'imperatore Costantino associa entrambi i modelli. Ma anche a Roma la prima grande chiesa a pianta centrale, quella di Santo Stefano Rotondo del secolo V sorge entro un grande cortile rettangolare.

In ogni caso, le chiese a pianta centrale non sono prive di orientamento, né tanto meno fanno sì che l'assemblea dei fedeli si ripieghi su se stessa. I fedeli vi entrano come in un cammino di iniziazione, fino alla colonna di luce che è al centro dell'edificio e che è Cristo "lux mundi".

Quel Cristo che nel coevo portale di Santa Sabina appare al centro del cerchio celeste e riceve la preghiera "orientata" della donna al di sotto di lui, la Chiesa incoronata come sua sposa.

Questa è la grande tradizione architettonica, liturgica e teologica delle chiese cristiane. Di ieri, di oggi e di sempre.