sabato 22 aprile 2017

LA NECESSARIA COERENZA DEL MAGISTERO CON LA TRADIZIONE. GLI ESEMPI DELLA STORIA





Sandro Magister (22/04/2017)

I quattro cardinali non sono mai stati da soli con i loro "dubia". Ne è prova ciò che è accaduto a Roma sabato 22 aprile in una sala dell'Hotel Columbus, a pochi passi da piazza San Pietro, dove sei rinomati studiosi laici sono convenuti da altrettanti paesi del mondo per dare voce all'appello che si leva da larga parte del "popolo di Dio" perché sia fatta chiarezza nella confusione suscitata da "Amoris laetitia".

Anna M. Silvas è venuta dall'Australia, Claudio Pierantoni dal Cile, Jürgen Liminski dalla Germania, Douglas Farrow dal Canada, Jean Paul Messina dal Camerun, Thibaud Collin dalla Francia. E l'uno dopo l'altro, nell'arco di un giorno, hanno fatto il punto sulla crisi che il documento di papa Francesco ha prodotto nella Chiesa, a un anno dalla sua pubblicazione.

Settimo Cielo offre ai suoi lettori i testi integrali dei sei interventi, nelle lingue in cui sono stati pronunciati. Ma richiama una speciale attenzione su quello di Claudio Pierantoni, studioso di patrologia e docente di filosofia medievale alla Universidad de Chile, a Santiago, di cui fornisce qui sotto una sintesi.

Pierantoni ripropone i casi di due papi caduti in errore nei primi secoli cristiani, nel pieno delle controversie trinitarie e cristologiche, l'uno condannato "post mortem" da un concilio ecumenico e l'altro indotto a correggersi in vita.

Ma anche oggi – argomenta – c'è un papa che è "vittima", sia pure "poco consapevole", di una diffusa tendenza all'errore che mina i fondamenti della fede della Chiesa. E anche lui è bisognoso di una correzione caritatevole che ridia splendore alla verità.

Pierantoni non è il solo, dei sei, ad aver richiamato le lezioni del passato, antico e recente.

Thibaud Collin, docente di filosofia morale e politica al Collège Stanislas di Parigi, ha ricordato ad esempio l'opposizione di numerosi teologi e interi episcopati all'enciclica di Paolo VI "Humanae vitae", declassata a puro "ideale" e con ciò resa inoperante. E ha mostrato come questa deleteria logica "pastorale" sia tornata oggi in auge con "Amoris laetitia", riguardo al matrimonio indissolubile e presto anche riguardo agli amori omosessuali.

Anna M. Silvas, australiana di rito orientale, studiosa dei Padri della Chiesa e docente alla University of New England, ha invece sottolineato il pericolo che la Chiesa cattolica si inoltri anch'essa sulla strada già percorsa secoli fa dai protestanti e dagli ortodossi verso il divorzio e le seconde nozze: proprio ora – ha aggiunto a sorpresa – che la Chiesa copta sta tornando all'indissolubilità senza eccezioni del matrimonio cristiano.

Su una risposta di papa Francesco ai "dubia", come pure su una sua eventuale "correzione", Anna M. Silvas si è mostrata scettica. Propone piuttosto una "opzione Benedetto" per l'attuale era post-cristiana, ispirata al monachesimo nel crollo dell'età antica, un umile e comunitario "dimorare" presso Gesù e il Padre (Gv 14, 23) nella fiduciosa attesa, fatta di preghiera e lavoro, che cessi la tempesta che sconvolge oggi il mondo e la Chiesa.

Sei voci, sei letture diverse. Tutte profonde e nutrite di "caritas in veritate". Chissà che papa Francesco, almeno, le ascolti.

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di Claudio Pierantoni

In questo intervento esamineremo prima brevemente la vicenda di due papi dell’antichità, Liberio e Onorio, i quali, per diversi motivi, furono accusati di deviare dalla Tradizione della Chiesa, durante la lunga controversia trinitaria e cristologica che impegnò la Chiesa dal IV fino al VII secolo.

Alla luce delle reazioni del corpo ecclesiale di fronte a queste deviazioni dottrinali, esamineremo poi il dibattito attuale che si è sviluppato intorno alle proposte di papa Francesco nell’esortazione apostolica "Amoris laetitia" e ai cinque "dubia" sollevati dai quattro cardinali.

1. Il caso di Onorio

Onorio I fu l’unico papa ad essere stato formalmente condannato per eresia. Siamo nei primi decenni del secolo VII, nel contesto della controversia sulle due volontà di Cristo. Onorio sostenne la dottrina dell’unica volontà in Cristo, o "monotelismo", che fu però poi dichiarata in contrasto col dogma delle due nature, la divina e l’umana, dottrina solidamente fondata sulla rivelazione biblica e solennemente sancita dal Concilio di Calcedonia del 451.

Ecco il testo con cui, nel 681, dopo la sua morte, il terzo Concilio di Costantinopoli, sesto concilio ecumenico, lo condannò assieme al patriarca Sergio:

"Esaminate le lettere dogmatiche scritte da Sergio, a suo tempo patriarca di questa città imperiale,… e la lettera con cui Onorio rispose a Sergio, e constatato che non sono conformi agli insegnamenti apostolici e alle definizioni dei santi concili e di tutti gli illustri santi Padri, e che viceversa seguono le false dottrine degli eretici, le rifiutiamo e le esecriamo come corruttrici".

2. Il caso di Liberio

Liberio fu invece papa in uno dei momenti più delicati della controversia ariana, alla metà del IV secolo. Il suo predecessore, Giulio I, aveva tenacemente difeso la fede stabilita dal Concilio di Nicea del 325, che dichiarava il Figlio consostanziale al Padre. Ma Costanzo, imperatore d’Oriente, appoggiava la posizione maggioritaria dei vescovi orientali, contrari a Nicea, che secondo loro non lasciava spazio alla differenza personale fra il Padre e il Figlio. Fece rapire, depose e spedì in esilio in Tracia il papa, che, dopo circa un anno, finì per cedere.

Liberio rinnegò così la fede di Nicea e giunse a scomunicare Atanasio, che ne era il più significativo difensore. Ormai docile all’imperatore, Liberio ottenne il permesso di rientrare a Roma, dove fu reinsediato come vescovo. Nei mesi che seguirono, tutti i presuli filoariani che avevano fatto carriera grazie al favore di Costanzo consolidarono il loro potere nelle principali sedi episcopali. È questo il momento in cui, secondo la famosa frase di san Girolamo, "il mondo si lamentò di essere diventato ariano". Dei più di mille vescovi che contava la cristianità rimanevano a resistere, in esilio, solo tre irriducibili: Atanasio di Alessandria, Ilario di Poitiers e Lucifero di Cagliari.

Costanzo morì però all'improvviso, nel 361, e salì al trono imperiale Giuliano, poi detto l’Apostata, che impose il ritorno dello Stato romano al paganesimo, cancellò d'un colpo tutta la politica ecclesiastica di Costanzo e permise ai vescovi esiliati di ritornare in patria. Libero da minacce, papa Liberio inviò un’enciclica che dichiarava invalida la formula da lui approvata in precedenza ed esigeva dai vescovi d’Italia l’accettazione del credo di Nicea. Nel 366, in un sinodo celebrato a Roma poco prima di morire, ebbe perfino la gioia di ottenere la firma del credo di Nicea da una delegazione di vescovi orientali. Appena morto fu venerato come confessore della fede, ma presto il suo culto venne interrotto, per il ricordo del suo cedimento.

Nonostante le loro differenze, i due casi di Liberio e di Onorio hanno in comune un'attenuante, ed è il fatto che le rispettive deviazioni dottrinali ebbero luogo quando ancora era in corso il processo di fissazione dei rispettivi dogmi, quello trinitario nel caso di Liberio e quello cristologico nel caso di Onorio.

3. Il caso di Francesco

Invece, la deviazione dottrinale che si sta verificando durante il pontificato attuale ha un'aggravante, perché si contrappone non a dottrine ancora poco chiare, o in via di fissazione, ma a dottrine che, oltre ad essere solidamente ancorate nella Tradizione, sono anche state già esaustivamente dibattute negli scorsi decenni e dettagliatamente chiarite dal magistero recente.

Certo, la deviazione dottrinale in oggetto era già presente negli scorsi decenni e con essa, quindi, anche lo scisma sotterraneo che questa significava. Ma quando si passa da un abuso al livello pratico alla sua giustificazione al livello dottrinale attraverso un testo del magistero pontificio come "Amoris laetitia" e attraverso dichiarazioni e azioni positive dello stesso pontefice, la situazione cambia radicalmente.

Vediamo, in quattro punti, il progresso di questa distruzione del deposito della fede.

Primo

Se il matrimonio è indissolubile, ma pure in alcuni casi si può dare la comunione ai divorziati risposati, sembra evidente che questa indissolubilità non è più considerata assoluta, ma solo una regola generale che può soffrire eccezioni.

Ora questo, come ha ben spiegato il cardinale Carlo Caffarra, contraddice la natura del sacramento del matrimonio, che non è una semplice promessa, sia pure solenne, fatta davanti a Dio, ma un’azione della grazia che agisce al livello propriamente ontologico. Quindi, quando si dice che il matrimonio è indissolubile, non si enuncia semplicemente una regola generale, ma si dice che il matrimonio ontologicamente non può sciogliersi, poiché in esso è contenuto il segno e la realtà del matrimonio indissolubile fra Dio e il suo Popolo, tra Cristo e la sua Chiesa. E questo mistico matrimonio è proprio il fine dell’intero piano divino della creazione e della redenzione.

Secondo

L'autore di "Amoris laetitia" ha scelto di insistere, nella sua argomentazione, piuttosto sul lato soggettivo dell’azione morale. Il soggetto, dice, potrebbe non essere in peccato mortale perché, per diversi fattori, non è ben consapevole che la sua situazione è un adulterio.

Ora questo, che in linea generale può senz’altro accadere, nell’utilizzazione che ne fa "Amoris laetitia" comporta invece un’evidente contraddizione. Infatti, è chiaro che i tanto raccomandati discernimento e accompagnamento delle singole situazioni contrastano direttamente con la supposizione che il soggetto rimanga, a tempo indefinito, inconsapevole della sua situazione.

Ma l'autore di "Amoris laetitia", lungi dal percepire tale contraddizione, la spinge fino all’ulteriore assurdo di affermare che un approfondito discernimento può portare il soggetto ad avere la sicurezza che la sua situazione, oggettivamente contraria alla legge divina, sia proprio ciò che Dio vuole da lui.

Terzo

Il ricorso al precedente argomento, a sua volta, tradisce una pericolosa confusione che, oltre alla dottrina dei sacramenti, arriva ad intaccare la nozione stessa di legge divina, intesa come fonte della legge naturale, rispecchiata nei Dieci Comandamenti: legge data all’uomo perché atta a regolare i suoi comportamenti fondamentali, non limitati a particolari circostanze storiche, ma fondati sulla sua stessa natura, il cui autore è appunto Dio.

Quindi, il supporre che la legge naturale possa soffrire delle eccezioni è una vera e propria contraddizione, è una supposizione che non comprende la sua vera essenza e perciò la confonde con la legge positiva. La presenza di questa grave confusione è confermata dal ripetuto attacco, presente in "Amoris laetitia", contro i legulei, i presunti “farisei” ipocriti e duri di cuore. Questo attacco, infatti, tradisce un completo fraintendimento della posizione di Gesù verso la legge divina, poiché la sua critica al comportamento farisaico si fonda proprio su una chiara distinzione fra legge positiva – i “precetti di uomini” – cui sono tanto attaccati i farisei, e i Comandamenti fondamentali, che sono invece il primo requisito, irrinunciabile, che Lui stesso chiede all’aspirante discepolo. In base a questo equivoco si comprende il vero motivo per cui, dopo aver tanto insultato i farisei, il papa finisce per allinearsi di fatto con la loro stessa posizione a favore del divorzio, contro quella di Gesù.

Ma, ancora più a fondo, è importante osservare che questa confusione snatura profondamente l’essenza stessa del Vangelo e il suo necessario radicamento nella persona di Cristo.

Quarto

Cristo infatti, secondo il Vangelo, non è semplicemente un uomo buono, venuto al mondo a predicare un messaggio di pace e giustizia. Egli è, innanzitutto, il Logos, il Verbo che era nel principio e che, nella pienezza dei tempi, si incarna. È significativo che Benedetto XVI, fin dal suo discorso "Pro eligendo romano pontifice", abbia fatto proprio del Logos il cardine del suo insegnamento, non a caso combattuto a morte dal soggettivismo delle moderne teorie.

Ora, nell’ambito di questa filosofia soggettivista si giustifica uno dei postulati più cari a papa Francesco, secondo il quale “la realtà è superiore all’idea”. Una massima come questa, infatti, ha senso solamente in una visione in cui non possono esistere idee vere, che non solo rispecchino fedelmente la realtà, ma possano anche giudicarla e dirigerla. Il Vangelo, preso nella sua integrità, suppone questa struttura metafisica e gnoseologica, dove la verità è in primo luogo adeguazione delle cose all’intelletto, e l’intelletto è in primo luogo quello divino: appunto, il Verbo divino.

In questa atmosfera si comprende come sia possibile che il direttore del "La Civiltà Cattolica" affermi che è la pastorale, la prassi, che deve guidare la dottrina e non viceversa, e che in teologia “due più due possono fare cinque”. Si spiega perché una signora luterana possa fare la comunione insieme al marito cattolico: la prassi infatti, l’azione, è quella della Cena del Signore, che essi hanno in comune, mentre quello in cui differiscono sono solo “le interpretazioni, le spiegazioni”, meri concetti insomma. Ma si spiega anche come, secondo il superiore generale della Compagnia di Gesù, il Verbo incarnato non sarebbe in grado di mettersi in contatto con le sue creature attraverso il mezzo da lui stesso scelto, la Tradizione apostolica: infatti, bisognerebbe sapere cos’ha veramente detto Gesù, ma non possiamo, dice, “dal momento che non c’era un registratore”.

Ancora più a fondo, in questa atmosfera, si spiega infine come il papa non possa rispondere "sì" o "no" ai "dubia". Se infatti “la realtà è superiore all’idea”, allora l’uomo non ha neanche bisogno di pensare con il principio di non-contraddizione, non ha bisogno di principi che dicano “questo sì e questo no” e neppure deve obbedire a una legge naturale trascendente, che non si identifichi con la stessa realtà. Insomma, l’uomo non ha bisogno di una dottrina, perché la realtà storica basta a se stessa. È il "Weltgeist", lo Spirito del Mondo.

4. Conclusione

Quello che salta all’occhio nella situazione attuale è proprio la deformazione dottrinale di fondo che, pur abile nello schivare formulazioni direttamente eterodosse, manovra tuttavia in modo coerente per portare avanti un attacco non solo contro dogmi particolari come l’indissolubilità del matrimonio e l’oggettività della legge morale, ma addirittura contro il concetto stesso della retta dottrina e, con esso, della persona stessa di Cristo come Logos. Di questa deformazione dottrinale la prima vittima è proprio il papa, che di essa, mi azzardo a ipotizzare, è assai poco consapevole, vittima di un’alienazione generalizzata ed epocale dalla Tradizione, in ampi strati dell’insegnamento teologico.

In questa situazione, i "dubia", queste cinque domande presentate dai quattro cardinali, hanno messo il papa in una situazione di stallo. Se rispondesse rinnegando la Tradizione e il magistero dei suoi predecessori, passerebbe ad essere eretico anche formalmente, quindi non può farlo. Se invece rispondesse in armonia con il magistero precedente, contraddirebbe gran parte delle azioni dottrinalmente rilevanti compiute durante il suo pontificato, quindi sarebbe una scelta molto difficile. Ha scelto quindi il silenzio perché, umanamente, la situazione può apparire senza uscita. Ma intanto, la confusione e lo scisma "de facto" si estendono nella Chiesa.

Alla luce di tutto ciò, si rende quindi più che mai necessario un ulteriore atto di coraggio, di verità e di carità, da parte dei cardinali, ma anche dei vescovi e poi di tutti i laici qualificati che volessero aderirvi. In una situazione così grave di pericolo per la fede e di scandalo generalizzato, è non solo lecita, ma addirittura doverosa una correzione fraterna francamente rivolta a Pietro, per il suo bene e quello di tutta la Chiesa.

Una correzione fraterna non è né un atto di ostilità, né una mancanza di rispetto, né una disobbedienza. Non è altro che una dichiarazione di verità: "caritas in veritate". Il papa, ancor prima di essere papa, è nostro fratello.










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venerdì 21 aprile 2017

DOMANI A ROMA LAICI DI TUTTO IL MONDO DISCUTONO SULL’AMORIS LAETITIA. SOTTO LO SGUARDO DEL VATICANO E DEL PAPA.



Marco Tosatti (21/04/2017)
Domani, a Roma, all’Hotel Columbus, dalle 10 di mattina fino al tardo pomeriggio un gruppo di laici cattolici, provenienti da diverse parti del mondo, esporranno le loro ragioni di perplessità e disagio nei confronti della confusione creata da interpretazioni opposte dell’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”. Starà poi a chi di dovere – a chi ha cioè il compito istituzionale di creare unità e non provocare divisioni nel gregge che gli è stato affidato – decidere cosa fare.

Piacerebbe molto ai tifosi e ai palafrenieri della squadra attualmente al potere nei Sacri Palazzi che dal Convegno – che si intitola “A un anno dall’Amoris Laetitia. Fare Chiarezza” partissero anatemi, ultimatum, imposizioni e date cogenti. Per buttarle, come si dice a Roma, in caciara, e dimostrare che è un raduno di gente ostile al Papa. Resteranno delusi, molto probabilmente; e comunque, anche se così fosse, resterebbe neanche sfiorato il problema centrale: e cioè che il disagio che si avverte, la confusione e la scarsa chiarezza che si percepisce restano, e non basta qualche “balconazo” o qualche bagno di folla plaudente a dissiparlo.

Qui sotto pubblichiamo il comunicato diffuso ieri sera dagli organizzatori. Ma ci sembra opportuno riportare subito quello che ha detto Riccardo Cascioli, direttore de “Il Timone” e de “La Nuova Bussola Quotidiana”, motore dell’appuntamento.

“Ci si aspetta che le ragioni di chi nella Chiesa nutre perplessità ed è preso da disorientamento per certi modi in cui è stata presentata e applicata l’Amoris Laetitia vengano prese seriamente in considerazione innanzitutto dai vertici vaticani. Ciò implica ovviamente che il Papa risponda ai dubia espressigli da alcuni cardinali, i quattro firmatari della lettera oltre a diversi altri”. Cascioli si attende poi che “cessi nella Chiesa la caccia alle streghe, l’intimidazione continua condita di beffarda irrisione, la criminalizzazione di chi – indicato come ‘nemico del Papa’ – osa esprimere perplessità sull’uno o l’altro aspetto della vita ecclesiale”.

Ecco il comunicato.

CONVEGNO DEL 22 APRILE 2017 “FARE CHIAREZZA” SULL’AMORIS LAETITIA/ COMUNICATO NUMERO 4

C’è chi si augura un flop di presenze per poi irridere – conformemente alla propria visione misericordiosa del dibattito ecclesiale – gli organizzatori. C’è chi auspica addirittura una vera e propria dichiarazione di guerra contro papa Francesco, così da chiudere ogni spazio al dissenso interno alla Chiesa, dunque stroncandolo. C’era chi sperava che nessuno, al di fuori dei promotori, parlasse del Convegno, così che il tutto per l’opinione pubblica neanche esistesse.

Auguri, auspici, speranze che sembrano oggettivamente destinate a restare tali. Le presenze si prevede non mancheranno; le dichiarazioni di guerra non ci saranno; il silenzio-stampa sul Convegno è già stato ampiamente ‘infranto’ da media autorevoli, tanto che perfino alcuni siti turiferari tra i più sbracati sono stati costretti in qualche modo a dare la notizia, magari obtorto turibulo.

Nell’ultimo comunicato abbiamo citato ad esempio l’articolo di Philip Willan sul ‘Times’ del 17 aprile (rilanciato e ampliato con la stessa firma su ‘Italian Insider’ del giorno seguente). In questa occasione ci sembra utile citare un paio di considerazioni espresse il 19 aprile da Marco Politi nel suo blog de ‘Il Fatto quotidiano’. Sotto il titolo “Papa Francesco, gli oppositori continuano la guerra sotterranea. Ma Bergoglio rimane impassibile”, Politi esprime le sue riflessioni su quella che ritiene una guerra senza quartiere e senza compromessi in corso nella Chiesa. Riflessioni legittime, su cui è altrettanto legittimo dissentire. Sviluppando il suo ragionamento, il collaudato vaticanista fa poi onestamente una considerazione – a proposito della possibilità della comunione ai divorziati risposati – su cui si può anche essere d’accordo: “Non c’è dubbio che tra la posizione di Giovanni Paolo II, totalmente intransigente su questo punto, e l’atteggiamento pastorale di Francesco la differenza sia netta”.

A poche ore dall’appuntamento romano di sabato 22 presso l’Hotel Columbus (10.00-12.00 e 14.00-16.30), in cui laici di tutto il mondo porteranno la loro testimonianza a proposito dell’esortazione post-sinodale ‘Amoris laetitia’, Riccardo Cascioli (direttore dei due media cattolici promotori, ‘La Nuova Bussola Quotidiana’ e ‘Il Timone’) palesa le proprie aspettative: “Ci si aspetta che le ragioni di chi nella Chiesa nutre perplessità ed è preso da disorientamento per certi modi in cui è stata presentata e applicata l’Amoris laetitia vengano prese seriamente in considerazione innanzitutto dai vertici vaticani. Ciò implica ovviamente che il Papa risponda ai dubia espressigli da alcuni cardinali, i quattro firmatari della lettera oltre a diversi altri”. Cascioli si attende poi che “cessi nella Chiesa la caccia alle streghe, l’intimidazione continua condita di beffarda irrisione, la criminalizzazione di chi – indicato come ‘nemico del Papa’ – osa esprimere perplessità sull’uno o l’altro aspetto della vita ecclesiale”.

Ricordiamo che del Convegno “Fare chiarezza” sull’Amoris laetitia saranno protagonisti laici provenienti da Paesi diversi: Anna M. Silvas dall’Australia, Claudio Pierantoni dal Cile, Jűrgen Liminski dalla Germania (tutti e 3 tra le 10.00 e le 12.00), Douglas Farrow dal Canada, Jean-Paul Messina dal Camerun, Thibaud Collin dalla Francia (dalle 14.00 alle 16.30).

La cartella-stampa a disposizione dei media conterrà le biografie dei relatori, alcuni articoli sul tema dell’ ‘Amoris laetitia’ apparsi nei media organizzatori, il testo dei dubia inviati da alcuni cardinali a papa Francesco e poi pubblicizzati dopo quasi due mesi, in mancanza di una risposta.

Chi fosse interessato al testo delle relazioni può farne richiesta entro venerdì 21 sera a Giuseppe Rusconi: giusepperusconi1@gmail.com / 392 11 73 677 (il testo sarà inviato sabato mattina presto).
L’ingresso è libero, senza prenotazione. Le relazioni saranno in francese (3), in inglese (2), in italiano (1). E’ prevista la traduzione simultanea.

Per altre informazioni e richieste di interviste rivolgersi per favore a Giuseppe Rusconi: giusepperusconi1@gmail.com, cellulare 392 / 11 73 677.






http://www.marcotosatti.com/2017/04/21/domani-a-roma-laici-di-tutto-il-mondo-discutono-sullamoris-laetitia-sotto-lo-sguardo-del-vaticano-e-del-papa/




Caso per caso, grazia per tutti, coscienza pluralista I semi di Rahner che hanno influenzato il Sinodo



I temi che verranno affrontati nel corso del Convegno internazionale organizzato da La Nuova BQ e Il Timone in programma domani hanno la loro origine nel Sinodo sulla famiglia del 2015. Per questo motivo pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un capitolo del libro scritto da Stefano Fontana in uscita in questi giorni La Nuova Chiesa di Karl Rahner edito da Fede e cultura.


di Stefano Fontana (21/04/2017)

Durante il lungo periodo sinodale sulla famiglia caratterizzato dal Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e da quello ordinario dell’ottobre 2015 si sono potuti verificare molti elementi derivati da una impostazione rahneriana delle cose. Rahner, in altre parole, ancorché morto nel 1984, è stato presente al Sinodo. Si potrebbe anche dire che le notevoli contrapposizioni che sono emerse durante i due Sinodi derivano dallo scontro tra l’area della teologia rahneriana e la controparte.

Elementi fortemente rahneriani erano già emersi nella lezione introduttiva al Sinodo tenuta davanti ai Cardinali da parte del cardinale Walter Kasper nel febbraio 2014. Pensiamo per esempio all’idea che non si possa mai conoscere una situazione oggettiva e pubblica di peccato, quale è appunto quella dei divorziati risposati. La tesi espressa da Kasper era che non esistono i divorziati risposati, ma questo, quello, quell’altro divorziato risposato. La realtà, quindi, non mostra strutture portanti e universali, ma solo situazioni uniche individuali. Questo modo di vedere è di origine nominalistica dato che proprio questo diceva Guglielmo di Occham nel XIV secolo e divenne anche il modo di vedere di Lutero e della filosofia protestante in genere, in quanto è il modo migliore per separare la ragione dalla fede.

Se non esistono nella realtà strutture universali che la ragione possa conoscere con le proprie forze, essa non potrà salire naturalmente dalle cose a Dio, né la rivelazione potrà servirsi del linguaggio della ragione per farsi capire da tutti. La ragione sarà nominalista, ossia potrà fare esperienza di singole cose alle quali, per somiglianza tra loro, potrà poi anche assegnare un nome comune, ma solo un nome che non si riferisce a nessuna realtà oltre le singole cose. La fede sarà fideista. Dio è onnipotente, è il totalmente Altro, è volontà e non verità. La Veritatis splendor di Giovanni Paolo II dice l’opposto di quanto affermato da Kasper, ma quella enciclica aveva alle spalle una diversa filosofia. Anche per Rahner ci sono solo casi particolari da affrontare uno per uno, perché la realtà del mondo è complessa, non c’è una dottrina che vi si possa applicare e non si può conoscere mai se si è o meno davanti ad una situazione di peccato. Davanti ad una coppia di divorziati risposati la Chiesa deva comprendere, accogliere ed accompagnare con un percorso da farsi caso per caso e adoperando il non ben precisato discernimento. Quanto appunto ha proposto il cardinale Kasper.

Durante la discussione sinodale molti vescovi dissero che anche in una relazione omosessuale è presente la grazia di Cristo. Prima, durante e dopo il Sinodo molti vescovi e cardinali si sono detti favorevoli ad affidare compiti ecclesiali agli omosessuali pur se perseveranti nella loro relazione, e ad appoggiare il riconoscimento delle unioni civili tra persone omosessuali da parte dell’autorità politica. E’ evidente che queste prese di posizione comportano l’abolizione del diritto naturale e della legge morale naturale e non tengono conto della necessità di rispettare la natura e le sue leggi se si vuole piacere alla soprannatura e alla grazia. Dire che la grazia è presente anche in una relazione omosessuale significa dire, con Karl Rahner, che la grazia è data sempre a tutti perché essa viene data al mondo, ove non esistono situazioni al di fuori della grazia di Dio.

A ben vedere, anche l’invito alla parresia fatto ai Padri sinodali presenta una accentuazione rahneriana. Essa significa l’accettazione del pluralismo dentro la Chiesa nel senso della moderna libertà di espressione. Questa concezione della libertà di espressione è però diversa dalla libertà in senso cattolico. La parresia consiste nel coraggio di annunciare la verità, senza timori umani o reverenziali o senza la preoccupazione di salvare il salvabile. Non può significare la libertà di esprimere, in un consesso ecclesiale tanto importante come un Sinodo, idee scandalose per i fedeli o sconcertanti o che insinuano dubbi su fondamentali verità di fede professata. Il mondo è senz’altro pluralista, ma la Chiesa non può esserlo. Ma se la Chiesa fa parte del mondo anche essa sarà pluralista come Rahner continuamente afferma.

Però il punto principale della presenza della teologia rahneriana al recente Sinodo sulla famiglia riguarda l’accesso alla comunione dei divorziati risposati, ossia di persone in stato di peccato pubblico e oggettivo. Se il peccato è visto come la morte ontologica (vale a dire del suo stesso essere) dell’anima, allora non si può pensare che sia possibile ricevere la comunione se prima l’anima non rinasce tramite il sacramento della confessione. Se però si vede la cosa non in senso ontologico ma esistenziale, tutto è reversibile nell’esistenza e quindi è possibile prevedere percorsi esistenziali per cui qualcuno possa accostarsi alla comunione pur rimanendo nella situazione oggettiva di peccato. Qui non c’è più la netta distinzione tra vita e morte, tra bene e male, tra grazia e peccato, tra dogma ed eresia, ma c’è una situazione esistenziale oggetto del nostro discernimento personale ed ecclesiale. Nell’esistenza tutto è convertibile, niente è irrevocabile. Tenuto anche conto di quanto si è già detto, ossia della impossibilità per Rahner di conoscere sia le situazioni oggettive e pubbliche di peccato sia quelle personali. Per lui ci sono le leggi di Dio, ma Dio – egli dice - non è il Dio delle leggi.

Non possiamo poi dimenticare che dal Sinodo sulla famiglia non è emersa nessuna indicazione sulla castità né alcuna indicazione se l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio sia peccato. Giovanni Paolo II è stato ampiamente citato ma non lo è stato su due punti in particolare: il divieto di accedere all’eucarestia per i divorziati risposati e l’esercizio della sessualità fuori del matrimonio, punto ove si decide di accettare o di respingere l’eredità della Humanae Vitae di Paolo VI. Karl Rahner è tra i principali critici di quella enciclica di Paolo VI, anche se certamente non il solo, e per questo si capisce che al Sinodo sulla famiglia del 2014 e 2015 questa pluridecennale opposizione alla morale sessuale dell’enciclica di Paolo VI ha trovato un punto di condensazione importante. Secondo Rahner la Chiesa non deve “moralizzare”, ossia non deve dare precetti, norme, principi, regole, ma deve formare le coscienze. Che essa debba formare le coscienze è certamente vero, ma i precetti di Dio sono soavi e il suo giogo è leggero, ossia le leggi di Dio esprimono il bene dell’uomo e non si contrappongono alla coscienza. I precetti di Dio non sono astratti sicché la coscienza dovrebbe mediarli verso il concreto. Il precetto e la coscienza si corrispondono. La teologia morale di Rahner è diversa da quella della Vertitatis splendor di Giovanni Paolo II e nel Sinodo sulla famiglia è emersa con evidenza.





La nuova bussola quotidiana (21/04/2017)

Nella vigna. Per il Signore. Un convegno per fare chiarezza



scritto da   (21/04/2017)

Se ci pensiamo, c’è qualcosa di paradossale e, nello stesso tempo, di altamente significativo nell’incontro internazionale che sta per aprirsi a Roma sulle perplessità e i disagi nati in numerosi fedeli cattolici a causa di alcuni contenuti di «Amoris laetitia».
L’aspetto paradossale sta nel fatto che i partecipanti, tutti laici, si riuniscono perché vedono nel documento dei vescovi elementi di confusione sotto il profilo sia dottrinale sia pastorale e chiedono che si faccia chiarezza. Abbiamo dunque laici che chiamano in causa i pastori e li mettono in guardia su questioni non secondarie, ma centralissime, per la vita di fede, quali il significato dell’eucaristia, la cogenza della norma generale rispetto al caso particolare, il rapporto tra verità e giustizia, la capacità di distinguere tra bene e male in senso non soggettivo ma oggettivo.

Per dirla con un’immagine forzata ma forse efficace, è come se i passeggeri di un aereo si riunissero per mettere in guardia i piloti circa alcuni problemi fondamentali riguardanti la guida dell’aereo stesso. Il parallelo, lo so, è alquanto grossolano, perché la Chiesa, a differenza di un aereo, non è un posto nel quale si decide di entrare e uscire a piacimento, a seconda delle necessità, e dove il passeggero è semplicemente trasportato. La Chiesa è una comunità di fede, nella quale tutti, «piloti» e «passeggeri», condividono, sia pure a diverso titolo, la responsabilità del «volo». Tuttavia occorre ammettere che ben di rado si vedono laici cattolici riuniti da soli, senza la guida di un cardinale, un vescovo, un monsignore o almeno un semplice prete, per discutere di questioni che riguardano in prima istanza i contenuti fondamentali della fede. E ancora più raro è vedere laici che decidono di uscire allo scoperto per rivolgersi ai pastori con un ammonimento che suona così: «Scusate tanto, ma guardate che secondo noi in ciò che avete prodotto c’è qualcosa che non funziona e che può diventare pericoloso non solo e non tanto in senso astratto, ma proprio per la salvezza delle anime».

Che la situazione abbia un che di paradossale lo si deduce anche dalla lettura della «Christifideles laici», l’esortazione apostolica post-sinodale che nel 1988 il papa Giovanni Paolo II dedicò alla vocazione e alla missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. In quel testo, prendendo spunto dal Concilio Vaticano II, il papa sottolinea con grande decisione che gli operai nella vigna del Signore sono tanti e di diverso tipo, che ognuno ha un ruolo proprio e che quello del laico non è soltanto di supplenza nei confronti del consacrato ma ha un profilo preciso, che ne fa un testimone e un apostolo attivo nel mondo. Tuttavia, leggendo il testo con il pensiero rivolto a quanto sta per accadere a Roma con l’incontro dei laici riuniti sui dubbi sollevati da «Amoris laetitia», ci si accorge che l’ipotesi di laici autoconvocati per tirare la tonaca ai vescovi e per dire loro che si sono messi su una strada pericolosa, non è presa in considerazione. Si parla sì di collaborazione pur in presenza di ruoli diversi e si sottolinea la dignità del ruolo del laico, ma l’idea sottesa al documento è che il laico vada per il mondo portando con fiducia il messaggio elaborato dai pastori. Tanto è vero che in tutto il testo l’eventualità che siano i laici a istruire o quanto meno a richiamare i pastori su questioni di fede è accennata in una sola riga, con queste poche parole: «A loro volta, gli stessi fedeli laici possono e devono aiutare i sacerdoti e i religiosi nel loro cammino spirituale e pastorale».

Ecco perché in quanto sta per avvenire a Roma c’è qualcosa di paradossale. Ma proprio i fattori che rendono l’appuntamento un po’ paradossale sono anche quelli che lo rendono importante. In un momento in cui spesso, anche all’interno della Chiesa, si fa un uso quanto meno superficiale della parola «popolo», ecco che una bella fetta del popolo di Dio prende l’iniziativa e, con tutto il rispetto dovuto ai pastori e con tanto amore per la Chiesa, segnala che su alcune questioni nodali occorre fare chiarezza e che se non lo si farà si andrà incontro a conseguenze pesanti.

A questo proposito, nella «Christifideles laici» Giovanni Paolo II fa riferimento ad alcune espressioni molto pertinenti dell’esortazione «Evangelii nuntiandi» di Paolo VI: «La Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama (cf. Rom 1, 16; 1 Cor 1, 18; 2, 4), cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri. Strati dell’umanità che si trasformano: per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti d’interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza. Si potrebbe esprimere tutto ciò dicendo così: occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo (…). La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture».

Sappiamo che queste parole di Paolo VI troppo spesso sono state usate per favorire un compromesso al ribasso tra Vangelo e cultura. Eppure sono chiare: si parla della necessità di convertire la coscienza personale, di sconvolgere i criterio di giudizio con la forza del Vangelo.

Occorre dire che non siamo abituati a questo linguaggio. Oggi parliamo più volentieri di accoglienza, accompagnamento, discernimento. E va bene. Ma non rischiamo forse di dimenticare che la Verità evangelica irrompe nel mondo per trasformarlo radicalmente e che l’apostolo, consacrato o laico che sia, è al servizio non del mondo e dei suoi dogmi ma di questa forza trasformatrice?

Torno sull’idea di popolo e lo faccio di nuovo con Giovanni Paolo II:  «Operai della vigna sono tutti i membri del Popolo di Dio: i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli laici, tutti ad un tempo oggetto e soggetto della comunione della Chiesa e della partecipazione alla sua missione di salvezza. Tutti e ciascuno lavoriamo nell’unica e comune vigna del Signore con carismi e con ministeri diversi e complementari» («Christifideles laici», n. 55).

Per la Chiesa il popolo è questo: comunità di operai impegnati nella vigna del Signore. Quindi al servizio del Signore, non del mondo.

«A un anno dall’”Amoris laetitia”. Fare chiarezza». L’incontro di Roma si intitola così. Non c’è scritto «contro il papa». Quelli che si riuniscono sono fedeli che, con piena consapevolezza del proprio ruolo e avendo assimilato la lezione del Concilio, si assumono le loro responsabilità di laici, cioè di gente «del popolo», come dice l’etimologia di «laikos». Se e quando, durante i lavori, il pensiero andrà al papa, ci andrà sempre, ne sono più che convinto, per esprimergli amore filiale e tutta la specialissima devozione che ogni figlio della Chiesa nutre per il successore di Pietro.

Aldo Maria Valli













giovedì 20 aprile 2017

La messa è finita. Per mancanza di fede(li)



di Don Claudio Crescimano (19-04-2017)

Sul portone della chiesa di sant’Erasmo, situata su una delle tante isolette della laguna di Venezia, da qualche giorno è affisso un cartello: La messa è sospesa per mancanza di fedeli. Si tratta, evidentemente di una provocazione, ma è anche lo spunto per una riflessione.

Cominciamo anzitutto dalla questione numerica. In quante altre chiese d’Italia potrebbe essere appeso un cartello simile? Molte, moltissime, purtroppo, come tutti sappiamo. La situazione sul territorio nazionale è variegata, ovviamente, ma se in alcune, poche, regioni la percentuale dei praticanti è ancora relativamente alta (ad esempio Lombardia, Veneto, Sicilia) per la gran parte del nostro Paese l’abbandono progressivo della partecipazione alle funzioni religiose è in crescita. Non diciamo niente di nuovo: è l’inevitabile effetto della scristianizzazione in atto da quarant’anni.

Questo dato però non è adeguatamente compreso se non lo si mette in rapporto con un altro dato, in certo modo di segno opposto: anche l’ateismo è in calo. La percentuale di coloro che si dichiarano atei in Italia, dagli anni Settanta ad oggi, è quasi dimezzata. Questo significa che molte persone, specialmente i giovani, non si riconoscono più nel materialismo, ma neppure si riconoscono nell’appartenenza ad una fede religiosa; preferiscono il ‘credo a modo mio’, una spiritualità fluida e non confessionale. In questa scelta, evidentemente, gioca un ruolo fondamentale l’influsso della cultura contemporanea dominata dal soggettivismo e del relativismo, ma non pare sia ininfluente anche la profonda smobilitazione identitaria e culturale del cattolicesimo italiano (e non solo italiano, ovviamente).

Dopo che per decenni si è ripetuto nelle nostre chiese, nei nostri oratori, nei nostri convegni, che il cristiano non deve essere assertivo, che è più importante porre domande che dare risposte, che la fede è una ricerca mai compiuta, una problematicità sempre aperta, che si è cristiani non per ciò che si crede ma per come si agisce, ecco a forza di ripetere ossessivamente questi slogan non c’è poi da meravigliarsi se tanti finiscono per prenderli sul serio e ne tirano le debite conseguenze.

E allora succede che, come accaduto una quindicina di anni fa, uno dei tanti uffici CEI commissioni un sondaggio tra i ragazzi italiani di parrocchia e di oratorio (sondaggio poi pietosamente sepolto in qualche archivio, dato il disastro emerso) e salti fuori ad esempio che, di detti ragazzi, più del sessanta per cento crede alla reincarnazione piuttosto che alla risurrezione! E se le idee sono queste, quanto ci si può aspettare che duri la pratica religiosa di questi ragazzi divenuti adulti? Quando è finita l’età dei campeggi, delle partite all’oratorio e delle schitarrate, chi di questi continua ad andare a messa? Ed ecco che le chiese si svuotano …

Dunque il dato numerico (bassa percentuale di praticanti) ha dietro di sé il dato religioso (bassa intensità della fede) che a sua volta ha dietro di sé il dato ecclesiologico: la Chiesa sta ancora facendo il proprio mestiere? Non ripeteremo mai abbastanza che la Chiesa non si occupa di sociologia o di ecologia, non è un’agenzia umanitaria o di intrattenimento; la Chiesa deve evangelizzare, cioè dire a tutti la verità su Dio e sull’uomo, sulla vita terrena e sull’aldilà. Questa è la Chiesa come l’ha istituita il Signore Gesù, questa è la Chiesa di cui il mondo ha bisogno, questa è la Chiesa che riempie le chiese!

A questo punto, però, andiamo oltre la questione numerica. Il ritorno a Dio dell’uomo contemporaneo, il ritorno all’unico vero Dio, cioè il ‘Dio cattolico’, il solo Dio alla cui presenza cadono gli idoli del nuovo paganesimo edonista che seminano schiavitù ed infelicità, è un’opera assolutamente soprannaturale: il Figlio di Dio fatto uomo, inchiodando la sua umanità sulla croce, ne ha fatto il ponte fra il Cielo e la terra e quindi la via per il ritorno dell’uomo a Dio; come sappiamo, questa immolazione che riconcilia l’uomo con Dio si perpetua sugli altari nella santa messa: per questo ogni messa, celebrata tra le volte di una grande cattedrale, nelle forme più solenni e il più ampio concorso di fedeli, o celebrata nella solitudine di un eremo, ha in sé il medesimo valore dell’unico sacrificio di Cristo, presta alla santissima Trinità un atto infinito di adorazione e di ringraziamento, dona sollievo e liberazione alle anime del purgatorio, riversa incalcolabili grazie sulla Chiesa e sull’umanità, converte i peccatori, santifica i fedeli, sconfigge i demòni.

Non c’è nulla di retorico in tutto questo. Questo è ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e vissuto e praticato. Ci crediamo davvero? Se ci crediamo, allora attenzione ai cartelli che esponiamo… La messa è sospesa per mancanza di fedeli … sicuramente il parroco che lo ha scritto, come i tanti che lo potrebbero scrivere, lo intende nel senso che, data la scarsità di preti da cui siamo afflitti, un sacerdote ‘sottoutilizzato’ in una zona, preferisce lasciare la parrocchia e andare altrove a celebrare la messa, amministrare i sacramenti, predicare e fare catechismo, cioè in un luogo in cui il suo ministero può essere più fruttuoso perché più richiesto.

Sarebbe invece assurdo se quella frase fosse rivelativa di un criterio del tutto mondano secondo il quale se non c’è abbastanza pubblico lo spettacolo non va in scena! La messa non è uno spettacolo rivolto ad un pubblico, ma un atto di culto e di amore a Dio-Trinità che ne è contemporaneamente il protagonista e il destinatario! Il ‘pubblico’ può esserci o non esserci, fisicamente; ma in realtà c’è sempre, poiché ogni liturgia è azione di tutta la Chiesa e anche se celebrata in solitudine da un sacerdote in cima a un monte, lì è presente e agisce il Signore Gesù Cristo e dunque è presente immancabilmente l’intero suo Corpo mistico, la Chiesa del Cielo, quella della terra e quella del Purgatorio.

C’è un mondo invisibile ma realissimo che si affolla intorno al più umile e nascosto altare in cui si rinnova il santo Sacrificio della messa; c’è un fiume incontenibile di grazie che sgorga da esso e di cui il sacerdote è ministro per decreto divino, indipendentemente dal ‘successo’ di pubblico che egli riesca a suscitare nel quartiere o nel paese in cui vive.

Qualunque scelta ‘pastorale’ non può che fondarsi su questa realtà della nostra fede e non può mai prescindere da essa.

(fonte: lanuovabq.it)









La Chiesa sta perdendo il significato dell'Eucaristia Così finisce schiava della cultura moderna



In preparazione del Convegno internazionale di sabato 22 aprile ("Fare chiarezza - A un anno dalla Amoris Laetitia"), pubblichiamo alcuni articoli che affrontano i punti nodali che sono alla base delle opposte interpretazioni che si danno dell'Amoris Laetitia e soprattutto del capitolo VIII (dedicato alle situazione irregolari). Oggi completiamo le riflessioni sull'Eucaristia (qui la prima puntata).



di Riccardo Barile (20/04/2017)

La lavanda dei piedi da parte della Chiesa a tutti gli uomini per accedere all’Eucaristia avviene con il battesimo, con la predicazione della penitenza, con la proposizione della sana dottrina, ecc.: in pratica con una costante e corretta pastorale.

Ma con materna severità anzitutto la Chiesa vieta - ha sempre vietato - di accedere all’Eucaristia in peccato grave o mortale. San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha scritto al riguardo: «Desidero ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ecc.» (n. 36). Sono parole pesanti che costringono la Chiesa di sempre a fare i conti con il Concilio di Trento su questo punto.

Il Concilio di Trento parla più volte dell’Eucaristia in relazione al peccato e con una dottrina molto ricca.

Anzitutto «la santità e la divinità di questo celeste sacramento» esigono di riceverlo con «una grande venerazione e santità» e i fedeli devono «accostarsi rivestiti dell’abito nuziale» (Decreto sul santissimo sacramento dell’Eucaristia dell’11.10.1551, capp. VII-VIII).

Considerando l’Eucaristia come cibo, questa è «l’antidoto con cui essere liberati dalle colpe d’ogni giorno e preservati dai peccati mortali» (Ivi, cap. II). Le colpe di ogni giorno sono le imperfezioni e i peccati lievi, secondo una sentenza di sant’Agostino: «Si adatti alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono (Sic vita laudetur, ut venia postuletur)» (Sermone 19,2).

Considerando la condizione base per accedere all’Eucaristia, si esige un “esame di se stesso” (1Cor 11,28) perché «nessuno consapevole di essere in peccato mortale, per quanto possa ritenersi contrito, si accosti alla santa Eucaristia senza avere premesso la confessione sacramentale» (Ivi, cap. VII). Si condanna che la sola fede sia «preparazione sufficiente» (Ivi, can. 11). Ad oggi il CCC 1385 ribadisce la medesima dottrina.

Considerando l’Eucaristia come sacrificio, in essa «è contenuto e immolato in modo cruento lo stesso Cristo» che si offrì sulla Croce. In questo senso la Messa è il “propiziatorio” dove possiamo trovare grazia (Eb 4,16) e attraverso il quale il Signore «concedendo la grazia e il dono della penitenza, perdona i peccati e le colpe, anche le più gravi (crimina et peccata etiam ingentia dimittit)»(Dottrina e canoni su santissimo sacrificio della Messa del 17.9.1562, cap. II).

Abbiamo sempre iniziato con un “Considerando...” perché le affermazioni vivono nel contesto né è legittimo trasferirle altrove. Così, se è vero che l’Eucaristia rimette tutti i peccati anche gravi, ciò è detto in quanto è relativa al sacrificio di Cristo, mentre se si trasferisce la stessa affermazione alle condizioni per accedervi, si azzera il sacramento della Penitenza e si ammettono tutti alla comunione “così come sono”, mentre al riguardo il Concilio di Trento richiede la purificazione dal peccato grave. E questo trasferimento di contesti oggi talvolta lo si fa, con quali conseguenze ognuno lo può immaginare.

Per quali ragioni la Chiesa prescrive di non accostarsi all’Eucaristia in stato di peccato mortale non confessato?

1. Perché all’Eucaristia si arriva dopo un cammino di conversione.

Dopo l’annunzio del Vangelo, se la risposta è positiva, chi ascolta «si sente chiamato ad abbandonare il peccato» (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti 10) e ad entrare poi nel catecumenato, un itinerario «che implica un progressivo cambiamento di mentalità e di costume» (Ivi, 18,2). Solo avvenuta questa conversione si sarà ammessi all’Eucaristia. Per cui nel tempo successivo «se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione» (Amoris Laetitia 297) e a maggior ragione non può partecipare all’Eucaristia. Solo per ridere: a seguito di questo testo di Amoris Laetitia certi preti e certi vescovi potrebbero celebrare la Messa?

Nell’antichità (sec. III) La Tradizione apostolica (Ippolito) ai capitoli 15-16 dà suggerimenti per accogliere o meno coloro che si presentano per essere fatti cristiani. I suggerimenti concernono l’esame delle condizioni di vita, dei mestieri più o meno leciti e delle situazioni matrimoniali in particolare: i mariti si accontentino delle mogli e viceversa, chi ha una concubina la sposi regolarmente altrimenti sia rimandato, siano rimandati prostitute e invertiti (meretrix vel homo luxuriosus). È chiaro che a questo punto non si pongono più problemi per l’Eucaristia, in quanto vengono risolti molto prima. È chiaro che è storicamente miope chiedere alla Chiesa di oggi di non mettere dei paletti a certi rapporti uomo/donna (e il resto!) in vista dell’Eucaristia: la Chiesa lo faceva già dal III secolo e forse prima in una società dove, come oggi, culturalmente “queste cose” non apparivano poi così gravi.

2. Perché l’Eucaristia è l’incontro santo con il Dio santo.

La già citata Ecclesia de Eucharistia (17 aprile 2003) è il più recente documento completo sull’Eucaristia, in cui san Giovanni Paolo II ne elenca le caratteristiche tenuto conto delle acquisizioni del passato e del presente. L’Eucaristia, con la proclamazione della Parola e sotto forma di convito rituale, «è il sacrificio della Croce che si perpetua dei secoli» e «questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti» (11-12). Con il sacrificio della Croce, l’Eucaristia rende presente «anche il mistero della Risurrezione, in cui il sacrificio trova il suo coronamento» (14). Tutto ciò implica una «specialissima presenza» (15) vera, reale, sostanziale di Cristo, che «attraverso la comunione al suo corpo e al suo sangue, ci comunica anche il suo Spirito» (17). E non bisogna dimenticare che l’Eucaristia, come e più del Padre nostro, ci pone in comunione con il Padre per Cristo e nello Spirito. Veramente l’Eucaristia è il nostro roveto ardente in cui incontriamo il Dio tre volte Santo tra gli angeli e i santi (Es 3,1-6; Is 6,1-7). Come non sentire l’esigenza di purificazione non solo dalle colpe quotidiane, ma prima ancora dal peccato grave?

3. Perché l’Eucaristia postula un retto rapporto tra ciò che essa è e ciò che noi siamo.

Rivolgendosi ai fedeli - la maggioranza analfabeti - sant’Agostino spiegava: «Se voi siete il Corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il vostro mistero, ricevete il vostro mistero. A ciò che siete rispondete: Amen, e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: “Il Corpo di Cristo” e tu rispondi: “Amen”. Sii membro del Corpo di Cristo, perché sia veritiero il tuo Amen» (Sermones 272).

San Tommaso d’Aquino tira le conseguenze implicite del discorso agostiniano: «Chiunque riceve questo sacramento, pone un atto che significa di essere unito a Cristo e alla sue membra (la Chiesa). Ma ciò avviene attraverso la fede viva, che nessuno possiede mentre è in peccato mortale. Dunque è chiaro che chiunque assume questo sacramento mentre è in peccato mortale, provoca una falsità nel sacramento stesso (falsitatem in hoc sacramento committit) e anche un sacrilegio» (III, q 80, a 4).

Due frasi oggi correnti sembrano far saltare tutto in aria. La prima è citata molto spesso: «L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (EG 47, citato in AL 351). È vero: nessuno ha diritto all’Eucaristia come premio. Va però notato che il peccatore «intraprende il cammino della penitenza mosso dalla grazia di Dio misericordioso / mosso dallo Spirito Santo» (Rito della Penitenza 5-6) e dunque sotto l’influsso della misericordia di Dio che lo conduce all’Eucaristia: questa penitenza è il “rimedio” e “l’alimento per i deboli”, da accogliere consapevolmente. In questo senso va intesa la frase e non come un lasciapassare.

La seconda frase è di sant’Ambrogio ed è riportata in nota nel passo citato di EG 47: «Devo riceverlo sempre (il pane eucaristico), perché sempre perdoni i miei peccati. Io, che sempre pecco, sempre devo avere la medicina» (De Sacramentis IV,6,28). A questa si potrebbe aggiungere: «Ogni volta che tu bevi (il sangue di Cristo) ricevi la remissione dei peccati e ti inebri dello Spirito» (Ivi, V,3,17). Queste affermazioni fanno saltare il Concilio di Trento e tutto il resto e aprono oggi l’Eucaristia a chiunque? Assolutamente parlando sì; se sono contestualizzate no. Sant’Ambrogio parla dell’Eucaristia in relazione al sacrificio di Cristo e non alle condizioni esatte per riceverla. Tant’è vero che raccomanda la recezione quotidiana del pane eucaristico, ma aggiunge immediatamente: «Vivi in modo tale da poterlo ricevere ogni giorno» (Ivi, V,4,25). E poi sant’Ambrogio sapeva benissimo che, a fronte di un adulterio, bisognava entrare in tempi prolungati di penitenza.

Come sempre, san Tommaso d’Aquino offre una distinzione che permette di ben interpretare questa e altre frasi: mentre «il battesimo e la penitenza sono medicine purgative che vengono date per togliere la febbre del peccato» l’Eucaristia è «una medicina confortativa, che non si deve dare se non a quanti sono già stati liberati dal peccato» (III, q 80, a 4, ad 2um).

Tirando le fila, l’opera di purificazione che la Chiesa deve compiere per avviare a una degna recezione dell’Eucaristia, compreso lo stabilire dei limiti precisi quanto al peccato grave, è abbastanza e in genere ostacolata per il venire meno del senso della santità dell’Eucaristia, della sua qualità di essere il “roveto ardente” che ci avvicina al Dio tre volte santo. Onestamente va precisato che tale venir meno non può addebitarsi all’Eucaristia stessa, ma alla pastorale che si pone in atto, a come si parla dell’Eucaristia, a come la si celebra ecc.

A un livello più concreto, c’è il pericolo di una selezione indebita dei peccati gravi o mortali. No l’Eucaristia agli scafisti, ai mafiosi, ai profanatori ecologici, ai guerrafondai ecc., ma non solleviamo troppi problemi sui rapporti uomo/donna a oltre.

Quest’ultimo “indebolimento” di gravità dipende senz’altro dalla troppa accoglienza del dato culturale odierno che ha tolto molta rilevanza morale al problema. Per contro la Tradizione apostolica testimonia che nell’antichità la Chiesa sapeva andare controcorrente bloccando l’itinerario battesimale/eucaristico a quanti non avevano in animo di risolvere situazioni che pure il comune modo di vivere non riteneva troppo gravi.

La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. Verso l’uomo è anche misericordia, avviandolo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera.

Infine il lavoro di purificazione positiva per avviare all’Eucaristia e l’indicare i limiti della partecipazione, per la Chiesa non si basano mai unicamente su norme morali o consuetudini culturali: mettono in gioco e nel profondo l’Eucaristia stessa. Sì, perché, come annota san Tommaso d’Aquino, «In questo sacramento è contenuto tutto il mistero della nostra salvezza» (III, q 83, a 4) e di conseguenza «l’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede: “Il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia, e l’Eucaristia, a sua volta, si accorda con il nostro modo di pensare” (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses 4,18,5)» (CCC 1327).






http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-chiesa-sta-perdendo-il-significato-dell-eucaristiacosi-finisce-schiava-della-cultura-moderna-19593.htm









mercoledì 19 aprile 2017

Dottrina vs Discernimento






di Giovanni Scalese (18/04/2017)

L’intervista rilasciata da Padre Arturo Sosa, Preposito generale della Compagnia di Gesú, al vaticanista Giuseppe Rusconi (pubblicata su Rossoporpora) ha fatto parlare di sé soprattutto per l’infelice battuta sull’assenza di registratori al tempo di Gesú. Connesse con quell’affermazione, però, Padre Sosa faceva alcune considerazioni sul discernimento, che sono state trascurate dai piú, ma sulle quali mi sembra opportuno soffermarsi, tenuto conto delle conseguenze che esse possono avere nella vita della Chiesa. I termini “discernere” e “discernimento” ricorrono nell’intervista 24 volte. Mi limiterò a riportare qui il passo dove si tratta del rapporto fra dottrina e discernimento:

Vediamo se ho capito bene: se la coscienza, dopo il discernimento del caso, mi dice che una certa azione la posso compiere, lo posso fare senza sentirmi in colpa e con l’approvazione della comunità… posso per esempio fare la Comunione anche se la norma non lo prevede…
La Chiesa si è sviluppata nei secoli, non è un pezzo di cemento armato… è nata, ha imparato, è cambiata… per questo si fanno i concili ecumenici, per cercare di mettere a fuoco gli sviluppi della dottrina. Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra. Invece la realtà umana è molto piú sfumata, non è mai bianca o nera, è in uno sviluppo continuo…
Mi par di capire che per Lei ci sia una priorità della prassi del discernimento sulla dottrina…
Sí, ma la dottrina fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina…
Però può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina… 
Questo sí, perché la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo.
Ho scelto questo passaggio dell’intervista perché mi sembra significativo. Esso mette bene a fuoco il nuovo atteggiamento pastorale assunto dalla Chiesa ai nostri giorni: non si rigetta di per sé la dottrina, ma ad essa si preferisce il discernimento. Su tale contrapposizione ci eravamo già soffermati in un precedente post: nel passaggio dalla dottrina al discernimento individuavamo la caratteristica principale della “rivoluzione pastorale” in corso. Le affermazioni di Padre Sosa confermano che avevamo visto giusto e ci dànno l’occasione per fare alcuni ulteriori approfondimenti.

* * *

Innanzi tutto, cerchiamo di capire in che cosa consista realmente la dottrina. “Dottrina” deriva dal latino doctrina, che è il sostantivo del verbo docere (= insegnare); il suo significato originale è pertanto quello di “insegnamento”. Essa ha però assunto progressivamente un significato piú tecnico di “complesso organico di principi teorici fondamentali sui quali è basato un movimento politico, artistico, filosofico, scientifico e sim.” e, piú specificamente, quello di “complesso dei dogmi e dei principi della fede cristiana” (Zingarelli). Da qui si comprende il disagio provato da Padre Sosa nei confronti del termine: «Dottrina è una parola che non mi piace molto, porta con sé l’immagine della durezza della pietra». Padre Sosa non sta dicendo niente di nuovo; esprime una mentalità assai diffusa nella Chiesa odierna, una mentalità alla quale lo stesso Papa Francesco non si sottrae:
È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina — sottolineo la parola, parola difficile da capire — ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? (visita alla chiesa luterana di Roma, 15 novembre 2015);
La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata (intervista alla Civiltà Cattolica, n. 3918, p. 476; cf Evangelii gaudium, n. 40);
Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri” (Amoris laetitia, n. 49);
Il nostro insegnamento sul matrimonio e la famiglia non può cessare di ispirarsi e di trasfigurarsi alla luce di questo annuncio di amore e di tenerezza, per non diventare mera difesa di una dottrina fredda e senza vita (ibid., n. 59).
Sinceramente, si fa fatica a comprendere tanta avversione nei confronti della… pietra. La pietra è dura; la pietra è fredda; la pietra è inamovibile e immutabile; mentre la realtà è mutevole, instabile, fluida, in continuo sviluppo; la realtà è sfumata e può difficilmente essere incapsulata in formulette fisse e intangibili. Ma proprio perché la realtà è cosí “liquida”, abbiamo bisogno di qualcosa di stabile su cui fondarci. Come ci ricorda la parabola del vangelo, la casa va costruita sulla roccia, non sulla sabbia (Mt 7:24-27; Lc 6:47-49). E questa roccia è Cristo (1Cor 10:4). È lui la pietra viva, su cui si fonda l’edificio spirituale formato da pietre vive, che siamo noi (1Pt 2:4-5). In questo passo della Prima Petri, l’apostolo cita un versetto del profeta Isaia («Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso», 28:16), nel quale la fede è messa in rapporto con la pietra. In ebraico la radice ’mn (da cui il verbo ’aman, “credere”, e la nostra interiezione amen, “veramente”, “è cosí”, “ci credo”) esprime la nozione di stabilità, solidità, fedeltà. “Credere” significa, innanzi tutto, “acquistare saldezza e fermezza” appoggiandosi a qualcuno che è saldo e fermo come una roccia. Gesú — la “pietra” su cui solo si può edificare (1Cor 3:11) — dovendo dare un soprannome a Simone, lo chiama Pietro. Se la Scrittura ci trasmette una concezione tanto positiva della pietra, con quale diritto ci permettiamo di giudicarla negativamente, perché fredda e dura? È corretto citarne esclusivamente l’uso — possibile (perché previsto dalla legge), ma certamente non raccomandato dal vangelo — di strumento per la lapidazione?

Ebbene, se la dottrina svolge nella Chiesa il ruolo di “pietra” su cui si fonda la fede dei cristiani, non vedo che cosa ci sia di male. La fede deve necessariamente far riferimento a qualcosa di solido, fisso, immutabile; essa non può essere in balia dei venti delle ideologie umane o dei mutevoli sentimenti. È vero che alle origini della Chiesa ci furono animate discussioni — spesso delle vere e proprie lotte — sul significato da dare agli insegnamenti di Cristo; ma a poco a poco la Chiesa è riuscita a definire tale significato e a fissarlo in alcune formule, che non possono piú essere modificate, se non si vuole ripiombare in quelle diatribe, che dovrebbero ormai ritenersi definitivamente concluse. Facciamo un esempio: durante la crisi ariana si discusse se Gesú Cristo fosse homoousios (= “della stessa sostanza”) oppure homoiousios (= “di sostanza simile”) al Padre. Una volta chiarito che Cristo è consostanziale al Padre, non ci si può lamentare che homoousios è una formula fissa, che impedisce una legittima dialettica e il pluralismo teologico nella Chiesa; non si può dire che la realtà è piú sfumata, che non è in bianco e nero, ecc. ecc. O Cristo è homoousios o non lo è; non ci sono sfumature che tengano. E se io affermo che Cristo è homoousios non sto scagliando pietre contro chicchessia, sto semplicemente affermando la mia fede nella vera natura di Cristo. Se poi ci sono alcuni che rimangono scandalizzati dalla mia affermazione, è un problema loro, non mio. Oltretutto, previsto dalla Scrittura: «Per quelli che non credono “la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo” (Sal 118:22) e “sasso d’inciampo, pietra di scandalo” (Is 8:14). Essi vi inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati» (1Pt 2:7-8). Non vedo perché ci si debba meravigliare della possibilità che qualcuno possa rifiutare Cristo; è una eventualità compresa nella libertà umana. Il fatto che qualcuno possa rifiutare Cristo non mi autorizza a cambiare — o, se si vuole, a mettere fra parentesi — la dottrina, solo per non indisporre qualcuno.

È vero dunque che la dottrina è il risultato di una “cristallizzazione”, vale a dire di un processo di chiarificazione, precisazione e definizione delle verità della fede. Ma tale processo non può essere visto in maniera negativa, come una manifestazione di chiusura mentale, fariseismo o legalismo che dir si voglia. È piuttosto da considerarsi come una forma di amore e di venerazione per la parola di Dio. È l’amore che spinge i credenti a cercare di comprendere meglio ciò che Dio ha voluto rivelare loro e, una volta compreso, cercare di fissarlo, custodirlo e tramandarlo cosí com’è, senza mutazioni. Si tratta di un bene troppo prezioso perché possa essere manipolato. Depositum custodi, è il chiaro monito di Paolo a Timoteo: come avrebbe potuto la Chiesa comportarsi diversamente?

Ma le formule fisse, si potrebbe obiettare, possono trasformarsi nella “lettera che uccide”, di cui parla Paolo (2Cor 3:6); la caratteristica della nuova alleanza non è la lettera, ma lo Spirito che dà vita. Ma noi abbiamo la certezza che quel processo di cristallizzazione è avvenuto proprio sotto l’impulso e la guida dello Spirito Santo, e che lo stesso Spirito continuerà a rendere vive quelle formule apparentemente morte.

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Alla dottrina, come dicevamo, oggi si preferisce il discernimento. Di esso ci siamo occupati in un precedente post. Siamo consapevoli dei limiti di quella trattazione, ma finora non siamo riusciti ad approfondire il discorso, come pure avevamo successivamente auspicato (qui). Non c’è dubbio che il discernimento possa vantare nobili ascendenze (le origini neotestamentarie e poi la tradizione ignaziana, a cui tanto Papa Francesco quanto Padre Sosa, per evidenti motivi, si rifanno). Tutto sta a vedere se il discernimento, che ora viene proposto in qualche modo come sostitutivo della dottrina, sia figlio legittimo del discernimento neotestamentario e ignaziano, o se non vada piuttosto considerato come… bastardo.

Oggi, al posto della dottrina — dura come la pietra, fissa, immutabile, fredda e astratta — si vorrebbe il discernimento, perché piú aderente alla realtà, piú malleabile, piú capace di cogliere la presenza e la volontà di Dio nelle molteplici e diversificate situazioni della vita. Padre Sosa descrive cosí la pratica del discernimento: esso «si pone in ascolto dello Spirito Santo, che — come Gesú ha promesso — ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana». Ecco, si dà per scontata — lo ha promesso Gesú! — la presenza dello Spirito Santo nel discernimento, dimenticando che si fa discernimento proprio per verificare tale presenza. Si dimentica che, all’origine, il discernimento è discretio spirituum; si dimentica che non esiste solo uno spirito buono (lo Spirito Santo), ma anche uno spirito cattivo; si dimentica che non è facile distinguere la presenza e l’azione dell’uno e dell’altro; e proprio per questo è necessario il discernimento. Ho l’impressione che ci troviamo di fronte a una banalizzazione del discernimento, come se bastasse porsi “in ascolto dello Spirito Santo” (che significa poi concretamente?), quando invece il problema è proprio quello di stabilire se è lo Spirito Santo che mi sta parlando o non piuttosto la voce del Nemico (il quale, come ci ricorda San Paolo, spesso si maschera da angelo di luce, 2Cor 11:14). Un gesuita dovrebbe sapere quanto sia difficile distinguere fra lo Spirito vero e le sue contraffazioni.

Tra le altre cose, Padre Sosa ricorda un aspetto importante:
Il discernimento bisogna farlo insieme, insieme. Il discernimento non è mai solo di una persona: dobbiamo insieme condividere il percorso. Il discernimento è molto impegnativo, non è una parola caricaturale.
Prima che l’individuo, è la Chiesa che fa discernimento. Ed è quello che ha sempre fatto. In fondo, anche la dottrina è frutto di discernimento. Per tornare all’esempio che facevamo, nel decidere che Cristo era homoousios e non homoiousios, la Chiesa ha fatto discernimento; ma lo ha fatto una volta per sempre. Non è che debba continuare a farlo a seconda delle diverse situazioni, come se in qualche caso Cristo possa essere homoousios e in altri casi possa essere homoiousios.

La Chiesa inoltre, come evidenziavo nel post del 29 luglio 2016, non fa discernimento solo attraverso il suo Magistero, ma anche attraverso il sensus fidelium. I fedeli, considerati nel loro complesso, hanno un “sesto senso” infallibile, un “fiuto” spirituale con cui riescono a riconoscere istintivamente lo spirito buono e lo spirito cattivo.

Quello che oggi, nella nuova pastorale, viene spacciato per “discernimento pastorale” a me pare non essere altro che il vecchio “libero esame” luterano camuffato da discernimento ignaziano. Si tratta di un modo come un altro per sdoganare il soggettivismo nella Chiesa cattolica. Mentre finora c’era la dottrina a regolare la vita dei fedeli, un punto di riferimento oggettivo a cui tutti dovevano, volenti o nolenti, adeguarsi, adesso ciascuno è invitato a “discernere”, cioè, praticamente, a decidere autonomamente (per quanto, ufficialmente, “in ascolto dello Spirito”). Non serve, come fa Padre Sosa, ribadire che la dottrina non scompare, dal momento che essa «fa parte del discernimento. Un vero discernimento non può prescindere dalla dottrina», quando poi si ammette che il discernimento può giungere a conclusioni diverse dalla dottrina, in quanto «la dottrina non sostituisce il discernimento e neanche lo Spirito Santo». In tal modo, la dottrina è diventata davvero “lettera morta”, per lasciare spazio esclusivamente a un discernimento incondizionato. Quando invece la dottrina dovrebbe costituire uno dei criteri oggettivi del vero discernimento: indicare quali sono i limiti (oggi va di moda parlare di “paletti”) oltre i quali il discernimento, per essere autentico, non può andare.

Dottrina e discernimento non dovrebbero perciò essere considerati come alternativi tra loro, ma piuttosto come complementari e reciprocamente dipendenti: la dottrina è frutto di discernimento; ma, a sua volta, il discernimento non può mai prescindere dalla dottrina: può sempre e solo svolgersi all’interno di essa. Che poi lo Spirito Santo sia superiore, non c’è dubbio; ma è tale non solo rispetto alla dottrina, ma anche rispetto allo stesso discernimento. Dottrina e discernimento sono due manifestazioni del medesimo Spirito, che non possono in alcun modo trovarsi in conflitto fra loro.
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