martedì 23 agosto 2016

È morto mons. Grillo, il vescovo a cui la Madonna pianse in mano



di Riccardo Caniato
23-08-2016

È morto mons. Girolamo Grillo, il vescovo della Madonnina delle lacrime di Civitavecchia. È successo ieri, nel giorno di Maria Regina. E in questo chi lo ha conosciuto potrà leggerci una carezza, quasi una firma del Cielo nel momento del distacco e del dolore, perché dice molto di lui e della vicenda in cui è stato coinvolto. A Civitavecchia, non tutti sanno, all’evento delle lacrimazioni fece seguito, negli anni 1995 e 1996, un ciclo di apparizioni della Vergine presso la famiglia Gregori, proprietaria della statua, su cui la Chiesa ancora indaga, ma avvalorate, come a breve vedremo dallo stesso ordinario diocesano... Orbene la Madonna  si è qui presentata nei titoli di «Regina della Chiesa» e di «Regina della Famiglia», e lo stesso vescovo Grillo, nel 2011, introduceva con queste parole il libro testimonianza dedicato ai misteriosi eventi verificatesi nella sua diocesi: «Sarà questo il mio testamento spirituale: un vero atto di amore alla celeste Regina che ha voluto coinvolgermi in una storia lunga e, per qualche verso drammatica».

Questa frase risalta anche nella quarta di copertina dello stesso memoriale, edito da Shalom, il cui titolo è La vera storia di un doloroso dramma d’amore e che riferisce la straordinaria esperienza dell’Autore, turbinosa e a tratti certamente dolorosa, iniziata il 2 febbraio 1995 nel giardino dei Gregori con le lacrimazioni di sangue della celebre statua della Madonna raffigurante la Regina della Pace.

Monsignor Grillo inizialmente si mostrò ostile all’evento, arrivando a ordinare al parroco della famiglia di distruggere il sacro manufatto, ma in seguito, dopo anche aver ordinato un esorcismo, accettò di custodire personalmente la bianca Madonnina finché, il 15 marzo successivo, la statua lacrimò per la quattordicesima volta direttamente nelle sue mani, causandogli un principio di infarto, ma soprattutto un profondo turbamento interiore.

Quell’evento fu lo spartiacque della sua esistenza, o meglio il ritorno all’origine, alla genuina devozione materna la quale, quando era bambino, pellegrinando in ginocchio, aveva ottenuto dalla Vergine di Portosalvo che gli salvasse un occhio ferito da un sasso e ormai dato per perso. Calabrese, di umili origini – nacque a Parghelia, in provincia di Vibo Valentia nel 1930 –, intelligente e portato negli studi, Girolamo si era in seguito affidato più alla ragione e alla prassi, rincuorato anche da una rapida carriera ecclesiastica che lo condusse diritto in Vaticano nella Segreteria di Stato sotto la direzione del cardinale Benelli, e poi vescovo a Cassano Jonio (1980), prima che della diocesi di Civitavecchia e Tarquinia (1983).

Ma il giorno 15 marzo 1995 ribaltò la prospettiva, segnando indelebilmente il prima e il dopo nella vita di questo sacerdote, che poco alla volta, incalzato dal Mistero, iniziò a riscoprire il senso dell’affidamento, il valore dell’adeguare la propria libertà al piano di Dio: «Mi trovo – confidò – alla scoperta cocente della mia incapacità fondamentale, della mia presunzione di poter agire con le mie sole doti intellettuali e morali. Non posso nascondere di aver intrapreso il mio cammino a cavallo, ma, dopo un lungo galoppo, ho scoperto che il mio incedere, sotto molti punti di vista brillante, nascondeva una grande fragilità».

La sua cavalcata, di fronte a una statua di gesso che piange e a una bambina, Jessica Gregori, allora di soli 6 anni, che gli porta a casa i messaggi della Vergine, si conclude con una caduta, come per san Paolo: «Io cercavo la verità con raziocinio e l’ho avuta con una bastonata in testa». Che ha messo il seme per una nuova conversione, più autentica, per un ripartire, per «quella vera risposta e quel vero impegno, giunti soltanto in secondo tempo».

Non tornò mai indietro, ma non fu un percorso semplice. Ogni volta che succedeva qualcosa il vescovo Grillo – parlo per conoscenza personale – per suo istinto si ritraeva. Schivo, fragile, come lui stesso si definiva, e al tempo stesso di carattere coriaceo tentò a lungo di sfuggire dal servire il disegno divino che si manifestava via via davanti a lui con contorni sorprendenti: lacrimazioni ed essudazioni di due identiche statue della Vergine, apparizioni di angeli che precedono come a Fatima le visite della Madonna, 93 messaggi della stessa, manifestazioni demoniache accompagnate, fortunatamente, da ben più numerose grazie e guarigioni straordinarie... Di ogni tipologia di questi fatti straordinari mons. Grillo fu chiamato a testimone. Se chiedeva un segno il Cielo glielo accordava; se non lo chiedeva, anzi vi rifuggiva, il buon Dio glielo mandava ugualmente…

Rimando al volume La Madonna di Civitavecchia di padre Flavio Ubodi, intermediario del vescovo con la famiglia Gregori, che entra nel merito di numerosi avvenimenti soprannaturali a sostegno di una mariofania ancora in corso che, come ha commentato con profondità Antonio Socci nel suo recente volume La profezia finale, si verifica nella metropolitania di Roma, nel cuore stesso della Chiesa.

Nelle sue apparizioni la Madonna chiede sempre l’apporto degli uomini – «Ho bisogno di voi!», dice – per realizzare i suoi disegni. Chiede e non ordina perché ogni chiamata di Dio non lede mai la libertà dei suoi figli. A Civitavecchia poi, come a Guadalupe, a Ghiaie di Bonate, a Montichiari e in molti altri luoghi delle sue venute, si è rivolta accorata ai vescovi, perché riconoscessero l’urgenza e la grazia di questa sua presenza, facendo conoscere a tutti i suoi messaggi... A differenza di altri suoi fratelli nell’episcopato, mons. Grillo alla fine ha dato seguito a queste implorazioni materne. Tardivamente, forse, e non con la fermezza dovuta, secondo la sua indole – nei messaggi la Vergine si riferisce a lui affettuosamente come «il mio piccolo vescovo» –, ma vi ha dato seguito.

Prima di lasciare il governo della diocesi ha compiuto due gesti altamente significativi, elevando a Santuario mariano la parrocchia Sant’Agostino di Pantano, che dal giugno 1995 custodisce la Statua che ha lacrimato sangue, e celebrando una Messa nella casa dei Gregori accordando loro, per iscritto, piena libertà di testimonianza. Da ultimo, con la pubblicazione del suo diario ha spiegato per quali ragioni, anche di natura soprannaturale, si sia convinto della veridicità delle apparizioni.

L’atto di fede comporta sempre la croce, che non risparmiò neppure mons. Grillo. Siamo in un’epoca egocentrica e razionalista che nega il Divino. I cristiani sono ridotti in minoranza e quanti si appoggiano sulle proprie forze anziché nelle robuste braccia del Padre celeste finiscono a loro volta per annacquare la fede, lasciarsi prendere dal timore e potranno – chissà – arrivare a negare l’azione di Dio nella loro vita o a vergognarsi di esporre la statua della Madonna in un luogo pubblico... Il «piccolo Vescovo» di Civitavecchia dovette continuamente confrontarsi con questo stato di cose. Soffrì moltissimo per l’incomprensione che si spinse al dileggio di diversi fratelli nell’episcopato, fra cui alcuni che godevano ieri come oggi di alta visibilità nella Chiesa.

Poté contare, tuttavia, sull’appoggio certo e mai venuto meno di Giovanni Paolo II il quale, come si riscontra con dovizia di particolari nei libri di mons. Grillo e di padre Ubodi, volle venerare più volte la Madonnina delle lacrime; firmò di suo pugno un documento in cui si afferma che l’Atto di Affidamento alla Madonna dell’8 ottobre del 2000 è stato fatto in ascolto degli avvenimenti di Civitavecchia; e stabilì con la famiglia Gregori, tramite anche il suo segretario mons. Emery Kabongo, un rapporto di cui si hanno tracce ufficiali fino al suo ultimo ricovero al Gemelli.

Alla morte di Giovanni Paolo II mons. Grillo si sentì inizialmente smarrito. In quei giorni la statua della Madonna in casa dei Gregori ha pianto copiosamente lacrime umane. Esiste un video - di cui il sottoscritto è testimone - in cui il vescovo assiste al fenomeno in ginocchio chiedendo perdono alla Vergine di non aver fatto tutto ciò che Lei gli aveva chiesto. Questo suo scritto mi pare renda bene l’idea di un lungo travaglio interiore: «C’è una voce nella mia vita che continuamente risuona, con un’incessante domanda: “Perché non hai pregato, come avresti dovuto pregare? Tu avresti dovuto pregare per quelli che pregano e per quanti non pregano, e invece non l’hai fatto”. Ti chiedo perdono, pertanto, o Signore, perché non sempre la preghiera è stata per me sorgente di luce nel mio apostolato, per la conversione dei peccatori, per le anime più perfette nella via di Dio».

Di tanto in tanto mi chiamava al telefono: «Sono mons. Grillo», diceva, «Riccardo, difendi sempre la Madonnina». Non domandava, implorava. Le ultime due volte ho provato a rispondere a questo appello con la bellissima intervista che Fabio Gregori mi ha concesso, e che ora chiude il volume di padre Ubodi, e con l’intervista allo stesso padre Flavio pubblicata sulla Nuova Bussola Quotidiana.

Ho incontrato mons. Grillo l’ultima volta, nel febbraio dello scorso anno davanti alla chiesetta di Pantano, al termine di una mattinata che aveva speso a confessare i pellegrini. Vi veniva spesso da Roma, dove da emerito risiedeva presso la Basilica di Santa Maria Maggiore. L’ho trovato sereno, pacificato e con uno sguardo santo e buono, fatto certo di aver ben servito la sua Regina. In un articolo del 2003 a Lei si rimetteva totalmente, esprimendo tanto amore filiale e desideroso di incontrare un giorno il suo sorriso. Con riferimento personale alla vicenda che gli era stata data di vivere, chiudeva il suo tributo, affidandosi a una poesia di santa Teresa di Lisieux: «Vorrei cantare Madre, perché / t’amo, / e perché il dolce tuo nome mi fa / trasalire il cuore…». Più sotto: «Perché una creatura possa darsi tutta alla sua mamma / bisogna che questa pianga con lei, / divida i suoi dolori. / Regina del mio cuore, / quanto piangesti quaggiù per attirarmi a te!».


P.S. Mons. Girolamo Grillo è morto ieri mattina, 22 agosto, festività della Beata Vergine Maria Regina, alle ore 8 e 30, durante le sue ferie estive in Romania. Da diversi anni amava raggiungere per l’estate la Casa San Giuseppe di Oderheiul Secuiesc. Il vescovo aveva dato anche il suo sostegno a quest’opera  di aiuto ai bambini disagiati fondate dalle Suore del Cuore Immacolato di Maria che lui aveva potuto apprezzare proprio negli anni di ministero nella diocesi di Civitavecchia e Tarquinia.






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lunedì 22 agosto 2016

Padre Giovanni Scalese: “La Chiesa deve offrire all’uomo la verità, cioè Cristo”

       

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Padre Giovanni Scalese (Roma, 1955) appartiene all’Ordine dei Chierici Regolari di San Paolo (Barnabiti). È sacerdote dal 1981. Ha conseguito il baccalaureato in filosofia e in teologia alla Pontificia Università San Tommaso (Angelicum) e la licenza in teologia (specializzazione in teologia biblica) alla Pontificia Università Gregoriana. Si è laureato in filosofia all’Università di Bologna con una tesi su Il Rosminianesimo nell’Ordine dei Barnabiti (Barnabiti Studi, 7/1990-9/1992). Ha insegnato religione, storia e filosofia al Collegio alla Querce di Firenze, al Collegio San Luigi di Bologna e all’Istituto Bianchi di Napoli. Dal 1994 al 1999 è stato rettore della Querce; dal 2000 al 2006, assistente generale dell’Ordine. Dal 2003 al 2009 è stato missionario in Asia; dal 2011 al 2014 rettore del Bianchi. Insieme con Padre Antonio Gentili ha pubblicato il Prontuario dello spirito. Insegnamenti ascetico-mistici di Sant’Antonio Maria Zaccaria (Milano, 1994). Ha curato la prima edizione italiana delle Costituzioni dei Chierici Regolari di San Paolo del 1579 (Barnabiti Studi, 31/2014). Il suo blog personale si chiama Antiquo robore.
 
 
Rev. Padre Giovanni, prima di tutto, vogliamo ringraziarla per averci concesso quest’intervista. Negli ultimi anni, soprattutto a proposito dei tre documenti pontifici di Papa Francesco, è tornata con insistenza alla ribalta la questione della distinzione fra magistero “ordinario” e “straordinario”. Non tutti, però, ne conoscono la differenza. Può spiegarci in che cosa consiste?
 
P. Giovanni Scalese ritratto durante il gennaio del 2015.
Padre Giovanni Scalese ritratto nel 2015.
 
La distinzione fra magistero “ordinario” e “straordinario” potrebbe sembrare comoda e chiara, ma non descrive con precisione la complessità della materia. Penso che essa possa essere considerata superata e vada perciò lasciata cadere. I punti di riferimento a nostra disposizione sono i seguenti:
  • Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 25;
  • Catechismo della Chiesa cattolica, nn. 891-892;
  • Codice di diritto canonico, can. 750 (come modificato dal m. p. di Giovanni Paolo II Ad tuendam fidem del 18 maggio 1998) e can. 752;
  • Professione di fede;
  • Congregazione per la dottrina della fede, Nota dottrinale del 29 giugno 1998.
Il contenuto di questi testi non è sempre lineare e può quindi creare una certa confusione. Tenterò di “smontare” tali testi negli elementi che li costituiscono, per poi cercare di “ricomporli” in una maniera più logica e ordinata. Innanzi tutto, noto che non viene mai utilizzata l’espressione “magistero straordinario”; per cui proporrei di adottare una diversa distinzione fra “magistero infallibile” e “magistero autentico”.
 
I. MAGISTERO INFALLIBILE
 
Il magistero infallibile può essere considerato da due punti di vista:
A) Dal punto di vista delle modalità di esercizio, il magistero infallibile può essere:
  1. SOLENNE, quando insegna una dottrina con atto definitorio (a questo corrisponderebbe il magistero “straordinario”).
Il magistero solenne può essere esercitato dal
a) Papa che insegna ex cathedra;
b) Collegio dei Vescovi riunito nel Concilio ecumenico.
  1. ORDINARIO E UNIVERSALE, quando insegna una dottrina con atto non-definitorio.
B) Quanto all’oggetto, il magistero infallibile può proporre:
  1. dottrine da credere come divinamente rivelate o de fide credenda (“dogmi”), che richiedono un assenso di fede teologale (esse sono oggetto del can. 750 § 1 e del primo comma della formula conclusiva della Professione di fede);
  1. dottrine da tenere in maniera definitiva o de fide tenenda (“sententiae definitive tenendae”), che richiedono un assenso fermo e definitivo (esse sono oggetto del can. 750 § 2 e del secondo comma della formula conclusiva della Professione di fede);

II. MAGISTERO AUTENTICO

Il magistero “autentico” (inteso nel senso di “autorevole”) è il magistero ordinario non-infallibile. Esso comprende tutti quegli insegnamenti presentati come veri o almeno come sicuri, anche se non sono stati definiti con giudizio solenne né proposti come definitivi dal magistero ordinario e universale. Tali insegnamenti sono comunque espressione autentica del magistero ordinario del Romano Pontefice o del Collegio dei Vescovi e richiedono, pertanto, l’ossequio religioso della volontà e dell’intelletto. Essi sono oggetto del can. 752 e del terzo comma della formula conclusiva della Professione di fede.
Normalmente i documenti pontifici appartengono al magistero autentico. Possono, in alcuni casi, diventare strumento di magistero infallibile solenne (p. es., la costituzione apostolica Munificentissimus Deus, con cui Pio XII definì il dogma dell’Assunzione); ma, in tali casi, il loro carattere solenne risulta chiaramente dalla forma letteraria (definitoria) adottata.
Più complesso è stabilire invece se un’enciclica sia espressione di magistero ordinario e universale (e quindi infallibile), dal momento che tale magistero non si esprime in modo definitorio. Attenzione a non confondere gli aggettivi “definitorio” (che si riferisce all’atto con cui una dottrina viene proposta) e “definitivo” (che si riferisce al valore dell’insegnamento in sé): il magistero ordinario e universale propone dottrine da tenere come definitive (e quindi infallibili), ma con un atto non-definitorio (cioè senza ricorrere a una “definizione” solenne). Per fare un esempio, tutto porta a pensare che l’insegnamento dell’Humanae vitae abbia carattere definitivo (e quindi infallibile); ma, dal momento che la forma dell’enciclica non è definitoria, ci può essere — come di fatto c’è — chi mette in dubbio tale carattere (magari appoggiandosi al can. 749 § 3).
 
Papa Francesco durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla Polonia.
Francesco durante la conferenza stampa nel volo di ritorno dalla GMG 2016 in Polonia.
 
Papa Francesco, in un’intervista, ha detto che «faccio continuamente dichiarazioni e pronuncio omelie, e questo è magistero. Quello che c’è lì è ciò che io penso, e non quello che i media dicono che io penso». Se dunque il magistero “solenne” è sempre infallibile, quando quello “ordinario” non lo è?
 
Penso che vada fatta una distinzione fra munus docendi della Chiesa, che riguarda tutti i fedeli (e in particolare i suoi “ministri”) e il magistero ecclesiastico, i cui titolari sono esclusivamente il Romano Pontefice e il Collegio dei Vescovi. Ciò non significa che il Papa, ogni volta che apre bocca, esercita la sua funzione magisteriale. Un’omelia non è un atto magisteriale. Quando il Papa tiene l’omelia durante la Messa, esercita, come qualsiasi altro sacerdote, il munus docendi della Chiesa, non la funzione magisteriale del Romano Pontefice. Questo vale, a maggior ragione, per le dichiarazioni, le interviste, i libri, ecc.: non si tratta di atti di magistero. L’esercizio della funzione magisteriale ha le sue regole. A mio parere, finora Papa Francesco l’ha esercitata esclusivamente attraverso i documenti ufficiali da lui emanati (encicliche ed esortazioni apostoliche). Naturalmente, si tratta, in tutti questi casi, di magistero ordinario non-infallibile (in tempi recenti, se non vado errato, solo Giovanni Paolo II ha posto atti di magistero infallibile). Ciò non significa che un atto di magistero debba necessariamente coincidere con un documento scritto: anche un discorso può essere un atto di magistero. Molti radiomessaggi di Pio XII certamente lo furono. Personalmente ritengo che anche il discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 aveva carattere magisteriale, sebbene i più (sia a destra che a sinistra) non se ne siano accorti. Rincresce che esponenti del mondo della tradizione abbiano avuto da obiettare al Santo Padre che non bastava dichiarare la continuità dell’insegnamento del Vaticano II con la tradizione precedente, ma che essa andava dimostrata, come se Benedetto XVI stesse esprimendo in quell’occasione una personale opinione teologica, quando si trattava del Successore di Pietro che autoritativamente indicava alla Chiesa l’unico modo legittimo di interpretare il Concilio. Sono errori che si pagano.
 
Benedetto XVI annuncia la propria decisione di rinunciare al pontificato.
Benedetto XVI annuncia la propria decisione di rinunciare al pontificato.
 
La rinuncia di Benedetto XVI, benché festeggiata da molti, ha lasciato, oltre che una profonda ferita, anche tanti dubbi e tanta preoccupazione. Le recenti dichiarazioni di Mons. Georg Gänswein — di cui Lei si è già occupato — hanno aumentato la confusione e lo smarrimento. La Chiesa ha la potestà di modificare il munus petrinum?
 
Direi proprio di no. La Chiesa ha ricevuto dal suo Fondatore solo l’autorità di conservare, approfondire e difendere il depositum. Essa non ha alcuna autorità per modificarlo. È vero che si parla, legittimamente, di “sviluppo del dogma”; ma ciò è possibile solo alle condizioni indicate da San Vincenzo di Lerino e fatte proprie dal Concilio Vaticano I; e cioè a condizione che si tratti veramente di uno sviluppo e non di un cambiamento della fede: può crescere la comprensione del dogma, “ma sempre rimanendo nel proprio genere, vale a dire conservando la stessa dottrina, lo stesso senso e lo stesso significato” (sed in suo dumtaxat genere, in eodem scilicet dogmate, eodem sensu eademque sententia). Non è pensabile che il supremo pontificato, che per sua natura ha carattere monarchico, diventi un ministero allargato, condiviso, collegiale. La dimensione collegiale della suprema autorità della Chiesa esiste già, e consiste nel collegio episcopale, che succede al collegio apostolico. Ma Cristo ha voluto che il collegio apostolico avesse un capo, e ha quindi conferito a Pietro un primato, che è poi passato ai suoi successori. Il capo del collegio episcopale (il primus) può essere uno solo, il Romano Pontefice. Il suo munus è assolutamente individuale e non può essere condiviso con altri.
 
Paolo VI depone la tiara.
Paolo VI depone la tiara.
 
Facciamo un passo indietro di 52 anni, a quel giorno del novembre del 1964 quando Papa Paolo VI depose, nonostante l’opinione contraria dei cardinali, la propria tiara. Non crede che, con questa deposizione, sia cominciata la “personalizzazione” del papato, ovvero più che l’istituzione in sé, conti la persona privata, più o meno carismatica, che in quel momento siede sulla Cattedra di Pietro?
 
Sono giunto alla conclusione che ciascuno abbia il “suo” Papa e che questi coincida con il Papa della propria giovinezza. Quando fu eletto Paolo VI (1963), avevo otto anni; quando morì (1978), ne avevo ventitré. Sono cresciuto sotto Paolo VI; per cui per me egli rimane “il” Papa; a tutti è nota la venerazione che ho sempre avuto nei suoi confronti. È ovvio che, col passare degli anni, le cose si incominciano a vedere anche da altri punti di vista; man mano che si invecchia, si scoprono tanti risvolti della vita, che quando si era giovani neppure ci si immaginava. Per cui ora mi rendo conto che, se il Card. Montini fu eletto Papa, lo fu perché era un esponente dello schieramento progressista (altrimenti non sarebbe stato eletto); e quindi alcuni gesti e alcune decisioni, soprattutto all’inizio del pontificato, possono essere spiegate come una specie di “pedaggio” pagato ai suoi elettori. La deposizione della tiara pontificia è uno di quei gesti apparentemente profetici, ma in realtà ideologici (come l’assunzione del nome “Francesco” da parte di Papa Bergoglio), che fanno colpo per il loro valore simbolico, ma che poi lasciano il tempo che trovano. Certamente quel gesto non ha impedito a Paolo VI di svolgere il suo ministero in maniera egregia, con prudenza e coraggio, e in piena autonomia dalla lobby che ne aveva sostenuto l’elezione.
Che sia cominciata con Paolo VI la “personalizzazione” del papato, direi di no. Se c’è un uomo che, per carattere prima che per virtù, rifuggiva il proscenio, questi è proprio Paolo VI. Il fenomeno della spettacolarizzazione e della personalizzazione del papato, a mio avviso, ha avuto inizio con Giovanni Paolo II. E questo si può spiegare non solo con il forte carisma che emanava dalla sua persona, ma anche con lo sviluppo che ebbero i mezzi di comunicazione durante il suo lungo pontificato e con la conseguente nascita della cosiddetta “società dell’immagine”. Se pensiamo che anche la sua malattia — che in un diverso contesto storico-culturale sarebbe rimasta avvolta nella più assoluta privacy (si pensi allo scandalo che provocarono le foto di Pio XII sul letto di morte!) — divenne una specie di show, capiamo che i tempi sono mutati e che una certa personalizzazione è inevitabile, a prescindere dalle persone. L’importante è rendersene conto e cercare di non indulgere in tal senso.
 
 
Come evitare che si cada nel culto della personalità, molto spesso amplificato dai mass-media, del pontefice regnante?
 
La “papolatria” è una tentazione sempre in agguato, con qualsiasi Papa. Personalmente ritengo che, per evitarla, ma soprattutto per ridare al papato la sua funzione originaria, si debba procedere a un “ridimensionamento” della figura del Pontefice, chiunque egli sia. Bisogna evitare la “sovraesposizione mediatica”: non c’è bisogno che ogni giorno i mezzi di informazione parlino del Papa. Come, del resto, non c’è bisogno che il Papa ogni giorno abbia qualcosa da dire, a cominciare dall’omelia quotidiana (una volta i Papi celebravano la Messa al mattino privatamente; fu Giovanni Paolo II che iniziò a invitare le comunità religiose femminili); non c’è bisogno delle adunate oceaniche (è proprio necessario che il Papa partecipi alle Giornate mondiali della gioventù?); nelle stesse udienze generali (che non sono di istituzione divina!), è proprio necessario fare ogni volta il giro della piazza, stringere la mano a tutti, abbracciare e baciare i bambini, ecc. ecc.? Sta scritto nel vangelo che il Papa durante ogni volo debba rilasciare un’intervista ai giornalisti? Non mi sembra che altri capi di Stato lo facciano (vi risulta che la Regina Elisabetta abbia mai fatto una conferenza stampa?). Penso che il Papa — ripeto, chiunque egli sia — debba un po’ riscoprire il suo ruolo specifico, che non è quello di una star, ma quello di chi è chiamato a confermare nella fede i fratelli. Proprio per poter svolgere questo compito, sono necessari riserbo, discrezione, distacco: poche parole, ma quelle giuste, e al momento giusto. Va riscoperta, come si diceva, la dimensione magisteriale del papato, che si esprime in interventi ufficiali, studiati, soppesati, calibrati. Per il resto, come in ogni organizzazione che si rispetti, c’è il portavoce, che risponde alle domande dei giornalisti, non il Papa. Il Papa, una volta diventato tale, dovrebbe dimenticare ciò che era (non per niente, cambia nome). Questo lo imparò, a sue spese, Papa Benedetto: con le reazioni alla lectio magistralis di Ratisbona capì che non era più un docente universitario, ma il Papa.
 
Il Concilio Vaticano II: un "super-dogma" per alcuni, una "conciliabolo" per altri.
Il Concilio Vaticano II: un “super-dogma” per alcuni, un “conciliabolo” per altri.
 
Papa Francesco è stato definito il “primo vero papa del Vaticano II”. Lei che cosa ne pensa?
 
Che cosa si intende qui con “Vaticano II”? Per usare le espressioni di Benedetto XVI (discorso al Clero romano del 14 febbraio 2013), il Concilio reale (il “Concilio dei Padri”) o quello virtuale (il “Concilio dei media”)? Il Concilio che ha lasciato il suo insegnamento nei sedici documenti sottoscritti dai Padri o quello immaginario nella mente degli studiosi della Scuola di Bologna? Il Concilio o lo “spirito del Concilio”? Il Concilio o il “Patto delle Catacombe”? I Papi che si sono succeduti finora nella sede di Pietro non erano forse conciliari? Non hanno fatto di tutto per attuare il Vaticano II? Certo, sono dovuti anche intervenire a correggere, precisare, interpretare (come era loro dovere); ma questo proprio per fedeltà al Concilio, quello vero. Chi è l’interprete autentico del Concilio? Il Papa o la Scuola di Bologna? Non mi sembra che nel magistero dell’attuale Pontefice ci sia una eccessiva preoccupazione di riallacciarsi al Concilio (ai suoi documenti, intendo): nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, su un totale di 217 note, ho contato 18 riferimenti; nell’enciclica Laudato si’, su 172 note, ho contato 3 riferimenti; nell’esortazione apostolica Amoris laetitia, su 391 note, ho contato 18 riferimenti (quasi tutti, comprensibilmente, alla Gaudium et spes). Mi sembra che i numeri parlino da soli. Questo si può comprendere, dal momento che Papa Francesco è il primo Papa, dopo il Vaticano II, a non aver partecipato al Concilio (non certo per colpa sua, ma semplicemente per motivi anagrafici: quando terminò il Concilio, non era ancora prete). Ma allora non diciamo, per favore, che è il “primo vero Papa del Vaticano II”.
 
 
Può chiarire il vero significato di “pastoralità”? Se ne parla moltissimo, ma pochi sanno in cosa consista.
 
Mons. Gherardini, in una conferenza, paragonava la pastorale all’Araba Fenice (“che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”). Io stesso ho espresso il desiderio che qualcuno un giorno si decida a fare la storia dell’orientamento pastorale della Chiesa dei nostri giorni. Sinceramente non saprei dire quando ha avuto inizio questa preoccupazione per la pastorale. Una volta c’erano le lettere pastorali di San Paolo (che oggi ci si guarda bene dall’attribuire a lui) o la Regola pastorale di San Gregorio Magno [1 ndr]. Oggi sembra che qualsiasi cosa debba essere “pastorale”, perché altrimenti non sarebbe veramente evangelica. Ora, a parte le radicalizzazioni polemiche, è ovvio che la Chiesa debba avere un atteggiamento pastorale, e cioè l’atteggiamento del pastore, che guida, porta al pascolo e difende il suo gregge. Il problema è che cosa si intende con “pastoralità”. Se consideriamo le lettere pastorali, sono proprio quelle in cui maggiormente si insiste sulla custodia del “deposito”. Oggi invece si è ideologizzato il concetto di pastorale, per contrapporlo alla dottrina: non bisogna preoccuparsi più della dottrina, ma esclusivamente di “curare le ferite” degli uomini, senza poi spiegare quali siano queste ferite e in che cosa consista il curarle. Mi sembra significativo che nella sua prima intervista, rilasciata a Padre Spadaro (La Civiltà Cattolica, n. 3918), Papa Francesco abbia affermato: «Sogno una Chiesa Madre e Pastora» (p. 462). Una volta si sarebbe detto: “Madre e Maestra”. Ecco, oggi sembra che la Chiesa non debba più essere Maestra, che non abbia più nulla da insegnare agli uomini, che debba solo “accoglierli” così come sono e “accompagnarli”. Siamo proprio sicuri che sia questo ciò che vuole Cristo dalla sua Chiesa? È vero che lui ha chiamato sé stesso il “buon Pastore”, ma si considerava anche “Maestro e Signore”.
 
 
Se è vero che la «più grande astuzia del Diavolo è quella di convincerci che non esiste» (Charles Baudelaire), allora si può ritenere che la sua seconda “grande astuzia” sia quella di essersi “sbarazzato” del depositum fidei non modificandolo, ma accantonandolo col “primato della prassi”?
 
Credo che si tratti di un pericolo reale: mettere da parte la dottrina, perché astratta (e quindi tendenzialmente ideologica) e fonte di divisione e di conflitti, e preoccuparsi esclusivamente dell’azione pastorale, nella quale invece si incontrano le persone, mettendo tra parentesi tutto ciò che può impedire tale incontro. Mi chiedo: a che pro incontrare le persone, se poi non abbiamo nulla da offrire loro? E non si tratta di offrire solo pane per sfamarli, ma la verità che salva? Ci siamo dimenticati che Gesù, prima di fare la moltiplicazione dei pani, «si mise a insegnare loro molte cose». E fece ciò in quanto, sceso dalla barca, vide una grande folla ed «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore» (Mc 6:34). L’uomo non ha solo fame di pane, ma anche, e soprattutto, di verità. È ciò che oggi spesso si dimentica. Oltre tutto, la verità che può offrire la Chiesa non è una verità filosofica, umana, ma una verità divina, salvifica, che coincide con una persona, Gesù Cristo. Non parliamo poi del “deposito”: nella nuova traduzione della CEI, la parola è semplicemente… scomparsa. Sembra quasi che ci si debba vergognare di custodire qualcosa. Se pensassimo che il deposito da custodire è il tesoro della fede che salva!
 
 
L'Amoris laetitia, il documento più controverso di Francesco.
L’Amoris laetitia, il documento più controverso di Francesco.
 
 
Arriviamo al più discusso documento di Papa Francesco, l’Amoris laetitia. Abbiamo ricevuto molti commenti in redazione. In particolare, una catechista, in una email, ha espresso la sua preoccupazione: come si può insegnare — domandava — ciò che dice il Catechismo sul sacramento del matrimonio e sul VI Comandamento, quando persino il Papa ha cominciato, tra le righe, ad accettare attenuanti ed eccezioni? Quali sono, dunque, secondo Lei, i “pericoli” di quest’esortazione apostolica?
 
Il pericolo è uno solo, che crei una grande confusione. Finora la Chiesa, attraverso il suo magistero, aveva svolto un ruolo di chiarificazione, dicendo che cosa è vero e che cosa è falso, che cosa è buono e che cosa è cattivo. Non credo che questo fosse un atteggiamento sbagliato: l’uomo deve poter distinguere la verità dall’errore, il bene dal male; e se non riesce a farlo da solo, ecco che gli viene incontro la Chiesa, in atteggiamento davvero pastorale, per aiutarlo. Poi sappiamo bene che non sempre è facile conformarsi alla verità; un conto è sapere ciò che si deve fare e un conto avere la voglia e la forza di farlo; ma questo è sempre avvenuto e sempre avverrà. Ma, anche in questi casi, non rimaniamo soli, perché, ancora una volta, c’è la Chiesa che ci viene incontro per risollevarci dalle cadute: lo ha sempre fatto e sempre lo farà. Ma è importante che tutto ciò avvenga nella chiarezza. E invece oggi c’è il rischio che si cada nella confusione: non saper più che cosa è giusto e che cosa è sbagliato; va bene tutto, perché tanto, alla fine, Dio è misericordioso. Non so se sia il modo migliore per venire incontro alle attese e ai bisogni dell’uomo.
 
 
 
Molti sacerdoti, nell’introdurre l’atto penitenziale all’inizio della Messa, stanno modificando le parole: “Fratelli, per celebrare degnamente i santi misteri, riconosciamo i nostri peccati”, con: “riconosciamoci peccatori”. Questa modifica, all’apparenza innocua, non introduce piuttosto la generalizzazione dell’essere peccatori, inficiando la responsabilità del peccato e dell’aver peccato, del quale ci si pente e si chiede perdono a Dio ricavando, così, dalla Messa la grazia per non cadere più nelle tentazioni di peccato?
 
Beh, non credo che si tratti di un abuso: in alcune delle formule alternative contenute nell’edizione italiana del Messale si trova questa espressione. Certamente dobbiamo riconoscerci peccatori, perché questa è la nostra reale condizione. Ma ciò non toglie che si debbano poi riconoscere anche i singoli peccati. Siamo peccatori perché commettiamo peccati. A che servirebbe l’esame di coscienza, se non a individuare i nostri peccati? Quando ci confessiamo, l’accusa dei peccati è uno degli elementi essenziali del sacramento. Ci sono molti che iniziano lodevolmente la confessione dicendo: «Benedicimi, Padre, perché ho peccato»; e poi elencano i singoli peccati commessi. Una confessione senza accusa dei peccati sarebbe una confessione senza materia. Non c’è dubbio, comunque, che anche certe formule approvate riflettono una mentalità, che, abbandonata a sé stessa, potrebbe portare a conclusioni quanto meno discutibili.
 
 
 
Ringraziandola per la sua disponibilità, vorremmo farLe un’ultima domanda. Avrà sicuramente saputo della recente omelia del segretario della CEI mons. Galantino (riportato con plauso sul quotidiano Avvenire) nella quale afferma che Sodoma non venne distrutta, riscrivendo una delle pagine più attuali della Sacra Scrittura: si tratta di uno degli esempi più eclatanti, ma non l’unico, dello sbandamento dottrinale dell’episcopato. Secondo Lei, la Chiesa quando e come uscirà da questa durissima crisi dottrinale, morale, pastorale e liturgica?
 
Non c’è dubbio che la Chiesa stia attraversando una crisi; non è la prima e non sarà l’ultima. Non so se sia più grave di altre crisi che la Chiesa ha attraversato e superato. Certamente è attraverso queste crisi che la Chiesa cresce e si purifica. Dice il Salmo: «Siamo passati per il fuoco e per l’acqua, ma poi ci hai fatto uscire verso l’abbondanza» (65/66, 12). Il fuoco di Sodoma, che distrugge sì, ma per purificare, e l’acqua del mare in tempesta, che mentre sembra scuotere la barca, in realtà la pulisce dalla sporcizia. La Chiesa, come afferma Sant’Ambrogio, «abluitur undis, non quatitur» (= è lavata dalle onde, non scossa). Quanto ai tempi, non posso entrare nella mente divina. Ciò che conta è non lasciarsi andare al pessimismo e rimanere fedeli nell’ora della prova.
 

Grazie.
Grazie a voi!






https://cooperatores-veritatis.org


 [1] Nel suo blog querculanus.blogspot.it padre Giovanni Scalese precisa:

Nell’intervista rilasciata al sito Cooperatores veritatis, rispondendo a una domanda sulla “pastoralità”, citavo le lettere pastorali di San Paolo e la Regola pastorale di San Gregorio Magno. Rinviando a un futuro intervento un approfondimento sulle lettere pastorali (cosa che richiede un certo impegno), per il momento mi limiterò a riportare una pagina tratta dalla Regola pastorale di Gregorio Magno. Ve la propongo non solo perché molto attuale, ma anche e soprattutto perché mi pare illuminante, per comprendere l’abisso che separa l’idea di “pastorale” odierna da quella che aveva in mente il Santo Dottore. Il brano è ripreso dalla Liturgia delle ore, Officium lectionis della domenica XXVII per annum (ciclo unico) e della domenica XXI per annum (anno II del ciclo biennale). Mi sono permesso di apportare qualche ritocco alla traduzione italiana.
Q
Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò che è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che deve essere svelato. Infatti, come un discorso imprudente trascina nell’errore, cosí un silenzio inopportuno lascia nell’errore coloro che potevano essere istruiti. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò che è giusto e, al dire di Cristo che è la verità, non attendono piú alla custodia del gregge con amore di pastori, ma come mercenari. Fuggono all’arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio.

Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: «Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare» (Is 56:10), e fa udire ancora il suo lamento: «Voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere al combattimento nel giorno del Signore» (Ez 13:5). “Salire sulle brecce” significa opporsi ai potenti di questo mondo con libertà di parola per la difesa del gregge. E “resistere al combattimento nel giorno del Signore” vuol dire far fronte, per amor di giustizia, alla guerra dei malvagi.
 
Che cos’è infatti per un pastore la paura di dire la verità, se non un mostrare le spalle col proprio silenzio? Chi invece si batte per la difesa del gregge, costruisce contro i nemici un baluardo per la casa d’Israele. Per questo al popolo che ricade nell’infedeltà vien detto: «I tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità, per spronarti alla conversione» (cf Lam 2:14). Nella Sacra Scrittura col nome di “profeti” sono chiamati talvolta quei maestri che, mentre fanno vedere la caducità delle cose presenti, manifestano quelle future. La parola di Dio li rimprovera di vedere cose false, perché, per timore di riprendere le colpe, lusingano invano i colpevoli con le promesse di sicurezza, e non svelano l’iniquità dei peccatori, ai quali mai rivolgono una parola di riprensione. 

Il rimprovero è una chiave che apre la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da colui che l’ha commessa. Per questo Paolo dice: «Perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono» (Tt 1:9). Per questo il profeta Malachia asserisce: «Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2:7). Per questo il Signore ammonisce per bocca di Isaia: «Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce» (Is 58:1). 

Chiunque accede al sacerdozio si assume l’incarico di araldo, e avanza gridando prima dell’arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, araldo muto qual è, come farà sentire la sua voce? Per questo lo Spirito Santo si posò sui primi pastori sotto forma di lingue, perché coloro che aveva riempito, li rese subito capaci di annunziarlo.

(Regula pastoralis, l. II, c. 4: Migne, Patrologia Latina, t. 77, coll. 30-31)
 
 
 
 
 
 

Teresa D'Avila e il danno dei confessori: «Ciò che era peccato mortale mi dicevano essere veniale»

 
 
 
 
 
 
 
«C’era un ecclesiastico che risiedeva in quel luogo dove andai a curarmi, di ottima condizione sociale e di grande intelligenza; era anche colto, se pur non eccedeva in cultura.
 
Cominciai a confessarmi da lui, avendo sempre amato le lettere, anche se gran danno spirituale mi arrecarono i confessori semidotti in quanto non riuscivo ad averli mai di così buona istruzione come era mio desiderio.
 
Ho visto per esperienza che è meglio, se si tratta di uomini virtuosi e di santi costumi, che non ne abbiano nessuna, anziché poca, perché in tal caso né essi si fidano di sé, ricorrendo a chi abbia una buona preparazione culturale, né io mi fido di loro.
 
Un vero dotto non mi ha mai ingannato. Nemmeno gli altri credo che mi volessero ingannare, salvo che non ne sapevano di più.
 
Io, invece, pensando che sapessero, ritenevo di non dover far altro che prestare loro fede, tanto più che mi davano consigli di una certa larghezza, cioè che indulgevano a una maggiore libertà; d’altronde, se mi avessero stretto un po’ i freni, io, miserabile qual sono, ne avrei cercato altri.
 
Ciò che era peccato veniale mi dicevano che non era alcun peccato; ciò che era peccato gravissimo e mortale mi dicevano che era peccato veniale.
 
Questo mi arrecò tanto danno che non è superfluo parlarne qui, per prevenire altre persone di così gran male; di fronte a Dio capisco che non mi serve di giustificazione, giacché era sufficiente che le cose di per sé non fossero buone perché dovessi guardarmene.
 
Credo che a causa dei miei peccati Dio permise che essi s’ingannassero e ingannassero me.
 
Io ingannai molte altre dicendo loro le stesse cose che erano state dette a me.
 
Trascorsi in questa cecità credo più di diciassette anni, finché un padre domenicano molto dotto mi aprì gli occhi su molte cose, e i padri della Compagnia di Gesù mi disingannarono del tutto, riempiendomi di spavento con il rimproverarmi così cattivi inizi, come dirò in seguito».
 
 
 
 
 
 
 
 

L'altare verso il popolo (6)




Sant'Erardo celebra la Messa
(Evangeliario dell'Abbadessa Uta, sec. XI)




D.- Tuttavia ci sono degli studi, come quello rinomato del prof. Otto Nussbaum, nei quali è scientificamente dimostrato che sin dai tempi più remoti ci sono state delle celebrazioni verso il popolo, e che queste fossero anche più antiche.


Nel suo studio di grande respiro, Der Standort des Liturgen am christlichen Altar (il posto del liturgo all’altare cristiano), apparso nel 1965, Nussbaum scrive: “Quando comparvero gli edifici cultuali propriamente detti, non vi erano delle regole precise che fissavano da che parte dell’altare dovesse mettersi il liturgo. Egli poteva rimanere sia davanti sia dietro l’altare” (p. 408). Egli ritiene che la celebrazione verso il popolo sia stata preferita fino al VI secolo.

Tuttavia Nussbaum non distingue a sufficienza tra le chiese con l’abside a Est e quelle a Ovest e la cui entrata era dunque a Est. Quest’ultimo orientamento è quasi esclusivo delle basiliche del IV secolo, specialmente quelle fatte erigere dall’imperatore Costantino e da sua madre Elena, come per esempio la chiesa di San Pietro a Roma.

Ma, dall’inizio del V secolo, san Paolino da Nola indica come abituale (usitatior) l’abside a Est [1]. In effetti, le basiliche con l’entrata a Est si trovano soprattutto a Roma e nell’Africa del Nord, mentre sono relativamente rare in Oriente (a Tiro e ad Antiochia).

L’entrata a Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ez 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all’interno la statua del dio.

Nelle basiliche cristiane con l’entrata a Est, il celebrante era obbligato a rimanere normalmente davanti al lato “posteriore” dell’altare, al fine di essere rivolto a Oriente al momento dell’offerta del Santo Sacrificio, mentre nelle chiese con l’abside a Est, egli rimaneva “davanti” all’altare (ante altare), quindi con le spalle all’assemblea.

Per il fatto che in alcune di queste ultime basiliche vi fosse posto dietro l’altare per il celebrante, si è talora dedotto che costui si sarebbe posto da questo lato e che sarebbe stato dunque rivolto verso il popolo – in particolare quando c’era inoltre, al fondo dell’abside, un banco per i sacerdoti, con un trono per il vescovo.

Si tratta di una conclusione manifestamente erronea – adottata peraltro da Nussbaum –, come si può dimostrare in maniera irrefutabile con l’aiuto delle risultanze degli scavi archeologici [2]. Diversamente, perché si sarebbero costruite queste chiese esattamente in direzione dell’Est?


[1] Ep. 32, 13 (PL 61, 337).
[2] Cfr. K. Gamber, Liturgie und kirchenbau (Liturgia e costruzione delle chiese), pp. 16-18.



[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 36-37) / 6 -








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sabato 20 agosto 2016

Il cardinale Robert Sarah: “Basta con l’intrattenimento nelle liturgie, così non c’è più posto per Dio”

 


Il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, nel corso di un intervento sull’Osservatore Romano, si è espresso in maniera dura nei confronti delle modifiche liturgiche che in molte chiese vengono introdotte dai sacerdoti: “Su questi punti – scrive – l’insegnamento del Concilio Vaticano II è stato spesso distorto.”

In particolare, Sarah ha affermato che “il celebrante non è il conduttore di uno spettacolo” riprendendo il pensiero di papa Francesco. “Non deve cercare il sostegno dell’assemblea, stando di fronte a loro come se le persone dovessero primariamente entrare in dialogo con lui. Al contrario, entrare nello spirito del Concilio significa stare nel nascondimento, rinunciare alle luci della ribalta.”

Il cardinale Sarah chiede che si torni ad uno stile liturgico più tradizionale, in cui il prete, invece di rivolgersi all’assemblea, si rivolga verso est, “ad orientem”, la direzione da cui Cristo arriverà durante la sua seconda venuta. “Contrariamente a quanto dicono alcuni talvolta, è in piena conformità con la costituzione conciliare che tutti, prete ed assemblea, si girino insieme verso est durante il rito penitenziale, il canto del Gloria, le orazioni e la preghiera eucaristica, per esprimere il desiderio di partecipare all’opera di redenzione compiuta da Cristo. Questa pratica potrebbe essere reintrodotta innanzitutto nelle cattedrali, dove la vita liturgica dovrebbe essere di esempio per tutti.” Inoltre, per Sarah, il secolarismo ha infettato la liturgia: “Una lettura troppo umana ha portato alla conclusione che il fedele deve essere costantemente occupato.”

Sarah nota che troppo spesso il sacerdote cerca di tenere alta l’attenzione dell’assemblea con modalità per nulla ortodosse. “Il modo di pensare occidentale, infarcito dalla tecnologia e deviato dai media, vorrebbe trasformare la liturgia in una vera e propria produzione da spettacolo. In questo spirito, molti hanno cercato di rendere le celebrazioni delle feste. A volte i sacerdoti introducono nelle celebrazioni elementi di intrattenimento. Non abbiamo forse visto la proliferazione di testimonianze, scenette, applausi? Immaginano di allargare la partecipazione dei fedeli, mentre, nei fatti, riducono la liturgia ad una cosa del tutto umana. Corriamo il reale rischio di non lasciare spazio per Dio nelle nostre celebrazioni.”









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L'altare verso il popolo (5)







D.- Da tempo immemore, non celebra forse il Papa rivolto verso il popolo, e in San Pietro, a Roma, non c’è un altare isolato su di un podio, come nella maggior parte delle chiese moderne?


R.- Sembrerebbe esatto che l’idea di un altare centrale isolato su un podio sia, in qualche modo, già prefigurata nella chiesa barocca di San Pietro (non tuttavia nella chiesa costantiniana che l’ha preceduta): l’altare papale, leggermente sopraelevato, si trova isolato nel mezzo della chiesa, proprio al di sotto della cupola centrale, posta esattamente sopra la confessione con la tomba del Principe degli Apostoli; esso è facilmente visibile da ogni parte, sia dalla navata sia dai due bracci del transetto.

Chi un tempo partecipava alle messe papali, notava che il Papa non era posto, come nel resto della cristianità, davanti all’altare, bensì dietro. Alcuni liturgisti ne deducevano, in maniera sconsiderata, che in tal modo si fosse conservata la posizione verso il popolo, che il celebrante avrebbe avuto nella Chiesa primitiva.
In realtà si tratta, come andremo a dimostrare, dell’orientamento nella preghiera, poiché la chiesa di San Pietro non ha, come la maggior parte delle chiese antiche, l’abside a Est, ma a Ovest.
Tuttavia, come dimostrano le foto scattate prima dell’avvento di Paolo VI, che intraprese in seguito la trasformazione dell’altare papale, i fedeli presenti potevano appena intravedere il Papa, a causa dell’enorme dimensione dei candelieri e della croce d’altare. Non era dunque possibile, a stretto rigore, parlare di celebrazione versus populum. Né si trattava di un privilegio del Papa, come talvolta è stato affermato. Vi sono infatti a Roma altre chiese la cui abside è posta a Occidente e in cui il celebrante è ugualmente posto dietro l’altare.

Nelle chiese moderne, costruite dopo il Concilio, si trova spesso, come a San Pietro, un altare isolato su un podio, ma al quale manca il suo coronamento: il baldacchino. Poiché si tratta di un podio isolato in mezzo alla chiesa, e dunque sprovvisto di qualsivoglia orientamento – esso è circondato dalle fila di sedie dei fedeli –, è difficile trovare un posto adeguato per la croce d’altare, di cui abbiamo esposto in precedenza la funzione di punto di riferimento, croce che tuttavia continua a essere richiesta dalle nuove regole liturgiche. Nell’Institutio generalis del nuovo messale, è detto: “Del pari, sull’altare o in prossimità di esso, vi sarà una croce, ben visibile dall’assemblea” (n. 270).
Era questo il caso dell’“altare della croce” medievale [1], ma non lo è più quando, per soddisfare in una maniera o in un’altra questa prescrizione, si finisce con l’usare una piccola croce o a fianco dell’altare o poggiata su di esso.



D.- Era dunque una cosa buona che il sacerdote pregasse, come accaduto finora, in direzione di un muro? Molto meglio vederlo girato verso l’assemblea!


R.- Allorché si pone davanti all’altare, il sacerdote non prega in direzione di un muro, ma insieme a tutti coloro che sono presenti, prega in direzione del Signore. Tanto più che fino ad adesso la cosa che più importava non era tanto di realizzare una qualche comunione, bensì di rendere il culto a Dio, tramite la mediazione del sacerdote, che rappresentava i partecipanti ed era unito ad essi.

Parlando della direzione della preghiera, sant’Agostino, vescovo di Ippona, scrive: “Quando ci alziamo per pregare, ci volgiamo verso l’Oriente (ad orientem convertimur), da dove si alza il cielo. Non perché Dio si troverebbe solo lì, non perché Egli avrebbe abbandonato le altre regioni della terra […], ma perché lo spirito sia esortato a volgersi verso una natura superiore, e cioè verso Dio” [2].
Questo spiega perché dopo il sermone, i fedeli si alzavano per la preghiera e si volgevano verso Oriente. Sant’Agostino li invitava spesso a farlo alla fine dei suoi sermoni, impiegando quale formula di circostanza le seguenti parole: “Conversi ad Dominum…” (rivolti al Signore).

Possiamo qui ricordare le parole di san Paolo. Conscio che “finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” egli preferisce essere “in esilio dal corpo e abitare presso il Signore” (ad Dominum) (2 Cor 5, 6-8).
Perciò volgersi verso il Signore e guardare a Oriente era per la Chiesa primitiva una sola e medesima cosa.

Nella sua opera fondamentale Sol salutis (1920), Joseph Dölger si dice convinto che la risposta del popolo “Habemus ad Dominum” (sono rivolti al Signore) al richiamo del sacerdote “Sursum corda” (in alto i nostri cuori!), significasse anche che ci si volgeva verso Oriente, verso il Signore (p. 256).

A questo proposito, Dölger fa osservare che certe liturgie orientali prevedono espressamente questo invito, con un appello espresso del diacono prima della preghiera eucaristica (anafora) (p. 251). È il caso dell’anafora copta di san Basilio, che inizia così: “Accostatevi, voi uomini, mantenetevi rispettosi e guardate a Oriente!”; e anche dell’anafora di san Marco, in cui lo stesso appello (“Guardate a Oriente!”) è posto nel mezzo della preghiera eucaristica, prima del passaggio che conduce al Sanctus.

La breve descrizione liturgica del secondo libro delle Costituzioni apostoliche – un’istruzione del IV secolo –, dice anch’essa che ci si alza per pregare e ci si volge verso Oriente [3]. L’ottavo libro ci riporta l’appello corrispondente del diacono: “Tenetevi in piedi verso il Signore!” [4]. Come si vede, anche qui vi è il parallelismo fra il guardare a Oriente e il volgersi verso il Signore.

L’usanza della preghiera in direzione del sol levante è immemore, come ha dimostrato anche Dölger; la si ritrova presso gli ebrei e presso i romani. È così che il romano Vitruvio scrive, nel suo studio sull’architettura: “I templi degli dei devono essere posizionati in modo tale che […] l’immagine che è nel tempio guardi verso ponente, affinché coloro che andranno a sacrificare siano rivolti verso Oriente e verso l’immagine, di modo che, nel pregare, guardino sia il tempio sia la parte del cielo che è a levante, mentre le statue sembrano levarsi insieme al sole per guardare coloro che le pregano nei sacrifici” [5].

Anche per Tertulliano (c. 200) la preghiera verso Oriente va da sé. Nel suo piccolo libro Apologeticum, egli ricorda che i cristiani “pregano in direzione del sol levante” (cap. 16). Questo orientamento della preghiera è stato evidenziato molto presto nelle case, con una croce sul muro. Se ne trova una in un locale di un piano superiore di una casa di Ercolano, seppellita dall’eruzione del Vesuvio del 79 [6].


[1] Posto davanti al jubé.
[2] PL, 34, 1277.
[3] Cap. 57, 14, ed. Funk, p. 165.
[4] Cap. 12, 2, ed. Funk, p. 494.
[5] I, libro 4, cap. 5, ed. E. Tardieu et A. Cousin fils, p. 173.
[6] Cfr. E. C. Conte Corti, Vie, mort et résurrection d’Herculanum et de Pompéi, fig. 29.



[Klaus Gamber, “L’autel face au peuple. Questions et réponses”, in Tournés vers le Seigneur!, Éditions Sainte-Madeleine, Le Barroux 1993, pp. 19-55 (pp. 32-35) / 5 - continua]







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giovedì 18 agosto 2016

Lutero, un Machiavelli della fede

 



di Francesco Agnoli
18-08-2016

In occasione del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall'altra i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l'uomo che deformò il Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l'Europa.

Non si tratta, però, solo di un dibattito teologico "alto"; vi sono implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l'abdicazione di Benedetto, di limitare la condanna dell'adulterio e di legittimare, più o meno apertamente, le seconde nozze, con aperture  graduali anche al matrimonio gay. Cosa c'entra in tutto ciò Lutero?

Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale significato soprannaturale.

Sul piano dei fatti, la prima cosa da ricordare è il matrimonio di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell'ex convento agostiniano di Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni della Chiesa cattolica nelle sue terre). Lutero e Caterina divengono così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati "si adoperarono parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro chiostri, per farne le loro spose". Dopo un ratto di religiose che ha luogo la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l'organizzatore dell'impresa "felice ladro" e si congratula con lui per aver "liberato queste povere anime dalla prigionia" (vedi Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure a sposarsi.

Il secondo fatto da ricordare è il seguente: Lutero, per non perdere l'appoggio del langravio Filippo d'Assia, "uno dei due pilastri politici sui quali si reggeva il luteranesimo", gli concede di sposare in seconde nozze la damigella diciassettenne Margarete von Saale. Filippo ha già una moglie, Cristina di Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel 1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo, libertino incallito, malato di sifilide, ma "necessario per conservare integra la forza militare della riforma".

Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato da una "necessità di coscienza". In altre parole: la bigamia va bene, ma basta che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: "Se dunque vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il nostro parere è che ciò deve rimanere segreto". A nozze avvenute, Filippo invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, "una botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia era trapelato ad opera della sorella del langravio".

Sentendosi nei guai, Lutero, che meriterà da Tommaso Campanella il titolo di "Machiavelli della fede", consiglia a Filippo di dichiarare pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, "sostituendo l'atto di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo la sua concubina". Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa. Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio era segreto, "e ora diventava nullo perchè era stato reso pubblico" (Federico A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113).

Pochi anni prima di questi fatti, nel 1531, Lutero, in una delle sue tante lettere alla ricerca del  favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re d'Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però... con il permesso della regina si può sposare una seconda moglie, come nell'Antico Testamento. Come sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e alla fine, di ripudio in ripudio, "in coscienza", arriverrà alla ragguardevole cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).

Se l'effetto evidente della rivoluzione di Lutero riguardo al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è destinato gradualmente a cambiare. Bisogna sempre tener conto di un fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con Roma. E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina del matrimonio: spesso i nobili non accettano l'indissolubilità, nè i vincoli al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra consanguinei...).

Inoltre, per motivi legati alle loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa rispondono Lutero e i riformati a queste "esigenze" nobiliari, e non solo. Anzitutto criticando l'indissolubilità assoluta.

Lutero riconosce così almeno 4 cause per il divorzio: l'adulterio, l'impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è causa di nullità, come per la Chiesa), la "diserzione maliziosa" e l'ostinazione tenace del coniuge nel rifiutare l'amplesso maritale (riguardo a quest'ultima causa, arriva a scrivere: "Se la moglie trascura il suo dovere, l'autorità temporale la deve costringere, oppure metterla a morte").

Inevitabile che le aperture di Lutero ne generino di ulteriori, come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni, riguardo al divorzio. Inoltre Lutero e i riformati insistono, con accenti diversi, sull'opportunità del consenso dei genitori, rimproverando la Chiesa di ridurne l'importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino, 1996, p. 207-2012).

La Chiesa cattolica, dal canto suo, con il Concilio di Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità, negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è vincolante e condannando l'assunto luterano secondo cui vivere in castità è impossibile. La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.









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