giovedì 19 ottobre 2017

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale





(Prima parte)

Nell’ambito delicato della liturgia, in cui le suscettibilità sono in agguato, il soggetto di questo intervento comporta un vantaggio. Sganciato da ogni ideologia, esso si vuole risolutamente pragmatico. Il contadino, quando pianta un seme, può avere un’ideologia. Quando raccoglie, non è più lo stesso. Al contatto con il reale, con la natura, l’ideologia ha contribuito alla nascita di un frutto. Un frutto che può raccogliere; un frutto che può essere bello, piccolo, talora assente.
Dieci anni fa, Papa Benedetto XVI ha realizzato un progetto maturato sin dai primi tempi del suo incarico di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede: ridare uno statuto ufficiale al messale del 1962, attraverso la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum.
Mettiamoci umilmente al servizio non dei nostri pensieri, ma della Chiesa, e più particolarmente della sua liturgia, considerando i frutti di questo documento per la Chiesa universale.
In un primo momento, vorrei evocare la storia liturgica dell’abbazia di Fontgombault, come una panoramica. Seguiranno delle riflessioni sui frutti del documento pontificio secondo i punti di vista del rito e della Chiesa.


Storia

Dom Jean Roy O.S.B. (1921-1977), Abate di Notre-Dame di Fontgombault dal 1962 al 1977, accolse di buon grado il piccolo convoglio di riforme dell’Ordo Missæ, nel 1965. Non fu tuttavia senza qualche apprensione che seguì la fermentazione, che sfocerà nel 1969 nella promulgazione di un nuovo Ordo Missæ, del quale percepì al contempo le qualità e i limiti.

Fedele al principio di non dire nulla che non sia teologicamente certo, né di fare alcunché che non sia canonicamente in regola, e contro numerose e forte pressioni, il Padre Abate mantenne l’uso del messale tridentino fino alla fine del 1974.

Secondo il documento di promulgazione del nuovo messale, esso sarebbe diventato obbligatorio quando le conferenze episcopali avessero ottenuto l’approvazione della traduzione. Fu questo il caso alla fine di quell’anno. 

Il Padre Abate ottemperò, non senza reticenze, ma considerando che i monaci non dovevano nemmeno dare l’impressione di disobbedire. Più tardi, dirà che la sua decisione rilevava più dalla prudenza che dall’obbedienza, poiché non era certo che il nuovo messale fosse obbligatorio e che il messale tridentino fosse legittimamente interdetto. L’avvenire mostrerà che il suo dubbio era giustificato.
Il Padre Abate raccomandò ai sacerdoti dell’abbazia di conservare nella celebrazione dei santi misteri le disposizioni di pietà, di rispetto, di senso del sacro che avevano acquisito alla scuola del messale tridentino.
È in questo clima liturgico pesante che il Padre Abate ha concluso la sua vita, in occasione di un Congresso benedettino a Roma, nel 1977; una vita senza dubbio abbreviata, almeno parzialmente, dalla lotta che non ha cessato di condurre per la difesa della santa Chiesa e della sua Tradizione.
Mediante la lettera circolare Quattuor abhinc annos, del 3 ottobre 1984, inviata alle conferenze episcopali, la Congregazione per il Culto divino faceva eco al desiderio del Sommo Pontefice san Giovanni Paolo II (1920-2005), di dare soddisfazione ai sacerdoti e ai fedeli desiderosi di celebrare secondo il messale romano pubblicato nel 1962. 

A partire dalla festa dell’Annunciazione del 1985, i sacerdoti del monastero – a condizione di farne personalmente richiesta all’ordinario del luogo – ricevettero il permesso di dire la metà delle messe della settimana secondo tale messale.
Una nuova tappa fu compiuta in seguito alle infelici “consacrazioni di Ecône”, con la creazione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Al prezzo di trattative rese difficili in virtù di persone influenti, Dom Antoine Forgeot O.S.B., successore del Padre Abate Jean, ottenne dalla Commissione il rescritto del 22 febbraio 1989, autorizzando a riprendere in maniera abituale il messale del 1962.

Incoraggiata dalla Commissione per tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un avvicinamento con il messale del 1969, l’abbazia ha conservato il nuovo calendario per il santorale, e ha adottato qualche nuovo prefazio, una preghiera universale la domenica… Queste usanze si riveleranno andare nella direzione del pensiero del cardinale Joseph Ratzinger.
Il 7 luglio 2007, il motu proprio Summorum Pontificum ha reso il suo pieno diritto di cittadinanza al messale del 1962. Se all’abbazia non fu occasione di riunioni, già anticipate da più di vent’anni, esso ha aumentato la devozione filiale e la gratitudine dei monaci nei confronti della Madre Chiesa e verso Benedetto XVI.
Da questa data, un centinaio di sacerdoti desiderosi d’imparare a celebrare nella forma extraordinaria – la cui età media è attorno ai 30-40 anni –, sono venuti all’abbazia. Inviati dal loro vescovo in vista di un ministero specifico, venuti da sé stessi al fine di rispondere alla richiesta dei fedeli, o semplicemente desiderosi di celebrare in privato questa forma venerabile per profittare della sua spiritualità, essi compiono il loro soggiorno con la convinzione di avere scoperto un tesoro. Le difficoltà incontrate riguardano l’uso della lingua latina e una presa di coscienza di una “conversione” da compiere nella maniera di celebrare, sulla quale torneremo oltre.

La gran parte di essi continueranno a praticare abitualmente la forma ordinaria. Altri celebreranno regolarmente una o più messe nella forma extraordinaria nella loro parrocchia – ciò che prevede il motu proprio –, e non solo per dei fedeli relegati in una “piccola cappella”.

Come non vedere qui le primizie di un rinnovamento della Chiesa orante, la nascita di sacerdoti e fedeli senza complessi, che attingono generosamente alla fonte inesauribile della tradizione liturgica della Chiesa, segnata almeno dalle preghiere del sacerdote – dette private –, di spirito monastico. 

Il messale di san Pio V è un messale medievale. Beneficia del clima di una società in cui il monachesimo ha svolto un ruolo capitale, sia tramite Cluny sia attraverso Cîteaux. Arricchito dal contatto con la tradizione monastica, esso è a immagine di ciò che san Benedetto chiede ai suoi monaci: “non si anteponga nulla all’Opera di Dio” (RB 43,3).

Che dei sacerdoti riscoprano così il sacro, che i fedeli se ne abbeverino, non può essere senza riverbero sulla società. Ecco già uno dei primi frutti del motu proprio.




[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 1 - continua]









romualdica.blogspot.it (19-10-2017)





Dat, un male minore? No, resta omicidio in camice bianco




Dat: prosegue l'iter al Senato 




Tommaso Scandroglio (19-10-2017)

Il disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento
, dopo essere stato licenziato dalla Camera, prosegue il suo iter in Senato. Mercoledì 27 settembre la Commissione affari costituzionali ha approvato un “parere non ostativo” con osservazioni che ora passerà al vaglio – insieme a tutto il resto del testo di legge – della Commissione Sanità.

Le modifiche al Ddl sarebbero le seguenti:
il termine “disposizioni” dovrebbe mutare in “dichiarazioni”. Le prime infatti esprimono un carattere di obbligatorietà maggiore rispetto al secondo lemma che invece manifesterebbe una semplice opinione del paziente la quale potrebbe anche non essere assecondata dal medico. Il senatore di Democrazia Solidale Lucio Romano, già presidente dell’associazione cattolica Scienza & Vita ed estensore del parere, in merito a questa prima modifica dichiara: “profilo caratterizzante del disegno di legge è e deve essere il bilanciamento tra il principio della inviolabilità della libertà personale (articolo 13 della Costituzione) e il diritto alla salute, che l'articolo 32 della Costituzione qualifica come diritto fondamentale della singola persona e come interesse dalla collettività. Alla luce di questa premessa, nel titolo, nonché ovunque ricorra nel disegno di legge, la parola: ‘disposizioni’ dovrebbe essere sostituita con la seguente: ‘dichiarazioni’, al fine di valorizzare la relazione di cura e di fiducia tra il medico e il paziente, così come afferma l'articolo 1, comma 2, del disegno di legge”. In buona sostanza questo cambiamento lessicale dovrebbe rispettare la libertà di cura del paziente e la sfera di autonomia del medico.

In realtà anche se passerà questa modifica il medico dovrà comunque sottostare
alle richieste del paziente, anche a quelle di carattere eutanasico. Ce lo dice il combinato disposto di due articoli del disegno di legge all’esame al Senato. L’art. 1 comma 5 permette al paziente di rifiutare l’attivazione della nutrizione e idratazione artificiali, l’interruzione di questi mezzi di sostentamento vitale e di qualsiasi terapia già in essere, comprese quelle salvavita. Il medico non può sollevare obiezione di coscienza in riferimento a queste richieste, infatti il comma 6 dell’art. 1 così recita: “Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo”.

Da rammentare che la legge qualifica “trattamento sanitario”
anche idratazione e nutrizione (art. 1 c. 5). Dunque anche se le disposizioni diventeranno dichiarazioni le Dat rimarranno vincolanti per il medico.

La seconda modifica proposta nel parere prevede
una “verifica periodica dell'attualità delle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento” dichiara Romano. Si pensa ad una obbligatoria verifica quinquennale. Ancora da vedere se le Dat non rinnovate perderanno efficacia giuridica: ma se così non fosse che senso avrebbe obbligare le persone a rivedere le proprie Dat?

A tal proposito è da rilevare che innanzitutto la pratica delle rivedibilità delle Dat
, nei Paesi dove è permessa, spesso non viene accolta dai pazienti per il semplice motivo che anche se cambiano idea sulle cure non si accorgono di aver cambiato idea e quindi non sentono l’esigenza di cambiare il contenuto delle proprie Dat (Cfr. R.M. GREADY - P.H. DITTO - J.H DANKS ET AL., Actual and perceived stability of preferences for life-sustaining treatment, in Journal of Clinical Ethics, 2000, 11 (4); S.J. SHARMAN - M. GARR - J.A. JACOBSEN ET AL., False memories for end-of-life decisions, in Health Psychology, Mar. 2008, 27 (2)).

In secondo luogo, ed è l’aspetto più rilevante,
non è tanto la possibilità di rivedere o meno le Dat che fa problema, ma il problema sono le Dat stesse che rimangono uno strumento che non attualizza le volontà del paziente ma le congela nel passato. Il parere quindi approva comunque la validità di uno strumento che è invece inefficace per sua natura e che apre a pratiche eutanasiche.

Passiamo al terzo punto del parere.
Attualmente il testo di legge considera nutrizione e idratazione trattamenti sanitari e quindi come tali rifiutabili dal paziente. Il parere invece vorrebbe che fosse il medico a decidere quando nutrizione e idratazione debbano essere considerate terapie e quando mezzi di sostentamento vitale. Qui la censura riguarda un aspetto di carattere morale che coinvolge anche gli altri due punti del parere. Qualcuno potrebbe voler difendere il parere perché introduce un miglioramento del testo di legge. Questo è vero, perché perlomeno in qualche caso troveremmo un medico che qualificherà idratazione e nutrizione come mezzi di sostentamento vitale e quindi per legge non rifiutabili. Ma il problema di carattere morale sta nel fatto che si otterrebbe questo miglioramento per mezzo di un atto eticamente non accettabile, cioè inserendo nel testo di legge una facoltà moralmente illecita.

Infatti da una parte si permetterebbe al medico
di riconoscere la vera natura clinica di idratazione e nutrizione e quindi di qualificarle come mezzi di sostentamento vitale (facoltà lecita), su altro fronte invece si consentirebbe al medico di non riconoscere tale natura e di attribuire ad entrambe la qualifica di “terapie” (facoltà illecita). Ad una facoltà buona si accompagnerebbe una malvagia.

Stesse riserve per gli altri due punti:
si propone la modifica migliorativa di uno strumento – le Dat – che calato in quel testo di legge rimane uno strumento di morte. E’ un po’ come se chi fosse contrario alla pena di morte proponesse una modifica per migliorare le esecuzioni capitali: non più la sedia elettrica, così cruenta, bensì l’iniezione letale. La sostanza non muterebbe.

Si tratta di un antico vizietto di alcuni, e non pochi, politici cattolici:
proporre il male minore. Ma il male, seppur minore, mai si può compiere. In merito al Testo unico sulle Dat invece, riprendendo un commento critico del Centro Studi Livatino, dobbiamo dire che lo stesso è totalmente irricevibile e non emendabile in meglio in alcun modo perché la sua stessa ratio è un ratio di morte. In sintesi, deve essere rifiutato in toto perché è una legge intrinsecamente ingiusta.

Non sono di questo avviso i senatori a vita
Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano e Carlo Rubbia che, “come Senatori a vita, chiamati ad esercitare un ruolo il più possibile libero da ogni condizionamento, appartenenza o calcolo” (sic), su Repubblica e il Corriere hanno pubblicato ieri un appello affinché prosegua speditamente l’iter di approvazione di questo disegno di legge, non volendo cambiare una virgola di quest’ultimo. E’ urgente l’approvazione perché secondo loro la maggioranza degli italiani è favorevole (ma ammesso e non concesso che sia così, la verità rimane tale anche in minoranza), perché il living will è legge in altri paesi (ma se il tuo vicino di casa ammazza e ruba allora è giusto che lo faccia anche tu?) e perché “dà valore alla volontà di ciascuno, tutela la dignità di tutti”.

Per nulla vero dato che la volontà del paziente incosciente potrebbe essere mutata
e le Dat non ne possono tenere in conto, né è rispettata quella del medico volta a non prestarsi ad un omicidio in camice bianco e neppure quella dei minori dato che decidono altri a posto loro. Occorre una legge secondo i quattro senatori perché ormai i casi “Englaro, Welby, Nuvoli e migliaia di altri meno noti” hanno creato precedenti che non si può più far finta di non vedere. A parte che sarebbe necessario documentare le altre migliaia di casi simili – in realtà inesistenti – c’è solo da commentare che i casi Englaro, Welby e Nuvoli non hanno messo in evidenza supposte lacune legislative, ma sono solo stati casi in cui i giudici non hanno applicato la normativa penale ed hanno pronunciato decisioni contra legem. Se vogliamo una norma per depenalizzare e addirittura legittimare i reati di omicidio, di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio, basta dirlo chiaramente.

Tommaso Scandroglio



mercoledì 18 ottobre 2017

Il coraggio di un'Ave Maria "inopportuna"





Andrea Zambrano (18-10-2017)

Può un’Ave Maria recitata in un’aula universitaria provocare la reazione rabbiosa di studenti e persino del rettore? La risposta è sì perché quella preghiera è un ostacolo alla realizzazione dei voleri del padrone di questo mondo. Soprattutto se a farsene promotrice è una docente che per quella brevissima, ma potente preghiera, è stata sottoposta ad una gogna mediatica ingiustificata.

Le cronache locali di Macerata non parlano d’altro. Lei si chiama Clara Ferranti, insegna linguistica e glottologia all’ateneo marchigiano e da qualche giorno deve difendersi da una infamante accusa: quella di essere cattolica. Ma non di quei cattolici che vivono la propria fede nel chiuso della loro stanzetta, scendendo a patti con il mondo perché in fondo un conto è la fede e un altro sono il lavoro, lo stipendio e le relazioni sociali. No, la professoressa Clara Ferranti non ha certo il physique du role di una Giovanna D’Arco, però la sua testimonianza la dà. Come? Ad esempio con una “mossa” che ha spiazzato tutti, ma che in coscienza sentiva di fare, anche perché alimentata da una solida vita di preghiera.

Succede questo. La prof aveva seguito le vicende legate al Rosario polacco per la difesa della patria dal terrorismo islamista (sì, si dice così e barerebbe chi lo spacciasse per l’Islam tout court) e aveva aderito alla maratona di preghiera di sostegno che anche in Italia ha visto il prodigarsi di migliaia di cattolici con la corona in mano. Solo che l’appuntamento era il 13 ottobre per le 17.30, centenario delle apparizioni a Fatima e giorno concordato per la preghiera in comunione con il popolo polacco. A quell’ora era prevista la recita del Rosario.

Ma la Ferranti in quel momento era immersa nella terza ora della sua lezione di glottologia, una materia non proprio “leggera”. Quindi, dopo averci pregato su un po’, ha preso la decisione: “Proporrò ai ragazzi, cioè i miei studenti, di recitare un’Ave Maria per la pace. Chi non vorrà, si asterrà”.

Detto, fatto. Ma il principe di questo mondo, che quando vede corone dei Rosari e manti azzurri inizia ad agitarsi, gli ha scatenato contro una canea dalla quale ancora oggi deve difendersi: post su Facebook, falsità, offese, inni a satana e persino la dura reprimenda del rettore che, con un linguaggio burocratico e ministeriale le ha rimproverato che a scuola certe cose non si fanno, dopo ovviamente aver chiesto scusa agli studenti che si sono sentiti offesi.

Una doverosa precisazione: il gesto della prof non è proprio quello che si può dire un atto politicamente corretto, ma nemmeno formalmente ineccepibile: certo, interrompere una lezione e iniziare a pregare potrebbe far sorgere la rivendicazione che, un domani, il professore di fede islamica, all’orario concordato con il muezzin inizi a stendere lo stuoino e si orienti verso La Mecca invitando gli studenti a fare altrettanto.

Come la metteremmo? Male e poco servirebbe avanzare la scusa che la nostra cultura è cattolica, perché ormai, non lo è purtroppo più. Quella della prof è stata una decisione forse troppo impulsiva (sarebbe bastato proporla alla fine della lezione), sicuramente poco incline alla diplomazia accademica che deve essere laica. Però, da qualunque parte la si rigiri, si può accusare la Ferranti di inopportunità, ma non di aver offeso il sentimento di chissà quanti studenti non credenti. E poi: se l’ateneo avesse proposto/imposto un minuto di silenzio per qualsivoglia motivo, secondo i crismi e i codici della religione di Stato che è ormai diventato il laicismo, si sarebbe scatenato tutto questo putiferio? No, ergo, la prof ha fatto bene a esternare la sua fede, anche se ha dovuto fare i conti con le formalità che le davano torto in quel momento.

Anche perché la fede presuppone la verticalità: o ce l’hai o non ce l’hai. E lei evidentemente ce l’ha, sennò non avrebbe senso la massima aurea del cattolicesimo da testimoniare, citiamo San Paolo, opportune et importune, parole che smentirebbero chiunque avanzasse giustificativi di sorta da parte degli agguerriti delatori.

Ma trattarla da pericolosa sediziosa è oggettivamente una reazione giacobina che la dice lunga sul grado di libertà che si esercita dentro le aule scolastiche.

La Nuova BQ ha raggiunto la professoressa e ha scoperto che a farle più male non sono state le critiche, ma le falsità sul suo conto: “E’ stato un unicum – ha detto – devo ammettere che ho avuto un po’ di remore, poi alla fine ho deciso per farla dopo averci pregato su. Quando l’ho proposto qualcuno si è messo a ridere e io gli ho risposto che non c’era nulla da ridere. Ma le falsità sul mio conto no, quelle non le tollero”.

Quali? “Ad esempio quella che alcuni ragazzi sono dovuti uscire dall’aula, o che la preghiera sia stata imposta, così come è falso che abbia dato un’occhiataccia a chi non si è unito in preghiera. Ho soltanto chiesto loro di restare in piedi in segno di rispetto”.

Invece il profilo Officina Universitaria ha parlato persino di una limitazione della libertà, salvo però ricevere in risposta le testimonianze degli studenti presenti, che hanno smentito lo sfogatoio accademico. Della serie: "So’ ragazzi", però alcuni sono ben impostati, almeno sul fronte diabolico dato che – stando a quanto riferisce la prof – è stato fatto anche un Inno a Satana.

Come detto il rettore ha preso e distanze e si è scusato con gli studenti, ma alla prof Ferranti quell’intervento non è piaciuto: “La reazione è abnorme rispetto alla vicenda in sé, il fatto che si sia scagliato così veementemente contro di me mi fa sorgere il sospetto che forse abbia qualche interesse politico dietro il suo comportamento. Quel che è certo è che l’inno al laicismo che ha prodotto evidenzia un tratto semanticamente molto povero di contenuti, se non contraddittorio”.

La docente sta ricevendo la solidarietà di un vasto mondo che la sta sostenendo, ma non in università: “Una critica di una collega mi ha particolarmente ferito”, ci ha detto. Invece il vescovo di Macerata Nazzareno Marconi l'ha presa sul serio e l'ha difesa con un affilato commento: “Grazie all'università ai non credenti e agli anticlericali perché ci avete ricordato quali tesori possediamo senza apprezzarne adeguatamente il valore e l’importanza”. A noi che diciamo 50 Avemaria tutte d'un fiato spesso può sfuggire perché ci abituiamo, ma l'episodio ci mostra che potenza possa avere una sola rosa donata a Maria. La potenza di disperdere i superbi nei pensieri del loro cuore.

E adesso? Paura per ritorsioni di carriera? O di essere emarginata? “E’ un problema che non mi pongo, rifletto solo sul fatto che se un'Ave Maria deve scatenare questo putiferio mi sembra evidente che si tratti di Parola di Dio vivente. E il Principe di questo mondo si scatena di fronte a questa vitalità del cuore e dell’anima che cerca Dio”. E aggiungiamo noi, non è un caso che Lutero, il quale oggi viene celebrato in ogni salsa, considerasse una bestemmia il Rosario, l'Ave Maria all'ennesima potenza. Riproporlo è doveroso. Appunto: al momento opportuno, ma anche in quello inopportuno.


Andrea Zambrano








http://www.lanuovabq.it/






lunedì 16 ottobre 2017

Miracolo del sole il 13 ottobre 2017 in Nigeria, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell'ultima apparizione a Fatima.





Ecco il link del video:
https://videopress.com/v/W7ltuNG2



“Miracolo del Sole in Nigeria, il 13 ottobre, dopo la riconsacrazione della Nigeria al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell’ultima apparizione a a Fatima”.

“Benin City, nello Stato di Edo, Nigeria. Si dice fosse presente l’intera Conferenza Episcopale”.

Maria Santissima è fedele alle sue Manifestazioni, non poteva mancare un suo Segno per i 100 anni.


miracolo del sole a Fatima il 13 ottobre 1917


Il 13 ottobre del 1917, davanti a circa 70 mila persone, Lucia grida: «Guardate il sole!». Le spesse nubi si squarciano ed appare il sole che comincia a roteare, a cambiare di colore, a danzare nel cielo e poi ad avvicinarsi progressivamente alla terra, come se stesse per precipitarvi.

Il Vescovo di Leiria, nella sua Lettera Pastorale sul culto della Madonna di Fatima così ha scritto: «Il fenomeno solare del 13 ottobre 1917, riferito e descritto nei giornali dell’epoca, è stato quanto mai meraviglioso e lasciò una indelebile impressione in quanti ebbero la felicità di presenziarvi. Questo fenomeno, che nessun osservatorio astronomico ha registrato, e perciò non naturale, è stato costatato da persone di tutte le categorie e classi sociali, credenti e miscredenti, giornalisti dei principali giornali portoghesi, e ancora da individui distanti parecchi chilometri dal luogo dove avveniva; il che sfata ogni spiegazione di illusione collettiva».














CON MARIA PER LE STRADE DI LONDRA. TESTIMONIARE PUBBLICAMENTE CHI È LA VERA REGINA D'INGHILTERRA







Le suggestive immagini dell’annuale Crociata del Rosario, organizzata dal Brompton Oratory di Londra, che sabato scorso, 14 ottobre, si è celebrata con particolare solennità e partecipazione di fedeli per il centenario delle apparizioni di Fatima.


Dopo la sua conversione al cattolicesimo, nel 1845, il futuro cardinale e oggi beato John Henry Newman divenne un oratoriano e portò in Inghilterra l’Oratorio di San Filippo Neri. La prima fondazione avvenne a Birmingham, poi un altro gruppo di convertiti guidato da padre Wilfrid Faber fondò l’Oratorio di Londra.


Oggi la comunità è formata da nove sacerdoti. Il parroco è Uwe Michael Lang, nativo della Germania, già consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e officiale della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: giovane e grande liturgista stimato da Benedetto XVI.


Il Brompton Oratory di Londra è un’isola di spiritualità e di liturgia autenticamente cattolica nel cuore di una delle metropoli più secolarizzate e sulfuree d’Occidente. La sua Schola Cantorum, diretta da Charles Cole, è impegnata in un recupero del patrimonio della musica liturgica, per evangelizzare tramite la bellezza.



















domenica 15 ottobre 2017

Il vescovo Cordileone contro i mali del mondo




Mons. Cordileone



Monsignor Salvatore Cordileone, il vescovo italo-americano di San Francisco, in occasione della consacrazione della sua diocesi al Cuore Immacolato, ha pronunciato un’omelia di fuoco contro i mali che stanno imperando in questo tempo.




Domenica, 15 ottobre 2017 — «Anche nelle nostre città (…) vediamo l’esaltazione e perfino la celebrazione del volgare, schernendo il bel piano di Dio su come ci ha creati nei nostri propri corpi, per la comunione gli uni con gli altri, e con Lui stesso». È un passaggio dell’omelia che il vescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha tenuto lo scorso 7 ottobre quando ha consacrato al Cuore 

In particolare aborto, eutanasia e vita omosessuale vengono definiti senza giri di parole «un riflesso vivo dell’inferno». Il riferimento è alle cosiddette pride paradesche i movimenti omosessualisti organizzano anche nelle strade di San Francisco. Rientrano in un elenco stilato dal vescovo sui grandi mali, tra cui le due guerre mondiali e i genocidi, che hanno attraversato il mondo in questi ultimi 100 anni che ci separano dalle apparizioni mariane di Fatima. «E poi», ha detto Cordileone riferendosi all’aborto legale, «c’è il grande attacco alla vita umana innocente: la nostra terra è stata sporcata dal sangue dei bambini innocenti in quella che è diventata una grande epidemia mortale equivalente a un genocidio nel ventre materno».

Infine, «adesso c’è l’abbandono dei nostri fratelli e sorelle sofferenti all’altra estremità della viaggio della vita», cioè il fenomeno dell’eutanasia sempre più diffuso e pervasivo. «Se pensiamo a ciò che è accaduto in questi ultimi 100 anni», si è chiesto Cordileone, «non ci dice che il secolo che abbiamo appena attraversato non era altro che un’esperienza dell’inferno?». Un’intera generazione «ha beffato Dio, ma Dio non può essere preso in giro, non perché egli si diletta nel vendicarsi di noi, ma perché se voltiamo le spalle a Dio il male ci si rivolge contro, portandoci alla autodistruzione».

«Lo chiedo a tutti i cattolici della diocesi di San Francisco, se non lo fanno già, che recitino il rosario tutti i giorni. E chiedo a tutte le famiglie che recitino insieme il rosario almeno una volta alla settimana». Il Cuore immacolato di Maria, ha concluso, «alla fine trionferà». È attraverso quel Cuore che «camminiamo dall’oscurità del peccato e della morte alla luce della verità e della misericordia di Cristo. C’è, dall’altra parte di quella porta, un paradiso glorioso, immenso e pieno di luce, che è il Cielo».




(fonte: lanuovabq.it)










sabato 14 ottobre 2017

Grygiel: «Il Rosario polacco, sfida al Padrone del mondo»






Andrea Zambrano (14-10-2017)

"Chi accusa i polacchi di aver recitato il grande Rosario ai confini contro gli immigrati islamici mente sapendo di mentire". Sono le parole del professore Stanislaw Grygiel, polacco, già docente all'Istituto Giovanni Paolo II e soprattutto grande amico di San Giovanni Paolo II Papa. In questa intervista alla Nuova BQ risponde punto su punto alle accuse rivolte da certa stampa mainstream, Corriere e Repubblica in testa, e da buona parte di mondo cattolico italiano alla straordinaria iniziativa di preghiera che si è svolta in Polonia e che ha visto la partecipazione di due milioni di persone.

Professore Grygiel, i polacchi sono stati accusati da un certo tipo di intellighenzia laicista, ma anche cattolica, di fomentare l’odio. Però il grande Rosario sui confini polacchi è stato un grande atto d’amore verso la Chiesa. Come stanno le cose?

Il continuo affidarsi da secoli del popolo polacco a Dio e al Suo Figlio, la fedeltà al Loro Amore, la fedeltà al loro Stato che oggi esprime la loro identità culturale, danno fastidio alle forze laiciste che hanno deciso di creare un “nuovo ordine” nel mondo. Il Padrone di queste forze, mancando di saggezza ma non d’intelligenza, sa che le uniche armi contro la fede di un popolo di questo genere sono la menzogna forgiata dall’odio e la paura che incussa negli uomini li piega davanti al potere. Questo Padrone è scaltro. Presenta il suo odio per i polacchi come amore per l’umanità, criticandoli di non amarla. S’infuria, vedendo come loro non si lascino ingannare. L’Unione Europea, per esempio, che odia l’Europa le cui radici sono state messe nella terra di Gerusalemme, di Atene e di Roma, con qualsiasi pretesto attacca i polacchi che amano questa vera Europa e in lei vogliono vivere. Spinti da quest’odio, i padroni dell’Unione Europea si fanno beffe del Rosario con cui i polacchi chiedono a Maria di radicarli ancora più profondamente nel suo Figlio e nella Chiesa, che nei primi secoli della sua esistenza imparò in Atene a porre la domanda sulla verità dell’uomo e in Roma a porre la domanda su come adeguare a questa verità l’ordine sociale. Alcuni (forse troppi) uomini della Chiesa in Occidente non comprendono questo. Perché? Perché sono uomini di poca fede, di poca cultura e di corta memoria. Non c’è allora da meravigliarsi che siano anche loro a sradicare la Chiesa da Cristo e a trasformarla in una società effimera come lo sono le altre. La preghiera dell’uomo è misura della sua fede.

Una delle accuse è stata quella di pregare contro l’islam, in realtà la preghiera era contro il terrorismo di matrice islamista. Come spiega questa differenza sostanziale?

Il popolo polacco pregava e prega per la pace, perché conosce molto bene la tragedia della guerra. Non intende però la pace come mancanza della guerra. Le guerre saranno fatte fino alla fine del mondo, perché l’uomo rimarrà sempre uomo. Perciò i polacchi non vogliono pagare con la propria dignità, che proviene dall’essere l’uomo immagine e somiglianza di Dio, per una pace che dovrebbe essere chiamata tregua. Ai terroristi che vogliono cancellare questa dignità negli altri, i polacchi dicono: No! Il loro “Rosario alle frontiere” era anche per i terroristi e mai contro di loro. Il loro Rosario li difende contro il nemico che si trova nel loro stesso intimo. I polacchi non disprezzano i terroristi, odiano i loro atti criminali. Chi dice che i polacchi hanno recitato il Rosario contro gli immigrati, in particolare islamici, mente per ignoranza colpevole oppure per una qualche ricompensa elargitagli da coloro che hanno interesse a cambiare la storia e a sottometterlo ai loro comandi.

È stato fatto anche il tentativo di accusare i polacchi di complicità con i nazisti nella persecuzione degli ebrei in un parallelo con gli islamici oggi. Ma la storia dice questo?

Se dopo tanti anni di “correzioni” ci sono ancora alcune “stelle erranti” che guidano la gente verso le menzogne storiche, secondo le quali i polacchi hanno contribuito a creare i campi di concentramento come quello di Auschwitz, allora, oltre a continuare a dire come stanno le cose, i polacchi non possono che pregare e digiunare, poiché sanno che alcuni spiriti non possono essere cacciati via in altro modo. Gli spiriti così maligni “costringono” i polacchi a recitare il Rosario e a digiunare. Se in Polonia dove i tedeschi fucilavano intere famiglie quando nelle loro case trovavano un ebreo nascosto (i tedeschi adottarono un decreto in tal senso solo in Polonia, oltre che in Serbia), allora di che cosa sono testimoni le centinaia di migliaia degli ebrei salvati in Polonia? È significativo che i polacchi siano accusati di aver collaborato con i nazisti soprattutto da persone appartenenti a Stati che come alleati di Hitler perpetrarono tali crimini in forma ufficiale. Questi attacchi contro i polacchi non sono forse un vano sforzo fatto di liberarsi dalle colpe e dai rimorsi? Il popolo polacco nell’Europa d’oggi, lo dico con le parole di Dostoevskij, è come una crosta sul sedere dell’uomo; con esso non le è possibile sedere comodamente.

Anche Giovanni Paolo II è stato tirato in ballo. Ritiene che sia stato strumentalizzato?

San Giovanni Paolo II – ne sono testimone personale – era per l’accoglienza degli altri ma mai per scendere a compromessi con la propria fede, con la propria dignità e identità. Va bene, diceva, possono costruire le loro moschee, ma domandiamo la reciprocità! Entrino nelle nostre case, ma senza cambiarle! Si adeguino all’ordine che regna in esse! Se qualcuno cerca di ucciderci, difendiamoci, cercando di vincere senza calpestare nessuno. Perché si è scontrato con i comunisti? Perché non era accogliente nei confronti di quelli che nel nostro Paese volevano costruire un ordine micidiale per l’uomo? Egli era accogliente ma non a costo della verità della persona umana e del suo affidarsi a questa verità. Quando vedo la strumentalizzazione di questo santo Papa e del suo insegnamento, continuamente perpetrata dai politicanti, non posso che gridare: Quousque tandem…? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?... O tempora, o mores!

Vorrei ricordare a margine che nei secoli scorsi la Polonia accolse milioni di ebrei e di ariani perseguitati in Europa occidentale non perché avesse bisogno di operai, ma per pura compassione. Questi perseguitati però s’inserirono nel popolo polacco, costituendo con esso un tutt’uno. Essere accogliente significa ricevere il perseguitato e offrirgli le proprie condizioni e il proprio tenore di vita, ma è proprio ciò che gli immigrati di oggi rifiutano.

Veniamo al grande Rosario: che cosa ci insegna questa straordinaria manifestazione di popolo?

Questa straordinaria e spontanea manifestazione di popolo, espressione della sua forza spirituale, vista alla luce del Vangelo e della storia di questo popolo martirizzato da tanti vicini, ci insegna che le conseguenze dell’affidarsi alla Verità che è Gesù Cristo non ci hanno deluso e non ci deluderanno.

Perché la Polonia ha questa specificità di promuovere la propria fede in ambito pubblico?

I polacchi si comportano così perché loro sono così. Si comportano così perché non sono degli schizofrenici che nella propria casa si comportano in modo diverso da come si comportano sulle piazze. La paura? Sì, conoscono anche la paura, ma conoscono la grandezza della propria dignità fino al punto di essere coraggiosi nel difenderla. Per i polacchi sono abominevoli i politici che dicono loro (come qualche mese fa il presidente della Francia disse alla Signora Beata Szydło, Primo Ministro della Polonia): “Voi avete i principi, ma noi abbiamo i soldi”.

Come avete vissuto voi polacchi che vivete all’estero questo momento?

Ci siamo radunati nelle chiese, nei santuari mariani e abbiamo recitato il Rosario in comunione con i polacchi in Polonia. È accaduto così in tutti i continenti. Non entriamo in polemica con la cattiveria di coloro che ci attaccano. In questi casi le polemiche non servono. Servono solo la preghiera e il digiuno.

Qual è il significato teologico del Rosario che è stato recitato?

Il Rosario è preghiera e la preghiera è locus theologicus, cioè fonte della conoscenza della verità rivelata che i teologi cercano di comprendere più profondamente. Nella preghiera la Tradizione della fede rimane viva. In altri termini, nella preghiera il passato storico rimane metafisicamente presente e attivo. Quanti teologi sono però capaci di attingere l’“acqua viva” da questo pozzo che è il Rosario?

Che cosa significa in un’Europa che ha perso la dimensione del sacro questo Rosario pubblico?






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