lunedì 26 settembre 2016

Lutero, una differenza incolmabile



                     

In occasione dei 500 anni della Riforma Luterana, il mensile di apologetica cattolica il Timone ha prodotto un dossier sulla figura di Lutero sviscerando in dettaglio le principali problematiche che la sua “rivoluzione” ha portato nella vita della Chiesa e nella società. Nel numero di settembre-ottobre il dossier, chiamato provocatoriamente "Lutero in affitto" ribadisce che «i cattolici non devono appropriarsi di chi ha creato una Chiesa alternativa fondata su una libertà senza verità e una fede senza ragione». Il dossier di 12 pagine si avvale dei contributi di Angela Pellicciari ("Gli amari frutti della dottrina luterana"), Riccardo Barile ("Ha demolito i Sacramenti"), Samuele Ceccotti (“La Scrittura strappata alla Tradizione"), Claudio Crescimanno (“Ha negato la successione apostolica”) e ha nel suo incipit una riflessione di Luigi Negri il quale spiega come quella luterana sia una fede del tutto alternativa a quella cattolica in cui la dinamica del credere si fa evento eminentemente soggettivo. Per gentile concessione dell'editore Il Timone, la Nuova BQ vi propone l'articolo integrale del vescovo di Ferrara e Comacchio. 


di Luigi Negri*
26-09-2016
 
Nella particolare contingenza storica in cui si muove il mondo ecclesiale ed ecclesiastico mi sembra giusto indicare una linea di lettura del fenomeno di Lutero e, al di là di essa, del fenomeno del Protestantesimo, in modo che siamo attrezzati a vivere quel passaggio che si prospetta così significativo dell’ottobre 2016.

Tenendo presente che al riguardo la migliore storiografia ha già da tempo superato la distinzione fra riformatore ed eretico, si può affermare con evidenza che Lutero si caratterizza per la volontà di introdurre una concezione della fede radicalmente alternativa a quella cattolica.

La fede, nella dottrina cattolica, è l’esperienza di un’appartenenza al mistero di Cristo nel mistero del suo popolo e quindi ha un essenziale riferimento alla struttura sacramentale della Chiesa e una dipendenza concreta della persona dal contesto ecclesiale come condizione della sua maturazione.

La visione dell’uomo a cui fa riferimento Lutero non è più quella della persona in rapporto col mistero di Cristo nel mistero della Chiesa; la sua è un’antropologia di carattere, anticipatamente ma realisticamente, individualistico- soggettivistica.

La fede non è più la chiamata ad un cambiamento totale dell’intelligenza e del cuore al mistero di Cristo ma, in Lutero, diventa il tentativo di salvaguardare una sostanziale sicurezza nella vita, il superamento di un’angoscia ricorrente, legata alla paura del giudizio universale e alla difficoltà di riuscire a superare l’esperienza di quella incoerenza etica che caratterizza sempre la vita di ogni uomo.

La fede - che tutta la tradizione cristiana aveva visto in sintonia profonda con la ragione e l’affettività - non può più fare riferimento ad una ragione che, come esito del nominalismo a cui Lutero si era formato, è eminentemente dialettica, negativa, per cui non si possono chiedere ragioni per la fede: la ragione demolisce e decostruisce la pretesa di certezze reali e radicali, comprese quelle della fede. Il tutto viene ridotto ad un fatto sentimentale e l’esperienza della fede, colta nella sua ultima irriducibilità, diventa il sentimento irresistibile provocato dalla lettura delle Sacre Scritture di essere stati salvati dal mistero di Dio con una giustificazione che è assolutamente gratuita, totalmente svincolata da ogni tipo di opera dell’uomo: sola scriptura, sola fide, sola gratia.

La fede, dunque, con Lutero subisce una modificazione sostanziale e dall’essere partecipazione ad un avvenimento oggettivo diventa esperienza di carattere psicologico e soggettivo. La chiesa degli eletti è la chiesa di coloro che si sentono chiamati a fare esperienza della fede e come tale sono una realtà eminentemente invisibile, che non ha nessuna espressione di carattere sociale ovvero una chiesa invisibile o degli eletti.

Questo salto nella percezione dell’evento cristiano, o dell’evento della fede, porta poi, come è ovvio e comprensibile, alla demolizione sia dell’organismo sacramentale che della realtà della Chiesa stessa, intesa come presupposto essenziale per la custodia, la comunicazione e l’educazione della fede.

La dinamica del credere, come ho già sottolineato, diventa un evento eminentemente soggettivo, in cui il singolo è il padrone dall’inizio alla fine. Una posizione come questa non può avere la pretesa di attuare un’autentica riforma della Chiesa, perché qui stiamo parlando - e la storiografia più importante e più significativa, cattolica e non, lo ha sempre riconosciuto – di una precisa volontà eversiva.

Certamente in Lutero, resta il problema di quelle realtà sociali di fede ancora legate a formulazioni di carattere nazionale, politico, istituzionale, la cosiddetta chiesa intesa come organismo liturgico e soprattutto come congregazione morale ovvero la chiesa come istituzione. È stupefacente, come osservato da alcuni interventi recenti, la soluzione che nel 1526, all’inizio del suo cammino protestante, Lutero individua e propone, ovvero la nascita di una Chiesa di Stato.

La Chiesa come organismo reale di coloro che vivono una pratica religiosa e di pietà, secondo questa concezione, ha come radice ultima la difesa che lo Stato gli offre.

Con i discorsi ai Principi della nazione tedesca avviene qualche cosa che non era mai accaduta nella storia della Chiesa, anzi, era sempre stato vivacissimamente contestato come una delle eresie più gravi, ovvero  la subordinazione della libertà della Chiesa al volere dello Stato. Nasce dunque la Chiesa di Stato di tipo protestantico, vuoi luterano, vuoi calvinista, vuoi anglicano dopo l’esperienza di Enrico VIII, che non hanno nessuna giustificazione sacramentale, ma soltanto socio-politica.

Molti si sono interrogati sulla singolare debolezza di tutte le formulazioni protestanti nei confronti delle degenerazioni totalitarie ma, probabilmente, non esisteva la possibilità di una alternativa al totalitarismo, perché l’esperienza della chiesa protestante già per sua natura tende a costituirsi all’interno della supremazia del politico su qualsiasi altra dimensione della vita personale e sociale.

Io credo che rendersi conto della lontananza, sia teologica sia dogmatica sia ecclesiale, dalla esperienza luterana e quindi dal protestantesimo possa diventare uno spunto per un approfondimento critico ancora maggiore della nostra identità di fede perché, se il dialogo c’è o deve incrementarsi, come tutti si augurano, deve essere un dialogo fra persone coscienti della loro diversità.

A questo punto, vale un’osservazione che deduco da uno dei più grandi filosofi e storici della nostra esperienza e della nostra cultura cattolica del secolo scorso, Jean Guitton, che nel suo capolavoro, Il Cristo dilacerato - che tratta delle eresie e dei Concili nella storia della Chiesa - alla fine di un capitolo dedicato alla crisi protestantica interpretata come il riproporsi di una gnosi, così scrive: «Se invece si tratta nella questione protestantica -come io ritengo- di una differenza abissale che riguarda l’essenza del cristianesimo, tocca a noi cattolici e protestanti, riuniti attorno allo stesso tavolo, vedere insieme, con uno sforzo di tutto il nostro essere e di tutte le nostre conoscenze, la via che Dio ha voluto. E se, dopo questo dialogo, sussiste una differenza incolmabile, che la soluzione sia rimessa alla profondità del segreto di Dio, e ognuno riprenda il suo cammino, nel dolore della separazione, ma con amore, ormai, e con speranza».

Ritengo che sia con questa chiarezza che il mondo cattolico debba prepararsi ad una celebrazione che non può essere puramente formale e che non può essere irrealisticamente fissata in vicinanze che non esistono. Il Concilio di Trento ha parlato chiaramente, e contro un concilio nessuno può andare. È necessario che prendiamo coscienza delle diversità o della vera e propria alternativa che c’è fra cattolicesimo e protestantesimo, in modo che quello che Guitton suggerisce diventi l’ispirazione reale di tutti i nostri incontri e di tutti i nostri dialoghi.


*Arcivescovo di Ferrara e Comacchio








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domenica 25 settembre 2016

Cosa significa consacrarsi a Maria? Amorth: rapportarsi con lei veramente come un figlio fa con la madre


“Consacrarsi alla Madonna” vuol dire accoglierla come vera madre, sull’esempio di Giovanni, perché lei per prima prende sul serio la sua maternità su di noi.

La consacrazione a Maria vanta una storia molto antica, anche se si è andata sempre più sviluppando negli ultimi tempi.

Il primo ad usare l’espressione “consacrazione a Maria” è stato San Giovanni Damasceno, già nella prima metà del sec. VIII. E in tutto il Medioevo era una gara di Città e Comuni che “si offrivano” alla Vergine, spesso presentandole le chiavi della Città in suggestive cerimonie. Ma è nel sec. XVII che iniziarono le grandi consacrazioni nazionali: la Francia nel 1638, il Portogallo nel 1644, l’Austria nel 1647, la Polonia nel 1656… [L’Italia arriva tardi, nel 1959, anche perché non aveva ancora raggiunto l’unità al tempo delle consacrazioni nazionali].

Ma è specialmente dopo le Apparizioni di Fatima che le consacrazioni si moltiplicano sempre più: ricordiamo la consacrazione del mondo, pronunciata da Pio XII nel 1942, seguita nel 1952 da quella dei Popoli russi, sempre ad opera dello stesso Pontefice.

Ne seguirono tante altre, specie al tempo delle Peregrinatio Mariae, che terminavano quasi sempre con la consacrazione alla Madonna.

Giovanni Paolo II, il 25 Marzo 1984, rinnova la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, in unione con tutti i Vescovi dell’orbe che il giorno precedente, nelle loro Diocesi, avevano pronunciato le stesse parole di consacrazione: la formula scelta iniziava con l’espressione della più antica preghiera mariana: “Sotto la tua protezione ci rifuggiamo…”, che è una forma collettiva di affidamento alla Vergine da parte del popolo dei credenti.
Il senso forte della consacrazione

La consacrazione è un Atto complesso, che si diversifica nei vari casi: altro è quando un fedele si consacra personalmente, assumendo impegni precisi, altro è quando si consacra un popolo, un’intera Nazione o addirittura l’Umanità.

La consacrazione individuale è teologicamente ben spiegata da San Luigi Maria Grignion de Montfort, del quale il Papa, con quel suo motto del “Totus tuus” [desunto dallo stesso Montfort, che a sua volta lo aveva preso da San Bonaventura], è il primo “modello”.

Il Santo di Montfort sottolinea così due ragioni che ci spingono a farla:

1) Il primo motivo ci è offerto dall’esempio del Padre, che ci ha dato Gesù per mezzo di Maria, affidandolo a lei. Ne consegue che la consacrazione è riconoscere che la divina maternità della Vergine, sull’esempio della scelta del Padre, è la prima ragione di consacrazione.

2) Il secondo motivo è quello dell’esempio dello stesso di Gesù, Sapienza incarnata. Egli si è affidato a Maria non solo per avere da lei la vita del corpo, ma per essere da lei “educato”, crescendo “in età, sapienza e grazia”.

“Consacrarsi alla Madonna” vuol dire, in sostanza, accoglierla come vera madre nella nostra vita, sull’esempio di Giovanni, perché lei per prima prende sul serio la sua maternità su di noi: ci tratta da figli, ci ama da figli, ci provvede tutto come a figli.

D’altra parte, accogliere Maria come madre significa accogliere la Chiesa come madre (perché Maria è Madre della Chiesa); e vuol dire accogliere anche i nostri fratelli in umanità (perché tutti ugualmente figli della comune Madre dell’Umanità).

Il senso forte della consacrazione a Maria sta proprio nel fatto che con la Madonna noi vogliamo stabilire un vero rapporto di figli con la madre: perché una madre è parte di noi, della nostra vita, e non la si cerca solo quando se ne sente il bisogno perché c’è da chiederle qualcosa…

Siccome, poi, la consacrazione è di suo un atto che non è fine a se stesso, ma un impegno che va vissuto giorno per giorno, impariamo – dietro i consigli del Montfort – a fare anche solo il primo passo che essa comporta: fare tutto con Maria. La nostra vita spirituale ne guadagnerà di sicuro.

sabato 24 settembre 2016

In Svezia è boom di adolescenti "sessualmente incerti"

IMPENNATA DAL 2012 AD OGGI

 
Nello spazio di soli 3 anni si è assistito ad una vera e propria impennata di richieste. Nel 2012, l’ospedale riservato ai bambini “Lindgren Astrid” aveva infatti contato solo 4 casi di questo tipo, divenuti ben 116 nel 2015, con una maggioranza di ragazze, 94 contro 22 ragazzi. Quest’anno, si prevede che tale triste statistica sia destinata ad aumentare fino a toccare quota 200.
Una drammatica escalation che la psichiatra Frisén, intervistata dall’emittente nazionale “SVT”, si illude di risolvere incentivando l’accesso alle fallimentari terapie affermative:
“E’ così incredibilmente doloroso vivere in un corpo che non si riesce a riconoscere come il proprio. Non va dimenticato che ciò è anche associato alla malattia mentale e ad un rischio molto elevato di suicidio in caso di non riuscire ad avere accesso alle terapie affermative di genere”.
La Frisén continua, affermando come tale crescita del numero di adolescenti che si rivolgono alle strutture sanitarie per problemi di disforia di genere sia una “notizia positiva”, riconducibile ad una maggiore consapevolezza odierna in materia di identità ed affermazione sessuale:
“Più giovani si stanno rivolgendo ora, perché la consapevolezza è aumentata e ora hanno il coraggio. (…) Sempre più persone stanno esplorando la loro identità di genere come parte del loro sviluppo della personalità”.
 

CONSEGUENZA DI POLITICHE IDEOLOGICHE

Nella realtà, tale incomprensibile e alquanto preoccupante diffusione dell’incertezza sul proprio genere sessuale tra gli adolescenti svedesi è una drammatica conseguenza delle scellerate politiche ideologiche condotte dalla Svezia negli ultimi quarant’anni.
Politiche sempre più lassive e radicali che hanno fatto della Svezia il paese più liberal d’Europa:
  • nel 1944 è stata legalizzata l’attività sessuale tra persone dello stesso sesso;
  • nel 1979 è stata declassificata l’omosessualità come malattia mentale;
  • nel 1972 la Svezia è diventato il primo paese al mondo a consentire alle persone transgender di cambiare il proprio genere legale dopo l’intervento chirurgico di cambio del sesso;
  • sempre nel 1972 il travestitismo è stato declassificato come malattia;
  • nel 1995 è stata introdotta la “partenership” tra coppie dello stesso sesso;
  • dal 2003 le coppie gay e lesbiche possono adottare bambini;
  • dal 2005 le coppie lesbiche hanno avuto parità di accesso alla fecondazione in vitro e alla fecondazione assistita;
  • nel 2009 è stato legalizzato il matrimonio omosessuale.

PROMOZIONE “A TUTTO CAMPO”

La promozione della “prospettiva gender”, in Svezia, è a tutto campo ed ha interessato anche il linguaggio con l’introduzione di nuovi incomprensibili vocaboli “politically correct“.  A questo proposito, in alcuni asili di Stoccolma nel 2012 è stato introdotto il pronome neutro «hen» con il quale rivolgersi a bambini “incerti” della propria sessualità.
Anche se non esistono ancora statistiche ufficiali riguardo il numero degli asili nido svedesi che utilizzano il pronome «hen», Maria Hulth della Jämställt, società di consulenza sulla parità di genere, ha dichiarato come oggi vi siano numerosi insegnanti che scelgono autonomamente di utilizzare il termine «hen», anche quando non adottato come politica interna della struttura scolastica.
In tal senso, Sofia Bergman, una madre svedese di due bambini, tempo fa, interrogata sul tema dal noto settimanale americano “Newsweek”, si è espressa così: «Non abbiamo ancora iniziato ad utilizzarlo in casa, ma è solo una questione di abitudine. (…) è una buona cosa se gli asili e scuole lo utilizzano».

LA TEORIA DELLA “NORMA CRITICA”

L’impegno degli asili e delle scuole primarie svedesi nella promozione della parità dei sessi non si limita al pronome neutro: «Stanno facendo di tutto anche per evitare parole come “boys” e “girls”, utilizzando invece il vocabolo neutro “children”. E la “norma critica” si sta diffondendo sempre più velocemente». La Hulth racconta compiaciuta come gli stessi suoi due figli usano abitualmente il termine «hen» per chiamarsi l’uno con l’altro.
La cosiddetta “norma critica” è una teoria molto diffusa in Svezia secondo la quale tutte le norme tradizionali, come la distinzione tra uomini e donne, eterosessuali ed omosessuali, normodotati e disabili, devono essere smantellate al fine di realizzare una società veramente equa. Ad esempio, continua, a tale proposito, la Hulth, «tutti i bambini dovrebbero essere in grado di indossare ciò che vogliono. I vestitini non sono solo per le ragazze. Il rosa è un bel colore che dovrebbe essere a disposizione di tutti».

IL PROGETTO “EGALIA”

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Tale assurda visione si è concretizzata nell’altrettanto folle progetto pedagogico dell’asilo Egalia dove i bimbi, tutti da 1 a 6 anni, in ossequio all'”agenda gender“, non vengono chiamati in base al loro sesso di nascita ma indistintamente con il nome friend, amico/a, o il citato pronome neutro “hen”. Ad Egalia i giochi e i libri sono mischiati, nella tipologia e nei colori, con l’obiettivo di non creare aree distinte femminili e maschili.
«La società si aspetta che le bambine siano femminili, dolci e carine e che i bambini siano rudi, forti e impavidi. Egalia dà invece a tutti la meravigliosa opportunità di essere quel che vogliono», dichiara una delle insegnanti (“Corriere della Sera”, 29 giugno 2011). 
Tuttavia, in Svezia non tutti sono d’accordo con la promozione di tali politiche di genere. Tra questi, il dottor David Eberhard, uno dei più autorevoli psichiatri svedesi, ha messo in evidenza l’importanza dell’incontestabile dato biologico, sottolineando come l’introduzione di un nuovo pronome non cambierà il fatto che la stragrande maggioranza delle persone si identifica come uomini o donne:
«Qualunque sia il modo con cui si sceglie di chiamare le persone, le differenze biologiche tra uomini e donne restano. (…) Dovremmo trattare gli altri con rispetto reciproco, ma ignorare le differenze di genere biologiche è da pazzi. Renderci identici non creerà più uguaglianza. (…) chiamare i bambini con il termine neutro “hen”, invece di lui o di lei? Questa è crudeltà infantile».

TOTEM RELATIVISTA

Le sconcertanti statistiche provenienti dalla Svezia dimostrano, dati alla mano, le reali e tangibili conseguenze sociali del martellante piano di “normalizzazione” di ogni tendenza sessuale in nome dell’illimitata autodeterminazione individuale. Un piano rivoluzionario che, in riverente osservanza all’intoccabile totem relativista, rifiuta ogni verità e principio dato, arrivando a negare e mettere in discussione l’incontrovertibile realtà naturale e biologica del nascere maschio e femmina. (di Rodolfo de Mattei su Osservatoriogender.it)






venerdì 23 settembre 2016

L’INTERVISTA a Ruini: «L’aldilà c’è e io mi preparo»

 




Il cardinale Ruini e quel che c’è dopo la morte: «Il cristianesimo parla della risurrezione. Solo nella risurrezione il soggetto umano trova il suo pieno compimento»



Aldo Cazzullo

22/09/2016


Cardinale Ruini, il suo nuovo libro si intitola «C’è un dopo?», con il punto interrogativo. Questo significa che neppure lei è assolutamente certo che «un dopo» ci sia?

«Personalmente sono certo. Ma mi rendo conto che questa certezza è un dono di Dio, e che nel contesto culturale di oggi può essere difficile raggiungerla».


Lei cita gli studi di Moody e van Lommel sulle esperienze tra la vita e la morte. Le considera la conferma empirica che dopo c’è davvero qualcosa?

«Si tratta di esperienze ben documentate. Dimostrano che in qualche caso, molto raro, si può tornare in vita dopo la “morte clinica”, cioè dopo che, per pochi istanti, l’encefalogramma era diventato piatto. La morte è però un processo, che raggiunge il suo stadio definitivo solo quando il cervello ha perduto irrimediabilmente le proprie funzioni: a quel punto nessuno ritorna indietro. Non ci sono quindi conferme empiriche di un “dopo”. Quelle esperienze ci dicono comunque che è sbagliato ridurre l’autocoscienza ai neuroni e alla loro attività».


Poi il libro ricostruisce la discussione sull’anima, da Tommaso alle neuroscienze. È possibile secondo lei accertarne razionalmente l’immortalità?


«Non penso che sia possibile accertare con la sola ragione l’immortalità dell’anima. A mio parere si può accertare però che l’uomo ha un’anima non materiale: altrimenti non si spiegherebbero la nostra capacità di conoscere ciò che è universale e necessario, e la nostra libertà».


Il cristianesimo però parla non solo di immortalità dell’anima, ma di risurrezione della carne. Lei come la concepisce?

«Direi di più: il cristianesimo parla anzitutto della risurrezione. Solo nella risurrezione il soggetto umano trova il suo pieno compimento. L’immortalità dell’anima è però indispensabile perché la risurrezione abbia un senso: se qualcosa di me non rimanesse dopo la morte, la risurrezione sarebbe una nuova creazione, che non avrebbe con me alcun rapporto. Riguardo al modo di esistere dei risorti, possiamo dire due cose: la risurrezione è qualcosa di reale, non solo una nostra idea; ma non è qualcosa di fisico, non è un ritorno alla vita di questo mondo».


In attesa dell’ultimo giorno, dove andiamo? Lei evoca san Paolo, secondo cui saremo «con Cristo» subito dopo la morte. Ma come?

«Saremo con Cristo, e con Dio Padre, in quanto parteciperemo alla loro vita, saremo conosciuti e amati da loro e a nostra volta li conosceremo e ameremo: non come adesso nel chiaroscuro della fede, ma direttamente nella loro sublime realtà».


Che cosa sappiamo davvero dell’aldilà?

«Nella sostanza l’aldilà è Dio stesso: il mistero che ci supera infinitamente. Sarebbe una grossa ingenuità pretendere di poter fare una descrizione anticipata del futuro che ci attende, come se ne avessimo già avuto esperienza. Dell’aldilà possiamo parlare, in qualche modo, solo a partire dal presente, da ciò che portiamo dentro di noi e viviamo in questo mondo: soprattutto a partire da Gesù Cristo, vissuto, morto e risorto per noi. È lui la via di accesso al mistero di Dio e della nostra sorte eterna».


Lei ha assistito molte persone giunte al passo d’addio. Come si muore?

«Si muore in tanti modi, che dipendono da quello che siamo nel profondo e dal genere di persone che ci sono vicine; oltre che, naturalmente, dalla nostra maggiore o minore solidità psichica e dal tipo di infermità che ci conduce alla morte. Mescolata a tutti questi fattori gioca però un grande ruolo anche la fede in Dio e nella vita eterna. Rimane vera cioè la parola di san Paolo: i cristiani sono coloro che hanno speranza. L’ho verificato tante volte negli altri, e incomincio a verificarlo dentro di me».


Lei definisce l’inferno «una possibilità concreta e tragica». Non è vero quindi che l’inferno è vuoto, come si augurava von Balthasar?

«Von Balthasar se lo augurava, non pretendeva di saperlo. Che l’inferno sia una possibilità concreta ce lo ha detto anzitutto Gesù Cristo: non possiamo pensare che Gesù scherzasse quando ammoniva che la via verso la perdizione è spaziosa, mentre è angusta quella verso la vita. Non è detto però che degli esseri umani siano effettivamente dannati: possiamo e dobbiamo sperare di salvarci tutti; ma deve essere una speranza umile, che non presume di noi stessi e si affida alla misericordia di Dio».


Il paradiso lei come se lo immagina?

 «In estrema sintesi, il paradiso è l’essere per sempre con Dio in Gesù Cristo, e secondariamente con i nostri fratelli in umanità».


L’inferno?

«L’inferno, al contrario, è solitudine assoluta, chiusura definitiva a Dio e al prossimo».


E il purgatorio?
«Il purgatorio è gioia grandissima di essere amati da Dio, e al tempo stesso è sofferenza che, nell’incontro con Cristo, ci purifica dalle nostre colpe».


Qual è la sorte dei bambini morti senza battesimo?

«La Sacra Scrittura non si pone questa domanda. Nel medioevo si affermò la dottrina del limbo, secondo la quale i bambini morti senza battesimo restano privi dell’unione immediata con Dio ma godono di quell’unione con lui che ci appartiene per natura. Oggi però, quando speriamo la piena salvezza anche per i peggiori peccatori, diventa insostenibile escluderne i bambini che sono morti senza colpe personali, non avendo ancora l’uso della ragione. Oggi è questo l’insegnamento della Chiesa».


Come si immagina, tra molto tempo s’intende, la sua vita dopo la morte?

«Alla morte e al dopo penso spesso, se non altro perché il mio declino fisico si incarica di ricordarmeli. Cerco di prepararmi pregando di più ed essendo un po’ più buono e più generoso. Soprattutto mi affido alla misericordia di Dio. Per il “dopo” spero di essere accolto nel mistero di amore di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e di ritrovare tutte le persone che mi hanno amato in questo mondo — a cominciare dai miei genitori — ma anche tutti coloro che ho conosciuto, vivi per sempre nella grande famiglia di Dio. Dato che la curiosità intellettuale non mi ha ancora abbandonato, confido inoltre di scoprire in Dio il senso di tutta la realtà».


E come vorrebbe essere ricordato?

«Come una persona semplice, con un forte e forse eccessivo senso del dovere, che ha cercato di servire il Signore e che non ha odiato nessuno».


C’è qualche errore, almeno uno, che ritiene di aver commesso?

«Di errori ne ho fatti molti, a cominciare dai miei tanti peccati, e chiedo di cuore perdono a Dio e al mio prossimo. Nelle responsabilità che ho avuto un errore è stato il fidarmi troppo di me stesso».


Spesso le viene rimproverato il caso Welby, il rifiuto del funerale.

«Negare a Piergiorgio Welby il funerale religioso è stata una decisione sofferta, che ho preso perché ritenevo contraddittoria una scelta diversa. Su questo non ho cambiato parere. Ho comunque pregato parecchio perché il Signore lo accolga nella pienezza della vita».


Quale immagine porterà con sé dei Papi che ha conosciuto da vicino? Wojtyła, Ratzinger, Bergoglio?

«Karol Wojtyła è il grande santo che ha cambiato in profondità la mia vita: l’immagine che ne ho è quella di un’umanità straordinariamente cresciuta nella luce di Dio. Anche a Joseph Ratzinger devo tanto: vedo in lui un grande maestro, non solo del pensiero ma del rapporto con Dio, e una persona estremamente gentile che mi onora della sua amicizia. Con Jorge Mario Bergoglio ho, logicamente, un rapporto minore perché è diventato Papa quando ero già emerito: è un uomo di profonda fede, che spende tutto se stesso».


Ma questo Papa sta facendo il bene della Chiesa


«Il bene che fa alla Chiesa, e all’umanità, è sotto gli occhi di tutti: non vederlo significa essere prigionieri delle proprie idee e anche dei propri pregiudizi. Personalmente prego il Signore perché l’indispensabile ricerca delle pecore smarrite non metta in difficoltà le coscienze delle pecore fedeli».






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giovedì 22 settembre 2016

Se il Catechismo "trasgredisce" i diritti umani



                     
di Andrea Zambrano
22-09-2016

Se le cose stanno così tanto vale mettere al bando il Catechismo della Chiesa Cattolica e chi s’è visto s’è visto. Ricominciamo da zero e facciamoci dettare la morale dai singoli Stati, non si sa mai che ci venga una detrazione sull’Irpef se ci scappa la scappatella con la segretaria. Il genere dei vescovi denunciati per aver criticato l’ideologia gender e il matrimonio gay è ormai un dato di fatto assodato, come dimostrano i casi spagnoli e messicani. Bisogna spingere l’asticella più in là, facendo sentire il fiato sul collo ai vescovi in una corsa all’intimidazione che ha davvero del diabolico.

Adesso a finire nel mirino della polizia del pensiero, incarnata da uno di quei tanti dipartimenti governativi dedicati ai diritti umani o alle anti discriminazioni, è un vescovo argentino. Si chiama Hector Aguer ed è arcivescovo di La Plata. Nei giorni scorsi è stato preso di mira dal Dipartimento dei diritti umani del governo argentino. Per la verità il monsignore se l’è andata a cercare. In un articolo pubblicato sul quotidiano E Dia, invece di parlare di temi dal facile annacquamento religioso si è spinto a denunciare lo scandalo della fornicazione in pubblico, ricordando come sia contraria all’insegnamento in materia di morale della Chiesa.

Certo, ha fatto il suo mestiere, ma ha osato denunciare diverse pratiche che oggi devono essere sdoganate come buone e giuste: la masturbazione definita animaloide, i rapporti prematrimoniali, l’invasione di preservativi per gli atleti ai giochi olimpici, la superficialità con la quale i giornali si occupano di tradimenti e scappatelle dei vip dello spettacolo. Ma non solo: ha detto che l’omosessuale deve essere casto perché l’attività sessuale cui si dedica si chiama “fornicazione contro natura” e l’identità di genere permette molte forme di mescolanza antinaturali.

E ancora: banalizzazione del sesso, linguaggio che tende a giustificare il concubinato, Ovviamente il pastore ha contrapposto a questa “cultura fornicatoria”, la retta antropologia sull’atto sessuale che è unitivo e procreativo, invitando a praticare l’antica virtù della temperanza, unita ad una buona dose di castità.

Ma quello che ad un incallito ideologo della rivoluzione sessuale poteva sembrare un pistolotto da sagrestia, dunque in fondo inutile, è diventato un vero e proprio attacco ai diritti umani. Buon segno, si vede che tanto inutile il predicozzo del vescovo non era. Però adesso il povero pastore è stato preso di mira.

Così è intervenuto il dipartimento che ha acceso la spia rossa e ha iniziato a lanciare strali e minacce. Secondo Claudio Avruj, direttore del suddetto ufficio le parole del religioso «meritano il rifiuto di tutti noi per la sua posizione autoritaria e discriminatoria».

Ma ovviamente non basta attaccare con le parole, bisogna spaventare. Così il signore ha deciso di aprire un procedimento contro il vescovo, utilizzando il potere conferitogli dallo Stato argentino di mettere becco su come deve essere la morale. Adesso il vescovo è formalmente indagato a seguito della denuncia presentata dall’esponente politico e non si sa come finirà anche perché Avruj ha già detto che analizzerà paragrafo per paragrafo lo scritto di Aguer per vedere dove e in che modo è stata violata la Costituzione.

Considerato che adesso alla Casa Rosada siede un presidente che partecipa al congresso eucaristico e che ha già dichiarato di non voler rivedere la legge che vieta l’aborto di massa, il monsignore più dormire sonni tranquilli. Ma solo per ora. Che cosa accadrà se in Plaza de Mayo dovesse andare un presidente barricadero e dalla mentalità più “lib” di Mauricio Macri?

Lui non si dà per vinto e ribatte: “Il Catechismo insegna questo, non sono uno scarafaggio raro nella Chiesa, davanti alla Cattedrale di La Plata assisto quotidianamente ad un esibizionismo incontrollato e disdicevole”. E ha ribattuto al censore così: “Se vuole davvero pensare ai diritti umani pensi alla mia libertà di espressione da difendere visto che così viene calpestata”. Che coraggio il presule, finirà male di sicuro, poteva starsene accucciato invece adesso viene additato come nemico del popolo.

In attesa di vedere come andrà a finire non ci resta che prendere atto che adesso citare il Catechismo alla lettera è diventato disdicevole e fonte di guai. Ci toccherà rintanarci nella nostra cameretta e dirci queste cose tra di noi. Ma forse anche in quell’occasione ci saranno delatori e spie a controllarci. O forse, è una speranza certa che ci accompagna in questi giorni di fine impero, le parole inopportune di Aguer non sono altro che una luce che resterà accesa quando l’uomo avrà finito di soddisfare tutti i desideri più bestiali della carne che gli sono rimasti e si guarderà intorno alla ricerca di un po’ di verità sulla sua vita.









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mercoledì 21 settembre 2016

Belgio, il silenzio dei vescovi genera mostri

 
 


di Riccardo Cascioli
21-09-2016

Di fronte al primo caso di eutanasia al mondo su un minorenne, la scorsa settimana in Belgio, non si sa se provare più orrore per il fatto in sé o per le reazioni di tanti autorevoli opinionisti, anche in Italia, che ne danno una giustificazione teorica e vorrebbero approfittare del caso belga per spingere la legge sull’eutanasia anche nel nostro paese (vedi l’oncologo Umberto Veronesi).

Ma c’è anche una domanda che sorge spontanea, leggendo questi scienziati che denunciano il presunto “ritardo” del nostro paese dandone la colpa al bigottismo tipico di un paese di tradizione cattolica.

Come è possibile che invece un altro paese con una grande tradizione cattolica, come il Belgio, sia il primo paese al mondo ad ammettere l’eutanasia senza limiti di età e il primo ad effettuarla? Il Belgio come nazione esiste proprio in quanto cattolico, ovvero si tratta di quelle province che tra XVI e XVII secolo, durante la Guerra d’indipendenza olandese, resistettero alla Riforma protestante e restarono fedeli al Re di Spagna. Il Belgio ha anche un’importante tradizione di missionari: solo 150 anni fa fu fondata una Congregazione dedicata al Cuore Immacolato di Maria (Missionari di Scheut) che hanno avuto un importante ruolo nell’evangelizzazione dell’Africa. E non sono passati neanche molti anni da quel 4 aprile 1990 quando re Baldovino del Belgio, per non firmare la legge che depenalizzava l’aborto, abdicò per due giorni: quel gesto non fermò l’introduzione dell’aborto ma rimase comunque significativo, soprattutto se lo paragoniamo al comportamento dei governanti cattolici italiani dodici anni prima.

Oggi invece, davanti all’eutanasia per i minori (approvata due anni fa) e al primo caso di morte procurata è calato il silenzio: non solo dei politici, ma anche della Chiesa. L’unico che ha alzato la voce in questi anni è stato l’attuale arcivescovo emerito di Bruxelles, monsignor André-Joseph Leonard, guarda caso considerato un corpo estraneo all’interno della Chiesa belga, un’imposizione di Benedetto XVI mal sopportato dal resto dell’episcopato: le sue canoniche dimissioni al compiersi dei 75 anni di età sono state immediatamente accolte, per poter tornare all’antico.

Ma è proprio questo “antico” la causa di un processo di scristianizzazione velocissima, tale che la partecipazione alle messe domenicali riguarda ormai appena il 5% della popolazione (ancora 15 anni fa erano l’11%), nella capitale l’1,5%. E se ancora oggi i due terzi della popolazione belga sono nominalmente cattolici, soltanto la metà dei nuovi nati riceve il battesimo, e i numeri sono in costante discesa. Nel frattempo molte chiese, rimaste vuote, hanno cambiato destinazione d’uso – centri commerciali, mercati, moschee - e una recente inchiesta del quotidiano Le Libre rivela che circa le metà delle chiese sono a rischio chiusura.

Il tracollo della Chiesa belga ha coinciso con il dopo Concilio, e non certo a caso. Qui forse più che altrove, il dopo-Concilio ha coinciso con una spericolata rincorsa per inseguire il mondo, anzi per portare la mentalità del mondo nella Chiesa cattolica: il cardinale Leo Suenens e il suo successore cardinale Godfried Danneels sono stati i protagonisti incontrastati di questa stagione che, invano, Benedetto XVI cercò di arginare nominando monsignor Leonard arcivescovo di Bruxelles, successore di Danneels.

Arrivati i suoi 75 anni quasi un anno fa, Leonard è stato immediatamente sostituito dall’ex ausiliare di Danneels, Jozef de Kesel, così che il cammino progressista ha potuto riprendere a pieno regime. È una ormai lunga stagione in cui prevale la demolizione della Chiesa cattolica e la sua trasformazione in denominazione protestante. Tutti concentrati in battaglie che portano lo spirito del mondo nella Chiesa (aborto, contraccezione, sacerdozio dei preti, unioni gay e così via) e nessuna attenzione al popolo di Dio in fuga. Anzi, si mettono le fondamenta per ulteriori disastri, come dimostra l’incredibile vicenda dell’unico seminario che raccoglieva vocazioni in abbondanza (istituito da monsignor Leonard), costretto a chiudere con la patetica scusa che ci sono troppi seminaristi francesi…

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la scristianizzazione a tappe forzate del Belgio va di pari passo con l’acuirsi della crisi economica e della crisi sociale, con l’affermarsi di una bioetica ostile all’uomo, con la resa incondizionata davanti a leggi e provvedimenti (aborto, eutanasia, matrimoni gay) che attaccano l’uomo, vertice della Creazione. Se oggi il Belgio ha esteso la sua legge sull’eutanasia ai minori anche ai silenzi dei vescovi belgi va chiesto conto.





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martedì 20 settembre 2016

Contro l'eugenetica la pedagogia del dolore innocente. Don Carlo Gnocchi

                     


di Angelo Busetto
20-09-2016
 
È un libretto di poche pagine, stampato molti decenni fa con i caratteri eleganti de “La Scuola” Editrice. In seguito dovetti farne varie fotocopie, man mano che l’esperienza del ‘dolore innocente’ dei bimbi disorientava e scandalizzava i grandi. “Pedagogia del dolore innocente” era il titolo, e la sua prima edizione porta la data del 29 febbraio 1956, il giorno seguente la morte del suo autore, don Carlo Gnocchi. Ora me lo ritrovo tra mano in una nuova edizione dell’editrice San Paolo. La copertina riproduce una foto di don Gnocchi che abbraccia un bambino, mentre il breve testo dell’autore è accompagnato da due ‘riflessioni’, del cardinale Angelo Scola e del filosofo Salvatore Natoli. Rileggerlo oggi è ancora più sconvolgente, dopo che i giornali hanno riferito la notizia dell’eutanasia praticata in Belgio a un bambino. Tra la ‘Pedagogia del dolore innocente’ e il bambino eliminato con l’eutanasia, corre un abisso. Lo avverto con tutto il cuore e tutta la mente, anche senza riuscire a dettagliare tutti gli aspetti della vicenda.

Il senso dell’umano, così profondamente e intensamente descritto nel libretto di don Gnocchi, ma ancor più da lui vissuto nel rapporto dapprima con i mutilatini di guerra, vittime dei bombardamenti e della bombe tranello, e poi con i bambini colpiti dalla poliomelite, appare totalmente abolito dalla ‘orribile pietà’ con la quale viene presentata l’azione eutanasica. Ancor più è divelto alle radici il senso cristiano del dolore, la sua partecipazione al sacrificio redentore di Cristo, con il quale don Gnocchi ha alleviato la sofferenza innocente dei bambini, accompagnandoli con affetto fino alla croce di Gesù.

E’ ben vero che la sparizione del cristianesimo dalla mente e dal cuore delle persone apre strade di solitudine e di disperazione, fino a imboccare come unica soluzione l’abolizione – soffice e comunque violenta – delle persone. Il nulla come soluzione. Per non soffrire, uccidere i bambini. Allo stesso livello, con nuove contorsioni di pensiero e di scelte economiche, uccidere i vecchi. Più alla radice, togliere via l’incipit di vita del bambino concepito.

Ma la nostra, non era la civiltà delle soluzioni tutte possibili? La scienza, non avrebbe cancellato ogni malattia? La perfetta organizzazione statale, e le leggi assolutamente paritarie, non avrebbero eliminato ogni discriminazione, garantendo i diritti di ciascuno e un livello dignitoso di vita?

A questo punto ci domandiamo quali persone potranno continuare a vivere. Quale grado di perfezione, di salute, di benessere dovranno garantire a se stessi i nostri posteri – o forse già noi a noi stessi – per poter stare al mondo, o almeno per non essere guardati e trattati come parassiti della società.

Il mondo eugenetico si circonda di barriere protettive; le aziende che conservano i geni del futuro spazzeranno via gli uomini e le donne normali e indifesi. Una razza pura, una razza sana, una razza protetta vincerà.

Don Gnocchi, e una schiera senza fine di uomini, di cristiani e di santi, proseguiranno il cammino che giunge al Calvario e procede oltre il sepolcro fino alla vita nuova della risurrezione. E’ così forte la carità, così energica la speranza, così vera la fede, che la vita risorge ogni terzo giorno.