mercoledì 17 gennaio 2018

L'angelo, il pensiero di Dio che arriva a noi





Fabio Piemonte (16/01/2018)

“Quello che viene detto sugli angeli in tanti bestseller di oggi è in contraddizione con la parola di Dio. Sono convinto che molti degli ‘angeli’ che sono così popolari tra i fanatici New age degli angeli oggi non sono niente meno che spiriti demoniaci che impersonano angeli”.

Con questa lucida analisi don Marcello Stanzione, uno dei massimi esperti di angelologia e parroco dell’Abbazia di S. Maria La Nova a Campagna (SA), introduce il volume contenente gli atti del XIII Convegno Nazionale di Angelologia, svoltosi a Roma (Basilica San Giuseppe al Trionfale, 30 settembre - 1 ottobre 2017) sul tema: Gli angeli custodi: tra devozione e confusione (Ed. Segno, pp. 196, € 20), che raccoglie sia i contributi dei diversi studiosi che un cospicuo numero di testimonianze.

In relazione agli spiriti celesti, già “nei testi sumerici e assiro-babilonesi si parla spesso di messaggeri degli dèi o di dèi messaggeri. Inoltre, i babilonesi credevano che ogni uomo fosse accompagnato da uno spirito custode ilu, e che esistessero i geni protettori delle case, dei templi, dei palazzi e dell’intero paese, raffigurati come animali alati”. Nella mitologia greca è nota la figura di Ermes, presentato “come messaggero degli dei e come araldo, per comunicare gli ordini dell’autorità”. Nella filosofia di matrice platonica tali spiriti vengono concepiti come “potenze mediatrici tra Dio e l’uomo”, laddove per Aristotele essi hanno anche il compito di sovrintendere al movimento delle sfere celesti.

Ripercorrendo le pagine bibliche emerge la preziosità della loro missione al servizio del popolo di Dio, in specie nelle figure dei tre arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. “A ciascuno dei fedeli sta accanto un angelo come protettore e come pastore per condurlo alla vita”, scriveva san Basilio, in quanto “un angelo è in certo qual modo un pensiero personale con il quale Dio si è rivolto a me”, per dirla con le parole di Joseph Ratzinger.

L’iconografia tradizionale raffigura tali spiriti celesti con le ali. Ciò non è evidentemente senza significato: “le ali simboleggiano il fatto che gli angeli sono liberi da impedimenti fisici. A questo proposito Dionigi l’Areopagita afferma: “L’Ala simboleggia la prontezza ad elevarsi, la leggerezza delle ali indica che essi non hanno alcuna inclinazione terrestre, ma si levano in completa purezza e senza pesi verso le altezze sublimi”.

Sulla possibilità di consacrarsi agli angeli custodi, sulla scia della Madre Gabriella Bitterlich fondatrice dell’Opus Angelorum, riflette invece il contributo di padre Ignazio Maria Suarez: “Il senso della Consacrazione all’Angelo è il legame al proprio santo Angelo Custode, affinché il suo aiuto diventi molto più efficace in noi e noi progrediamo più velocemente nel cammino verso Dio. Il suo Angelo Custode intende usare tutte le sue forze per impedire che mai ci distacchiamo da Dio. Vuole parlarci più chiaramente mediante ammonimenti interiori, spronarci più a fare il bene (cfr. Dio CCC 350), richiamare la nostra attenzione sui pericoli, illuminare la nostra mente, affinché ci addentriamo più profondamente nella conoscenza di Dio, nel timore di Dio e nell’amore di Dio, nella grandezza ed importanza della parola di Dio” (Statuto dell’Opus Sanctorum Angelorum, n. 17).

Tra le testimonianze relative ai provvidenziali interventi angelici nella vita quotidiana delle persone risulta particolarmente interessante il racconto di un episodio accaduto al padre del giornalista Federico Pini: “Babbo doveva allentare un cavo d’acciaio sul ponte di una nave, dall’altra parte un collega doveva assicurarsi che l’operazione venisse compiuta con attenzione. In quel momento sentì una voce dentro di lui, imperiosa, forte che non lasciava spazio a repliche: “Fuggi, vai via!”, ripeteva insistente quella voce. Mio padre lasciò immediatamente il cavo, e meno male, perché proprio in quell’istante questi si sganciò, portandosi dietro un grosso pezzo di ferro che lo avrebbe praticamente diviso in due. Questo è un esempio di come i nostri Angeli Custodi agiscano sui nostri sensi interiori, spronandoci, senza mai però imporsi, perché comunque l’uomo é sempre lasciato libero di agire”.

Questo volume curato da don Marcello Stanzione presenta infine anche un’ampia raccolta delle più belle preghiere cristiane agli angeli custodi.










http://www.lanuovabq.it 16-01-2018







martedì 16 gennaio 2018

«Basta pranzi in chiesa: serve il coraggio del sacro»





Nella campagna #salviamolechiese, la Nuova BQ sta rendendo noti diversi abusi, segnalati dai lettori, relativi all’utilizzo improprio delle chiese. E’ arrivato un po’ di tutto, dalla porchetta in chiesa ai sempre più diffusi pranzi per i poveri e - come riportato proprio sabato, persino il veglionissimo di fine anno in chiesa con il parroco-clown. Echi di una dissacrazione che non cessa a vedere la fine e che viene da lontano.
La Nuova BQ ne parla con il teologo ed esperto di liturgia don Nicola Bux.


Don Nicola, potrebbe indicarci come è andata delineandosi, nel corso dei secoli, la tradizione della Chiesa a riguardo, soprattutto per quanto concerne il fatto di consumare dei pasti con i poveri all’interno degli edifici dedicati al culto?
Gesù accettava l'invito ai pranzi per mostrare che egli è il Messia, il Figlio dell'uomo, venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (cfr Lc 19,10). Egli è l'ospite che offre il cibo, che moltiplica i pani, per mostrare che Dio nutre il suo popolo; ma chiede di cercare il cibo che non perisce, che è Egli stesso. Pertanto condivideva i pasti con i pubblicani, i peccatori, per indurli alla conversione e farli giungere all'Eucaristia che è il banchetto dei riconciliati; per questo la Chiesa ha istituito il catecumenato e l'iniziazione battesimale: per ammettere gli iniziati e i riconciliati all'Eucaristia. La Chiesa, quale comunità messianica, non ha altra ragione per invitare a un banchetto se non in vista dell'Eucaristia, anticipo del compimento nel regno dei cieli. Essa è il preannuncio del Giudizio universale, quando gli eletti saranno invitati al banchetto eterno del cielo.


Forse sul termine banchetto si sono creati degli equivoci.

A partire dal secolo scorso, qualche studioso ha in effetti confuso col banchetto eucaristico i pasti di Gesù con i peccatori, quasi identificandoli: c'è sotto la dottrina della giustificazione luterana, la grazia concessa al peccatore a prescindere dalla conversione. Ma da ciò segue un'idea dell'Eucaristia che non ha nulla in comune con la consuetudine della Chiesa primitiva. Mentre Paolo definisce l'accostarsi all'Eucaristia in stato di peccato come un mangiare e bere “la propria condanna” (cfr 1 Cor 11,29) e protegge l'Eucaristia dall'abuso, mediante l'anatema (cfr 1 Cor 16,22), la suddetta teoria mostra addirittura, come essenza dell'Eucaristia, che essa venga offerta a tutti senza alcuna distinzione e condizione preliminare; essa viene interpretata come il segno della grazia incondizionata di Dio, che come tale viene offerta immediatamente anche ai peccatori, anzi, anche ai non credenti. Una posizione che, comunque, ha ormai ben poco in comune con la concezione che Lutero aveva dell'Eucaristia, come osserva Joseph Ratzinger (cfr Forma e contenuto della celebrazione eucaristica, in Opera omnia, XI, p.423).

Secondo me, sotto l'organizzazione dei pasti nella chiesa, alberga questa convinzione: si ritiene che all'Eucaristia si possa accedere comunque in qualsiasi stato ci si trovi. Continuando a promuovere questa prassi, diverrà automatico andare a comunicarsi senza confessione, senza penitenza e senza riconciliazione. Invece, altro è il pranzo che Gesù faceva con i peccatori e diverse categorie di persone, e altra cosa è la Cena eucaristica, che è per i riconciliati. Per questo Gesù ha consumato l’ultima Cena, non con tutti ma con gli Apostoli.


Per giustificare questa prassi c'è chi si richiama alle comunità primitive.

I cristiani, fino al III secolo, erano condizionati dai costumi dei pagani, come nel caso dei fedeli di Corinto, che san Paolo ammonisce; in quella comunità, i cui membri provenivano in gran parte dai pagani, il pranzo non aveva il significato religioso che aveva per i cristiani provenienti dal giudaismo, per i quali il pasto aveva un senso messianico. Per questo, avevano atteggiamenti non compatibili con lo svolgimento della celebrazione eucaristica; così l’Apostolo consiglia di consumare il pasto a casa propria. E' d'accordo con questa tesi anche il noto esegeta luterano Joaquim Jeremias. Perciò affermazioni del tipo: “ma nel passato si mangiava nelle chiese…”, richiedono delle precisazioni importanti. Andiamo a vedere cosa succedeva. Nel momento in cui i pagani diventavano cristiani, portavano con sé delle usanze previe. La Chiesa, pedagogicamente, ha cercato di essere prudente, prima di passare alla distinzione e separazione tra ciò che è sacramento, sacra liturgia, e ciò che è carità. Qui c'è da aggiungere una considerazione.


Prego.

Intorno al III secolo si afferma l’agàpe, il pasto che ha come caratteristica la condivisione e come finalità l’espressione dell’amore di Cristo, in una parola la carità. E' una istituzione tipicamente cristiana. Ne parlano la Lettera di Giuda, Ignazio di Antiochia e l'Epistola Apostolorum. Col IV secolo, come appare dai testi liturgici, quale la Traditio Apostolica, detta anche di Ippolito, questi pasti venivano realizzati non più nelle case private, ma in locali annessi alla chiesa. L'uso proseguirà fino a quando, con la costruzione delle grandi basiliche, si riterrà incompatibile con esse l’odore delle cucine. Per cui si cercherà di allontanare il luogo della consumazione del pasto, dal luogo di culto. V'è traccia di tali cambiamenti nei Padri del IV secolo, come i Cappadoci, che non usano mai la parola agàpe nel senso di pranzo; tuttavia, san Giovanni Crisostomo, quando era ancora prete ad Antiochia, cercò di reagire alla separazione tra ricchi e poveri in questo modo: una volta ascoltata la parola di Dio e celebrati i Santi Misteri – l’Eucaristia - anziché tornare subito a casa, i ricchi dovevano invitare i poveri e si sedevano alla stessa tavola, preparata nelle chiese. C’era una precisa finalità: l'evangelizzazione - non l'inclusione sociale, come si dice oggi - per inculcare il senso della carità di Cristo. Oggi, nelle mense per i poveri, si offre il pasto, raramente accompagnandolo con azioni atte a catechizzare ed elevare i poveri: insomma una 'assistenza sociale'. Invece, il servizio caritativo è sempre a partire da Gesù Cristo. Non si tratta di far mangiare, ma si tratta di avvicinare a Cristo, in un percorso di conversione che avvicini i poveri al Signore, un percorso che li aiuti a passare dal cibo terreno al Cibo celeste. Come diceva Gesù nella moltiplicazione dei pani narrata da san Giovanni: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell'uomo vi darà» (Gv. 6, 26-27).


Il fatto del pranzo viene giustificato da più parti teologicamente. Per esempio, in un’intervista, mons. Barba afferma che mangiare insieme ai poveri in una chiesa è «un atto emblematico che sta a significare che la charitas cristiana scaturisce dall’altare, dall’Eucaristia, per cui ha un fondamento teologico, e il fatto che venga esercitata in uno spazio liturgico ne è l’epifania».

Ho accennato al significato messianico che avevano i pranzi per i poveri organizzati prima dagli ebrei e poi dai cristiani; quindi l'agàpe e il nesso con l'Eucaristia. Uno studio specifico è stato compiuto da Adalbert Hamman in Vie liturgique et vie sociale. La domanda è: perché in seguito non è stato più fatto? La ragione c’è. Era un atto profano. Cosa significa? Un atto che non si compone con la liturgia. Si badi che gli orientali cristiani, in alcune feste, mangiano dei dolci (kollivà), e alla fine della Divina Liturgia, consumano l'antidòron (pezzi avanzati dal pane dell'offertorio). Non di più. Normalmente lo fanno in ambienti adiacenti la chiesa, perché il mangiare un pasto completo, genera atteggiamenti non confacenti e non assimilabili ai comportamenti che si devono assumere quando si partecipa all’Eucaristia. Torno alla domanda fondamentale: perché la Chiesa, per ragioni spiegabili con l’assenza di ambienti complementari adeguati, che invece abbiamo oggi, ad un certo punto ha posto fine a questo uso, un uso che, è bene ricordarlo, non era così frequente e diffuso nell’antichità? Si tratta della volontà di distinguere l'azione sacra del culto a Dio, da quella profana per l'uomo, cioè, ciò che è divino e ciò che è umano. E' vero che Gesù ha detto che ciò che si fa ai suoi fratelli più piccoli è fatto a lui, ma - commenta sant'Agostino - i fratelli più piccoli sono innanzitutto i cristiani; facendo intendere che, l'elemosina, senza l'annuncio evangelico, non serve. Perciò san Paolo ricorda che non giova dare tutte le sostanze ai poveri, senza la carità, ovvero la virtù che viene da Dio e a lui unisce.


Ecco, appunto. Non è che in fondo a tutte queste questioni, c’è il fatto che la distinzione sacro/profano è sparita? Diverse volte si sente affermare che con l’Incarnazione questa distinzione sarebbe terminata, avendo il Verbo assunto in sé la realtà profana e quindi la profanità in un certo senso sparisce…

Se con l’Incarnazione del Verbo il profano fosse scomparso e tutto fosse sacro, allora come catalogare il disumano e tutto ciò che è male, e continua a persistere nel mondo quel mondo che si oppone a Dio? Se l’Incarnazione avesse assorbito tutto il profano, allora qualsiasi azione dell’uomo dovrebbe essere accolta nello spazio sacro. Lo spazio sacro – il tempio (dal verbo greco: temno, recintare) - sta ad indicare uno spazio “conquistato”, per così dire, dall’Incarnazione; ma continua ad esserci uno spazio che non vuole lasciarsi prendere da questa presenza del Signore. Il sacro è un pezzo di mondo risorto in cui v'è la Presenza operante del Signore. La teoria che tutto sarebbe sacro proviene dalla 'teologia della secolarizzazione', che ha preso piede nel secolo scorso e contagia non pochi ai nostri giorni. Non possiamo condividere l'idea che l’Incarnazione avrebbe fatto sparire di colpo la distinzione tra sacro e profano. Quando gli stessi sacerdoti reagiscono negativamente a certi comportamenti dei fedeli in chiesa, esprimono d'istinto che non si può fare ciò che si vuole, quindi ammettono implicitamente che il luogo del culto è particolare, anche qualora non lo ritengano 'luogo sacro'; questo testimonia che continua ad esserci una distinzione tra ciò che è adeguato al sacro e ciò che non lo è. Oggi, se davvero si ama l'uomo, il povero, ancor più bisogna avere il coraggio del sacro.


Sembra che non custodendo la sacralità di un luogo, alla fine noi rendiamo i poveri in senso più ampio, sempre più poveri.

Molti santi hanno affermato che le chiese devono essere belle, devono essere custodite, perché già i poveri vivono spesso in ambienti disadorni, miseri. Entrando in chiesa devono poter godere della bellezza e della sacralità. Anche per questo san Francesco chiedeva ai frati che, per il Signore, si scegliesse il meglio.


Don Divo Barsotti non restò in silenzio di fronte ad una Chiesa sempre più orizzontale e sociale. Diceva: «Che cos’è una carità che lenisca tutti i dolori degli uomini, se poi questi debbono morire? Carità più grande è invece quella che immediatamente opera la salvezza soprannaturale, unendo gli uomini a Dio». Questa enfasi sulla dimensione orizzontale della Chiesa rischia di essere molto pericolosa.

Quello che lei dice, richiamando don Divo Barsotti, riporta a quella dimensione escatologica del banchetto, che deve sempre caratterizzare gli atti della Chiesa; la Chiesa non deve mai fare atti fine a se stessi, presumendo di risolvere i problemi del mondo (che nemmeno Cristo ha risolto e quindi non si risolveranno fino alla fine dei tempi). Alla radice c’è il peccato; Gesù Cristo è venuto a togliere il peccato coll'invito: «convertitevi e credete al Vangelo» (Mc. 1, 15); in tal modo, quella parte di mondo dove ci si converte a Lui cambia, diventa un pezzo di mondo salvato. Questo bisogna capirlo. Non si può ridurre tutto alla dimensione sociale: viene prima la persona. Giustamente Barsotti richiama alla dimensione escatologica; infatti Gesù stesso dice: «I poveri li avrete sempre con voi» (Mc 14, 7), per ricordare che tutta l’attenzione possibile ai problemi del mondo non risolve la questione fondamentale: se l’uomo non si converte a Gesù Cristo tutte le migliori azioni sociali non servono a nulla. Ecco perché la moda di profanare – nel senso suddetto - le chiese con azioni mondane che non hanno a che fare col culto (=culto, dal latino colere: coltivare, curare), il rapporto 'accurato' con Dio, è un ulteriore sintomo del modernismo – modus hodiernus - un piegare all’odierno, alle tendenze effimere, un luogo che per sua natura serve a fare proprio il contrario: cioè a convertire le mode passeggere all’eterno. Il luogo sacro ha senso perché l’uomo, che vive costantemente nel profano, se non peggio, ha bisogno di essere continuamente richiamato all’eterno. Osserva Solzenicyn: “Percorrendo la Russia centrale, cominci a capire dove stia la chiave del paesaggio russo che acquieta e che dà pace: essa è nelle chiese […] Sempre gli uomini sono stati cupidi e sovente cattivi. Ma echeggiava lo scampanio della sera… Esso rammentava che bisogna abbandonare le meschine cose terrene, dedicare un’ora e i propri pensieri all’eternità. Questo scampanio innalzava la gente, impediva ad essa di chinarsi su quattro gambe”, (Viaggiando lungo l’Okà,). Su questo è necessario soffermarsi: la chiesa serve a elevare l’uomo all’eterno, non ad essere immerso continuamente nella contingenza materiale. Ecco perché, anche dal punto di vista dell'antropologia teologica, è erroneo promuovere la consumazione del pasto nelle chiese, pur a fini caritativi, perché nella chiesa va esercitata la giustizia verso Dio, attraverso il culto, espressione della fede; mentre nel mondo, la giustizia verso il prossimo, attraverso le opere di carità.


Siamo arrivati a questi punti dopo una lunga gestazione. Pensiamo al canto liturgico: è avvenuto quello che si sta verificando adesso con i pranzi nelle chiese, cioè si prendono canti e musiche tipicamente profani, si inserisce un testo vagamente religioso e magicamente lo si fa diventare un “canto liturgico”.

Certo. All’origine c’è la 'teologia della secolarizzazione', il resto è venuto di conseguenza, con un effetto domino, nell’arte, nel canto, nel rito e così via. Tutto ciò che è profano è ritenuto ipso factoidoneo ad aiutare l’uomo per arrivare a Dio. Ma così non è. Se ancora oggi in Italia possiamo mostrare stupendi edifici sacri, all’ammirazione di tanti turisti che vengono a visitarli, la ragione è nell'attrattiva costituita dalla 'diversità' del cristianesimo. E' essenziale non dimenticare l’estraneità dei cristiani nel mondo: “il mondo non ci conosce” (1Gv. 3, 1), afferma san Giovanni; proprio questa estraneità, ricorda l'Epistola a Diogneto, fa sì che essi ne siano l'anima. La sacralità, ancor più la santità, che significa separatezza, indicano che il mondo con la sua concupiscenza (cf 1 Gv. 2, 17) è estraneo a Dio e attende di essere salvato. Altrimenti l’Incarnazione e la Redenzione a cosa servirebbero? La salvezza e la redenzione dureranno fino alla fine dei tempi e si compiranno solo allora. Quindi nessuno deve credere che, siccome Cristo si è Incarnato e ha salvato il mondo, il mondo profano che si sottrae alla salvezza sia egualmente ambiente sacro.


Anche Ratzinger diceva qualcosa di simile: noi abbiamo ancora bisogno delle chiese, perché di fatto la Gerusalemme celeste non è raggiunta. Non siamo nella patria, ma pellegrini verso di essa.

Sì, Ratzinger ha anche detto che, insieme ai santi, le chiese belle costituiscono la migliore ragione a sostegno della verità della religione cattolica. Di fatto, l’istinto che porta oggi molti a occuparsi dei problemi del mondo, è sintomatico del fatto che la salvezza di Cristo non è ancora arrivata dappertutto e là vi deve giungere. Il punto è che non bisogna dimenticare che questa comunicazione di salvezza non deve rinunciare a dire la verità su Cristo, sull’uomo, sul mondo, come Giovanni Paolo II spesso diceva. Bisogna dire la Verità. Ogni gesto che la Chiesa fa, deve servire a dire la verità di Gesù Cristo all'uomo, perché si converta e viva.















lunedì 15 gennaio 2018

Rahner, la chiave per scardinare duemila anni di fede



Karl Rahner, SJ (1904-1984)



di Stefano Fontana (13-01-2018)

Molti hanno commentato le affermazioni di don Maurizio Chiodi, teologo e membro della Pontificia Accademia per la Vita, sulla contraccezione, e tra di essi anche noi de la Nuova Bussola Quotidiana(vedi qui e qui). In genere però ci si è soffermati sulle sue affermazioni e meno sulle motivazioni o assunzioni di principio. Queste ultime, da lui espressamente indicate, sono due: il principio della interpretazione di Humanae vitae alla luce di Amoris Laetitia e la “svolta antropologica” di Karl Rahner.

Può essere utile indugiare su questi due principi perché, a partire da essi, il prof. Chiodi è stato assolutamente coerente nelle sue conclusioni di apertura alla contraccezione nella morale cattolica. Si potrà così capire anche che i due principi sono strettamente connessi l’uno con l’altro.
La “svolta antropologica” di Karl Rahner, come ho cercato di mostrare in un mio recente libretto, non consiste genericamente in uno sguardo rivolto all’uomo, una specie di nuovo umanesimo o di nuovo personalismo cristiano. Esso consiste nella radicale accettazione della completa storicità dell’uomo. Svolta antropologica vuol dire che Dio si incontra nell’uomo e nel suo mondo storico. L’uomo è sempre “dentro” la storia, è strutturalmente “situato”, ha sempre alle spalle qualcosa che lo condiziona, un orizzonte che viene prima della sua esperienza storica e che la rende possibile.

Per riprendere una immagine di Étienne Gilson, è come se l’uomo fosse davanti ad una scenografia e, tentando egli di andare al di là della scenografia per conoscere la realtà, qualcosa in lui producesse un’altra scenografia, senza mai uscire dalla successione delle scenografie. L’uomo non incontra mai il trascendente, incontra sempre l’immanente perché l’uomo – ecco appunto la “svolta antropologica” – fa strutturalmente parte del problema che egli vorrebbe risolvere, quello del senso della vita, e facendone strutturalmente parte, non vede mai le cose da un punto di vista esterno e trascendente ma sempre dall’interno.

La rivelazione di Dio avviene così, dentro la storia umana e in modo umano, tramite eventi umani: Dio nella storia non c’è, c’è solo l’uomo, e se vogliamo parlare di Dio dobbiamo parlare dell’uomo, se vogliamo vedere Dio dobbiamo guardare l’uomo. Dio si incontra nell’uomo e il mondo è grazia.

Si capisce subito che, date queste premesse, non si potrà pensare all’esistenza di divieti morali da rispettare sempre e in ogni situazione. Né l’Humanae vitae né la Veritatis splendor possono stare dentro questo contesto teologico. Esso le espelle da se stesso e, se assunto, ne provoca la radicale revisione. Le pretese di principi morali assoluti sarebbero da considerarsi ideologiche. Dopo la svolta antropologica di Rahner, infatti, ogni posizione dottrinale definitiva, sia in campo dogmatico che morale, è da considerarsi la pretesa ideologica di voler vedere Dio come se fosse una cosa di questo mondo, mentre invece vediamo solo l’uomo, la pretesa di sottrarci al condizionamento strutturale in cui ci troviamo e ridurre la verità cristiana a definizione, a legge, a norma, a struttura, la pretesa di sentire la Parola di Dio definitiva mentre invece Egli è il Silenzio e si esprime atematicamente (ossia non dandoci dei contenuti) da dentro le vicende umane. Dio non lo si vede, e nemmeno la sua dottrina immutabile: nella storia ci si può solo porre domande (la cosiddetta “questionabilità”), discernere sempre provvisoriamente le situazioni, accompagnarci in una ricerca priva di pretese.

Dichiarando i suoi principi di partenza, il Prof. Chiodi si è dimostrato coerente nelle conclusioni. Il problema, piuttosto, è che egli ha indicato nella “svolta antropologica” di Rahner un presupposto ovvio e scontato, mentre rimane ancora qualcuno che lo contesta. Non c’è dubbio che tale principio oggi rappresenti una nuova scolastica, che il teologo che lo negasse avrebbe difficile vita accademica, che le applicazioni che ne derivano sono dilagate e diventate pane quotidiano fin nella più piccola parrocchia, ma con ciò la “svolta antropologica” di Rahner non è ancora dottrina della Chiesa.

E così arriviamo al secondo dei principi indicati dal prof. Chiodi. Sarebbe normale pensare che, dato che esiste una tradizione della Chiesa, è l’ultimo documento magisteriale a dover essere letto a partire dai precedenti e non viceversa. Anzi, prima ancora, il magistero dovrebbe aver pubblicato l’ultimo documento garantendo che è in linea con i precedenti e ammettendo quindi implicitamente già con la stesura e l’autorevole pubblicazione del nuovo testo che così esso deve essere letto. Ma se ci si colloca dentro la nuova prospettiva della “svolta antropologica” emerge l’esigenza contraria. Dogmi e principi morali cambiano perché Dio ce li rivela non in presunte “tavole” fuori dal tempo, ma dentro le vicende della storia e quindi oggi potrebbe essere proprio Dio a volere che la Chiesa faccia questo passo in avanti nel tema della contraccezione.





(fonte: lanuovabq.it)










sabato 13 gennaio 2018

FESTA DI SANT'ANTONIO ABATE AL MULINACCIO VAIANO (sabato 20 gennaio 2018 ore 15:00)






Programma della tradizionale festa di Sant'Antonio Abate alla cappella della Villa del Mulinaccio a Vaiano -Casa della Memoria del navigatore Filippo Sassetti, evento tradizionale con benedizione degli animali e distribuzione del panino benedetto. 
L'evento è organizzato dal Museo della Badia di Vaiano - Casa della Memoria dello scrittore Agnolo Firenzuola in collaborazione con il Comune di Vaiano e la Parrocchia di San Salvatore a Vaiano.



Comune di Vaiano
Museo della Badia di Vaiano
Associazione pro Museo della Badia di Vaiano
Parrocchia di San Salvatore a Vaiano



ORATORIO DI S. ANTONIO ABATE
ALLA VILLA DEL MULINACCIO
Via della Fattoria, 4 - Vaiano (PO)



SABATO 20 GENNAIO 2018

ORE 15:00


S. MESSA FESTIVA


in onore di
S. ANTONIO ABATE
Patrono degli animali

con benedizione degli animali
del fieno e delle biade
e del tradizionale
PANINO BENEDETTO

La celebrazione per la festa di Sant’Antonio abate al Mulinaccio è una tradizione che ricorre da secoli. Diventa anche l'occasione per visitare l’oratorio della Villa, capolavoro del barocchetto pratese. Ancora oggi nella memoria popolare si ricorda che, quando era ancora attiva la Fattoria del Mulinaccio, il 17 gennaio in occasione della festa di Sant’Antonio abate, dopo la Messa solenne in cappella, il sacerdote usciva a benedire cavalli, mucche ed altri animali, tutti agghindati, disposti in buon ordine lungo la strada, davanti alla facciata dell’oratorio su cui campeggia la statua del patrono degli animali. Nell’oratorio si conservano interessanti opere d’arte: all’altar maggiore è una bella tela del 1845 del pittore pratese Antonio Marini, raffigurante La Madonna col Bambino in trono tra San Giovanni Evangelista e Sant’Antonio Abate; ad esso fanno da pendant due statue barocche raffiguranti la Madonna Immacolata e S. Antonio da Padova.

Per informazioni: Coordinatore del Museo della Badia di Vaiano tel. 328/6938733 (e-mail: adriano.rigoli@gmail.com).

















venerdì 12 gennaio 2018

Frutti della grazia del motu proprio Summorum Pontificum per la vita monastica e la vita sacerdotale (II parte)








Una forma volta a Dio, ma a misura d’uomo


Proseguiamo l’indagine sugli elementi propri della forma extraordinaria che favoriscono la presa di coscienza della presenza del sacro. (Seconda parte)

Il rito

Raccoglimento, adorazione, silenzio



In primo luogo, vengono le disposizioni di raccoglimento, di adorazione e di silenzio religioso. In tal senso, così scrive il cardinale Robert Sarah in La forza del silenzio:
“Vorrei fare un appello a una vera conversione! Cerchiamo con tutto il nostro cuore di diventare in ciascuna delle nostre celebrazioni eucaristiche ‘un’Ostia pura, un’Ostia santa, un’Ostia immacolata’! Non dobbiamo avere paura del silenzio liturgico. Come mi piacerebbe che i pastori e i fedeli entrassero con gioia in questo silenzio pieno di sacro rispetto e di amore del Dio indicibile. Come mi piacerebbe che le chiese fossero luoghi in cui regna il grande silenzio che annuncia e rivela la presenza adorata di Dio. Come mi piacerebbe che i cristiani, nella liturgia, potessero fare l’esperienza della forza del silenzio!” (La forza del silenzio, trad. it., Cantagalli, Siena 2017, n. 265, p. 163).

Queste righe sono illustrate dalla recita silenziosa del canone. Analogicamente, essa è nella forma extraordinaria ciò che è l’iconostasi per i nostri fratelli orientali: questo luogo, questo momento, è sacro.

Se i monaci di Fontgombault, dopo avere praticato per circa dieci anni il messale del 1969, hanno desiderato un ritorno al messale del 1962, è perché tale messale sembrava loro in particolare armonia con la vita monastica, la ricerca di Dio nel silenzio del chiostro, la comunione profonda in un cuore a cuore, preludio del faccia a faccia dell’eternità. Il carattere più contemplativo di questa forma promuove la dimensione verticale della liturgia, che è “cammino dell’anima verso Dio” (Benedetto XVI). Così, che gioia la riscoperta della liturgia dell’ottava di Pentecoste!


Ripetizioni e sobrietà

Secondariamente, osserviamo che il messale del 1962, come gli altri riti anteriori alla riforma liturgica, non teme le ripetizioni, i doppioni, le insistenze. Esso si prende il suo tempo, perché l’uomo ha bisogno del tempo, sollecitando instancabilmente uno spirito errante per riportarlo all’essenziale.
Il Vangelo c’insegna che la Vergine Maria meditava conservando fedelmente nel suo cuore (cfr. Lc 2,19;51) gli avvenimenti che segnarono la nascita del suo Figlio. Ugualmente dev’essere per il contemplativo, per il monaco: non multa sed multum, non la quantità, ma la qualità.
Amica della tradizione monastica, Hélène Lubienska de Lenval (1895-1972) sosteneva una pedagogia fondata essenzialmente sul silenzio e i riti. Così scriveva:

“La liturgia è lenta: essa ama la minuzia, le ripetizioni e i preparativi interminabili. Essa trae il suo ritmo dalla pedagogia divina che ha modellato il popolo eletto per mezzo di un rituale lento e minuzioso. Quando si affretta sotto la pressione della vita moderna – frenetica perché infeodata alla materia – essa perde la sua efficacia psicologica e diventa formale… Essa resta operante là ove mantiene il suo proprio ritmo, presso i monaci. La liturgia combatte al contempo la pesantezza dei muscoli e l’impazienza dei nervi; essa impone al medesimo tempo il movimento e la lentezza. Ed è attraverso la lentezza che la liturgia domina il tempo. Perché tempo e materia sono correlati, e non si può vincere l’uno senza l’altro. L’uomo moderno va in senso inverso e cerca di sventare il tempo con la velocità. Ahimè, lungi dal dominare la materia, vi s’impantana” (L’entraînement à l’attention, Spes - Centre d’études pédagogiques, Parigi 1953, pp. 85- 86).
Aggiungiamo una riflessione a proposito del lezionario del messale del 1962, ritenuto povero. L’arricchimento della lettura della Sacra Scrittura uscita dalla riforma liturgica, la lunghezza di talune pericopi, non saranno di ostacolo alla contemplazione? Certamente, i laici che hanno sempre meno tempo da dedicare alla lectio divina, forse anche i sacerdoti secolari, schiacciati dal ministero, ne trarranno profitto. Per i monaci, l’abbondanza e la varietà delle letture, gustate da alcuni e sicuramente non senza valore, appaiono piuttosto generalmente come eccessive. Questo partito preso sacrifica la ripetizione delle pericopi rilette, ruminate, imparate a memoria, mai esaurite. La moltiplicazione dei Prefazi potrebbe suscitare un’analoga riflessione. Il cardinale Ratzinger ha suggerito saggiamente “alcuni nuovi prefazi della Messa, un lezionario esteso – più scelta di prima, ma non troppa” (Lettera al prof. Heinz-Lothar Barth del 23 giugno 2003), ciò che potrebbe essere adottato nella forma extraordinaria: non multa sed multum. La sobrietà invita alla contemplazione.


L’offertorio

Fra le ricchezze del messale del 1962, molti sottolineano la profondità delle preghiere dell’offertorio. Come scrive il cardinale Sarah, “[esso] è, però, il momento in cui, come indica il suo nome, tutto il popolo cristiano si offre, non solo insieme a Cristo, ma in Lui, mediante il suo sacrificio che sarà realizzato nella consacrazione” (La forza del silenzio, cit., n. 266, p. 164).
Suscipe sancte Pater... quam ego indignus famulus tuus... In spiritu humilitatis et animo contrito... Grandezza del mistero, del sacro, e umile condizione del servitore di cui il Signore vuole avere bisogno, si affiancano. Sarà così fino al Placeat finale:sacrificium quod oculis tuae majestatis indignus obtuli.




[Dom Jean Pateau O.S.B., Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, “Fruits de la grâce du motu proprio Summorum Pontificum pour la vie monastique et la vie sacerdotale”, conferenza in occasione del V Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, dal titolo Il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI: Una rinnovata giovinezza per la Chiesa, svoltosi a Roma, presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, il 14 settembre 2017. Trad. it. di fr. Romualdo Obl.S.B. / 2 - continua (la prima parte qui)]


















giovedì 11 gennaio 2018

Un altro colpo di piccone all’insegnamento morale della Chiesa



scritto da Aldo Maria Valli



«Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti»

Mt 19,17

«Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi»

Gv 8,32

«Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne»

Gal 5,13



Prima o poi ci si doveva arrivare. E infatti ci siamo arrivati. Don Maurizio Chiodi, teologo moralista e neo-membro ordinario della Pontificia accademia della vita, recentemente rinnovata da papa Francesco, ha sostenuto che in alcune circostanze la contraccezione non è solo consentita, ma necessaria. Le dichiarazioni di Chiodi sono arrivate durante il suo intervento del 14 dicembre 2017 all’Università Gregoriana di Roma nell’ambito di un ciclo di lezioni pubbliche per i cinquant’anni dell’enciclica di Paolo VI «Humanae vitae».

Ha detto dunque don Chiodi: «Ci sono circostanze, mi riferisco ad “Amoris laetitia” capitolo VIII, che proprio per responsabilità richiedono la “contraccezione”».

«Rileggere “Humanae vitae” (1968) a partire da “Amoris laetitia” (2016)» è stato il titolo della relazione, nel corso della quale il professore ha spiegato: «La tecnica, in determinate circostanze, può consentire di custodire la qualità responsabile dell’atto coniugale anche nella decisione di non generare quando sussistano motivi plausibili per evitare il concepimento di un figlio. La tecnica, mi pare, non può essere rifiutata a priori quando è in gioco la nascita di un figlio, perché anche la tecnica è una forma dell’agire e quindi richiede un discernimento sulla base di criteri morali, irriducibili però a una interpretazione materiale della norma».

Come si vede, centrale è l’idea di «discernimento» utilizzata per mettere in discussione l’oggettività, l’universalità e la cogenza della norma morale.

Nell’«Humane vitae» Paolo VI definì la contraccezione contraria non solo all’apertura alla vita, ma anche all’amore coniugale, caratterizzato dall’inscindibilità dell’aspetto unitivo e procreativo. Di qui l’insegnamento di papa Montini: «In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della Chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato [giustificato, ndr] dall’insieme di una vita coniugale feconda» («Humanae vitae», n. 14).

Non si può mai fare il male, neppure se si pensa che ne possa derivare un bene, insegna Paolo VI alla luce dell’eterno disegno di Dio. C’è un oggettività del male che non può essere in alcun modo aggirata. Ma ecco che don Chiodi contesta questo punto decisivo, sostenendo che «il compito della teologia morale di oggi, riprendendo le istanze conciliari di “Gaudium et spes” n. 16 e alla luce anche della svolta antropologica rahneriana», è «quello di affrontare una sfida per pensare una teoria della coscienza del soggetto morale che dimostri la forma morale e credente». Poiché, in questa prospettiva, «le norme morali non sono riducibili a una oggettività razionale, ma appartengono alla vicenda umana intesa come una storia di salvezza e di grazia», ecco che «la persona è chiamata alla dimensione del cammino, a discernere quel bene possibile che sfuggendo all’opposizione assoluta tra bene e male, bianco o nero dice “Amoris laetitia”, si fa carico delle circostanze a volte oscure e drammatiche».

Ora, se le norme morali, come dice Chiodi, «custodiscono il bene e istruiscono, ma sono storiche» e «non sono riducibili a una oggettività razionale», inevitabile è la conclusione che la scelta della contraccezione, in determinati casi, è possibile e perfino doverosa. Secondo Chiodi non ci sarebbe alcun cambiamento dottrinale, ma solo la necessità di un ripensamento della norma morale per « mostrarne il senso e la verità». Tuttavia è chiaro che lungo questa via quella che viene affermata, proprio come in «Amoris laetitia», è l’etica della situazione, rigettata non solo da «Humanae vitae» ma da tutto il magistero precedente e successivo, e in particolare da san Giovanni Paolo II in «Veritatis splendor», là dove il papa, respingendo la «concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale» (n. 39), scrive: «Per giustificare simili posizioni, alcuni hanno proposto una sorta di duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astratto, occorrerebbe riconoscere l’originalità di una certa considerazione esistenziale più concreta. Questa, tenendo conto delle circostanze e della situazione, potrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generale e permettere così di compiere praticamente, con buona coscienza, ciò che è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In tal modo si instaura in alcuni casi una separazione, o anche un’opposizione, tra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singola coscienza, che deciderebbe di fatto, in ultima istanza, del bene e del male. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzioni cosiddette “pastorali” contrarie agli insegnamenti del magistero e di giustificare un’ermeneutica “creatrice”, secondo la quale la coscienza morale non sarebbe affatto obbligata, in tutti i casi, da un precetto negativo particolare. Non vi è chi non colga che con queste impostazioni si trova messa in questione l’identità stessa della coscienza morale di fronte alla libertà dell’uomo e alla legge di Dio» (n. 56).

Leggiamo ancora da «Veritatis spledor»: «Se gli atti sono intrinsecamente cattivi, un’intenzione buona o circostanze particolari possono attenuarne la malizia, ma non possono sopprimerla: sono atti irrimediabilmente cattivi, per se stessi e in se stessi non sono ordinabili a Dio e al bene della persona: “Quanto agli atti che sono per se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrive sant’Agostino —, come il furto, la fornicazione, la bestemmia, o altri atti simili, chi oserebbe affermare che, compiendoli per buoni motivi (causis bonis), non sarebbero più peccati o, conclusione ancora più assurda, che sarebbero peccati giustificati?» (n. 134).

Il professor Chiodi dunque, sostenendo che non esistono azioni umane che sono intrinsecamente sbagliate in tutte le circostanze e che di conseguenza la contraccezione è moralmente obbligatoria in determinate circostanze, contesta un insegnamento morale centrale della Chiesa cattolica e rigetta il magistero al centro non solo di «Humanae vitae», ma anche di «Familiaris consortio» e «Veritatis splendor».

Ma in tal modo, osserva il professor Josef Seifert (si veda «Professor Seifert Comments on Fr. Chiodi’s “Re-Reading of Humanae Vitae”», in www.onepeterfive.com) Chiodi propone posizioni filosofiche ed etiche «profondamente errate e totalmente distruttive non solo dell’insegnamento morale della Chiesa cattolica, ma anche dell’essenza della moralità», perché assoggettate al relativismo storico e all’etica della situazione.

Come nota Seifert, affermando che le norme della legge naturale sono storiche si mette in discussione alla radice il valore eterno e universale della norma morale e si apre la via al dominio dell’uomo sull’uomo.

A proposito di contraccezione, il vecchio argomento utilizzato già cinquant’anni fa dai critici di «Humane vitae» sostiene che una grande percentuale di sposi cattolici pratica abitualmente la contraccezione e non accetta la norma indicata dalla Chiesa. Tanto è vero che preti e vescovi preferiscono non parlarne. Ma con ciò? Significa forse che sarebbe giustificato non rispettare l’ottavo comandamento, e non richiamarlo, perché la maggioranza dei cattolici mente?

Legando ciò che è buono o cattivo alle situazioni concrete e al giudizio soggettivo si aprono prospettive inquietanti. Ecco perché, ricorda Seifert, il proporzionalismo morale è dichiarato falso, e pericoloso, non solo dalla Chiesa, ma anche da altre religioni e dalla ragione umana, attraverso il pensiero di grandi filosofi come Socrate e Platone.

Aldo Maria Valli



















aldomariavalli.it/2018/01/11



mercoledì 10 gennaio 2018

Perché il Tabernacolo non è più al centro?





La questione della posizione del Tabernacolo non si pone tanto per le grandi chiese (cattedrali e santuari) dove la collocazione laterale serve soprattutto a non farlo smarrire nella grandezza del tempio, quanto si pone per le chiese di medio-piccola grandezza.

C’è un senso in quello che sta avvenendo negli ultimi anni?

Pensiamo proprio di sì. Questo va trovato nei motivi che costituiscono l’essenza del pensiero post-conciliare. Uno su tutti: il voler considerare l’edificio liturgico più come realtà di comunione –come indubbiamente anche è- che come realtà di mistero.

Chiediamoci: l’edificio liturgico è “luogo” per una assemblea oppure “luogo” per una Presenza?

Anche da questa alternativa, o meglio, anche da questo porre l’accento soprattutto sulla prima possibilità (la chiesa come luogo per assemblea) scaturisce quello che si può definire perdita del senso del mistero e dell’incontro.

Perdita che –come è sotto gli occhi di tutti- ha reso meno persuasiva la proposta cristiana. Tutte le ragioni utilizzate per giustificare l’uso di porre a lato il Tabernacolo anche se non vogliono diminuire l’atteggiamento di adorazione, ne minano la ragion d’essere.
Diciamo subito che non esiste una sola ragion d’essere dell’adorazione, se ne potrebbero almeno individuare un paio: l’adorazione prossima e l’adorazione presente.

La prima (l’adorazione prossima) è riscontrabile in tutte quelle spiritualità che posseggono almeno una di queste due caratteristiche: riconoscimento dell’uomo come non-creatura oppure riconoscimento dell’uomo come realtà totalmente separata da Dio e quindi insanabile. In queste spiritualità l’adorazione è prossima, in quanto non esisterebbero le condizioni per poter veramente adorare.

L’adorazione presente è, invece, un tratto tipico del cattolicesimo, perché in questo manca tanto la caratterizzazione panteistica, quanto quella protestantica di demonizzazione del mondo. Nel cattolicesimo di certo la tensione dell’attesa non è assente, ma è fondamentale la convinzione secondo cui tutto ciò che attualmente è sperimentabile dall’uomo è già “luogo” di una Presenza vera e salvifica del mistero del Verbo incarnato.
Ciò è della fede nella Presenza reale dell’Uomo-Dio nell’Eucaristia. La Chiesa è sì comunione dei figli di Dio, ma nella, con e per la Presenza reale di Cristo.

La centralità del Tabernacolo è la centralità dell’Eucaristia, cioè della presenza reale, fisica, di Cristo ancor oggi nella Chiesa.

La centralità del Tabernacolo ha lo scopo di rendere l’edificio liturgico non luogo per attendere e per ricordare, ma luogo per fare esperienza di una Presenza fisica.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza


Il Cammino dei Tre Sentieri










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