domenica 4 dicembre 2016

In morte della bellezza

 
 


Aldo Maria Valli
04/12/2016
  Ogni volta che viene consacrata una nuova chiesa sono contento, perché Dio ha una nuova casa e le persone un luogo dove pregarlo. Se poi il luogo in cui la chiesa è consacrata è una periferia desolata, ancora meglio: in mezzo ai palazzoni-dormitorio, dove magari non c’è neanche una piazza per incontrarsi, la chiesa diventa un’isola di umanità e di speranza in un mare di grigiore reale ed esistenziale.

Tra le periferie più desolate ci sono quelle romane, e dunque quando su «Roma sette», supplemento di «Avvenire», ho letto che a Ponte di Nona sarà presto consacrata una chiesa intitolata a Santa
Teresa di Calcutta, ho pensato: che bello!
Poi purtroppo ho visto la foto.

Questa nuova chiesa, devo dire, non è brutta. È orrenda. E allora mi sono chiesto: perché? Voglio dire: perché una chiesa così orrenda? E perché le chiese nuove sono tutte immancabilmente orrende? Che cosa abbiamo fatto di male noi cattolici contemporanei per meritarci chiese che fanno letteralmente spavento? Quale colpa dobbiamo espiare?

Mi piacerebbe chiederlo ai vescovi e ai responsabili diocesani che si occupano di queste cose. Qui non posso pubblicare immagini, ma vi chiedo di andare a vedere in internet. Se cercate la nuova chiesa dedicata a Santa Teresa di Calcutta, a Ponte di Nona, a Roma (via Guido Fiorini, 12) la trovate subito. Purtroppo.

Penso che se avessero chiesto di disegnarla a un bambino di sei anni il risultato sarebbe stato di gran lunga migliore. Come definire questa presunta chiesa? Un magazzino? Un hangar? Un pezzo di fabbrica? Un bunker? Una casamatta?


Secondo l’architetto, del quale per carità non faccio il nome, vista di profilo la chiesa può contenere l’immagine di Madre Teresa in preghiera. Ci vuole una certa immaginazione. Il problema è che, di profilo o non di profilo, questo edificio resta orrendo. Quello che dovrebbe essere il campanile sembra una lunga zanna cariata, oppure una specie di torretta industriale, o una cabina elettrica non terminata. Quanto al corpo centrale, potrebbe sembrare la tribuna di uno stadio, ma una brutta tribuna di un brutto stadio.

E vogliamo parlare dell’interno? Un grande vuoto. Di una freddezza sconcertante. Penso che un deposito di frigoriferi, al confronto, trasmetta più calore.

Ora torno alla domanda di prima: perché? Perché le chiese di questi nostri tempi devono essere così orrende? Perché ci siamo condannati alla bruttezza estrema, senza speranza? Perché gli architetti ai quali vengono commissionate non sanno fare altro che tirare linee dritte come se fossero alle prese con il progetto d’un supermarket? Perché ignorano del tutto il bisogno di raccoglimento e di intimità spirituale? Perché non possiedono nemmeno una briciola di senso del sacro? Ma, soprattutto, perché le nostre diocesi si rivolgono proprio a questi architetti che sembrano ignorare tutto della vita della Chiesa? Perché, a dirla tutta, i nostri vescovi commissionano chiese a chi, con ogni evidenza, la Chiesa la odia? Possibile che non ci sia in giro un architetto dotato di un minino di pietà per i fedeli e di un minimo di amore per nostro Signore?

Mentre scrivo, mi viene in mente una possibile risposta. Forse è tutto un calcolo astuto. Siccome le liturgie, in queste nostre chiese di questi nostri tempi, sono spesso, a loro volta, orrende, ecco che i signori vescovi pensano: per liturgie orrende ci vogliono chiese orrende, è una questione di coerenza. Per liturgie sciatte, a base di schitarrate e canti sguaiati, con altoparlanti che ti sfondano i timpani, cori stonati,  preti che pensano di essere a un talent show e fedeli che si comportano come se fossero al centro commerciale, è giusto mettere a disposizione chiese adeguate.

Non so se questo sottile ragionamento – che comunque è un’ipotesi –  sia animato anche da un intento pedagogico, ma penso di no. Probabilmente l’intento è soltanto punitivo.

Ma ecco che mi si propone un’altra risposta. E se fossimo davanti, ancora una volta, al vecchio complesso d’inferiorità che immancabilmente coglie molti nostri pastori? Se, semplicemente, facendo costruire queste chiese che sembrano magazzini, i nostri pastori pensassero di essere «moderni»? Probabilmente anche loro le considerano orrende, ma per non mostrarsi arretrati e inadeguati dicono che sono belle, innescando così un equivoco terribile e senza fine, a causa del quale gli architetti presentano progetti sempre più orrendi e i vescovi dicono che sono sempre più belli.

Il problema è che le vittime finali siamo noi poveri fedeli, costretti a frequentare luoghi di culto dai quali, se non fossero stati consacrati ufficialmente, staremmo certamente alla larga, tanto sono repellenti.

Mi viene da sorridere, amaramente, pensando che noi contemporanei, capaci solo di sfornare chiese orribili e agghiaccianti, ricorriamo all’espressione «secoli bui» per parlare del medioevo, quando i nostri progenitori costruivano cattedrali meravigliose, capaci di indurre a pensieri di fede perfino gli atei più incalliti. Se quelli erano «secoli bui», i nostri che cosa sono? Una cosa è certa: le chiese nuove, al contrario delle cattedrali medievali, riescono a indurre pensieri di ateismo perfino nei cattolici più devoti.

Non so se ci avete fatto caso, ma nelle chiese nuove, in questi ambienti terribili che non sembrano case di Dio ma luoghi di punizione e perdizione, non si sa letteralmente dove guardare. Non avendo un’anima, non hanno un centro. Per trovare il tabernacolo, un visitatore può impiegare un bel po’, e magari alla fine non lo trova. Non c’è niente che conduca lo sguardo e lo spirito verso il cuore della chiesa. Tutto sembra pensato, piuttosto, per sviare e confondere. Tutto sembra pensato e progettato perché tra lo spazio di fuori, quello della quotidianità, e lo spazio di dentro, quello che dovrebbe essere lo spazio sacro, non ci sia alcuna differenza. Bruttezza fuori, bruttezza dentro. Anonimato fuori, anonimato dentro. Appiattimento fuori, appiattimento dentro.

Ora, io so bene che il buon Dio non si fa problemi e abita tra noi ovunque. Ma perché noi non siamo più capaci di rendergli gloria? Perché facciamo di tutto per accoglierlo male? Perché i nostri pastori si ostinano a trovargli case così terribili, così inospitali, così fredde, quasi che, anziché invitarlo a entrare, lo volessero cacciar via?

Sento già la risposta: ma tu sei un vecchio conservatore e consideri brutto tutto ciò che è moderno e bello solo ciò che è antico!

Eh no, cari miei. Io sarò pure un vecchio conservatore, ma considero brutto ciò che è oggettivamente brutto, e rivendico il diritto di dirlo a voce alta. E forse, se ci mettessimo in tanti, a dirlo, qualcosa potrebbe cambiare.

Da Platone a san Tommaso, la bellezza è un attributo della verità e dunque di Dio. Noi invece inseguiamo la bruttezza. Perché? Solo stupidità? Solo sciatteria? No, senz’altro c’è di più. Immersi in un  pensiero che prova odio per l’idea stessa di verità e considera inesistente il bene oggettivo, non possiamo far altro che consegnarci al brutto. È fatale. Ma che questo avvenga con il timbro dei pastori mi mette una grande tristezza.

Se è vero, come scrisse Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo, mi sa tanto che noi dobbiamo considerarci spacciati.










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sabato 3 dicembre 2016

Il Gloria e il Miserere






Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno IX n° 12 - Dicembre 2016


 Come si fa a sentire la dolcezza infinita del Natale di Cristo se non si avverte tutto il bisogno di misericordia che abbiamo?
 La tenerezza della bontà di Dio, che scende sulla terra, è avvertita da chi sente il cocente bisogno di essere perdonato e riedificato.
 Per questo il Natale è un grande invito alla conversione.
 Che senso avrebbe contemplare la bontà di Dio per noi, la sua tenerezza per noi nel Dio-Bambino che nasce a Betlemme, dimenticando che Lui è qui per liberarci dal peccato e dalla morte?
 E che senso avrebbe considerare la sua opera di salvezza per noi, non domandando perdono dei nostri peccati?
 Nostro Signore viene nel mondo per liberarci dal peccato e noi gli diremo che non abbiamo peccato? Viene nel mondo l'Eterno, per liberarci dall'abisso del male e noi gli diremo che il nostro peccato non è poi così grave?
 Questo equivarrebbe al rifiuto di Cristo stesso.

 Questo mondo, che non chiede perdono perché ha perso il senso del peccato, non può capire il Natale cristiano e infatti ne fa un gran “pasticcio”.

 Ne siamo sempre più convinti, il mondo non si divide tanto in giusti e ingiusti, ma sopratutto si divide tra chi intona il “Miserere” e chi continua a non farlo.  È questa la grande separazione che passa nel mondo. E oggi passa terribilmente anche dentro la Chiesa.

 Difronte ai fatti che accadono chi ancora domanda perdono per i propri peccati?
 E cosa deve ancora accadere perché si intoni il Miserere?
 Catastrofi naturali, gravi situazioni sociali non ci inducono al dolore dei peccati.
 E il Natale nell'anno dei terremoti e delle leggi più immorali che la storia abbia mai conosciuto, passerà edulcorato nella solita falsificazione.

 È questa la malattia del mondo, che non avendo il senso di Dio ha perso il senso del peccato; è questa la malattia che è entrata potentemente nella Chiesa grazie all'aggiornamento; e la chiesa aggiornata si appresta anch'essa a “pasticciare” per l'ennesima volta col Natale perché non ricorda più che Gesù viene a liberare l'uomo dal tremendo suo peccato.

 È proprio sorto un “nuovo cristianesimo” che non sa cosa sia la compunzione e la penitenza.

 Eppure tutta la Rivelazione parla invece di un invito urgente alla conversione.
  Nostro Signore non dice che questo, e la sua misericordia sta proprio nell'intimare la conversione e nell'ottenerci con la sua Incarnazione - Passione e Morte la grazia necessaria perché il nostro cambiamento accada.

 Per chi si scandalizza del nostro scrivere citiamo solo uno dei tanti passaggi del Vangelo dove l'appello al pentimento risuona:

 “In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»” (Lc 13, 2-4).
 Non si tratta di fare gli “avvoltoi” sulle sofferenze degli altri; piove sui giusti e sugli ingiusti; i santi sono chiamati a portare croci come i peccatori. Si tratta però di rendersi conto che il mondo, anche la natura sono sconvolti dal peccato degli uomini. Si tratta di sentire il dolore del proprio male mentre scorgi il male diffuso nel mondo: umanamente sembri non centrare nulla, ma soprannaturalmente centri eccome, perché il tuo peccato contribuisce sempre al male del mondo intero.

  Eppure tutto accade senza che si intoni il Miserere!
 E quanto deve ancora accadere perché il cuore si risvegli dentro un salutare dolore?

 Quando i Pastori della Chiesa, Vescovi e sacerdoti, torneranno ad essere guide del popolo nella verità, intimando la pubblica penitenza a tutto il popolo? Quando per primi, dopo essere stati l'eco fedele del richiamo di Cristo alla conversione, per primi precederanno il popolo in questa pubblica penitenza?
 Difronte agli avvenimenti dolorosi, che siano terremoti o violenze umane, la Chiesa deve ricordare l'appello alla conversione, deve intonare pubblicamente il suo Miserere, altrimenti tradisce il suo compito, e questo è terribile!

 Nei secoli, in tutti i secoli, ma proprio tutti, il popolo cristiano ha fatto così: guidato dai suoi pastori si è affidato all'intercessione dei santi per chiedere a Dio misericordia... perché ha assaggiato già in questo mondo le conseguenze del suo peccato.

 Ma al popolo cristiano oggi mancano pastori così, che abbiano il coraggio di bandire la pubblica penitenza, e così i pastori finiscono per abbandonare il popolo al suo destino.

 Ma al popolo cristiano rischiano di mancare anche i santi, quelli veri, cui affidare la propria penitenza difronte a Dio: abbiamo cercato nuovi santi, quelli di un cristianesimo facile fatto di esperienza spirituale senza dolore dei peccati, senza compunzione.
 Abbiamo tolto dalla vita dei nuovi santi la penitenza, ingombrante retaggio di una cristianità che fu.

 I pastori ammodernati e i santi edulcorati non fanno penitenza e non fermano il male, e saranno presto rigettati come inutili: ma quanto deve ancora accadere perché ci si risvegli?

 Fare un Natale senza rispettare lo spessore del mistero del male sarebbe banalizzare la venuta di Cristo in mezzo a noi.
 Fare un Natale senza penitenza e domanda di conversione sarebbe misconoscere perché Cristo nasce a Betlemme.

 Non c'è un Gloria senza Miserere, almeno nel cristianesimo.

 L'anno santo è terminato, ma se non ci ha invitati alla penitenza è stato vano: chiediamo alla misericordia di Dio che così non sia.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Caterina da Siena: inebriamoci del sangue di Cristo, le cose amare ci sembreranno dolci

 
 
 
 
Santa Caterina da Siena, Lettera 25. A fra Tommaso della Fonte, domenicano*
 
 
Nel nome di Gesù Cristo crocifisso e della dolce Maria.

Carissimo padre in Cristo, dolce Gesù. Io, Caterina, serva dei servi di Gesù Cristo, ti scrivo nel suo prezioso sangue, desiderosa di vederti immerso nel sangue di Gesù crocifisso.

Il suo sangue ci riempie di gioia, ci rende forti, dà calore ed illumina la nostra anima con la luce della Verità; non possiamo quindi cadere nella menzogna.
Sangue, che fortifichi la nostra anima e ci liberi da quella fragilità che deriva dal timore della pena, il quale a sua volta viene dall'assenza della luce della Verità!
Per questo la nostra anima è forte, perché nel Sangue siamo stati illuminati dalla Verità. Abbiamo visto e conosciuto con l'occhio dell'intelletto che Dio, la Verità, ci ha creato, a gloria e lode del suo nome, per donarci la vita eterna.
 
Chi ci rivela che egli ci ha creato per questo fine? Il sangue dell'immacolato Agnello. Il Sangue ci rivela che ogni cosa che Dio ci dona, favorevole e sfavorevole, gioia e dolore, disonore e offese subite, scherni e ingiurie, infamia e maldicenze contro di noi, ogni cosa Dio ci dona con fuoco d'amore: per compiere in noi la dolce Verità, quella per la quale siamo stati creati.

Chi ce lo rivela? Il Sangue.
Infatti, se Dio avesse voluto da noi un'altra cosa non ci avrebbe donato il Figlio, e il Figlio la vita.
Quando con l'occhio dell'intelletto conosciamo questa Verità, subito otteniamo la fortezza che ci rende forti per portare ogni cosa e soffrire per amore di Gesù crocifisso. Non solo la nostra anima non diventa tiepida, ma si riscalda con il fuoco dell'amore di Dio: allora, nutriamo odio verso il peccato e siamo resi capaci di rinunciare a noi stessi.

Un po' alla volta, diventiamo simili ad un ebbro: come l'ubriaco, infatti, perde il proprio sentire e altro non vede che il sentire del vino, tanto che tutta la sua vita vi è immersa, così la nostra anima, piena di gioia per il sangue di Gesù, perde il proprio sentire, è libera dall'attaccamento alle cose sensibili e dal timore della pena – dove non c'è attaccamento alle cose sensibili, non c'è timore della pena – e gioisce nelle sofferenze.
 
Non ci vogliamo gloriare d'altro che della croce di Gesù crocifisso. Questa è la nostra gloria!
Tutte le potenze della nostra anima vi sono impegnate.

La memoria si riempie del Sangue che riceve in dono: nel Sangue comprendiamo l'amore di Dio che caccia via l'amor proprio; è amore il disonore e la morte, è pena l’onore e la vita.
Come la memoria si riempie? Con le mani dell'affetto e del vero desiderio di Dio. Questo affetto e amore proviene dalla luce dell'intelletto, con la quale abbiamo conosciuto la Verità e la dolce volontà di Dio.

Ora, padre carissimo, io voglio che così dolcemente ci inebriamo di Sangue e ci immergiamo nel Sangue. Allora, le cose amare ci sembreranno dolci, i grandi pesi leggeri. E dalle spine e dal dolore coglieremo la rosa, pace e serenità.

Resta nel santo e dolce amore di Dio.
Gesù dolce, Gesù amore.

*Fra Tommaso della fonte, cugino di Caterina, più grande di lei di 10 anni, educato nella casa dei Benincasa, è entrato nell'ordine di san Domenico ed è stato il suo primo confessore dal 1359 al 1374. Uomo di grande virtù, morirà santamente nel convento di Siena il 22 agosto del 1390. A lui sono indirizzate cinque lettere: oltre alla presente, la 41, la 98, la 139 che la 283. Riceve questa presente lettera mentre si trova a San Quirico d'Orcia.
 
 
 
 tramite IL TIMONE
 
 
 
 

venerdì 2 dicembre 2016

Verità, non compassione. E' questo che i cardinali chiedono al Papa

 



Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner, scrivendo a Francesco, hanno fatto ciò che era necessario. La fede è minacciata dalle suggestioni moderne. Serve la parola di Pietro




Ciò che sta accadendo negli ultimi tempi sia nella Chiesa sia nella società mi fa sempre di più pensare a Gedeone. Come lui e il popolo d’Israele furono assaliti dai Madianiti e ridotti “in grande miseria” (Gdc 6,6), anche noi siamo a nostra volta astutamente assaliti dai Madianiti postmoderni, la cui inesorabile praxis ci getta nel caos d’una “selva oscura”, nella quale non è solo difficile ma anche pericoloso cercare “la diritta via” che è stata “smarrita” (Dante). Spesso mi rivolgo ai miei amici con le parole di Gedeone: “Signor mio, se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo? Dove sono tutti i suoi prodigi che i nostri padri ci hanno narrato?” (Gdc 6,13). Per salvarci dall’angoscia, assieme a loro lancio questa domanda al cielo e aspetto la risposta. Spero che possa giungerci. Quando? Nel tempo prescelto, che è il migliore per noi tutti. Aspettare il tempo prescelto da Dio esige però una grande fede e una grande speranza che ci danno la certezza d’una grazia sovrabbondante nei tempi difficili e pericolosi in cui è la paura a servire agli uomini da punto di riferimento. Ho seguito con grande preoccupazione ciò che si è svolto in rapporto alla Lettera indirizzata a Papa Francesco dai quattro cardinali, Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner.

Condivido questa preoccupazione con tanti miei amici che adesso cercano di amare ancor più Cristo e la Sua Chiesa e che sono pronti a sacrificare tutto, solo che Dio salvi la Chiesa dallo scompiglio intellettuale e morale suscitato da una mentalità postmoderna che subdola s’insinua nelle menti di tanti nostri pastori. Vedo la Lettera dei quattro cardinali come una normale, a volte necessaria, filiale domanda rivolta al Papa perché la sua parola petrina – spiegando ciò che non è chiaro per i fedeli – dilegui i loro dubbi evitando che dissolvano la fede e l’amore senza i quali nessuna famiglia può reggere. Non regge soprattutto quella famiglia che si chiama Chiesa. In altri termini, i quattro Cardinali hanno chiesto al Papa di rafforzare i fratelli nella fede sempre più minacciata dalle suggestioni moderne, cui a parere di molti fedeli l’esortazione post-sinodale Amoris laetitia non si è opposta in modo chiaro e fermo. Una famiglia in cui non fosse possibile tale comportamento dei figli verso il padre, sarebbe non famiglia ma piuttosto una collettività costruita sulla base della dialettica hegeliano-marxista servo-padrone, dove il padrone ha paura del servo che a sua volta ha paura del padrone. Di conseguenza, principio della coesistenza sociale non sarebbe l’amore e la libertà, ma il conflitto e la schiavitù. Ho vissuto più di quarant’anni in un paese dialetticamente amministrato e non c’è da meravigliarsi se ne sono allergico. Ciò mi permette di vedere meglio i pericoli micidiali ai quali il mondo occidentale è esposto o, meglio, si espone sponte sua.

La sollecitudine dei quattro cardinali riguarda qualsiasi dubbio possa intaccare il sacramento del matrimonio e la famiglia che in esso prende vita. I potenti della postmodernità, ben sapendo che senza togliere di mezzo quest’ostacolo, cioè la vita sacramentale della Chiesa, non riusciranno mai a impadronirsi del mondo, colpiscono i sacramenti nei quali la Chiesa di Cristo nasce e si sviluppa. Colpiscono perciò il sacramento del matrimonio e la famiglia che in esso nasce, colpiscono gli altri sacramenti a esso organicamente legati, i sacramenti cioè della penitenza e dell’eucaristia. Di conseguenza anche il sacramento del sacerdozio, poiché una volta distrutti quelli il sacerdozio non serve a niente. La cura dei quattro cardinali è lungimirante. Essi difendono l’uomo. Le loro domande, i “dubbi”, sono giustificate e perfettamente articolate. Ne irradia l’amore della Verità che è la Vita e la Via della Chiesa e dell’uomo. Ne irradia l’amore per Cristo. La loro Lettera è atto della testimonianza che la Chiesa deve continuamente dare alla Verità che è Cristo senza deformarla con mezze verità e con riserve troppo umane (“ma”, “però”, “solo che in questo caso” e così via). Tanti uomini sperano che sia dato anche a loro di ricevere la risposta di Pietro. Ci sono tanti che desiderano uscire dall’incertezza della situazione in cui vivono, aiutati però dalla fiamma della verità e non dalla fioca luce della compassione offerta dai pastori. Non li potrà aiutare la parola di alcun altro, soprattutto la parola di un qualche laico (nemmeno se fosse un “esperto” del pensiero del Papa), a liberarsi dai turbamenti morali. Il laico che si provasse a farlo commetterebbe peccato d’arroganza e di vana presuntuosità. Dobbiamo aspettare la parola di Pietro. Solo lui ha ricevuto da Cristo il comando di confermare i fratelli nella fede. Un giorno udremo da lui la parola attesa. La presenza di Pietro nella Chiesa non cesserà mai di essere attuazione delle parole rivolte da Cristo a Pietro prima che Lo tradisse: “E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).

Detto questo, non posso nascondere di essere stato gravemente ferito come cristiano dalle parole totalmente anticristiane gettate da un vescovo (per pietà ne passo il nome sotto silenzio) sul capo dei quattro Cardinali che, secondo lui, hanno commesso “gravissimo peccato”, “peccato di eresia”, “peccato dello scandalo”. E applica a loro la stessa condanna di Gesù: “E’ meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare”. Questi quattro cardinali, sempre secondo questo vescovo, non dovrebbero “fare uso del titolo di ‘cardinale’”. Il mio sconcerto m’impedisce qualsiasi commento. Soltanto ricorderò a questo vescovo un adagio cinese: “Prima di dire qualcosa, bisogna contare fino a dieci, talvolta fino a cento”. Tutto è grazia di Dio. Perciò la speranza, la fede e l’amore sempre scaturiscono dal cuore dell’uomo. Ma anche ciò che accade nel suo cuore è grazia. In virtù di questa grazia l’uomo può conoscere meglio se stesso e gli altri ai quali si unisce. Così, dentro l’inquietudine provocata dall’incertezza che turba i fedeli, la preoccupazione per il futuro temporale della società e della Chiesa cede pian piano il posto all’affidamento alla Persona di Cristo, la cui conoscenza unisce l’uomo alla vittoria da Lui riportata sulla croce e promessa a tutti.

Vedo che molti, cercando di uscire dalla confusione, entrano più profondamente nel “centro dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1), entrano cioè in comunione con Cristo. Alla luce che promana da Lui e illumina la loro coscienza morale, cercano di aderire più fortemente ai sacramenti della penitenza, dell’eucaristia, del matrimonio e del sacerdozio che sono messi in questione dalla modernità in modo assai subdolo ed efficace. Il colpo inferto a un sacramento danneggia tutti gli altri. Lo stesso accade con i comandamenti del Decalogo. E’ probabile che in questa confusione alcuni si allontanino dalla Chiesa, a quanti tuttavia rimarranno sarà data la vittoria ad-veniente dall’eternità e non dal tempo. Non è l’uomo, ma è Cristo, presente nel Vangelo, nell’eucaristia, nel confessionale, nella fede della Chiesa, a sapere chi sia l’uomo stesso. Cristo non deve chiedere a nessuno chi sia l’uomo. Cristo lo conosce perfettamente, poiché è in Lui, nel Figlio, che il Padre lo sta creando fino a oggi. Per questo nessuno può sentirsi autorizzato a precedere Cristo sulla via verso il Golgota, dove si compie la nostra salvezza.

La compassione che muove Pietro a tentare di convincere Cristo a uscirne e prendere un’altra via, fa cadere sulla sua testa una veemente condanna: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mt 16, 23). Coprire con la nostra compassionevole ignoranza la verità sull’uomo rivelata in Cristo significa laicizzarla – questo sì che è “peccato grave”, “peccato di eresia”, “peccato dello scandalo”! Pensare nella verità significa cercarla, ponendo domande a chi spetta dare la risposta. Stiano ben lungi da questo dialogo tutti coloro ai quali bastano le opinioni e la compassione che esse inducono e ai quali dà fastidio la chiarezza. Ben lungi stiano dagli uomini che desiderano vivere nella chiarezza della Verità coloro che, avendo laicizzato la giustizia e la misericordia che sono un tutt’uno in questa Verità, non sono d’accordo con Cristo, quando Egli dice: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Mt 5, 37).

Se una persona uscisse dal confessionale con “il di più”, rimarrebbe con “il maligno”. Chi sarebbe allora responsabile di questa tragedia? Proprio per evitarla, i quattro cardinali hanno fatto ciò che era necessario. Non dimentichiamo che quando uno entra in chiesa, come dice Chesterton, si toglie il cappello e non la testa. Il maligno che governa il mondo postmoderno vuole che facciamo proprio il contrario. Ci offre a buon prezzo grandi cappelli per coprire la mancanza vergognosa di ciò che permette all’uomo di guardare in su, verso ciò che lo eleva alle altezze divine.



* Docente ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia di Roma, è stato allievo di Karol Wojtyla all’Università di Lublino, diventandone poi consigliere.



http://www.ilfoglio.it








La proposta francese di chiedere i siti pro-life. Cosa rispondere?

 
 
 
 
01-12-2016 - di Stefano Fontana
Il governo francese ha presentato una proposta di legge per chiudere i siti internet pro-life.

Il Presidente dei Vescovi francesi ha scritto una lettera pubblica e la cosa segna indubbiamente la gravità del momento.

Si tratta di un processo che procede sempre più velocemente verso la dittatura del relativismo. Per combattere questo processo è indispensabile tuttavia coglierne il senso profondo.

La proposta del governo francese è perfettamente coerente con i presupposti della cultura del modernismo individualista. Non è stato un errore di percorso.

Oggi gli Stati non si limitano più a considerare le violazioni di principi non negoziabili della morale naturale come delle eccezioni. L’aborto, l’eutanasia, la fecondazione eterologa sono considerati un diritto umano. Così come il diritto di espressione, quello di cambiare la propria residenza oppure di accedere a cure sanitarie di base. La donna ha diritto ad uccidere il bimbo che porta in seno, il medico avrà il diritto di uccidere il malato terminale che, magari quando era ventenne, aveva firmato una dichiarazione anticipata di trattamento o, perfino in assenza di questa, interpretando che così avrebbe voluto lui (non è successo così anche per Eluana Englaro?), la coppia che vuole figli con la fecondazione in vitro ha diritto di sacrificare un certo numero di embrioni umani.

Ora, se si tratta di diritti umani lo Stato li deve regolamentare, proteggere, promuovere, e ad essi deve anche educare i cittadini. Tra questi compiti dello Stato figura senz’altro anche quello di contrastare tutti coloro che ne vogliono limitare l’esercizio. Quelli – per esempio - che vogliono dissuadere la donna ad abortire violando la sua libertà di coscienza. Se abortire è un diritto umano contemplato dalla legge e protetto dai pubblici poteri, cercare di impedire di abortire è un reato che lo Stato deve prevenire e punire. Se il contrario dei principi non negoziabili è qualcosa di non negoziabile, è perfettamente coerente che lo Stato chiuda i siti internet pro-life. Gli si può rimproverare un errore logico a monte: negare i principi non negoziabili fino al punto da affermare come non negoziabile il contrario, ma dato quell’assunto tutto ciò che ne deriva è perfettamente coerente e logico. Uno Stato che prima riconosce dei diritti umani e poi non li difende da chi li contrasta o impedisce è un voltagabbana.

Questa è la situazione tragica da denunciare, altrimenti si rimane nella logica perversa di questo stesso processo culturale. L’opposizione dovrebbe riguardare l’origine stessa del tentativo di rovesciare la morale naturale e rendere diritto ciò che è torto, bene ciò che è male. La polemica contro queste forme di arroganza di Stato dovrebbe risalire fino alle origini, fino alle leggi che consentono l’aborto e che distruggono gli stessi presupposti della convivenza civile. Accade invece che l’opposizione si limiti a rivendicare la libertà di espressione come diritto soggettivo. Oscurare i siti pro-life non vorrebbe dire rendere obbligatori i principi non negoziabili, ma semplicemente impedire l’espressione democratica dei cittadini. Al centro della critica al governo, non viene messo il diritto a nascere del concepito, ma la possibilità che le donne, anche con l’aiuto di questi siti pro-life, si informino meglio. La scelta di abortire non è definita in ogni modo cattiva, ma la si presenta come una scelta difficile e problematica per la donna, sicché qualche parola di conforto da parte di siti pro-life sarebbe di aiuto.

In questo modo si pensa di prendere in contraddizione lo stato laico e democratico: come? tu che ti dici democratico non permetti la libertà di espressione? Come? tu che ti dici laico, imponi una tua visione assoluta e non lasci libertà ai cittadini? Ma si tratta, così facendo, di cadere invece nella stessa logica che si vorrebbe combattere. Il problema è proprio la libertà di scelta, non vincolata al bene e al vero. Quella libertà di scelta che lo Stato oggi proclama come diritto assoluto e, per difenderla, è costretto a contemplare il diritto al male. Criticarlo solo sul terreno delle libertà di scelta democratiche, e non sui loro fondamenti, significa rientrare nel suo stesso gioco.





http://www.vanthuanobservatory.org




 

mercoledì 30 novembre 2016

Cardinale Bagnasco: “Il sacerdote non è un operatore sociale ma è l’uomo di Dio”





Cardinale Bagnasco: “L’Occidente sta perdendo la dimensione mistica del Vangelo
28 novembre 2016


Omelia del Cardinale A. Bagnasco - Duomo di Genova, domenica 27.11.2016
in occasione delle
ordinazioni sacerdotali.


“Se non si conosce Dio, non si può neppure conoscere Gesù. Lo si riduce a un saggio, a un politico, a un martire, un visionario, ma non si riconosce il redentore del mondo. Allora la Chiesa non è più mistero e sacramento ma diventa una realtà sociologica opera di uomini soggetta alle categorie del mondo: il numero, il potere il consenso, le organizzazioni”.

Ad affermarlo il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, nell’omelia pronunciata ieri pomeriggio, nella cattedrale di San Lorenzo, in occasione della Messa per le ordinazioni presbiterali (due i sacerdoti ordinati).

“Ma – ha aggiunto il card. Bagnasco – la Chiesa non è umanamente attraente perché Dio vuole convertire, non sedurre. Divenire cristiani non è una adesione ma una conversione perché Dio, prima di essere il nostro bene è la nostra origine, la possibilità e la consistenza del nostro essere. Solo dopo è anche il destino della nostra anima”. E questa, ha aggiunto “è la questione delle questioni” perché riguarda “la salvezza eterna dell’anima”. Ma “quando si perde il senso dell’eterno, allora l’anima si identifica con le cose che incontra e consuma”.

“Il sole di Satana che vuole sedurre le anime vuole far credere che il proprio del cristiano è l’attività ma questo svuota la memoria di Dio e della sua grazia. L’uomo si trova da solo con sé stesso solo anche se dentro ad una collettività che però è altro della comunità dei discepoli”. Di qui l’invito all’adorazione perché “adorare non è un fare, è un non fare, per lasciarsi fare da Cristo e questa è la dimensione mistica del Vangelo che l’Occidente sta perdendo e per questo, più si danna nel fare, più sprofonda nell’angoscia della sua impotenza di senso”.

Il sacerdote non è un operatore sociale ma è l’uomo di Dio”.

“Oggi – ha detto ai due ordinandi – siete costituiti maestri di fede ma per essere tali dovrete essere uomini di fede, dovrete ragionare non secondo le categorie del mondo ma secondo quelle di Cristo, quelle della Pasqua di morte e resurrezione, della croce gloriosa. Separare queste categorie significa non capire più nulla dell’esistenza umana della storia dell’universo.

La vita pastorale non potrà mai essere preghiera se non vi sono nella vita del prete spazi personali di preghiera dove il vostro cuore umano parla al cuore divino.

Il mondo sta male perché perde il contatto con la realtà sempre di più. Crede che tutto si riduca a ciò che vede e tocca a ciò che può misurare mentre la realtà è molto più grande. Ciò che è invisibile è più concreto e importante di tutto ciò che vediamo. 

Questa miopia spirituale può colpire anche noi sacerdoti e pastori. Nessuno può considerarsi esente da questa miopia che può progredire con l’età. Per questo è necessaria l’adorazione che marca la differenza tra Dio e l’uomo, riconosce che solo Dio è Dio e non noi e così tornano al loro posto i giudizi e le scelte”.














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martedì 29 novembre 2016

Quando Ratzinger predisse il futuro della Chiesa. In una trasmissione del 1969 alla radio tedesca





  
Non fingeva di predire il futuro. Era fin troppo saggio per farlo. Di fatto, temperò le sue considerazioni iniziali dicendo:

“Dobbiamo quindi essere cauti nei nostri pronostici. Quello che ha detto Sant’Agostino è ancora vero: l’uomo è un abisso; nessuno può prevedere quello che uscirà da queste profondità. E chiunque creda che la Chiesa sia non solo determinata dall’abisso che è l’uomo, ma raggiunga l’abisso più grande, infinito, che è Dio, sarà il primo a esitare con le sue predizioni, perché questo ingenuo desiderio di sapere con certezza potrebbe essere solo l’annuncio della sua inettitudine storica”.

Ma quest’era, traboccante di pericolo esistenziale, cinismo politico e caparbietà morale, anelava a una risposta. La Chiesa cattolica, faro morale nelle acque turbolente del suo tempo, aveva sperimentato di recente alcuni cambiamenti sia tra i propri aderenti e che tra i dissenzienti, che si chiedevano cosa sarebbe diventata la Chiesa in futuro.

E così, in una trasmissione della radio tedesca del 1969, padre Joseph Ratzinger offrì la sua risposta accuratamente pensata. Ecco le sue considerazioni conclusive:

Il futuro della Chiesa può risiedere e risiederà in coloro le cui radici sono profonde e che vivono nella pienezza pura della loro fede. Non risiederà in coloro che non fanno altro che adattarsi al momento presente o in quelli che si limitano a criticare gli altri e assumono di essere metri di giudizio infallibili, né in coloro che prendono la strada più semplice, che eludono la passione della fede, dichiarandola falsa e obsoleta, tirannica e legalistica, tutto ciò che esige qualcosa dagli uomini, li ferisce e li obbliga a sacrificarsi. Per dirla in modo più positivo: il futuro della Chiesa, ancora una volta come sempre, verrà rimodellato dai santi, ovvero dagli uomini le cui menti sono più profonde degli slogan del giorno, che vedono più di quello che vedono gli altri, perché la loro vita abbraccia una realtà più ampia. La generosità, che rende gli uomini liberi, si raggiunge solo attraverso la pazienza di piccoli atti quotidiani di negazione di sé. Con questa passione quotidiana, che rivela all’uomo in quanti modi è schiavizzato dal suo ego, da questa passione quotidiana e solo da questa, gli occhi umani vengono aperti lentamente. L’uomo vede solo nella misura di quello che ha vissuto e sofferto. Se oggi non siamo più molto capaci di diventare consapevoli di Dio, è perché troviamo molto semplice evadere, sfuggire alle profondità del nostro essere attraverso il senso narcotico di questo o quel piacere. In questo modo, le nostre profondità interiori ci rimangono precluse. Se è vero che un uomo può vedere solo col cuore, allora quanto siamo ciechi!

In che modo tutto questo influisce sul problema che stiamo esaminando? Significa che tutto il parlare di coloro che profetizzano una Chiesa senza Dio e senza fede sono solo chiacchiere vane. Non abbiamo bisogno di una Chiesa che celebra il culto dell’azione nelle preghiere politiche. È del tutto superfluo. E quindi si distruggerà. Ciò che rimarrà sarà la Chiesa di Gesù Cristo, la Chiesa che crede nel Dio che è diventato uomo e ci promette la vita dopo la morte. Il tipo di sacerdote che non è altro che un operatore sociale può essere sostituito dallo psicoterapeuta e da altri specialisti, ma il sacerdote che non è uno specialista, che non sta sugli spalti a guardare il gioco, a dare consigli ufficiali, ma si mette in nome di Dio a disposizione dell’uomo, che lo accompagna nei suoi dolori, nelle sue gioie, nelle sue speranze e nelle sue paure, un sacerdote di questo tipo sarà sicuramente necessario in futuro.

Facciamo un altro passo. Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. In contrasto con un periodo precedente, verrà vista molto di più come una società volontaria, in cui si entra solo per libera decisione. In quanto piccola società, avanzerà richieste molto superiori su iniziativa dei suoi membri individuali. Scoprirà senza dubbio nuove forme di ministero e ordinerà al sacerdozio cristiani che svolgono qualche professione. In molte congregazioni più piccole o in gruppi sociali autosufficienti, l’assistenza pastorale verrà normalmente fornita in questo modo. Accanto a questo, il ministero sacerdotale a tempo pieno sarà indispensabile come in precedenza. Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso, perché dovranno essere eliminate la ristrettezza di vedute settaria e la caparbietà pomposa. Si potrebbe predire che tutto questo richiederà tempo.
Il processo sarà lungo e faticoso, come lo è stata la strada dal falso progressismo alla vigilia della Rivoluzione Francese – quando un vescovo poteva essere ritenuto furbo se si prendeva gioco dei dogmi e insinuava addirittura che l’esistenza di Dio non fosse affatto certa – al rinnovamento del XIX secolo. Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza. Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto.

A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, che è già morto, ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

La Chiesa cattolica sopravvivrà nonostante uomini e donne, non necessariamente a causa loro, e comunque abbiamo ancora la nostra parte da fare. Dobbiamo pregare e coltivare la generosità, la negazione di sé, la fedeltà, la devozione sacramentale e una vita centrata in Cristo.

Nel 2009 Ignatius Press ha diffuso il discorso di padre Joseph Ratzinger in un libro intitolato Faith and the Future.



*Tod Worner è marito, padre, convertito al cattolicesimo e praticante di Medicina interna. Ha un blog su A Catholic Thinker.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]



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