giovedì 21 settembre 2017

VERI E FALSI AMICI DELLA TRADIZIONE




L'autore è illustre compositore e musicologo, esperto di liturgia, direttore della rivista internazionale "Altare Dei" edita a Macao e Hong Kong, Un brano della sua "Missa Summorum Pontificum" può essere ascoltato qui. Di lui Settimo Cielo ha pubblicato lo scorso marzo una drammatica "dichiarazione" sulla situazione attuale della musica sacra.





di Aurelio Porfiri (21-09-2017)

A metà settembre si è svolto a Roma il pellegrinaggio dei fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano per celebrare la loro fedeltà alla Chiesa – una, santa, cattolica, apostolica e romana – e per ricordare il decimo anniversario del motu proprio "Summorum Pontificum" con cui si concedeva un uso più ampio del Messale precedente al Vaticano II.

Per questa occasione mi è stata commissionata una messa, che ho chiamato "Missa Summorum Pontificum" che è stata eseguita nella Basilica di San Pietro il 16 settembre, durante il solenne pontificale celebrato dall'arcivescovo Guido Pozzo.

Questa mia Messa comprendeva le parti del "proprium" e quelle dell'"ordinarium". Ho tentato di innovare nella tradizione, "nova et vetera", tenendo il gregoriano e la polifonia come modello ma componendo musica che risuoni nel 2017, non come una reliquia del passato. Ho pensato prima al rito e poi alla musica, cercando di capire come la mia musica avrebbe servito al meglio quel momento rituale. Ho cercato di fare in modo che i miei brani non appesantissero il rito e che prevedessero dove possibile l'intervento dei fedeli, perché sarebbe un errore lasciare alla riforma postconciliare il primato sulla partecipazione, quando esso fu richiamato anche da tutti i documenti precedenti al Concilio. Certamente quell'idea di partecipazione non significava partecipare alla banalizzazione, alla mediocrità, al cattivo gusto. Purtroppo questo è diventato nella nostra realtà.

Nel pellegrinaggio ho incontrato veri amici della Tradizione. Tanti, una maggioranza che ha riconosciuto come valido lo sforzo fatto nel cercare di mostrare come la Tradizione non è soprattutto guardare al passato, ma guardare all'origine e proiettarci nel futuro. La forma straordinaria è sempre giovane quando si veste di coraggio, non si fa impressionare dalla minoranza (perché è una minoranza, ma rumorosa) che ha paura di ogni cambiamento.

Si può essere d'accordo o meno sul mio stile, questo è legittimo. Ma non si può o si deve pensare che la forma straordinaria sia il culto del passato. Il cattolico (non il tradizionalista, come ha detto correttamente il cardinale Sarah) guarda a Gesù che viene e senza la Tradizione cade nell'abbraccio dello spirito mondano, anche nella liturgia.

Mi è capitato, quest'anno e l'anno precedente, di avere interessanti conversazioni con alte personalità ecclesiastiche del mondo anglosassone, in visita a Roma per il pellegrinaggio. Quando mi rinfacciavano il livello mediocre della musica che si ascolta nelle chiese italiane, cercavo di controbattere che l'influenza cattiva è venuta anche dalle loro parti. Ma che il livello sia mediocre, non bisogna che ce lo vengano a dire da fuori. Il nuovo per se stesso ci porta nel baratro in cui siamo.

Ma io ho tentato di andare per un altro sentiero, il "nova et vetera". Ciò che importa, è che la forma straordinaria non deve divenire il frigorifero dove conservare le cose per non farle ammuffire, ma la serra dove nascono nuovi fiori accanto ai vecchi.

In questo pellegrinaggio ho visto tante persone innamorate della Chiesa, della sua Tradizione, dei suoi riti. Giovani e meno giovani, da ogni angolo del mondo. E questa gente non ha paura del nuovo, non sono quelli che papa Francesco ha detto essere "rigidi". No, sono persone di oggi che non vogliono perdere la bellezza della liturgia, ma vogliono perdersi nella bellezza della liturgia. Io sono con loro.

Ma certamente c'è una parte di questo mondo che viene ben rappresentata dalla definizione di papa Francesco. Sono coloro che vorrebbero vivere nel passato o farlo rivivere come se oggi fossimo nel XVI secolo o giù di lì. Non hanno i volti sereni dei pellegrini che ho visto, ma coltivano rancori e li sfogano nell'ombra. Vorrei veramente aiutarli da fratello in Cristo e dire loro che in ogni secolo la Chiesa è stata all'avanguardia dell'eccellenza artistica perché ha dato campo a nuove creazioni.

Nuove creazioni non basate sul vuoto o su estetiche contrarie od opposte a quella cattolica, ma che prendevano a modello la grande Tradizione, che ben si misuravano con i modelli dei maestri precedenti e con questi modelli ben servivano il culto di Dio.

Io ho fatto del mio meglio. Ho seguito l'insegnamento dei papi, a cominciare da san Pio X. Almeno credo di aver contribuito a violare una sorta di "tabù" che è antitetico a quello che la Chiesa cattolica è sempre stata, una madre sempre feconda di bellezza e non, come forse pensano alcuni, una vecchia e inacidita signora che non esce mai di casa perché sola e impotente.














fonte: Settimo Cielo 







mercoledì 20 settembre 2017

SABATO 7 OTTOBRE: PELLEGRINAGGIO DEI GRUPPI DI MESSA ANTICA DELLA TOSCANA AL SANTUARIO DI MONTENERO






20 settembre 2017

X Pellegrinaggio al Santuario di Montenero, sabato 7 ottobre 2017: programma definitivo e informazioni

SABATO 7 OTTOBRE: PELLEGRINAGGIO DEI GRUPPI DI MESSA ANTICA DELLA TOSCANA AL SANTUARIO DELLA PATRONA DELLA NOSTRA REGIONE


Possiamo finalmente dare il programma definitivo del pellegrinaggio organizzato dal Coordinamento toscano al Santuario della Beata Vergine di Montenero (Livorno). Vi preghiamo di prender nota di alcune variazioni sugli orari, che potranno esser gradite in particolar modo a quanti provengono da lontano, che avranno più tempo a disposizione per poter partecipare anche alla tradizionale salita verso il Santuario, durante la quale i pellegrini recitano il Santo Rosario e intonano canti alla Vergine Maria.


Qui sotto il programma del pellegrinaggio, che si terrà sabato 7 ottobre 2017:


Ore 10,00 - Ritrovo dei pellegrini in Piazza delle Carrozze (Montenero Basso).

Ore 10,30 - Processione in salita al Santuario con recita del Santo Rosario.

Ore 11,30 - Santa Messa Pontificale in rito romano antico celebrata da S.Ecc.za Mons. Athanasius Schneider O.R.C., Vescovo ausiliare di Santa Maria in Astana, con servizio liturgico a cura dell'Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote. Si ricorda che grazie al decreto della Penitenzieria Apostolica del 18/9/2017, prot. 986/17 a firma di S. Em. il Cardinale Prefetto Mauro Piacenza, i fedeli potranno lucrare l'indulgenza plenaria, alle solite condizioni (confessione, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del S. Padre).







Il libretto della celebrazione, con testo integrale e traduzione a fronte, sarà distribuito ai fedeli già in piazza delle Carrozze oppure potrà esser trovato presso il Santuario.

Dopo la S. Messa, sarà possibile fermarsi a pranzo. Il Coordinamento offre la possibilità di pranzare presso un ristorante con menu fisso (pasto completo) a prezzo di 18 euro (più un piccolo obolo di uno-due euro per offrire il pranzo ai sacerdoti presenti). Si chiede a tutti i fedeli di prenotare al più presto per assicurarsi il posto e comunque non oltre il giorno 2 ottobre, scrivendo al Coordinamento oppure ai singoli gruppi (più in basso troverete tutti i contatti).


Invitiamo tutti coloro che volessero trattenersi a contattarci inviando una e-mail al Coordinamento (coordinamentotoscano@hotmail.it) o telefonando al numero 329/0538893. Chiunque non volesse fermarsi a pranzo, ma restare per la conferenza, potrà consumare un pasto al sacco o in altro luogo.



Ore 15.30 - Conferenza dal titolo: Il significato straordinario del messaggio di Fatima, presso la Sala San Gualberto del Santuario di Montenero . Relatore: S.Ecc.za Mons. Athanasius Schneider.




Si tengano inoltre presenti queste informazioni per raggiungere il Santuario.


Quanti giungeranno a Livorno con il treno, potranno sempre chiedere un passaggio al Coordinamento, ma tengano comunque presenti le seguenti informazioni. Dalla stazione centrale di Livorno è possibile arrivare a p.zza delle Carrozze (Montenero), dove parte la processione in salita al Santuario, con l'autobus di linea LAM ROSSA, che parte con cadenza molto regolare, all'incirca ogni 7-10 minuti. Gli orari sono comunque scaricabili su questo sito: http://www.livorno.cttnord.it/Orario_Invernale_Generale_In_Vigore_Da_Venerdi_15_Settembre/P/539


Si tenga conto che la salita, nonostante le pendenze, non è affatto lunga (meno di un km) ed è ben percorribile a piedi da chiunque, eccettuate persone malate o debilitate. Coloro che non saranno in grado di affrontare la salita, potranno comunque proseguire, con il medesimo biglietto dell'autobus, con la funicolare, che li condurrà direttamente davanti al Santuario.


Per quanti arriveranno in automobile, si tengano presenti queste indicazioni di massima per giungere in P.zza delle Carrozze (per il parcheggio, si consiglia di arrivare direttamente al Santuario, nei pressi del quale è possibile posteggiare l'auto gratuitamente, senza limiti di tempo):




1) Da Grosseto: Prendere la superstrada variante Aurelia (SS 1) in direzione Livorno. Dopo Castiglioncello, la superstrada finisce. Si prosegue con la strada statale, attraversando l'abitato di Quercianella. Prima del paese di Antignano, si svolta a destra, riprendendo la superstrada in direzione Livorno. Si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire dritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


2) Da Massa-Pisa: Prendere l'autostrada A12 in direzione Livorno. Si esce a Livorno e si prosegue sulla superstrada variante Aurelia in direzione Roma-Grosseto. Dopo qualche chilometro si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire diritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


3) Da Firenze: Prendere la superstrada Firenze-Pisa-Livorno. Uscire a Livorno (fare attenzione a non proseguire verso il porto) e proseguire sulla superstrada variante Aurelia in direzione Roma-Grosseto. Dopo qualche chilometro si esce a "Montenero" e si seguono le indicazioni per il paese. Dopo circa 2 km di salita (al bivio per il Castellaccio proseguire dritto, verso Montenero), si giunge in Piazza delle Carrozze.


4) Da Lucca-Pistoia-Prato: Prendere l'autostrada A11 in direzione Pisa-Mare. All'uscita di Pisa Nord, immettersi sull'A12 in direzione Livorno, e proseguire come indicato al n. 2.


Coloro che, provenendo da città toscane, non avendo a disposizione autovettura, preferissero un passaggio in automobile, potranno rivolgersi, oltre che direttamente al Coordinamento, anche ai gruppi più vicini al proprio luogo di residenza.




Li elenchiamo qui sotto, con il recapito di posta elettronica:

Bientina e zona di San Miniato (Pisa): Coetus Joseph Ratzinger coetusjr@gmail.com

Cecina: Comitato cecinese Pro multis: orobieteam@virgilio.it

Firenze: Confraternita di San Francesco Poverino: dante.pastorelli@virgilio.it

Livorno e dintorni: Associazione Cristo Re: cristore.livorno@hotmail.it

Lucca: Comitato lucchese Lucio III Papa: comitatolucchese@gmail.com

Pisa: Comitato pisano San Pio V: comitatopisanosanpiov@gmail.com

Pistoia: Associazione Madonna dell'Umiltà: associazionemadonnaumilta@gmail.com

Arezzo, Siena e Grosseto: scrivere a coordinamentotoscano@hotmail.it











https://coordinamentotoscano.blogspot.it/2017/09/x-pellegrinaggio-al-santuario-di.html





Il card. Muller: «Solo la Chiesa può dare speranza alla società»




Il Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede ospite della giornata del Timone a Staggia senese: «Compito primario della Chiesa, di fronte alla società e in ogni ambito è quello di ampliare gli orizzonti dell’umano, allargando in continuazione i confini della sua razionalità».

Pubblichiamo ampi stralci della lezione magistrale tenuta dal cardinale Gerhard Müller sabato 16 settembre 2017 alla festa de Il Timone a Staggia Senese (SI).






di Gerhard L. card. Muller

(…) Senza la percezione di un significato oggettivo ed originario per tutto ciò che lo circonda, e di un significato ultimo della realtà tutta, la vita stessa viene percepita dall’uomo come priva di punti cardinali di riferimento, finendo così per perdere la speranza di trovare una solida base al suo esistere, di una roccia sicura su cui costruire il suo mondo e ad a cui appoggiare tutte le relazioni che egli intreccia. Ed un senso di smarrimento e di solitudine inizierebbero ad accompagnare la sua esistenza.

Dio stesso è il Significato, il Logos ultimo di tutto ciò che viviamo, in cui ci muoviamo e in cui esistiamo, come ci ricorda San Paolo (cf. At 17, 28). Perciò Egli, ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza: perché potesse liberamente relazionarsi con lui. Ed ha voluto la ragione umana come il sigillo eminente di questa affinità relazionata, che si esprime anzitutto come esigenza di significato pregnante.

Dal Significato ultimo e positivo di tutto, una certezza ragionevole e affidabile

(…) Senza la certezza che tutto è imbastito e intrecciato di solidi e originari significati e che alla sorgente di tutto vi è un Bene inesauribile, basterebbero infatti le contraddizioni del vivere, l’esperienza dolorosa del male fisico e morale, fino a quella della morte, a incrinare e minare le basi della nostra speranza, della fiducia con cui guardiamo al futuro e costruiamo la nostra vita. Senza la certezza di un solido e positivo significato ultimo che a tutto soggiace, è quasi impossibile avere una ragionevole e robusta speranza.

Al massimo, ci rimarrebbe come possibilità o la faticosa ybris del tentativo – in verità prometeico e titanico – di essere noi coloro che conferiscono un significato al mondo: e questo mi sembra essere la strada imbroccata dall’uomo occidentale nella modernità, con tutti gli esiti riguardo alla speranza che sono sotto i nostri occhi. Vi è infatti chi, non a torto, ha definito questo uomo nello stesso tempo “sazio e disperato”.

Oppure, l’altra possibilità sarebbe il lasciarsi vivere in balìa delle circostanze. Qui vi è chi ha apostrofato l’uomo contemporaneo come “gaio e rassegnato”: un uomo che rimane, di fatto, indifferente alla sorte dei suoi fratelli uomini, preoccupato al massimo di stabilire e conservare relazioni “politicamente corrette”.

Richiamare tutto ciò mi sembra un primo ed importante contributo che la fede cristiana può e deve dare alla società odierna, grazie alla chiarezza sull’uomo e sul mondo che le provengono dalla Rivelazione che ha ricevuto in dono.

Riconoscendo un significato originario per ogni singolo essere che esiste e un Significato ultimo e positivo di tutto, l’uomo può sperare in un modo a lui consono, cioè in modo ragionevole e affidabile. Senza di ciò, è invece costretto inevitabilmente a ridurre la speranza a qualcosa di precario, che esce dalle sue sole mani, o di frammentario, che trova provvisoriamente qua e là mentre vive, accontentandosi di un desco momentaneo e di soddisfazioni non piene e non durature.

In primo luogo, ed in modo umile ma nello stesso tempo sincero e colmo di parresia, la Chiesa è chiamata a far presente quanto lei stessa riconosce necessario perché l’uomo possa sperare davvero. (…)

La Chiesa, Mater et Magistra

(…) Perciò la Chiesa può aiutare l’uomo solo quando è insieme ed inseparabilmente Mater et Magistra: verrebbe meno alla sua identità e missione se fosse l’una cosa senza l’altra, se non fosse ferma nel giudizio morale – non sugli uomini, nel cui cuore evidentemente può vedere solo Dio, ma sugli atti da loro compiuti! – e nello stesso tempo se non fosse anche una testimone misericordiosa – questo sì, con ciascun nostro fratello e sorella, cui siamo accomunati da una fragilità che non cessa di ferire la carne di noi tutti – che non si stanca di accompagnare con amore verso la verità e il bene. Sarebbe un errore imperdonabile per la Chiesa, venir meno in uno di questi due compiti che Le sono coessenziali.

Tutto ciò ci aiuta a comprendere perché la Chiesa, mentre ha il compito di testimoniare con umiltà e parresia quella vita nuova e positiva che la rende credibile agli uomini, e di cui l’ha dotata il suo Signore Risorto, ha anche quello di “annunciare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana”(Codice di Diritto Canonico, can. 747, § 2).

Ecco perché il Magistero e la Maternità della Chiesa si estendono anche a quei significati originari inscritti indelebilmente nella natura umana e che sono dote preziosa da riconoscere, accogliere, valorizzare e purificare, perché l’uomo corrisponda sempre più alla sua peculiare ed originale dignità. Si tratta di quei significati costitutivi che la tradizione, dagli autori classici fino all’epoca moderna, chiama legge morale “creaturale” o “naturale”. (…)

Il Significato Originario è venuto incontro all’uomo

(…) La speranza cristiana, con tutte le implicazioni che ne derivano e di cui abbiamo parlato finora, nasce anzitutto dall’annuncio e dall’esperienza vissuta che il Destino e l’Origine della vita non sono rimasti ad attenderci all’inizio e alla fine del tempo, ma ci sono venuti incontro, si sono fatti compagni alla nostra vita, sono entrati nella storia: con un nome ed un cognome, un volto ed un cuore pulsante. Questo volto si è fatto carico di tutto ciò che riguarda la nostra vita, nel bene e nel male: in Lui trova un eco ogni nostra aspettativa e gioia, come ogni angoscia e tristezza!

Anzi, Egli ha lasciato che il male si scagliasse su di Lui e lo annientasse, per creare un argine al male nella vita dell’uomo, e perché nulla potesse più separarci dalla vita buona, dalla vita pienamente umana che Lui è venuto a portarci. Ha dato e ridona, oggi stesso, la sua vita per me, perché se la mia libertà lo vuole, nulla possa più separarmi dal Bene, senza ombra di male, che Lui è. Tutto ciò, perché la mia vita, afferrandosi a Lui, possa non scivolare più nel nulla!

La sua Persona e la sua Opera, per realizzare tutto questo, sono divenute una possibilità contemporanea all’uomo di ogni tempo e luogo. Tutto ciò Egli ha compiuto, ed ancora oggi compie, nel suo continuo passaggio e far passare dalla morte alla vita, mediante la sua Pasqua. Egli si chiama Gesù Cristo.

Ancora oggi possiamo rapportarci a Lui, entrare in rapporto vitale con Lui, grazie ai suoi Amici e Testimoni, grazie alla Chiesa e a tutto ciò che la Chiesa ci insegna e ci dona di buono e di vero. Egli è il Vivente ed è Lui la nostra speranza!

Questa speranza è il deposito prezioso, dato “una volta per tutte” – come dice il Nuovo testamento nella lettera agli Ebrei (cf. 7, 27) – che la Chiesa, dagli Apostoli in poi custodisce, tramanda e di generazione in generazione, vive e comprende sempre più. In Lui vi è tutto ciò che la Chiesa “perpetua e trasmette a tutte le generazioni”, “tutto ciò che essa è e tutto ciò che essa crede” (Dei verbum, n. 8).

Questo è l’autentico tesoro che la Chiesa porta nascosto fra le sue povere membra, e che lascia intravedere anche attraverso le sue innumerevoli ferite. Questa è “la perla preziosa” di cui parla il Vangelo (cf. Mt 13, 46): è la ricchezza che la Chiesa ha da offrire al mondo.

Sperare è ampliare gli orizzonti dell’umano

Solo se l’uomo accetta di allargare la sua razionalità oltre la vista corta del momento, dei beni materiali e dell’immanenza, verso il mondo dei significati originari ed indelebili che lo costituiscono, fino al Significato Originario e Ultimo in cui Ragione e Amore coincidono, egli riesce ad ampliare anche gli orizzonti della sua umanità; ed a costruire società in cui la scienza, il diritto, la politica e l’economia non si rivolgono contro di lui bensì a vantaggio reale del bene di ciascun uomo e di tutti gli uomini. Solo così egli può uscire da quell’antinomia che altrimenti finirebbe per contrapporre sempre il bene della singola persona e quello “comune”.

In fondo, potremmo dire che compito primario della Chiesa, di fronte alla società e in ogni ambito, oltre a quello di sovvenire con sollecitudine i bisogni e le ferite dell’uomo, proprio per prevenire quei bisogni e quelle ferite – aperte in continuazione da sistemi organizzati non a favore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini – è quello di ampliare gli orizzonti dell’umano, allargando in continuazione i confini della sua razionalità.

La presenza dello stesso Signore Risorto nella sua Chiesa è un continuo invito ad allargare gli orizzonti, verso una meta che sta sempre “più in là”, che trascende ogni confine e limite umano, verso quei traguardi che Lui, come Signore della Storia, tiene aperti agli uomini di buona volontà.

Questo è uno dei principali contributi che la Chiesa è chiamata ad offrire all’uomo e alla società di ogni tempo, che essa offre alla speranza stessa dell’uomo e senza di cui ogni opera sociale della Chiesa, pur meritoria, sarebbe solo un rincorrere situazioni e stare al seguito di agende dettate da altri. Essa, cioè, sarebbe sempre in ritardo rispetto al kairos da cui la chiama il Signore del tempo e della storia.

“Per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia” (C. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù): per sperare occorre esser consapevoli di aver ricevuto un grande dono. La Chiesa sa che, non per suo merito, è depositaria del Dono con cui è chiamata ad allargare in continuazione i suoi confini e quelli dell’uomo di ogni tempo e luogo. Un Dono fatto di Razionalità ed Amore, di Verità e di Misericordia, che ha lo scopo di servire l’uomo, cioè di aiutarlo a guardare al presente con fiducia costruttiva e al futuro con una speranza ragionevole e affidabile. Questo è il positivo contributo della Chiesa alle nostre società, a quello splendido e faticoso “mestiere” che è il nostro con-vivere umano.

*Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede



(fonte: lanuovabq.it)










Famiglia, attacco all'eredità di Giovanni Paolo II






di Riccardo Cascioli  (20-09-2017)

«Con il presente Motu proprio istituisco il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, che, legato alla Pontificia Università Lateranense, succede, sostituendolo, al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia (…) il quale pertanto, viene a cessare». L’articolo 1 del Motu Proprio Summa Familiae Cura, pubblicato ieri, sancisce così un altro atto di rottura con il Magistero di san Giovanni Paolo II che l’Istituto aveva creato nel 1982 con la Costituzione apostolica Magnum Matrimonii Sacramentum. Significativamente il documento porta la data dell’8 settembre, due giorni dopo la morte del cardinale Carlo Caffarra che, su incarico di Giovanni Paolo II, l’Istituto per gli Studi su matrimonio e Famiglia aveva fondato.

Sebbene nel Motu Proprio papa Francesco si ricolleghi alla «lungimirante intuizione di san Giovanni Paolo II», è evidente il segnale di forte discontinuità con il passato, anche se poi – va precisato – quello sancito ieri è ancora un passaggio, visto che la vera battaglia si giocherà ora sugli statuti dell’Istituto Teologico, che decideranno eventuali cambiamenti nella struttura dei corsi, nelle materie insegnate e nei docenti. Fino ad allora la vita dell’istituto dovrebbe continuare con gli stessi docenti e gli stessi corsi svolti finora, secondo quanto afferma il Motu Proprio e secondo quanto assicurato da monsignor Vincenzo Paglia, Gran Cancelliere dell’Istituto, nell’assemblea in cui ha presentato in anteprima il documento al corpo docente. Nessuno però si fa troppe illusioni, la determinazione a cambiare indirizzo politico costituirà una forma di pressione sugli attuali docenti, in massima parte “figli” di Giovanni Paolo II e del cardinale Caffarra, a cui si cercherà di affiancare qualche altro nuovo docente almeno fino alla battaglia decisiva.

Quanto ai contenuti è evidente che l'esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia è diventata il paradigma di ogni intervento, con la sua accentuazione pastorale e il costante riferimento ai segni dei tempi con non meglio precisate «richieste e appelli dello Spirito» che «risuonano anche negli stessi avvenimenti della storia». E mentre la Amoris Laetitia è fondamento del nuovo corso, sparisce dall’atto costitutivo del nuovo istituto qualsiasi riferimento all’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, che era stata invece indicata come risposta adeguata ai tempi attuali da san Giovanni Paolo II.

Del resto la retorica sui tempi che sono cambiati e le sfide nuove che necessitano di «un approccio analitico e diversificato» per cui non è più possibile proporre «pratiche della pastorale e della missione che riflettono forme e modelli del passato», non reggono alla prova della realtà. Rileggendo la Magnum Matrimonii Sacramentum che aveva creato l’Istituto per Matrimonio e Famiglia – e più in generale ripercorrendo il magistero di Giovanni Paolo II - è evidente che le situazioni di disagio e il disfacimento della famiglia erano ben presenti e dibattute anche 30 anni fa.

Ciò che davvero fa la differenza è il giudizio sul mondo e sul compito della Chiesa. San Giovanni Paolo II aveva una chiara coscienza di un attacco in corso alla famiglia che assume i contorni dello scontro apocalittico. «La grandezza e la sapienza di Dio – diceva nel 1997 – si manifestano nelle Sue opere. Tuttavia, oggi sembra che i nemici di Dio, più che attaccare frontalmente l’Autore del creato, preferiscano colpirLo nelle sue opere. L’uomo è il culmine, il vertice delle Sue opere visibili. (…) Tra le verità oscurate nel cuore dell’uomo (…) sono particolarmente colpite tutte quelle che riguardano la famiglia. Attorno alla famiglia e alla vita si svolge oggi la lotta fondamentale della dignità dell’uomo». In tutto il magistero di Giovanni Paolo II è evidente il riconoscere la centralità della famiglia per il bene dell’uomo, famiglia sottoposta a violenti attacchi dalle «forze delle tenebre» che ne offuscano la verità causando quella devastazione sociale che ben conosciamo.

Di questa centralità della battaglia intorno alla famiglia e all’uomo si perde invece qualsiasi riferimento nella pastorale oggi proposta. Rimane la consapevolezza che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa», ma è una affermazione estranea a qualsiasi clima di conflittualità. Non c’è più un “mondo” ostile che vuole la distruzione della famiglia, ma tanti feriti, anche se non si sa bene da chi e perché.

Ben diversa si presenta dunque anche la missione della Chiesa. Per Giovanni Paolo II la creazione dell’Istituto per studi su Matrimonio e famiglia faceva parte di quel dovere fondamentale della Chiesa «di dichiarare a tutti il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia, di cui è tenuta ad assicurare il pieno vigore e la promozione umana e cristiana». Davanti all’attacco del mondo Giovanni Paolo II voleva formare un piccolo corpo speciale che approfondisse in modo scientifico «la verità su matrimonio e famiglia» così che «laici, religiosi e sacerdoti possano ricevere in materia una formazione scientifica sia filosofica-teologica, sia nelle scienze umane, in maniera che il loro ministero pastorale ed ecclesiale venga svolto in modo più adatto ed efficace per il bene del Popolo di Dio».

Oggi tutto diventa più sfumato, si parla di complessità e di «luci e ombre», l’affermazione della verità su matrimonio e famiglia viene considerata “divisiva”, creatrice di muri, per cui si preferisce allargare il discorso. Lo ha detto monsignor Paglia a Vatican Insider: «il Papa allarga la prospettiva» perché «ha ben compreso il compito storico della famiglia, sia nella Chiesa che nella società. E la famiglia non è un ideale astratto, ma una realtà maggioritaria della società, che deve riscoprire la sua vocazione nella storia». Dietro alla cortina fumogena di frasi a effetto, è chiara la questione: la verità su matrimonio e famiglia è un ideale astratto, bisogna mettersi in cammino con tanti altri alla riscoperta di ciò che può andare bene a tutti. È questo pensiero che spiega, ad esempio, come mai le nuove nomine nella Pontificia Accademia per la Vita includano personaggi favorevoli all’aborto o che fanno ricerca sugli embrioni, e spiega anche quale indirizzo si voglia dare al nuovo Istituto teologico per le Scienze su Matrimonio e Famiglia.

Sì, Giovanni Paolo II è stato fatto santo, ma si cerca di distruggere tutte le sue opere.


















fonte: La nuova Bussola Quotidiana 





martedì 19 settembre 2017

SUMMORUM PONTIFICUM. UNA “NUOVA” MESSA VETUS ORDO A SAN PIETRO. MOLTI GIOVANI, UN SEGNO DI VITALITÀ.





MARCO TOSATTI

Si è svolto a Roma, dal 14 al 17 settembre, l’annuale pellegrinaggio dei fedeli legati alla forma straordinaria del rito romano, la cosiddetta “messa tridentina”. Uno dei momenti topici di questo evento, nel decennale del Motu Proprio Summorum Pontificum emanato da Benedetto XVI, è stata la Messa nella Basilica di San Pietro in Vaticano, messa celebrata da S.E Mons. Pozzo, che ha presieduto il sacro rito in sostituzione del Cardinal Carlo Caffarra, scomparso pochi giorni prima.

La Messa ha visto la partecipazione di migliaia di fedeli, tanti giovani. Probabilmente per la prima volta dopo decenni è stata commissionata al Mº Aurelio Porfiri una nuova Messa, eseguita in quella occasione, chiamata propriamente “Missa Summorum Pontificum”, in cui si prevedevano anche interventi dei fedeli nel canto di alcune parti.

Non è questo il luogo per esprimere giudizi, o preferenze. Personalmente chi scrive trova che la messa secondo il vetus ordo esprime in maniera maestosa la sacralità profonda del sacrificio che si consuma sull’altare; e questo è qualche cosa che non sempre, per non dire troppo spesso, si perde nel modo in cui molti sacerdoti celebrano nella messa di Paolo VI. Che, se celebrata in maniera degna, è certamente bellissima e sacrale; ma forse permette delle “libertà” che la messa antica non concede. C’è da chiedersi perché in tutto il mondo molti giovani siano attratti da questo rito antico; probabilmente perché ha una sua bellezza evidente, e la bellezza è uno strumento di comunicazione profondo. Il fatto che sia stata creata una “nuova” messa per accompagnare la messa vecchia è una risposta e un segnale di vitalità al di là di polemiche stantie. Fermo restando che non si vede – e questo da un punto di vista laico e libertario – perché sia necessario fare difficoltà a fedeli e sacerdoti che desiderano partecipare al sacrificio eucaristico nel modo in cui si è svolto per secoli e secoli.

Abbiamo raccolto un parere da una persona che assisteva alla cerimonia, e lo partecipiamo con voi: “Ecco la Tradizione in cammino, la Tradizione che smentisce coloro che vedono solo rigidità nei fedeli legati a questa forma. Pur nel rispetto assoluto del rito e dei testi si può osare, facendo in modo che la Chiesa sia sempre madre anche della cultura, non del culturame. Moltissimi fedeli e sacerdoti hanno mostrato apprezzamento per la vitalità mostrata in questa occasione. Come al solito, qualcuno ha “abbaiato contro”, mai come in questa occasione sono apparsi latrati al vento”.







http://www.marcotosatti.com/2017/09/19/summorum-pontificum-una-nuova-messa-vetus-ordo-a-san-pietro-molti-giovani-un-segno-di-vitalita/








lunedì 18 settembre 2017

Mons. Antonio Livi: Combatto contro una Chiesa ideologica

Mons. Antonio Livi





di Fabrizio Cannone (“La Verità”, 16-09-2017)

Antonio Livi, nato a Prato nel 1938 è sicuramente uno dei decani della teologia cattolica contemporanea. Le sue numerose pubblicazioni vertono essenzialmente sulla verità logica, tema che è al centro del dibattito contemporaneo (neopositivismo logico, ermeneutica, razionalismo critico). L’appassionato impegno filosofico di Livi spiega perché questo pensatore ormai ottuagenario non sia mai stato un accademico intento a guardare con distacco alle vicende della società di oggi. Oltre all’insegnamento di storia della filosofia moderna e contemporanea presso l’Università statale di Perugia e di filosofia della conoscenza presso l’Università Lateranense di Roma (che è chiamata «l’università del Papa»), Livi ha fondato la casa editrice Leonardo da Vinci, dirige battagliere riviste come Sensus communis e di critica teologica come Fides Catholica e anima cenacoli culturali capaci di intervenire nel dibattito sui valori civili e religiosi da salvaguardare in politica.

In ogni aspetto di questa sua attività, intesa come intervento nella società, Livi si è sempre servito della sua riconosciuta competenza scientifica come logico. A questo riguardo, il testo fondamentale è Filosofia del senso comune (2010), tradotto in francese, in inglese e in spagnolo, cui si aggiunge recentemente Le leggi del pensiero (2016). Applicando poi questa sua dottrina ai problemi dell’ermeneutica teologica con Vera e falsa teologia(2017), Livi è diventato un punto di riferimento nella denuncia di quella teologia filoluterana che caratterizza il riformismo post conciliare.


Professor Livi, vuole descriverci in sintesi il suo percorso di studi?
Sono stato discepolo del grande filosofo francese Étienne Gilson, del quale ho tradotto e commentato Il realismo, metodo della filosofia. Egli mi ha fatto comprendere che la verità di qualsiasi tesi filosofica dipende dal suo coerente collegamento con il vero punto di partenza della riflessione filosofica che è l’esistenza reale degli enti. Il rifiuto del realismo ha reso la speculazione filosofica suggestiva ma priva di fondamento, sfociando inevitabilmente nell’ateismo e nel nichilismo.


Tra le sue tante attività di docenza, di ricerca e di apostolato quale considera la più importante per i nostri tempi?
Considero importante per i tempi in cui viviamo aiutare tutti coloro che hanno veramente a cuore la verità dell’esistenza a usare rettamente la ragione, a possedere gli strumenti logici dell’autentico discernimento. I miei lavori scientifici possono e debbono servire a tutti per saper discernere le verità assolute, metafisiche e morali, da quelle relative, fisiche, biologiche, psicologiche, sociologiche, economiche, politiche. Mentre le verità assolute sono sempre presenti alla coscienza di tutti e forniscono l’unica base possibile per un dialogo costruttivo tra le culture, le verità relative dipendono dalle contingenze storiche e da interessi di parte, sicché non possono mai essere universalmente condivise. Quando si pretende di imporre come assolute le verità relative, come fanno i fautori del pensiero unico al servizio del nuovo ordine mondiale, non c’è più vero dialogo tra le diverse istanze democratiche ma solo propaganda e colonialismo culturale. In rapporto alla fede cristiana, io combatto tutti i fondamentalismi, che sono sempre un uso pragmatico della verità rivelata, pretendendo di poter dedurre da verità religiose assolute, quelle che sono garantite dalla parola di Dio, certe conseguenze politiche che in realtà rispondono solo alle proprie opinioni ideologiche. Come filosofo e come credente mi ribello a questo vizio di imporre le proprie idee in nome di Dio. Il peccato contro lo Spirito Santo non si commette solo quando si nega una verità esplicitamente rivelata da Dio, ma anche quando si etichettano come “Vangelo” le proprie ipotesi umane, la propria visione delle questioni socio-politiche.


Ma allora quali sono i principi logici che Lei vuole riproporre per evitare oggi lo scientismo, il fanatismo ideologico, il fondamentalismo religioso?
Il rispetto di quello che i filosofi analitici americani hanno chiamato epistemic justification, la giustificazione epistemica. Ciò significa, in pratica, che ogni discorso che pretenda di essere recepito in pubblico come verità deve esibire le proprie credenziali logiche e non affidarsi soltanto agli strumenti della persuasione retorica o allo sbandieramento della propria o altrui autorità in materia».


È vero che i principali esponenti della teologia contemporanea sono affetti da relativismo dogmatico ed etico e da un pericoloso antropocentrismo?
Lo confermo. Io sostengo questa mia tesi, non per partito preso o per invidia del successo di altri, ma proprio perché questi altri hanno costruito e imposto nella Chiesa un’ideologia fondata su un intrico di sofismi e sulla pretesa autorità teologica di pensatori luterani dell’Ottocento, come Georg Hegel e Friedrich Schelling, o del Novecento, come Paul Tillich, Rudolf Bultmann, Karl Barth. I miei studi di storia della filosofia e della teologia mi hanno consentito di dimostrare che “il re è nudo”. In questo caso il re è il teologo gesuita Karl Rahner, il cui antropocentrismo è non solo pericoloso ma è deleterio per la fede cattolica. Rahner tenta di giustificare la “svolta antropologica della teologia” fingendo prima di rifarsi a san Tommaso d’Aquino e poi rifacendosi pedissequamente a Hegel e a Martin Heidegger. Questa inadeguata giustificazione della sua nuova teologia, basata solo sull’autorità di pensatori che nella Chiesa cattolica non dovrebbero avere autorità dogmatica, si riflette poi sull’ingiustificata autorità dogmatica che Rahner ha esercitato e continua a esercitare sui teologi cattolici e anche sui vescovi di tutto il mondo.















domenica 17 settembre 2017

SORPRESA, AI GIOVANI PIACE LA LITURGIA ANTICA








di Andrea Acali - Set 16, 2017

Pensare che il motu proprio “Summorum pontificum” sia stata una concessione ai tradizionalisti, in particolare per superare la dolosa frattura con i lefebvriani, sarebbe riduttivo e insufficiente. Lo ha detto mons. Guido Pozzo, segretario della Commissione Ecclesia Dei, nel suo intervento al V convegno organizzato all’Angelicum sul documento di Benedetto XVI entrato in vigore esattamente dieci anni fa con cui si stabiliscono le regole per la celebrazione della Messa con la liturgia antica. Un appuntamento di grande rilievo al quale hanno partecipato, tra gli altri, il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della fede cardinale Muller, il cardinale Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, l’ex presidente dello Ior Gotti Tedeschi. Erano presenti anche il cardinale Burke e l’ex nunzio negli Stati Uniti mons. Carlo Viganò.


Antidoto all’arbitraria creatività
Chi pensa che il convegno fosse un raduno di “conservatori” e oppositori alla linea di Papa Francesco è totalmente fuori strada. Proprio per quello che ha spiegato monsignor Pozzo, che ha tracciato un bilancio “sostanzialmente positivo” dei dieci anni trascorsi: “Gli antichi libri liturgici non sono stati aboliti dal Concilio” ha ricordato l’arcivescovo, aggiungendo che lo scopo è in qualche modo far convivere le due forme rispettandone la specificità: “Nella Chiesa c’è sempre stata molteplicità di riti e varianti nel rito romano”. In particolare, ha sottolineato che “l’atteggiamento mentale e spirituale” di quanti celebrano e partecipano alla liturgia preconciliare “non è quello di chi è rivolto al passato”, di nostalgici melanconici, ma di chi vuole “ancorare l’animo a ciò che è perenne”, al patrimonio sempre attuale di quella liturgia, soprattutto dopo quelle derive postconciliari che pretendevano una rottura della continuità della tradizione. Così l’antico rito può essere “l’antidoto contro l’arbitraria creatività” che porta a “minimizzare il carattere sacrificale dell’Eucarestia” e “non va interpretato come una minaccia all’unità della Chiesa”. Non si tratta, pertanto, di “mettere in competizione” i due modi di celebrare ma quello più antico può rappresentare “una barriera al secolarismo, all’umanesimo sociologico e anticristiano. Non è un passo indietro ma guarda al futuro della Chiesa”.



L’intervento di mons. Pozzo. I numeri
Mons. Pozzo ha anche fornito qualche numero: nel 2007 in Francia c’erano 104 celebrazioni domenicali con il “vetus ordo”, oggi ce ne sono 221, che diventano 430 con quelle della Fraternità S. Pio X; in Germania si è passati da 35 a 54, in Gran Bretagna da 18 a 40, in Italia da 30 a 56, negli Stati Uniti da 230 a 480. Sorprendente, poi, l’accoglienza positiva che l’antico rito ha avuto in Estremo Oriente e nell’Europa orientale. Una crescita evidente pur di fronte alle difficoltà rappresentate dalla scarsità di sacerdoti disponibili come pure da pregiudizi ideologici o pastorali. Ed è sorprendente come tanti giovani, sia tra i fedeli che tra i seminaristi, apprezzino sempre di più il rito “tradizionale”, con un fiorire di vocazioni negli istituti sottoposti alla giurisdizione della “Ecclesia Dei” (le Fraternità di S. Pietro e S. Vincenzo Ferrer, i Servi di Gesù e Maria, gli istituti di Cristo Re e del Buon Pastore, i Figli del SS. Redentore).



L’intervento di Muller
Il cardinale Muller, calorosamente applaudito dal numeroso pubblico presente, ha ribadito che la religione cattolica non è un sistema teoretico che poi trova la sua applicazione pratica nella liturgia ma al contrario quest’ultima è “elemento centrale costitutivo dell’agire della Chiesa” perché in essa “agisce Cristo” e dunque, come ha ricordato il Concilio, è “fonte e culmine, fonte autentica, cioè norma per l’autocomprensione della Chiesa”. Il cardinale ha anche ricordato che “non è un costrutto dei primi cristiani ma gli elementi costitutivi (liturgia della parola, eucaristica) vengono dagli apostoli”. L’importanza della liturgia, secondo il porporato, risiede nel fatto che “lì avviene l’unione con Cristo, l’indirizzamento della volontà umana alla sua sequela, la speranza nella manifestazione di vita con Lui”. Muller ha anche citato Benedetto XVI: “Il primo volume della sua opera omnia (curata proprio dal cardinale, ndr) è dedicato alla liturgia”. E in essa “si decide il futuro della Chiesa” perché “è culto divino”.



Fedeli al contenuto
A margine del suo intervento, il cardinale ha ribadito che “dobbiamo essere fedeli al contenuto” perché “Dio non deve essere ridotto al nostro orizzonte ma Lui allarga l’orizzonte umano al mistero”. Ed ha fatto un esempio concreto: “Quando devo soffrire, capisco meglio il senso della sofferenza di Gesù per me, legare la propria esperienza della vita con la vita, la morte e la resurrezione di Gesù. Meditando la parola come Maria, uno entra di più nel mistero”. Sul piano pratico, riferendosi alle traduzioni dei libri liturgici, Muller ha sottolineato come la stessa lingua sia parlata in Paesi diversi con sfumature e termini differenti, pertanto “non può essere una singola conferenza episcopale a decidere. Serve una collaborazione delle conferenze episcopali di una stessa lingua. Ma anche in questo caso quello che importa è la fedeltà al contenuto della rivelazione, non sminuire l’efficienza della fede cattolica con alcune parole ‘leggere’ che nascondono che la fede è una sfida e non solo una terapia che approva tutto ciò che io penso”.


E’ stata un po’ la deriva postconciliare che ha portato allo svilimento di questi contenuti?
“Sì – ha risposto a In Terris il cardinale – C’è stata una certa ‘orizzontalizzazione’, sull’influsso della teologia liberale che ha ridotto il cristianesimo a cultura, lingua… Nel contesto del giubileo della riforma protestante si sottolinea sempre che Lutero ha introdotto il tedesco moderno ma questo non può essere la sostanza del cristianesimo. E’ un effetto collaterale, buono o cattivo, dipende, ma l’importante è la trascendenza che non è in contrasto con l’immanenza. Gesù come Figlio di Dio è divenuto Uomo, in lui c’è l’unità tra la dimensione verticale e quella orizzontale. Non vogliamo entrare nell’immanentismo o nel trascendentalismo ideale, come una filosofia hegheliana; il cristianesimo non è solo un’idea, è una persona, Gesù Cristo ma un uomo che è la persona del Logos della Trinità”.


La stupisce che tanti giovani siano attratti dal vecchio rito?
“Penso che tanti cercano la dimensione del mistero. Non la liturgia come tale ma alcuni hanno introdotto un certo ‘azionismo’: dobbiamo preparare la Messa, e preparano i canti, iniziative per bambini, un po’ superficiali, esteriori… Invece dobbiamo cercare la sostanza dell’incontro con Gesù, l’unione con Lui come segno della speranza, senso della mia vita, identità dell’uomo. Noi abbiamo l’unità tra la persona e la comunione, l’immediato contatto con Dio e anche la mediazione per la Chiesa. Abbiamo una ‘sintesi tranquillizzante’, grazie allo Spirito Santo: sia Papa Benedetto che Papa Francesco sempre parlano dello Spirito Santo come principio dell’armonia. Tutti questi elementi (il Papa, i sacerdoti, i fedeli, la parola, i sacramenti) non sono principi contrastanti, dialettici, che lottano uno contro l’altro”.


Evidente il contrasto con il protestantesimo.
“Certamente, non c’è quella parola esclusiva: sola scrittura… è principio normativo ma in unione con la tradizione viva; sola grazia… tutto dipende dalla grazia ma essa ci dà un’opzione per una vera cooperazione umana; i carismi dei fedeli… non sono in contrasto con il sacramento dell’ordine in virtù del quale uno viene ordinato a rappresentare Gesù come capo della Chiesa; ragione e fede non sono in contrasto ma sono unite, la fede ha una dimensione logica in sé perché è la fede rivelata del Logos. Perciò la ragione non viene da fuori: dimensione materiale e dimensione ideale fanno parte integrale della nostra concezione della realtà”.

Una celebrazione con il rito antico. Dettagli d’amore
Nel suo intervento, il cardinale Sarah ha ricordato la necessità di curare la liturgia come dimostrazione di amore a Dio: “Come ogni marito e moglie sanno, in ogni rapporto d’amore i più piccoli dettagli sono molto importanti, perché è in essi, e attraverso di essi, che l’amore si esprime e si vive giorno dopo giorno. Le ‘piccole cose’ nella vita matrimoniale esprimono e proteggono le realtà più grandi, tanto che il matrimonio inizia a rompersi quando questi dettagli vengono meno. Così anche nella liturgia: quando i suoi piccoli rituali diventano routine e non esprimono le realtà del mio cuore e della mia anima, quando non mi prendo più cura dei dettagli, allora vi è il grande pericolo che il mio amore a Dio si raffreddi”. Il prefetto del Culto divino ha poi messo in guardia da una malintesa inculturazione, soprattutto in Africa, Asia e America latina, che riduce la celebrazione eucaristica a una sorta di “manifestazione folkloristica”. Il cardinale ha rimarcato anche la fioritura di vocazioni nei gruppi che seguono il rito antico che, per quanto destinati a rimanere una piccola percentuale in seno alla Chiesa, hanno pari dignità: “non siete tradizionalisti, siete cattolici al pari mio e del Papa. Voi non siete di seconda classe o membri particolari della Chiesa Cattolica a motivo del vostro culto e delle vostre pratiche spirituali, che sono state quelle di innumerevoli santi. Siete chiamati da Dio, come tutti i battezzati, a prendere il vostro posto nella vita e nella missione della Chiesa nel mondo di oggi”.












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